POESIE DI MARCO SAYA 4

poesiaoggi@yahoo.it

HOME PAGE

POESIE DI SAYA

POESIE DI SAYA 5

AUTORI HOME PAGE




attesa

a un’ora prestabilita cala la saracinesca,
non sempre. uno spiffero da uno spiraglio
rincorre il nostro volto mescolando
i respiri nella primordiale ispirazione.

*

che poi basta cambiar casa,
e trovar una carta da parati,
prima il giallino della parete
con quei due piattini e quei due quadretti
fissavano la tua agonia.

*

nella nuova vita ascolto sergio mendes,
una bossa del 66 così mi prende quella saudade
che ti solca il viso e la saracinesca
del garage rimane chiusa, anche
l’auto non respira dai finestrini.

*

infine le cianfrusaglie avvolgono il tuo corpo,
metallo contro pelle, cavetti contro peli,
schermi contro occhi, una partita a due
e le riserve aspettano in solaio nell’attesa
di scendere in campo anche solo
per qualche minuto.




invettiva

questa fisima del parquet sempre splendido
e splendente, poveri idioti, ma è la polvere
che, in realtà, fa sangue negli interstizi
dove gli acari hanno la risposta
da millenni che tu sorvoli
nel percuotere la moquette
e ogni volta ricominci daccapo
nell’illusoria iperbole dello scenario lindo
tanto per lucidare la superficie già sfavillante
da slang parassitari e ensemble
di improvvisati nonsense. abbandona
la tua incompiuta e inizia a viaggiare
come colui “che città vide molte, e delle genti
l’indol conobbe.”



placet

nel placet indifferenziato
la mosca improvvisa impone
una leggera torsione
del collo e l’occhio cerca
un coso qualsiasi per spiaccicarla.
in assenza del coso si torna
a quella serena produzione
del nulla con la mano molliccia
sul mouse e la vista ri-annebbiata
nel palinsesto di una tabula
biancamente rasa.



Padre
 
in quella piccola cornice
l’ho rivisto dopo mesi
che non passavo
da quelle parti.
un sorriso sereno
mi ha preso per mano
tra l’inebrio di fiori freschi
prima di inabissarmi
nell’olezzo misto
di vite che passavano
senza uno sfondo,
assenti i primi piani.



scelta 

giocavamo a testa o croce
come se dovesse cadere la zucca
dell’antico imperatore
o nux kai hemera,
o giorno o notte,
lo spegnersi nel buio quotidiano.
cosa cambiava, poi ,
nella stupida casualità
dell’esito?
potendo scegliere,
il gioco del carrello al supermercato
era vivere.

 
cerei

ora cerei
o erano bagliori
da ancestrali pance?
ora questo grigio flou
nel-non-so-se
effetto seppia
vintage
di arredi muti
in-parvenze
sonore

 
cliché

questa storia del cliché
che è tutto un clichè,
cambiamo almeno l’accento
grave o acuto, un altro sapore
likes ma è la solita zuppa. Oh
si stupiscono del cambiamento
ché, anche chè, non hai percorso la retta via.
tollerano il sound quasi uguale
ma non uguale. questa volta
sei perdonato ma che sia l’ultima
e non ti scordar di loro e se
scriverai clicè o clicé scomunicato
sarai per l’eternità dal cliché
chè o ché la scrittura è uguale
solo per i pochi o pòchi o po’chi.

 
 
Monocordo
 
li vedi deflagrati da vite sbagliate 
e abbandonati dal mondo 
con le teste girate all’ombra di girasoli, 
soli in silenzi di sempre ammutoliti 
da voci fioche perché i cori 
sommano omologhe ugole 
e l’ostracizzato intonato ben s’intona 
allo spartito delle misure militarizzate 
e le pause anche loro riposano 
nell’ignorante spazio da riempire. 
 
considerate, c’è ancora troppo da fare!
 
