POESIE DI MARCO SAYA 2

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POESIE DI SAYA

POESIE DI SAYA 3

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STORIA

quel ragazzino a malapena scorgeva
il proprio presente,

quel vecchio a malapena ricordava
il passato,

l’adulto rifletteva, invece,
sul futuro che aveva scelto
un altro amante
in un tempo improprio.

nessuno era contento,
nessuno approvava l’accadimento.

il ragazzino, il vecchio e l’adulto
decisero, così, di ripassare la memoria
e convennero sulla generale apatia
che aveva sospeso i loro sogni.

compresero, poi, che passato,
presente e futuro non rappresentavano
indifferenti età del Tempo
ma coscienti successioni dell’esistere
che, stoltamente, avevano demandato
ad archetipi travestiti da umane stagioni.

si era fatto tardi.

vissero le pause residue
come l’ad libitum di un Requiem.





CARABATTOLE

scarabocchi
scontrini
biglietti
cartoncini
matrici
opuscoli
ricevute
volantini
poesie

carabattole…





Attesa
 
ci si svegliava nel tiramolla quotidiano
sperando in un alito di vento. poteva
essere un tuo sospiro che avrebbe smosso
l’inquieta quiete riflessa in specchi
di muri complici prima di scoperchiare
il nuovo giorno accompagnandoci nell’equivoco
del crepuscolo.



Chiacchiericcio 

di tutto si parlottò
e di chi trovò soddisfazione
nel bicchiere mezzo pieno
o mezzo vuoto.
l’astemio e l’ubriaco non si confessarono,
per gli altri la comunione
fu la questione
se l’ostia si dovesse accompagnare
all’acqua o al vino.




Il pregiudizio del poeta 

non mi interessa se sei giovane o vecchio,
se appartieni al ‘60 al ‘70 o all’ ‘80,
non sei un vino di denominazione
di origine controllata e ancor meno garantita,
non sei un lager di appartenenza
in un barattolo di parole
con la data di scadenza.

fuggi dai pregiudizi del poeta,
segui l’inchiostro della strada,
non importa se asfaltata
o accidentata.

non c’è solo la striscia bianca,
non c’è solo il rosso e il verde,
puoi immaginare tutti i pastelli
dell’arcobaleno.

infilati un paio di scarpe
comode per girare,
non importa se sono griffate.

non aver paura di sporcare le suole,
non aver paura di girare l’angolo,
non aver paura di alzare lo sguardo.

non seguire la direzione della cartina,
non ti fermare davanti agli swarowski
di gentil aspetto,
gusta, viandante, il take away
di un estraneo, 

nuota controcorrente come i salmoni,
chissà che le parole deposte
non siano migliori
di quel carattere verdana 12,
un tipo volgare che ti aspetta a casa
attento al palinsesto di quattro ballerine
che aprono e chiudono il sipario
di un testo formattato con le forme
di turgidi seni.





CERBOTTANE

era ieri che giocavamo
con le cerbottane,
noi, neonati scugnizzi
del rione città studi.

in piazza Guardi, fieri
dei nostri lunghi tubi
di plastica,
alla maniera di danzatori tribali
passavamo in fila indiana,
d’estate,
sotto le finestre aperte
dei piani rialzati inondandole
di chicchi di riso
dopo aver soffiato
verso l’alto.

allora quelle che a noi parevano vecchiette
uscivano all’improvviso
dai portoni di casa
con delle scope di saggina
per inseguirci
e correvamo sino a sfiancarci,
chi a sud, chi a nord, chi a sud-ovest,
chi altrove.

non frequentavamo, anche, il catechismo
e Don Carlo ci tirava le orecchie
sino a farci male,
così si serviva messa per punizione
e dieci Pàter nòster, qui es in caelis 
erano insufficienti a redimerci
ché, per dispetto, iniziava la caccia
alle lucertole, alle loro code
da esibire come trofei all’ora
di educazione tecnica.

