Gomitolo
È bello sentire
le storie
di ognuno,
come fili
che si intrecciano
in unico gomitolo
e quando lo srotoli
tutto si perde
e si confonde
in quella linea
sino al limite
del già detto
chè lo scibile
è ivi racchiuso.
Ombre su ombre
Strano questo festante
e gioioso girone
accomodante
di ombre
che scimmiotta
altre ombre
assurte
al caduco comando.
Sarà, forse, così strano,
un giorno, intuire
che altre ombre
si materializzeranno
nell’annichilimento
di questa surreale
luna di miele?
PAROLE
Le parole sono come il vino,
decantano quando è buono,
pronte a essere stappate
da una bottiglia impolverata
nella rilettura dell’etichetta.
Non ho mai incontrato
quel contadino.
Né oggi né ieri
ho mai pigiato l’uva
in fosforescenti fiere della vanità,
si sente ancora l’odore del mosto,
fermentando deposita,
talvolta, il gusto
tra vigneti in fiore
e il tempo, improvvisamente,
ritorna a far capolino.
RESISTENZA
Per essere poeti
necessita il tempo
per l’azione,
oggi!
La solitudine serve
a edificare le coscienze,
a recuperare
i “vecchi-nuovi”
valori
che oscureranno
il caos,
lontani
dai sordidi rumori
dei Servi del Capitale,
così, Pier Paolo,
li avresti definiti.
Il tempo non mi spaventa.
Mi spaventa
“quel perdere tempo”,
dove il bello stile
può essere
un anacronistico
e vigliacco celarsi
al pensiero
o la pallottola
di un fuoco amico,
mi spaventa
il morire rassegnato,
il morire senza
“averci provato”.
Basta un solo giorno
per ordinare la pace,
per ridare una dignità
al povero, dunque,
non più il povero,
per ritornare all’alba
di quella gioventù
che ci renderà
protagonisti
e partecipi
della “nuova” storia
e non più,
come scrivesti
Pier Paolo,
spettatori di un nostro mondo
che è nemico al mondo.
Questa è la mia resistenza.
INCOMPIUTEZZA
L’orizzonte talvolta
osservi
e la direzione
opposta alla tua
nega l’amore
addormentato
in stanze buie
perchè la luce
ha scelto
l’incompiutezza
della parte
STRILLONI
Mi sveglio con il mondo
assordato da strilloni
che ci dicono del di qua
Altri imbonitori ci parlano del di là
Peccato che i titoli
si addormentino nel di qua
A un politico
Goditi, lombardo Tutankhamon, l'attimo fuggente
e riponi l'animo in pace.
I media, tuoi solerti schiavi,
non ti lasceranno una piramide in dono
e quel popolo che ti appartiene
sceglierà il nuovo faraone di cartapesta.
Dicerie
Spesso si dice che il futuro sia a portata di mano.
Non ho mai capito di quale mano si parli.
La sinistra adulta trascina il secchio dei ricordi.
La destra bambina guida i ciechi nel presente.
Di una cosa sono certo!
I piedi entrambi affrettano la meta.
Soldati
ora tornano.
erano partiti.
dalle loro città impolverate,
innocenti spari di marmitte impazzite
su medievali manti stradali,
spazi sparati tra cubetti di porfido,
giocosi proiettili schizzati
dalle trincee di quartiere.
ora tornano.
Impoveriti da polveri sottili,
ammalati da maleodoranti isotopi,
nuovi vicini di casa,
lontana era la promessa di pace,
osteggiati da una terra ostile
per rientrare in ospedali da campo.