 
 
Discussione
 
litigavo con la Morte, oggi. le chiedevo il senso
di questo sbattimento per arrivare a fine mese
o alla terza settimana, visti i tempi. e poi perché
con tutto questo spazio nell’universo ci si affollava
in un unico gramo buchetto nero che ciascuno poteva possedere
il proprio senza dover sopportare l’altrui villania.
sogghignava la scellerata canticchiando:
“ Non ti scordar di me la vita mia legata è a te
c’è sempre un nido nel mio cuor per te ”
 
 
Vagabondi
 
s’era detto che il vagabondare dell’ombra
fosse il fantasma della vita in compagnia del proprio telaio
e non mi raccapezzavo nel non scorgere mai la pelle del cielo
così come quando lasci l’arena a fine spettacolo
e non sai cosa potrebbero fare i circensi protagonisti
spogli da tinte colorate per tirare la corsa all’incipiente alba.
 

Cavallette
 
questo improvviso silenzio delle metropoli
è un suono perfetto, armonioso
quanto la vera apparenza che si manifesta
nella presenza di sparuti ma sicuri passi
e così ci riappropriamo dei nostri spazi,
per troppo tempo,
invasi da distratte moltitudini
di cavallette.

 
Idea
 
teneva in mano un’idea sgualcita 
e la guardava soppesandola ( su e giù ). 
poi, anelando a essere libera, 
scivolò via, barcollò 
e si sciolse sulla polo. 
ben poca cosa doveva essere, 
gli aloni scomparvero con una lieve spruzzata di viavà.



***

non era inutile chiedersi

forse non era inutile chiedersi
se la velocità del mondo
avesse prodotto qualche risultato.
i piccioni viaggiatori erano più lenti
dei neutrini, la spada meno
rapida di una pallottola, l’inchiostro
meno lesto della tastiera.
oggi si procrastinava
il dubbio se i neutrini non fossero dei
piccioni senza ali nell’immaginazione
di uno spadaccino privo di carta e penna.



Faldone

non bastava aprire il faldone delle illusorie chimere
per poter gioire del numero di poesie ivi contenute.
si scartabellava per trovare la frase rivelatrice mai scritta
e ci si compiaceva, allora, per qualche lettera, ingrediente
povero di una trama già assaporata.




sono trascorsi questi anni 

sono trascorsi questi anni. i giorni, ora,
si stiracchiano come nelle stagioni più calde.
centelliniamo quel che ci resta.
gli occhi ripassano tutti i colori
di questo immenso caleidoscopio
prima di chiudersi nell’enigma dell’origine celata
e il passato ansima la perduta innocenza
dell’accaduto.



fotografia 

immutabile lo scorrere delle cose.
non ci è dato contare i gradini per raggiungerci.
stampelle sorreggevano pensieri frantumati.
a ritroso scivolavamo nei solchi dei ricordi.
fisso, ora, quella foto che stampa così come sono:
il bianco e il nero, il nostro tempo speso.



Normalità

perché non scappavamo da questo scempio?
perché non distruggevamo il non senso?
torniamo a essere normali.
nella pazza incredulità
riprendiamoci gli oggetti smarriti.



Il tempo

il tempo aiuta a morire

“che ore sono?”

il ricordo è vita a ritroso

come quando torni sui tuoi passi

come quando padre te ne stavi
a guardare fuori dalla finestra
e “nevica” dicevi
con voce sommessa
da quel letto
compagno nella fine

come quando mi attardo
sul domani
e la misura si accorcia

come quando rabberci
l’orlo dei pantaloni
perché anche l’altezza
si sminuisce quasi
a voler domandare scusa
per l’intromissione
o per aver tanto osato
approssimarsi alla vetta

o come quando gli alberi
sfrecciano impazziti
perché i tuoi occhi
vedono frazioni di intervalli
e la storia inizia indietro



Sciame

si campava. ché un posto valeva l’altro
nell’inseguire lo sciame di trame
prima di inciampare all’unisono
su carie incise ascritte
in vitree voci deposte
tra incastonate carcasse.
bastava alzare lo sguardo
dove la neve alta disegnava
spezzate sinusoidi nel compendio
del magma amico al tempo
per dirsi che:
parlare era non parlarsi,
guardare era non guardarsi,
esistere era non esistere.



Scale 

scendeva per le scale saltando, a tre a tre, i gradini.
il corrimano, uno scivolo di emergenza
per un gioco, a volte, più spericolato. non aveva paura,
immaginava il futuro come una perenne corsa
dal settimo al piano terra lungo quello spazio vuoto
attorno al quale si avvolgevano le scale.
era il suo mondo, fuori dal portone di casa
il calmo, silente, viscido asfalto della strada.