sempre in Piazza Guardi
ci si trovava al pomeriggio
per limonare con le bambine.
io ero corto e mi mettevano
uno sgabello sotto i piedi
per arrivare a livello di bocca.

ci fermavamo, poi ,
ad ascoltare Toto Cotugno
e la sua chitarra,
stazionava tutti i giorni
nella piazza, era già un adulto
con la propria corte di maggiorenni.

riconsiderando, ora,
quei tubi di plastica più lunghi
delle nostre altezze può essere
che quei quattro piccoli bravi
a seguito di un Don Rodrigo,
non ancora studiato,
anelassero a tappezzare di bianco,
quanto un paesaggio innevato,
la grigia melanconia di quei luoghi
che dal campetto dell’oratorio
dove ci si sbucciava sempre le ginocchia
indirizzavano al cinema di quartiere
che proiettava solo cartoni animati
e noi già adulti.

si proseguiva nelle ore trascorse
in balocchi-anti stanze
di compagni di classe
a bruciare piccoli soldatini
in guerre raccontate da nostalgici nonni
per giungere alle frequenti visite
di estranei che reclamavano i danni
per un vetro o un cruscotto rotto.

i chicchi di riso erano il tappeto
che delimitava il territorio
di piccole orme, la rappresentazione
di quei danzatori tribali
alla ricerca di una riserva
che corrispondesse al loro dipinto,
all’iconografia di una favola dei Grimm
che da sempre li vedeva unici
e disperati attori protagonisti.



****


Orchestrali della mente 

mi ricordo di un viaggio in treno,
delle nostre vite normali
e di come i pensieri rincorrevano
come in un gioco
il passaggio di alberi,
pali, tralicci, accomunati
e confusi nella fretta di sparire.

tra una stazione e l’altra
gli orchestrali della mente
richiedevano ossigeno
per poter nuovamente scherzare
nella successiva corsa.

guardavo fuori dal finestrino
e mi dissolvevo nel labirinto
dei sogni sciupati, persi
e poi raccolti, chissà,
da qualche sbadato,
che trovandosi lì per caso,
avrebbe, forse, risolto
il proprio rebus.






Il balletto del carrello 

“perché guardi fuori?”
non c’è nulla da scoprire,
una strada a doppia corsia,
doppioni di pedoni
si sfiorano,
bande di giovani impiegati
scivolano sull’asfalto,
tanti puntini neri,

quelli delle agenzie immobiliari
entrano in un bar
per un fugace panino,
quattro chiacchiere
sul pallone, sull’happy hour pomeridiano
e poi come galli spelacchiati
ri-dentro le stie,

(( quei pochi rimasti
con un co-co-co-(de)
come da stia ))

e i vecchi non ci sono,

“dove sono?”

alla Billa con il carrello della spesa,
una lunga fila alle casse
di cassa integrati,
disoccupati,
esodati,
indignati,

a quarant’anni
si è già vecchi
inservibili, rottamati
come gli euro zero

e campare ( forse ) altri quarant’anni
per il sorriso di giovani cassiere
che come fate svaniscono
in fitte boscaglie
accresce l’abbandono,
l’isolamento

e con chi parli, allora,
se non con il somalo
e il suo elefantino nero
che ti fissa muto?

anche lui sfuma
nell’effetto flou di una cartolina
della sua Africa

e i riferimenti cambiano,
poi spariscono
e il triste balletto del carrello
ri-inizia da capo

come una Maiuscola
inizia facoltativamente una frase
per poi chiudersi facoltativamente
in un punto
o in quell’ad libitum 
che tutto comprende
nell’immobile disperata
rassegnazione





****

e dire che il giorno si lava

ogni giorno nel lavatoio

dove tante mani insaponate

sbattono prepotentemente l’acqua

in giochi percussivi di spruzzi

e schizzi inondandolo di gocce

quasi a smacchiare le nubi

più dense 

 

immacolate bollicine  ora 

 

risalgono a completamento 

dell’ora che fugge verso l’oblio

 

il mistero delle ante chiuse

apre al dubbio di luci

tarde ad affacciarsi

 

l’infisso permette

al raggio di accedere

al nuovo giorno

che, come ogni giorno,

torna al lavoro

di sempre

 