METROPOLIPERCUSSIVANDO
tum tum-tum trak tutututum-trak
tum tum-tum trak tutututum-trak
tum tum-tum trak tutututum-trak
tum tum-tum trak tutututum-trak
il giovane drummer bacchetta su pentole unte
scandendo le voci del rione
du-du-du-du unoun du-du-du-du unoun du-du-du-du
unoun du-du-du-du
the bass funkeggia e “fa la cosa giusta” -
Spike segue il black morto ammazzato
tutti moriamo coralmente più o meno
(more or less) ammazzati
let it be
let it be
let it be
(breve elenco)
nei vicoli
nei ghetti
nei mercati
sotto un trattore
sotto una bomba intelligente
per il fuoco amico
still a friend of mine, oh still a friend of mine
still a friend of mine, oh still a friend of mine
still a friend of mine, oh still a friend of mine
davanti a un bar- qualsiasi -
nei letti
nei cantieri
nelle strade
on the road again
on the road again
on the road again
ricordo al luna park
povero orso - s’alza e si accascia
morto ammazzato
povero peluche (anche lui)
rarefatte pause
rare rare rare ra-a-a-re-e-e
ticchettio di tacchi
tacchete tacchete tacchete tac-che-te-e-e-e
tacchi assassini
tacchi rampanti
tacchi demotivati
tacchi demotivanti
tacchi stanchi
tacchi tristi
la metro rimbomba
il sax coltraneggia
- su sgabello -
a love supreme
a love supreme
a love supreme
visione abbassata
riconosce
dai tacchi
dalla fretta
delle suole
dalla lacrima
che si spiaccica-a-a-a
da una voce soprana
da un vomito
(lasciato lì.)
e…
tum tum-tum trak tutututum-trak tum tum-tum trak tutututum-trak
tum tum-tum trak tutututum-trak tum tum-tum trak tutututum-trak
il giovane drummer bacchetta su pentole unte scandendo
le voci del rione
LA STORIA INIZIA INDIETRO
la storia inizia indietro,
pianti neonati in una villetta sudamericana,
lumache alle pareti
bianche e scrostate
con l’atlantico ai piedi.
“dov’è papà?”,
“in giro per il mondo”, la tata mi sollevava
già sballottato di mano in mano…
gli aquiloni, con quel vento lì,
un tiro alla fune verso l’alto.
manca la stretta sicura,
un dubbio che mi porto da sempre,
una risposta persa tra la sabbia fine.
“cosa aspetti a tornare a casa?”
corrono le piccole gambe,
corrono i giorni da rito uguali.
la finestra sorride al poco verde
- ora - stretto tra mura di polveri.
“dov’è la ciclabile?”, e “quel tram che mi salutava?”
e "l’adolescente che scalava la vetta della vita?”
si affaccia da altri balconi,
la Milano volgare,
incancrenisce immagini
di figurine, copie di abitanti.
l’onda mi veniva incontro,
amica nel gioco dello spruzzo.
il Corcovado ci abbracciava
con il calore, colori della gioia.
non sapevo di povertà.
non sapevo di sifilide.
non sapevo di multinazionali.
sapevo di essere felice.
il grigiore di un open space
in finte periferie adornate
con lampioni simil Versailles, sparuti
come bianchi cigni stagnanti di contorno
a quattro sedie thonet da bar.
“che ti va di prendere?”
per ammazzare la noia
del pre solarium chè
nuovi raggi anticipano il sereno.
la strada saliva tortuosa,
un chiosco di banane - pit stop –
anticipava la vista del Cristo.
le vie sono tutte uguali, oggi,
una foto sbiadita qua e là
segna un percorso di croci
e quel Padre l’ho perso
nell’infanzia della mente.
“hai preparato l’offerta?”, ti chiede un estraneo.
“hai fatto i compiti?”, ripeteva mia madre.
ora capisco la congiunzione degli intenti,
figlia della rabbia disperata
rassegnata al voto di castità
come appartenere, essere in questo mondo
e avvertirne il recinto
perché fuori è buio pesto.
il tempo aiuta a morire.
“che ore sono?”,
il ricordo è vita a ritroso
come quando torni sui tuoi passi,
come quando gli alberi
sfrecciano impazziti
perché i tuoi occhi
vedono frazioni di intervalli
e la storia inizia indietro.