3 FRAMMENTI

Illusionista
 
si cercò dappertutto il trucco
dell’origine sottintesa
nell’ammobiliato scenario.
mai si trovò l’illusionista
o si persero le sue tracce
sparpagliate nei meandri
degli estrosi balocchi.

 
Alfabeto
 
di tutto fu scritto
e l’alfabeto del mondo
era sempre più povero.
si ricercavano nuove lettere
anche se la precarietà
della parola
lottava per un discorso
a tempo indeterminato.
 
Scure
 
Questo tempo abbaiava
al proprio padrone
ma non scodinzolava a festa.
Stava rintanato nella sua cuccia
aspettando che la scure
di una sua frazione
abbattesse il boia.




PALLONCINI

quel palloncino salì improvviso
scappato da una piccola mano.

mai più fu ritrovato
nello sgonfio dimagrimento
dell’elio.

noi, pieni d’aria,
eravamo rimasti a terra.



Teatrino 

venivamo sparati
in questo palcoscenico
di burattini e burattinai,
un minuscolo teatrino
dove l’applauso
di quattro marmocchi
anticipava la fine
di qualche sorriso già spezzato
da fili interdentali,
surrogato dell’equilibrista
che, al sicuro, sogghignava
alla rete sotto,
sempre una ragnatela di fili
e la vedova a forma di clessidra
accorciava il residuo
nel buio della specie.



POSSIBILITA'

c’era una verità tramandata
da previi accordi
ove alleggerendo il fardello umano
per svuotamento acquoso
incanalato nell’intreccio idrico
e primordiale di identiche molecole
rimanesse il miraggio
di un alone sgrassante
sotterraneo ad assetate dune
dove tra le pieghe
ondulate della sabbia
poteva apparire la veste perduta
in un altro emisfero,
di questo si discuteva
tra idraulici, se cambiare
o meno quel tubo.



L’imbonitore 

questa è poesia, questa è poesia!
farfugliava lo scellerato piazzista
da un traballante palchetto

chi sei tu per sentenziare
o solo per poter lontanamente
profanare il suo nome?

chi sei tu per imporle
di indossare i tuoi jeans lisi
o consigliarle un doppio hamburger ripieno
di maionese e ketchup?

la Musa sa come vestirsi, come nutrirsi,
non abbisogna di cori modesti
per tirare alla pensione,

forse a mezzogiorno un hamburger
sarà la sua, non la tua scelta,

forse con il caldo della sera
un paio di jeans sarà la sua,
non la tua scelta,

forse quei versi improvvisi nella notte
saranno una sua, non la tua scelta

questa e poesia, questa è poesia!
farfugliava lo scellerato piazzista
da un traballante palchetto

chi sei tu per sentenziare
o solo per poter lontanamente
profanare il suo nome?



Critico 

questa è poesia, questa è poesia!
chi sei tu, oh scellerato piazzista, per sentenziare
o solo per poter lontanamente profanare il suo nome?
chi sei tu per imporle di indossare i tuoi jeans lisi
o consigliarle un doppio hamburger ripieno
di maionese e ketchup?
lei sa come vestirsi, come nutrirsi,
non abbisogna dei tuoi cori modesti
per tirare alla pensione,
( questo è il tuo problema, non il suo )
forse a mezzogiorno un hamburger
sarà la sua, non la tua scelta,
forse con il caldo della sera
un paio di jeans sarà la sua,
non la tua scelta,
forse quei versi improvvisi nella notte
saranno una sua, non la tua scelta
questa e poesia, questa è poesia!
chi sei tu, oh scellerato piazzista, per sentenziare
o solo per poter lontanamente profanare il suo nome?



25 APRILE

come pappagalli ripetiamo
che c’è stato un giorno,
un mese, un anno e domani
ritorneremo alla “burlesque“
di questo tempo ignari
di un futuro e imprecisato
giorno, mese, anno
che i nostri nipoti
annoteranno sul calendario
perchè si deve ri-morire
per poterci ri-scrivere.