**

 
c’è nella gente

questo  imprecisabile

senso del presente

 
percepito in un’idea scolorita

che richiama quel dopo

sempre nella coincidenza

del sempre uguale

 
così l’indefinito

sorregge l’alibi 

al futuro 

che, vistosi in minoranza

e poi gli conviene,

si defila 

tra le maglie del tempo








INEDITI

si poteva sperare in qualcosa di meglio

all’uscita dall’anatomica  concitata selva

ma gli exit pool non facevano ben sperare 

ché le percentuali  nella comune somma

 minimizzavano quell’unico un per cento  

che si opponeva e chiedeva  venia per l’entrée 

e mai aveva implorato per quella luce, già accecante,

in un’asettica sala e altri abbaini,  come puzzle in dissolvenza, 

aspettavano il malcapitato per  scaraventarlo 

nella luce fioca senza che potesse

dire: “ io non volevo, io non ho chiesto, non sono figlio vostro” 

 

*

 
nel divagare del più e del meno, sempre il meno

raggiunse il consenso,  un dubbio sinistro 
(ci sarà mai un dubbio destro?), 

metafora del  non-essere nell’essere,  s’insinuava 

tra l’incertezza della certezza rendendola

una sbobba priva di condimento.

 

*


come se tirare a campare fosse una partita a bowling 

e queste bocce difficilmente ci azzeccano, troppi birilli

da abbattere,  così si sprecano energie e torni a casa

con gli amici e insieme bocce, biglie, sfere da schivare.

 

*


Soliloquio, sOliloquio, soLiloquio, solIloquio, soliLoquio, solilOquio,    

soliloQuio, soliloqUio, soliloquIo, soliloquiO, SoliloquiO, sOliloquIo,

soLiloqUio, solIloQuio, soliLOquio, SOliloquio, soliloquIO, soLIloquio,

soliloQUio, SOLILOQUIO, SOLiloquio, soliloqUIO, soliloquio, soliloquio,

 
Soli.



*


e anche oggi è andata,

tra un fastidio e un sollievo,

aspettando il repetita non-iuvant.

 

*


il tempo ammonticchia i tempi

pari, dispari, come i giorni,

in un’unica partitura

dove accadi tra una misura

e la successiva, sorseggiando

un caffè nelle pause, 

e la melodia della sera

simula quell’ ad libitum

che in-tona o s-tona il fischio d’inizio.  

 

Expo 2015

 

grattacieli

 
grattano il cielo

grattano il verde

s-colorendolo

s-biancandolo

impallidendolo

come noi

 

*


se si potesse evitare questa litania 

della lamentela perpetua

aspettando Godot


"Well? Shall we go?" - "Yes, let's go".

 
"They do not move."

 
non si muovono

nessuno, pare, volersi muovere 

 

si aspetta

e ci si lamenta

 
*


può darsi che il concetto sia un’astrazione

di scatole cinesi Aristoteliche e mi domando

se, oggi, l’idea abbisogni di un nuovo re-styling

ma gli  orchestrali della mente dirigono 

solo metà emisfero

perché  a corto di dipendenti

 

trattasi pur sempre di un lavorio precario

 

*


“There must be some kind of way out of here”,

 

Hey Bob, Hey Jimi, ci deve essere un modo 

per uscire da questo posto, lo chiedo a voi, lo chiedo a tutti,

lo chiedo al mondo dei posti, alla natura che non li abita, 

alla Highway 61 che tramonta alla foce del Mississippi, 

a King e alla sua Lucy, 

al Re Lucertola che ogni cosa poteva fare*, 

a qualunque uomo che rompa il sentiero
 stabilito per seguire il sentiero destinato**,

a una macchina veloce, a un orizzonte lontano 
e a una donna da amare alla fine della strada,***