NOSTRE PAZIENZE
tiro a caso uno dei tanti indovinelli
conditi nella mescola
di carte scrostate
rivolte in barba a Lune e Soli
(ci sei in quel letto
rettangolo o ring
degli accadimenti distratti
infilati per ricomporre nostre pazienze
la notte sogna con i saiwa del mattino)
e soli come pale di quel mulino
un po’ d’acqua solleviamo fradici
faticati delle domande
curvi come il punto
coloriamo pagine isole
sole tra bianchi disciolti
invadendo terre promesse
(ci sei in un posto vale l’altro
seguendo lo sciame di trame
all’unisono cadiamo su quelle bucce
bastava guardare dall’altra parte
dove la neve alta disegna come
spezzate sinusoidi)
lente corrosioni di contorni
visi in rifacimento del mai stato
perché guardare è non guardarsi
logorroiche prestazioni saltuarie
pur tuttavia random il contatore
lancia il game over prima di
svuotare la clessidra sfinita
da breve brezza come arcobaleno
arcuata.
(ci sei nel compendio del magma
compagno di un tempo ascritto
dal malvagio verbo tra palazzi
di vetri vitree riflessioni come
carie incise)
VUOTO
vuoto
“quale il senso?”,
solo la sicurezza del segmento
più o meno lungo.
ri-vuoto
l’incipit sogna.
la chiusa chiude.
stop
si riaccende la lampadina.
(fulminata)
l’alogena dura di più,
costa di più.
black-out (talvolta) ripiomba l’origine.
il buio della prefazione.
vuoto
zampilla l’emozione.
la siccità permette la goccia.
bagna le labbra.
un senso...
sembra esistere.
“E gli altri?”,
nelle loro cose affaccendati.
“ma cosa fanno?”,
“producono il vuoto”.
oggi va così.
il segmento si accorcia.
bene
mi sento più sereno.
il vuoto alle spalle,
come quella scimmia,
scrolliamocela!
Accelerazione/decelerazione
(così come viene)
corpo dal buio s’alza.
“non torni a letto?”
pitstop
il dentifricio
dopo la doccia
dopo l’atto
consumato.
(rapido)
il sudicio scende le scale
dentro il sacco.
(nero)
sinistro colore
8 e 15
sventagliata dal mondo
fuori-esco
stordito
18 e 0zero
rimozione
fretta del rientro
non c’è più,
il sacco.
un altro sale al piano,
zavorra della giornata.
inutile
sbuccio la mente.
fette d’ananas,
pelle ritrova il nido.
(caldo)
il resto mancia!
delete files
temporanei
clear history
si è fatto chiaro.
Lische
Il bambino e la sua bolla,
scoppia a una certa altezza.
Schegge di sapone a nozze con polveri
sottili nevicano l’asfalto.
Il camino fuma ceneri
di lische consumate.
Balconi anneriti nero di seppia.
Gran fritto di olii nelle branchie ingurgitati.
Rigurgita l’atmosfera,
rigurgito della massa a terra:
“dove andiamo?”
Il fondotinta nasconde gli involucri.
“pioverà?”
Laviamoci ammollandoci nelle cicerchie.
SCORE
accado nel magma del passaggio.
siccome disturbo nel desueto divorio
punta i gomiti quello che non ha il limite,
così per caso, un bar vale l’altro,
il dispetto sta nella resistenza,
il cablaggio ci fortifica
sino a esaurimento scorie.
COMODINO
Sonnolento alzo il braccio,
rovina di confezioni sparse,
anche sul letto – depositate –
m’intrufolo tra le righe,
pieghe (piagate) tra pagine scalze
di una moquette scolorita.
EXPASSE
L’expasse al re, non sempre riesce.
Il semaforo talvolta è giallo, sempre di notte.
“Senti…” “Ma che ti prende?”
Questo senso di poco spazio,
neuroni nel recinto.
“Hai voglia di passeggiare?”
Leggo qualcosa di Marinetti.
Il coraggio, l’audacia, la ribellione,
saranno elementi essenziali della nostra poesia.
Zaff Tumb Tumb
Zaff Tumb Tumb
Zaff Tumb Tumb
Venite signori della guerra
voi che costruite i cannoni
voi che costruite gli aeroplani di morte
voi che costruite le bombe
voi che vi nascondete dietro i muri
voi che vi nascondete dietro le scrivanie
voglio solo che sappiate
che posso vedere attraverso le vostre maschere
Tambourine man, le maschere non cambiano,
sono più siliconate, passiamo le carte!