CINQUE MINUTI

ogni cinque minuti s’inventano
qualche neologismo e la spending review
è il caviale dei ricchi e la briciola
di pane raffermo per il povero.

ogni cinque minuti ci ripetono
che dobbiamo passivamente
subire, come bravi soldatini
immolati alla loro dabbenaggine,
i capricci e gli ordini
del generale Spread.

ogni cinque minuti c’è chi si uccide
invece di uccidere la causa.

ogni cinque minuti ci illudono
che un pallido sole tornerà a risplendere.

ogni cinque minuti gli sciacalli ripetono la filastrocca
della ri-crescita, forse quella dei capelli?

cinque minuti per dirvi di non ascoltare
codeste cassandre puttane
travestite da lauree con master a seguito,
figlie di un capitalismo abortito
e di una democrazia stuprata.

cinque minuti di raccomandazione
affinché non sprechiate un solo secondo
per rifugiarvi dietro a impossibili infiniti
o a pindarici voli di opachi gabbiani.

cinque minuti per riprendervi quella dignità
persa nella sabbia fine di qualche deserto.

scusate se, oggi, vi ho rubato cinque minuti 
del vostro prezioso tempo.



MELODIA 
 
passa il tram. 
quelli di una volta. 
Il pirellone (l'unico con i tacchi)  rifatto. 
come vernissage di baldracca. 
lo sporco confina con transenne. 
sigillano un domani pulito. 
anche il vecchio regime restaurato. 
non muore mai, quello. 
sopravvive tra avanzi di idea. 
così scorre la vita. 
così passeggi per il centro. 
hai fatto centro. 
le freccette,un lontano ricordo dei navigli. 
in qualche bar dove il calcetto accoglieva giovani ossa.   
 


improvvisazione. 
 
l'occhio scivola sul pavimento. 
vicino allo zerbino. 
fuori dalla porta. 
scende le scale (solo un piano). 
esce sulla strada. 
osserva il tombino. 
attraversa il marciapiede. 
guarda una saracinesca. 
si è fatto tardi. 
torna sui propri passi. 
ritorna nell'orbita. 
altezza differita. 
l'orologio è l'orizzonte.  
prende l'ascensore. 
dimensionale del chiuso accetta l'intruso. 
da linea a superficie.
geometria piana. 
piano il punto si colloca (situazione temporanea).    
 
 


blues. 
 
ogni giorno ricordo il mio tempo. 
sembra ieri la scomparsa del mio vecchio. 
poi riprendo la solita metro.
alle 8 precise dopo il bacio frettoloso. 
viene voglia di uscire con gli occhi. 
la prossima fermata è uguale alla successiva. 
e il frastuono dei passi
 tormenta la superficie dell'asfalto. 
sotto gli odori ti riconducono all'origine. 
e il chiuso non è poi così male. 
quella telecamera continua a fissarmi.
mi rimprovera perché vivo, 
"Vivo?",
il tam-luci tam-rumori abbatte le voci ,
fuoriescono esili dalle ante scrostate, 
luride dagli sputi dello scempio, 
spoglie dal soffio che fugge. 
così ricordo il mio tempo.
 
 


ad libitum (1).
 
Il bagno ha le piastrelle azzurre. 
la porta verde. 
i sanitari bianchi. 
tutto il resto è giallo. (I° riff)   
Il bagno ha le piastrelle azzurre. 
la porta verde. 
i sanitari bianchi. 
tutto il resto è giallo. (I° riff)
Il bagno ha le piastrelle azzurre. 
la porta verde. 
i sanitari bianchi. 
tutto il resto è giallo. (I° riff)
 
così coloro l'ufficio. 
la piantagione produce monitor. 
soffice la neve. 
per non vedere. 
per non vedere. (II° riff)
così coloro l'ufficio. 
la piantagione produce monitor. 
soffice la neve. 
per non vedere. 
per non vedere. (II° riff)
così coloro l'ufficio. 
la piantagione produce monitor. 
soffice la neve. 
per non vedere. 
per non vedere. (II° riff)
 


(schema ABA). 
 
nulla di serio. (A)
dedali d'idee confondono il mattino. 
come le stragi di questi giorni, settimane, anni. 
anche gli amori nascono e muoiono. 
così  il cappuccino soppiantato dall'ortolana della sera. 
 


Inciso. (B)
 
 quelle case sparse inghiottite dal verde della Garfagnana, 
sparute festeggiano la gioia del silenzio, 
uniche scie bianche le rotte  mi-rm-mi, 
raramente si inabissano. 
Katiuscia non è quella bella prostituta al solito angolo  
e Cana non è la rinomata punta così lontana dalle barbarie. 
 


conclusione. (A)
 
nulla di serio. 
dedali d'idee confondono il mattino. 
come le stragi di questi giorni, settimane, anni. 
anche gli amori nascono e muoiono. 
così  il cappuccino soppiantato dall'ortolana della sera. 
 