“There must be some kind of way out of here”,

 

ci deve essere un modo 

per uscire da questo posto, lo chiedo a voi, lo chiedo a tutti,

lo chiedo al mondo dei posti

 

*      Jim Morrison

**    Gregory Corso

***  Kerouac


*


raffazzonando alla meglio tutte le parole 

del mondo

non ne esce un bel discorso 

e un balbettio confuso sovrasta

il canto gioioso dei fringuelli ,

oasi sparute dove abbeverarsi

tra assolate lande desertiche.


*


Milano muore

come gli sparuti rami secchi

sconfitti dalle metrò leggere

e un via vai  di polveri e gas

accompagna anonime mascherine,

e Meneghin  a viso scoperto 

e senza trucco,

e la malerba l'è quèla che cress püssee.


*

troppe volte sembra che uno spiraglio

si apra e il gioco è fatto, pare, 

 “Rien ne va plus, les jeux sont faits”,

 tanti Pollicino spargono briciole di pane,

piccioni abitano il Duomo e tutto torna

come prima, inizia un nuovo giorno

uguale agli altri, anche gli spiragli

si coricano per sera,  frutti

di un’astuzia perduta

e quell’Orco  sgozza l’altrui dabbenaggine.

 
*

 
vorrei vivere come gli altri

che maledico continuamente  

vorrei pensare come gli altri

che maledico continuamente

vorrei morire come gli altri

che maledico continuamente 

 

è così difficile trovare il ricambio

per la maniglia del mio frigo

che maledico continuamente…

 
*


ne abbiamo abbastanza 

di spot/stop al televoto

“chiamami ancora amore”

 

( povera poesia martoriata )

 

il non senso è il senso

avanti popolo

indietro tutta

luoghi comuni

“cosa non è comune?”

 

vomiti del qualunque

cambiano vesti putride 

da armadi tarlati

 

il passato presenzia

da sfondo a cartoline

di greggi asettiche

bestie bestiame 

stipato in un Tir

viaggi della speranza

muoiono nei mattatoi

somiglianti a hotel a 3 stelle

contenti di fingere

nella dignità obliata

 
*

qualcuno li chiama invasori,

sbarcano sulle nostre coste,

gusci di barchette, odori di povertà.

“ cambieremo vita”, dicono gli occhi!

abbandonano le zattere,

i lager dell’accoglienza

ora li accolgono, la miseria

li scorterà per sempre.


qualcuno li chiamava invasori…

 
*

ho visto un servizio

sui baraccati alla periferia di Napoli

 ( c’era stato un terremoto )

in tuguri fatiscenti ricoperti d’eternit

risalenti all’80,

( la ricostruzione ) ,

e l’”aeternitas” parrebbe non dover

essere sinonimo di “tumor”.






Raccolta di poesie:
Murales - Edizioni L'Arca Felice 2011

TRATTE DAL LIBRO

non ci è dato sapere
se i cari estinti anelino
a resuscitare e penso di no
troppa la fatica di una sveglia
al mattino con quattro pile
...di rumore nella testa
e in principio furono menhir,
dolmen e cromlech
e prima ancora
procarioti e eucarioti
non avevano simili pensieri

*

perché subappaltare la mente
a monoliti di varia dimensione
in questo teatro dell’immaginario
se il sipario sbaracca il carrozzone
e il clap clap precede il bla bla
per poi finire a tarallucci e vino?