OBLO’
Quanti fili per la città
grovigli muti
boccheggianti dai finestrini
orecchie incollate a pacemakers
detriti di comunicazione
rovinosi affanni
appannati tra vitrei stagni
come oblò obliati…
Back stage
Improvvisamente sei.
Permesso accordato,
in qualunque posto
dal prima.
(assieme camminavate)
Occhi,nasi,bocche
oscurati a metà.
(the dark side of the moon)
Si spalanca la luce.
Si omette l’oblio.
Riinizia la raccolta
- a tentoni –
di vesti già sudate,
sparpagliate
(nella regia dei camerini)
CADUCITA'
Nel muoverti sollevi la polvere,
sale sopra…
Non incrocia il respiro
sommesso dell’altro,
non restituisce il presente
nel vagito già vecchio
imposto alla vita.
Nel muoverti s’adagia la voce,
affievolita tra tappeti di natura.
Appunti
Svesto il cuore
dal rivestimento
ponendo là in angolo
il battito di ciglia
a ripiego di fatti
intransigenti,
corporei appunti.
Spogliazione
qualche volta mi privo
di sensi,
rotolando mi allungo
nell’intercapedine
( affranti di pori )
e poi
e dopo poi
il tiramolla quotidiano
mai posato in un riposo
solo saltuario.
****
CONCERTO IN MINUSCOLO PUNTEGGIATO
solfeggio. 4/4.
do-orre, 4 volte,
leva la sveglia batte l'amor(t)e.
pause di respiro.
flash di intermittenza.
luci impazzite del microonde.
"dove corri?" , "in ufficio" meccanica risposta-suono.
suona il cell.
numero privato chiama.
"chi e?'" o "chi non è?" persevera il controllo.
meccanicizzo il mio stare.
come un orologio.
a ogni quarto il ticchettio.
Il successivo un'azione conclamata.
"so what". così è.
solfeggio. 2/4.
miffa-solla, 2 volte,
leva la gomma batte Shumi.
piove. non piove.
si stabilizza.
"cosa facciamo, ora?"
pausa - 1/8
" quale DVD? ".
di domenica manca l'incipit.
anche il frigo è vuoto.
talvolta il take away sbalordisce.
l'acquario vive.
conto il successivo quarto.
strappo alla regola.
improvviso (penso) per poi rientrare.
II° tempo - ed è subito sera.
ma non l'ho scritto io!
continua.
in ¾.
sol-la-si, "all blues".
il Versace di Miles.
non necessario.
luccica la tromba.
come l'immagine.
o le immagini finte.
più vere le figurine della panini.
ora sono a Ischia.
un esempio.
un posto vale l'altro.
"dove andiamo quest'anno?"
la poesia è in Costa Smeralda.
"ci andiamo anche noi…?"
pausa.
luna piena, stasera.
danze di coleotteri.
giù dal panettiere.
osservo.
l'afa respira dal cemento.
la pala ridona ossigeno.
"che ora è?".
buttàti sul letto.
nudi.
voci fuori, odo!
mix di labiali,
suoni della disperazione.
tramortiti sulle coste.
scorribande di scarichi.
piste lapidate da fiori.
luci affievolite,
pile consumate,
si spengono.
tutto tace,
ora. punto.
melodia.
passa il tram.
quelli di una volta.