 
 
 
triade1.
 
studiavo con il marcio del legno. 
puzzava. 
la maestra puniva la mia mano. 
"maledetto mancino" che il Diavolo ti abbia in gloria (diceva). 
schernito da saccenti compagni (tutti destri). 
mi tiravano le noccioline come giovane cucciolo in gabbia. 
dietro una vecchia lavagna logorata e scrostata dal tempo. 
non l'ha perdonata - la maestra -.  
il diavolo l'ha poi accolta in gloria!
 
 
triade2.
 
nell'ora d'aria tuffo nel sentore del che cosa si dice. 
niente mi affermo.
sogno i trifidi. 
Peter cavalca la moto.
la strada non termina mai e le strisce bianche accorrono, 
mi abbracciano. 
"light my fire," 
un bel sound, 
lo sballo della mia epoca-segmento.
in quella dimora che amante mi hai tradito
 per la fuffa del presente.
 
 
 
triade3
 
così va il pallone scaraventato in rete.
o soffiato in alto da Chaplin. 
un affresco con tanti colori… da vicino, 
da lontano il viso butterato di un vecchio. 
ascolto Hendrix (Lui, sì che  non ha studiato)  
da sottofondo ai Dreamers, 
un '68 storpiato.
io c'ero, c'eravamo tutti 
e poi la bolla l'abbiamo inghiottita
come la gomma del ponte 
e Brooklin' non approvava. 
non capisco l'oggi. 
solo i jeans sono sempre più o meno stinti.
 


Nota.
 
Jimi, un maledetto mancino nero,
ha cambiato le sorti della musica.
una poesia diversa che ha sconcertato
le solite bolle di sapone appesantite
dalla paura di dover cedere il passo ai
soliti extra-comunitari.
 
 
 
 
sospensione 1.
 
quando ti infili la cintura 
sembra di ricomporre i pezzi, 
(ancora sopiti) chè il sopra e sotto 
appaiono avvitati per incanto, 
sino a sera, 
quando un letto 
ti riporta allo spoglio del puzzle, 
già sporcato dall'ovvietà delle cose 
e quella cintura 
ci libera dalla consuetudine 
confusa della follia. 
 
legatura I° parte.
 
due parole per dire…
 
che ho sempre pensato che la poesia
potesse essere di tutti, universale e
non degli imitatori degli imitatori.
 
che potesse essere come il Jazz,
un'improvvisazione che approdi là
dove non è mai ben chiaro.
 
come le nostre vite,
pronte a essere spezzate
ora o dopo o quando.
 
 
intero. 
 
la testa è fasciata dall'alto. 
(sia che piova o meno), 
ai lati stritolati gli arti 
(vetrine più o meno appuntite), 
sotto i piedi la pavimentazione 
(più o meno asfaltata), 
dietro si guarda poco 
(più o meno infastidisce quel torcicollo), 
davanti lo sguardo posa distratto un punto
(più o meno in movimento),
 più o meno tutto 
passeggiando con il proprio intero.
 
 
 
misura successiva.
 
quattro mura imbrattate nel proseguio della via. 
maledetta congiunzione del diritto con il rovescio: 
si attarda o approssima. 
dipende! 
che m'ispira l'onnipotenza di un dio.
non quello greco, 
confusione oppiacea del popolo. 
oggi è come noi. 
ma ricordiamo quel libro,
allora deriso. 
ora ci fa comodo 
per la paura del dopo pasto. 
minimale l'azione 
che sembra il gigante buono o cattivo. 
mi rigiro tra puntini di pareti incidentate. 
le macerie ostacolano passi.
ora chiassosi ora deboli. 
tutto così. 
a mezzo tra pianti e risa , 
sembra facile 
ma il tombino sfugge 
e ruzzoli tra chimerici folletti, 
psichedeliche istantanee 
per poi riprendere il cammino della paura 
e la mano va ,
la testa segue, 
il corpo tutto (non più crisalide) 
non passa il tubo, 
lasciato lì quasi per caso, 
oltrepassato il valico sembra che sia cambiato, 
accidenti alla metafora sgarbata
 che tesse la solita tela. 
illuso!
illusionisti del piacere sbancano la tua slot, 
ben poca cosa conteneva 
e riprendi la falcata vuota 
e la vetta (cosa avrà da dirci?) 
forse risponderà il limite del vivo.