*

si potrebbe sgaiattolare
da questo mercatino
dell’usato e abbordare
quell’incognita che già si fiuta
nel profumo di nuove stagioni

chissà che non ne nasca una 
duratura storia d’amore

*

sempre questa zavorra
di accessori per appesantire
il cammino di ossa come se
resistere alla spinta
verso il basso ci potesse
allontanare dall’incandescenza
del fuoco come quel neon
che, a forza, ci tiene svegli

*

di parallele all’infinito
scorrono rette
che si intersecano
in-grate così l’effetto
dell’incontro è
la finzione del finito 




----------------------

Parvenze

Talvolta penso 
che il vuoto
si accanisca 
contro le nostre 
parvenze
e tenti 
di afferrarci 
con le ali 
dell’indifferenza.
Allora mi volto 
all’improvviso
e osservo
sparuti bambini 
giocare 
a nascondino 
e inizio 
a contare,
continuo 
a correre
e a contare
negli anfratti
(nascosti) 
della mente
e la successione 
dei numeri,
unico antidoto 
al nulla 
del silenzio.





Gara

C’è una corsa 
invisibile
a cui si partecipa, 
il premio 
o la punizione
consiste 
nel tagliare 
il traguardo
senza conoscere 
la distanza 
da percorrere 
perché se intuissimo 
il percorso 
ad ostacoli
il cammino 
della tartaruga 
spiegherebbe 
il passo
dei ricordi 
a ritroso
e noi potremmo 
indossare
quella corazza
confidando 
nelle gambe 
degli apripista.




Incedere
 
Nel mio incedere 
non trovo più
i vecchi giocattoli 
dimenticati
in qualche soffitta 
o i volti rassicuranti 
di sguardi ancora vivi.
 
Si cammina 
come si può,
scegliendo 
tra un paio di stivali
(consumati) 
quando il tempo 
ci è avverso 
e una pantofola 
ricamata,
accessorio 
(consolatorio)
di una stanza 
a noi amica.





Poesia

ogni tanto ti chiama, 
non sempre.
è inutile rincorrerla,
come se provassi 
ad afferrare 
al volo una mosca.
e poi le mosche 
non ci sono tutto l’anno
e tu non sei una mosca,
e non indossi 
quella stagione 
come vuoi,
quando vuoi,
perché vuoi
facendo un semplice zac!
perché  dico questo? 
perché ogni tempo 
ha il suo turno
e quando stacchi il ticket
devi pazientare,
attendere,
non puoi passare 
davanti
pensando che la poesia
ti serva un paio d’etti
di buone parole solo
perché arrivi prima.





Murales 
 
quattro mura imbrattate
nel prosieguo della via.
maledetta congiunzione 
del diritto con il rovescio:
si attarda o si approssima.


dipende dall'iconografia 

che m’ispira l’onnipotenza 
di un dio.
non quello greco,
confusione oppiacea 
di genti  obliate
da proci parassiti .

oggi si sta a Itaca .
ma ricordiamo,
talvolta , quel libro,
allora sacro, oggi sigillato 
nei comodini
di spoglie stanze
di miserabili hotel a ore .

ora ci torna provvidenziale 
nell'orrore
per la comune indigestione.

minimale l’azione
di un gigante 
buono o cattivo,
Nessuno o eroe acheo? 

mi rigiro tra puntini 
di pareti incidentate.
le macerie ostacolano passi ,
ora chiassosi, 
ora deboli. 

tutto così.
a mezzo tra pianti e risa,
sembra facile ,
ma il tombino sfugge
e ruzzoli tra chimerici folletti,
psichedeliche istantanee
per poi riprendere 
il cammino della paura.

e la mano va,
la testa segue,
il corpo tutto 
( non più crisalide )
non passa il tubo,
lasciato lì quasi per caso,
oltrepassato il valico 
sembra che sia cambiato,
accidenti alla metafora
( sgarbata) 
che tesse la solita tela.

illuso dalla giostra
(sempre in tondo e attorno ruota)   

illusionisti del piacere 
sbancano la tua slot ,
( ben poca cosa conteneva )
e riprendi la falcata vuota
e la vetta
( cosa avrà da dirci? )
forse risponderà
al limite
dell'accadimento.