Il pirellone (l'unico con i tacchi) rifatto.
come vernissage di baldracca.
lo sporco confina con transenne.
sigillano un domani pulito.
anche il vecchio regime restaurato.
non muore mai, quello.
sopravvive tra avanzi di idea.
così scorre la vita.
così passeggi per il centro.
hai fatto centro.
le freccette,un lontano ricordo dei navigli.
in qualche bar dove il calcetto accoglieva giovani ossa.
improvvisazione.
l'occhio scivola sul pavimento.
vicino allo zerbino.
fuori dalla porta.
scende le scale (solo un piano).
esce sulla strada.
osserva il tombino.
attraversa il marciapiede.
guarda una saracinesca.
si è fatto tardi.
torna sui propri passi.
ritorna nell'orbita.
altezza differita.
l'orologio è l'orizzonte.
prende l'ascensore.
dimensionale del chiuso accetta l'intruso.
da linea a superficie.
geometria piana.
piano il punto si colloca (situazione temporanea).
cover.
dove vai?" mi chiedeva mia madre solcata dalle rughe della paura,
"ancora non so",
le rispondo ( dopo vent'anni ) da guitto di circonvallazione,
sempre un casino Piazzale Lodi.
sino al prossimo semaforo.
e gli attimi ti consumano le mani.
anche il volante si deteriora.
blues.
ogni giorno ricordo il mio tempo.
sembra ieri la scomparsa del mio vecchio.
poi riprendo la solita metro.
alle 8 precise dopo il bacio frettoloso.
viene voglia di uscire con gli occhi.
la prossima fermata è uguale alla successiva.
e il frastuono dei passi tormenta la superficie dell'asfalto.
sotto gli odori ti riconducono all'origine.
e il chiuso non è poi così male.
quella telecamera continua a fissarmi.
mi rimprovera perché vivo,
"Vivo?",
il tam-luci tam-rumori abbatte le voci ,
fuoriescono esili dalle ante scrostate,
luride dagli sputi dello scempio,
spoglie dal soffio che fugge.
così ricordo il mio tempo.
ad libitum (1).
Il bagno ha le piastrelle azzurre.
la porta verde.
i sanitari bianchi.
tutto il resto è giallo. (I° riff)
Il bagno ha le piastrelle azzurre.
la porta verde.
i sanitari bianchi.
tutto il resto è giallo. (I° riff)
Il bagno ha le piastrelle azzurre.
la porta verde.
i sanitari bianchi.
tutto il resto è giallo. (I° riff)
così coloro l'ufficio.
la piantagione produce monitor.
soffice la neve.
per non vedere.
per non vedere. (II° riff)
così coloro l'ufficio.
la piantagione produce monitor.
soffice la neve.
per non vedere.
per non vedere. (II° riff)
così coloro l'ufficio.
la piantagione produce monitor.
soffice la neve.
per non vedere.
per non vedere. (II° riff)
(schema ABA).
nulla di serio. (A)
dedali d'idee confondono il mattino.
come le stragi di questi giorni, settimane, anni.
anche gli amori nascono e muoiono.
così il cappuccino soppiantato dall'ortolana della sera.
Inciso. (B)
quelle case sparse inghiottite dal verde della Garfagnana,
sparute festeggiano la gioia del silenzio,
uniche scie bianche le rotte mi-rm-mi,
raramente si inabissano.
Katiuscia non è quella bella prostituta al solito angolo
e Cana non è la rinomata punta così lontana dalle barbarie.
conclusione. (A)
nulla di serio.
dedali d'idee confondono il mattino.
come le stragi di questi giorni, settimane, anni.
anche gli amori nascono e muoiono.
così il cappuccino soppiantato dall'ortolana della sera.
triade1.
studiavo con il marcio del legno.
puzzava.
la maestra puniva la mia mano.
"maledetto mancino" che il Diavolo ti abbia in gloria (diceva).
schernito da saccenti compagni (tutti destri).
mi tiravano le noccioline come giovane cucciolo in gabbia.
dietro una vecchia lavagna logorata e scrostata dal tempo.
non l'ha perdonata - la maestra -.
il diavolo l'ha poi accolta in gloria!
triade2.
nell'ora d'aria tuffo nel sentore del che cosa si dice.
niente mi affermo.
sogno i trifidi.
Peter cavalca la moto.
la strada non termina mai e le strisce bianche accorrono,
mi abbracciano.