 


voce. 
 
ci si vede ogni tanto.
forse più per ricordarci che ci siamo. 
il come poco importa. 
giri lo sguardo,
caleidoscopio di maschere,
colori appiccicati 
- più o meno posticci - in feste di labiali, 
talvolta la parola dice.
ci si vede ogni tanto.
 
 
 
armonia.
 
quelli del quartiere. 
ci ingrigiamo nello stesso modo. 
trent'anni di saluti. 
con un  semplice cenno della mano. 
tutti con i nostri vizietti. 
la tabaccaia ladrona. 
la puttana con quel suo fare da Esselunga. 
il farmacista un po' erborista 
e l'erborista un po' farmacista. 
il fiorista pakistano (new entry) 
con l'edicolante dal sorriso difficile. 
il negozio del liutaio, 
oramai una foresta di legni. 
la classica mamma a 100 metri da casa 
e il consueto rituale del pranzo domenicale. 
gli inquilini con le urla dei bambini 
nel recinto adibito a campetto. 
il verde che si attenua 
e il nero accentua la sua presenza. 
questo è il mio quartiere. 
questa è la mia Milano. 
oggi.              
 
 
legatura. II° parte.
 
 
due parole per dire…
 
che ho sempre pensato alla poesia
 
 
come il gusto eterno 
di due note semplici
o un lamento blues di B.B. King,
una poesia nera e vera,
il vissuto nel sangue
nel ricordo di bianchi traghettatori,
caronti di nuovi inferni in terre lontane.
 
 
nota a margine della legatura II° parte. 
 
ho sempre pensato che la Poesia
fosse, anche, in uno sgualcito poster di un bar
o la Marilyn tappezzeria di un TIR
inginocchiata con le calze a rete di
una nera che ti prende il coso e te
lo succhia sino a farti male. 
 
 
 
domanda.
 
Chi sei?
cosa fai? 
cosa vuoi?
vocabolario da happy hour. 
damine in tailleur. 
pinguini in doppiopetto. 
un cinema?
si prosegue con il brunch domenicale al Diana. 
la sfilata del nulla deturpa la maestà del liberty. 
la business class cena alla Risacca con i pullover di Missoni. 
corso Como. 
campi di concentramento de luxe 
accolgono quelli che si divertono. 
cecchini riempiono le stie. 
liberi e belli concludono la notte.               
 


risposta.
 
non so. 
l'autobus tarda. 
aumenta l'Enel.
l'euro decolla.
la povertà atterra. 
jeans rattoppati.
come il lavoro.
optionals in attesa di una panchina.
 
 

andante con moto.
 
scorci di vita.
mi cancello a gambero. 
taglio fette di accadimenti.
caleidoscopio di colori. sempre quelli.
sale l'azzurro, talvolta. 
dirompe nella distruzione.
stiamo a guardare.
perche?
non distruggiamo?
 
andante lento.
 
piove. 
laviamoci le coscienze. 
la siccità incombe. 
prendiamo l'ombrello?
perché  proteggerci? 
perché voler essere sempre asciutti?
perché difenderci?
perché aspettare che spiova? 
e poi e poi…è così trendy passeggiare
 con la ferrarelle come amica e far finta di bere…
 

un sedicesimo.
 
dov'è Dio?
qualcuno muore.
adoro la notte senza luci.
la città riposa. 
quattro fari di passaggio illudono. 
per un momento. 
tutto torna come prima. 
prima dell'alba.


 
arpeggio.
 
dalla Predaia raggiungo Vervò. 
i sette larici distendono lenzuola. 
di verde accolgono la festa. 
una domenica d'Agosto come tante. 
il Brenta e l'Adamello orizzonti tracciati. 
chiudono la valle. 
la matita di un bambino disegna il campanile. 
da sotto guardo l'abete. 
altissimo sale a un punto imprecisato. 
chiudo il contorno seguendo la strada. 
lo schizzo rende l'idea. 
perfetto per una fugace giornata. 
felice di un amore che mi accompagna.