Pensiero unico

Il pensiero unico è uno stagno maleodorante.
Il pensiero unico è la misura vuota
di un’intera partitura.
Il pensiero unico è la sbronza 
di quattro amici al bar 
che si ritrovano nello stesso pianerottolo.
Il pensiero unico è gettare perfettamente i dadi 
quando il banco vince sempre.
Il pensiero unico è una verde vallata 
dove il gregge pascola e rumina 
per tutto il tempo.
Il pensiero unico è rivangare il passato
per scemare il presente.
Il pensiero unico è gridare al mercato
per attirare l’attenzione.
Il pensiero unico è pensare
di poter scegliere
tra convinzioni esattamente uguali.
Il pensiero unico è unico perché appartiene a tutti.





*****

Etichette

sei di destra?
no, di sinistra,
un po’… giustizialista
nonchè populista
e indi qualunquista,
sincero ateo democratico
un po’ cattocomunista,
movimentista
e futurista,
camorrista
e fascista,
razzista
e abortista,
sessista
e moralista.

ricapitolando…
cosa sei?





Filosofia spicciola
 
da bambino osservavo i grandi. li vedevo tutti uguali.
 non distinguevo gli enta dagli anta. 
due ore durano cinque minuti, ora.  si timbra
 il cartellino sino al capolinea.  da grande
 scruto i piccoli.altre civiltà alle porte.  
domani si sorriderà o si piangerà del ieri.
 
cosa c’è di nuovo? Il frigo perde acqua. la fine
 è in quella impalcatura. gli amori vanno
 e vengono. i più ricchi e i più poveri.  
l’alogena va sostituita. cosa c’è di nuovo?
 il vecchio si consolida.
 
la tecnologia sulle rotaie. quel vecchio 
guarda il suo orto. raccoglie quattro foglie.
 nipoti  aspettano.  prosegue con la bici. 
arriva a casa. festeggiato dall’affetto. 
una storia a sé.
 
un clone passeggia.  china la testa. 
 lo sguardo giù. sprofonda il sogno.
 perché vive?  perché non si domanda?
 perché accetta così? perché così vuole.
 
schermi dappertutto. rumori molesti. 
videocamere dall’alto. semafori di sbieco.
 pioggia di polveri. grovigli d’auto.
 cipressi nelle circonvallazioni.
 la morte accompagna i vivi.
 
siamo più poveri. optionals più ricchi.
 ingioiellati di pailettes. ricchi premi e cotillons. 
si appare per tutti. anche per la maggioranza.
 vuole ma non può. oltre la beffa il danno.
 
c’era una volta. sì, anche quella.
 perché quest’altra? e dove lo metti il rispetto?
 e ti ricordi del...? quanto tempo è passato.
 chissà se ritornerà. c’era una volta.
 
essere nell’essenza delle cose. mai consumate.
 frammenti di realtà. solo immaginata. 
dicotomiche visioni. psichedelici risvegli. 
rigurgiti dell’incompiuta. filosofia spicciola.
 




Tragitto

cerco di intravvedere il blues.  
in quel clochard. 
in quel colletto bianco.
sopra i tetti e sulle gru. 
in quel tramonto. 
tra la rassegnazione vestita 
di speranza. 
tra l’intolleranza nascosta 
in bianche dentature. 
tra la rabbia sopita 
nell’indifferenza. 
in questo tragitto ho smarrito il blues.

 

Bussola

l’ideologia scompare. 
destra, sinistra, centro. 
rimangono i punti cardinali. 
la bussola resiste all’usura delle parole. 
democrazie stuprate. 
colpi di coda di qualche dio. 
né in cielo né in terra. 
solo paure di sempre.

 

 

Poker

sarebbe bello 
rimescolare le carte. 
non più segnate. 
un mazzo nuovo. 
con altri giocatori. 
cambiamo il tavolo. 
anche il colore. 
sempre il verde… 
rivoluzioniamoci.




Oste

si guarda spesso in alto, 
no, non è un tic!
la chiamata può essere improvvisa
come, improvviso, scorgere
quel quadrifoglio
e, per un momento,
i conti tornano
e l'oste saluta
il nuovo ospite.