"light my fire,"
un bel sound,
lo sballo della mia epoca-segmento.
in quella dimora che amante mi hai tradito
per la fuffa del presente.
triade3
così va il pallone scaraventato in rete.
o soffiato in alto da Chaplin.
un affresco con tanti colori… da vicino,
da lontano il viso butterato di un vecchio.
ascolto Hendrix (Lui, sì che non ha studiato)
da sottofondo ai Dreamers,
un '68 storpiato.
io c'ero, c'eravamo tutti
e poi la bolla l'abbiamo inghiottita
come la gomma del ponte
e Brooklin' non approvava.
non capisco l'oggi.
solo i jeans sono sempre più o meno stinti.
Nota.
Jimi, un maledetto mancino nero,
ha cambiato le sorti della musica.
una poesia diversa che ha sconcertato
le solite bolle di sapone appesantite
dalla paura di dover cedere il passo ai
soliti extra-comunitari.
sospensione 1.
quando ti infili la cintura
sembra di ricomporre i pezzi,
(ancora sopiti) chè il sopra e sotto
appaiono avvitati per incanto,
sino a sera,
quando un letto
ti riporta allo spoglio del puzzle,
già sporcato dall'ovvietà delle cose
e quella cintura
ci libera dalla consuetudine
confusa della follia.
legatura I° parte.
due parole per dire…
che ho sempre pensato che la poesia
potesse essere di tutti, universale e
non degli imitatori degli imitatori.
che potesse essere come il Jazz,
un'improvvisazione che approdi là
dove non è mai ben chiaro.
come le nostre vite,
pronte a essere spezzate
ora o dopo o quando.
intero.
la testa è fasciata dall'alto.
(sia che piova o meno),
ai lati stritolati gli arti
(vetrine più o meno appuntite),
sotto i piedi la pavimentazione
(più o meno asfaltata),
dietro si guarda poco
(più o meno infastidisce quel torcicollo),
davanti lo sguardo posa distratto un punto
(più o meno in movimento),
più o meno tutto
passeggiando con il proprio intero.
misura successiva.
quattro mura imbrattate nel proseguio della via.
maledetta congiunzione del diritto con il rovescio:
si attarda o approssima.
dipende!
che m'ispira l'onnipotenza di un dio.
non quello greco,
confusione oppiacea del popolo.
oggi è come noi.
ma ricordiamo quel libro,
allora deriso.
ora ci fa comodo
per la paura del dopo pasto.
minimale l'azione
che sembra il gigante buono o cattivo.
mi rigiro tra puntini di pareti incidentate.
le macerie ostacolano passi.
ora chiassosi ora deboli.
tutto così.
a mezzo tra pianti e risa ,
sembra facile
ma il tombino sfugge
e ruzzoli tra chimerici folletti,
psichedeliche istantanee
per poi riprendere il cammino della paura
e la mano va ,
la testa segue,
il corpo tutto (non più crisalide)
non passa il tubo,
lasciato lì quasi per caso,
oltrepassato il valico sembra che sia cambiato,
accidenti alla metafora sgarbata che tesse la solita tela.
illuso!
illusionisti del piacere sbancano la tua slot,
ben poca cosa conteneva
e riprendi la falcata vuota
e la vetta (cosa avrà da dirci?)
forse risponderà il limite del vivo.
voce.
ci si vede ogni tanto.
forse più per ricordarci che ci siamo.
il come poco importa.
giri lo sguardo,
caleidoscopio di maschere,
colori appiccicati - più o meno posticci - in feste di labiali,
talvolta la parola dice.
ci si vede ogni tanto.
armonia.
quelli del quartiere.
ci ingrigiamo nello stesso modo.
trent'anni di saluti.
con un semplice cenno della mano.
tutti con i nostri vizietti.
la tabaccaia ladrona.
la puttana con quel suo fare da Esselunga.
il farmacista un po' erborista
e l'erborista un po' farmacista.
il fiorista pakistano (new entry)
con l'edicolante dal sorriso difficile.
il negozio del liutaio,
oramai una foresta di legni.
la classica mamma a 100 metri da casa
e il consueto rituale del pranzo domenicale.
gli inquilini con le urla dei bambini
nel recinto adibito a campetto.
il verde che si attenua
e il nero accentua la sua presenza.
questo è il mio quartiere.
questa è la mia Milano.
oggi.
legatura. II° parte.
due parole per dire…
che ho sempre pensato alla poesia
come il gusto eterno
di due note semplici
o un lamento blues di B.B. King,
una poesia nera e vera,
il vissuto nel sangue
nel ricordo di bianchi traghettatori,
caronti di nuovi inferni in terre lontane.
nota a margine della legatura II° parte.
ho sempre pensato che la Poesia
fosse, anche, in uno sgualcito poster di un bar
o la Marilyn tappezzeria di un TIR
inginocchiata con le calze a rete di
una nera che ti prende il coso e te
lo succhia sino a farti male.
domanda.
"Chi sei?"
"cosa fai?"
"cosa vuoi?".
vocabolario da happy hour.
damine in tailleur.
pinguini in doppiopetto.
"un cinema?".
si prosegue con il brunch domenicale al Diana.
la sfilata del nulla deturpa la maestà del liberty.
la business class cena alla Risacca con i pullover di Missoni.
corso Como.
campi di concentramento de luxe
accolgono quelli che si divertono.
cecchini riempiono le stie.
liberi e belli concludono la notte.
risposta.
non so.
l'autobus tarda.
aumenta l'Enel.
l'euro decolla.
la povertà atterra.
jeans rattoppati.
come il lavoro.
optionals in attesa di una panchina.
andante con moto.
scorci di vita.
mi cancello a gambero.
taglio fette di accadimenti.
caleidoscopio di colori. sempre quelli.
sale l'azzurro, talvolta.
dirompe nella distruzione.
stiamo a guardare.
"perche?"
"non distruggiamo?"
andante lento.
piove.
laviamoci le coscienze.
la siccità incombe.
"prendiamo l'ombrello?".
"perché proteggerci?"
"perché voler essere sempre asciutti?"
"perché difenderci?"
"perché aspettare che spiova?"
e poi e poi…è così trendy passeggiare
con la ferrarelle come amica e far finta di bere…
un sedicesimo.
"dov'è Dio?"
qualcuno muore.
adoro la notte senza luci.
la città riposa.
quattro fari di passaggio illudono.
per un momento.
tutto torna come prima.
prima dell'alba.
arpeggio.
dalla Predaia raggiungo Vervò.
i sette larici distendono lenzuola.
di verde accolgono la festa.
una domenica d'Agosto come tante.
il Brenta e l'Adamello orizzonti tracciati.
chiudono la valle.
la matita di un bambino disegna il campanile.
da sotto guardo l'abete.
altissimo sale a un punto imprecisato.
chiudo il contorno seguendo la strada.
lo schizzo rende l'idea.
perfetto per una fugace giornata.
felice di un amore che mi accompagna.
nota stonata.
"mi hai sporcato le lenzuola".
"ora corri in bagno, prendi uno straccetto
e pulisci subito il tuo sperma".
lei, improvvisamente s'alza.
Intervalli.
fugge dal letto.
fugge dalla vita.
fugge dalla fine.
camera assenza di corpo
rimpianto tra ante chiuse.
più non filtra la luce.
free.
"Il punto - sopra? - …se è limpido o lo immaginiamo dovunque.
il satellitare indica un percorso.
prima non esisteva.
due madri ora ci guidano.
a braccetto confondono il futuro delle culle.
Si aggiunge il sogno.
l'amico ubriaco sberleffa il caos.
ventriloquo di voci, invereconde
nella rissosa stia.
il mappamondo esplode.
con tutte le ragioni.
il clone (pensando di pensare) rimescola le carte.
truccate da ovvia sazietà.
Il nulla soffoca (anche l'ingenua libellula).
l'Arca? legno al macero!
Ricapitolando:
dov'è la natura?
il navigatore ci passa tra le mani.
cambiamo traccia.
*******
CI SI VEDE OGNI TANTO
Forse più per ricordarci
che ci siamo.
Il come poco importa,
giri lo sguardo,
caleidoscopio di maschere,
colori appiccicati - più o meno posticci -
in feste di labiali, talvolta la parola dice.
Ci si vede ogni tanto…