POETI

oggi la parola che luccica è solo la scusa 
(non giustificata)
di  pensieri opachi,
si deve riappropriare 
di quella lallazione 
per riiniziare un cammino
tra sillabe ripetute 
di prime vere verità.
poeti, ora, lasciate perdere
e aspettate.
riponete le vostre profondità,
sia mai che ne siate provvisti,
nei claustrofobici cassetti
e aspettate




VIAGGI
*
Circolarità del piatto,
iniziando dai bordi
scivola la pulizia
e quel tozzo di pane
sbianca l’apparenza - unta –
Eppur la fame non conosce
il riposo della sosta
e quel ragazzino aspetta – fuori –
per poter assaporare le croste
di una pizza lasciata lì per caso
da inaspettati viandanti
anche loro lì per caso.


* 
M’intrufolo nel passeggio 
delle ombre,
irriverenti nell’inconsistenza 
della massa,
tutti lì in mezzo,
buttati spogli
come soldatini pronti 
ad essere immolati,
immortalati 
per dabbenaggine.
Oggi il mare è azzurro, 
placido, 
solo il mio incedere 
nell’acqua
solleva una tenera voglia 
ribelle,
un bianco 
che mi accompagna
come festosa scia illusoria
prima dell’inasprimento 
della pena. 


* 
Cammino stretto 
tra altezze più o meno differite,
“stai invecchiando” sibila l’afa dal cemento.
Quei balconcini, come turgidi seni,
schierati in fila, aspettano nuovi fiori,
osservano il passaggio 
di quel puntino canuto
prima che svanisca 
nel nulla di tutte le cose.

 




ORIZZONTALITA'

Gli orizzonti sembrano tutti uguali,
anche le profondità sfumano nella notte 
(sbranano la notte, bramano la notte)
e quel colore indefinito ci approssima all’origine.
Il bambino mi chiede: “ cosa vuol dire questo?”
L’adulto risponde: “ è così, ragazzo mio”
Il vecchio declina in un : “ non mi ricordo,
 è passato tanto tempo”.
Si fatica a scrivere, oggi.
Il caleidoscopio della mente
ricicla immagini variopinte
come ruote di pavoni
che si aprono
che si chiudono
che svaniscono.




 

RESISTENZA

Per essere poeti 

necessita il tempo

per l’azione, 

oggi!

La solitudine serve 

a edificare le coscienze,

a recuperare 

i “vecchi-nuovi” 

valori 

che oscureranno 

il caos, 

lontani 

dai sordidi rumori 

dei Servi del Capitale,

così, Pier Paolo, 

li avresti definiti.

Il tempo non mi spaventa.

Mi spaventa 

“quel perdere tempo”, 

dove il bello stile 

può essere 

un anacronistico

e vigliacco celarsi 

al pensiero

o la pallottola 

di un fuoco amico, 

mi spaventa 

il morire rassegnato, 

il morire senza

“averci provato”.

Basta un solo giorno 

per ordinare la pace,

per ridare una dignità 

al povero, dunque,

non più il povero, 

per ritornare all’alba 

di quella gioventù

che ci renderà 

protagonisti

e partecipi 

della “nuova” storia

e non più, 

come scrivesti 

Pier Paolo, 

spettatori di un nostro mondo

che è nemico al mondo. 

Questa è la mia resistenza.

 




Soldati
 
ora tornano.
erano partiti.
dalle loro città impolverate,
innocenti spari di marmitte impazzite
su medievali manti stradali,
spazi sparati tra cubetti di porfido,
giocosi proiettili schizzati
dalle trincee di quartiere.

ora tornano.
Impoveriti da polveri sottili,
ammalati da maleodoranti isotopi,
nuovi vicini di casa,
lontana era la promessa di pace,
osteggiati da una terra ostile
per rientrare in ospedali da campo.