POESIE DI MARCO SAYA 3

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POESIE DI SAYA

POESIE SAYA 4

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beffa

può essere improvviso
quello sbattere della vita.
nella folata si stacca il quadretto
e tu, lì dentro, ti guardi mentre
precipiti invece di salire.



tiramisù

questo cocktail
di parole,
sempre le stesse,
come gli ingredienti
di un tiramisù,
caffè/gabbiani,
savoiardi/mare,
uova/infinito,
zucchero/amore,
mascarpone/orme,
sale/cipressi,
cacao/tempo,
cioccolata/siepe,
marsala/morte.
per Dio, poeti,
tiratemi su!



vecchiaia

così esili dentro questi cappotti
che ci stava di tutto,
avevamo accumulato una vita intera
e c’era ancora posto negli oscuri tasconi,
persino una pila sbucata da non so dove
illuminava, ora, il vetusto manto
e, per un istante, la vita seguitava.



specie

questo apparire come il flash di una Nikon
questo non sono nato in Biafra
come se questa fosse la vita
questo tempo che nel mesozoico si stava meglio
questo osservare che poi la retina si deteriora
questo amore con l’offerta tre per due
questo esserci per nasconderci
questo gabbiano che sporca quanto noi
questo essere solidali solo
 nell’indifferenziata quando c’è
questo soldato che ha cambiato l’uniforme
questo sbattimento da formichina teleguidata
con le antenne al posto dei sensi
questo Io nell’occasione sprecata
tutti questi questo, alla fine, non servivano
che a garantire l’inutile demografia
di una delle tante specie



Riserve

indiani
confinati
senza
penne
altri
Tori
seduti
sul
nulla
navajo
tra
quadratini
d’erba
nella passeggiata
dei piedi neri
un calumet
nell’indifferenziata



crepitii

osservavo un giovane
sul treno, il suo sguardo,
le lentiggini, tele
di nuove guerre
sul volto.
ascoltavo
i crepitii dei proiettili
nel ticchettio della tastiera.
combatteva i propri padri
e quel videogame partigiano
riposava, ancora,
sotto la montagna.



Sunto

è probabile che il sunto
sia un modello semplificato
e noi imbrogliamo i dettagli
per renderlo arcano.
si seppe, poi, in giro
che bastava mettere una x
nella casella giusta.



NOTIZIE

le notizie non sono delle migliori,
mai state d’altronde
e neppure attendibili.
la vita media si è allungata,
l’unica verità accertata.
è verosimile che il creatore del palinsesto
abbia trovato, così, l’unico modo
per vendere più copie.



Paguri 

tante conchiglie in movimento,
 talvolta il paguro tira fuori la testa.
così osservo la gente dentro i propri vestiti,
 le mani libere occasionalmente
salutano prima di rincasare nelle coperte della notte,
 l’occhio si solleva
prima di ricolorarsi nel grigio dell’asfalto,
 i piedi rallentano la pausa di un caffè
prima della temporanea eclisse nei sotterranei urbani, 
la mente mente nel quotidiano consuntivo
 prima di appisolarsi con la scusa della bella addormentata.



Inizio

mi chiedo spesso perché mi ri-trovo in questo secolo
e non nei precedenti o nel cenozoico.

ri-apprendere come sfregare le pietre focaie
potrebbe essere il miglior inizio
per dar fuoco a questo presente?



METROPOLIPERCUSSIVANDO

tum tum-tum trak tutututum-trak 
tum tum-tum trak tutututum-trak
tum tum-tum trak tutututum-trak 
tum tum-tum trak tutututum-trak

il giovane drummer bacchetta su pentole unte 
scandendo le voci del rione


du-du-du-du unoun du-du-du-du unoun du-du-du-du
 unoun du-du-du-du

the bass funkeggia e “fa la cosa giusta” - 
Spike segue il black morto ammazzato

tutti moriamo coralmente più o meno
 (more or less) ammazzati

let it be
let it be
let it be

(breve elenco)

nei vicoli
nei ghetti
nei mercati
sotto un trattore
sotto una bomba intelligente
per il fuoco amico

still a friend of mine, oh still a friend of mine
still a friend of mine, oh still a friend of mine
still a friend of mine, oh still a friend of mine

davanti a un bar- qualsiasi -
nei letti
nei cantieri
nelle strade

on the road again
on the road again
on the road again

ricordo al luna park
povero orso - s’alza e si accascia
morto ammazzato
povero peluche (anche lui)

rarefatte pause

rare rare rare ra-a-a-re-e-e

ticchettio di tacchi
tacchete tacchete tacchete tac-che-te-e-e-e

tacchi assassini
tacchi rampanti
tacchi demotivati
tacchi demotivanti
tacchi stanchi
tacchi tristi

la metro rimbomba
il sax coltraneggia
- su sgabello -

a love supreme
a love supreme
a love supreme

visione abbassata
riconosce
dai tacchi
dalla fretta
delle suole
dalla lacrima
che si spiaccica-a-a-a
da una voce soprana
da un vomito

(lasciato lì.)

e…

tum tum-tum trak tutututum-trak tum tum-tum trak tutututum-trak
tum tum-tum trak tutututum-trak tum tum-tum trak tutututum-trak

il giovane drummer bacchetta su pentole unte scandendo 
le voci del rione




LA STORIA INIZIA INDIETRO
 
la storia inizia indietro,

pianti neonati in una villetta sudamericana,

lumache alle pareti

bianche e scrostate

con l’atlantico ai piedi.

“dov’è papà?”,

“in giro per il mondo”, la tata mi sollevava

già sballottato di mano in mano…

 

gli aquiloni, con quel vento lì,

un tiro alla fune verso l’alto.

manca la stretta sicura,

un dubbio che mi porto da sempre,

una risposta persa tra la sabbia fine.

“cosa aspetti a tornare a casa?”

corrono le piccole gambe,

corrono i giorni da rito uguali.

 

la finestra sorride al poco verde

- ora - stretto tra mura di polveri.

“dov’è la ciclabile?”, e “quel tram che mi salutava?”

e "l’adolescente che scalava la vetta della vita?”

si affaccia da altri balconi,

la Milano volgare,

incancrenisce immagini

di figurine, copie di abitanti.

 

l’onda mi veniva incontro,

amica nel gioco dello spruzzo.

il Corcovado ci abbracciava

con il calore, colori della gioia.

non sapevo di povertà.

non sapevo di sifilide.

non sapevo di multinazionali.

sapevo di essere felice.

 

il grigiore di un open space

in finte periferie adornate

con lampioni simil Versailles, sparuti

come bianchi cigni stagnanti di contorno

a quattro sedie thonet da bar. 

“che ti va di prendere?”

per ammazzare la noia 

del pre solarium chè

nuovi raggi anticipano il sereno.

 

la strada saliva tortuosa, 

un chiosco di banane - pit stop –

anticipava la vista del Cristo.

le vie sono tutte uguali, oggi,

una foto sbiadita qua e là  

segna un percorso di croci

e quel Padre l’ho perso 

nell’infanzia della mente.

 

“hai preparato l’offerta?”, ti chiede un estraneo.

“hai fatto i compiti?”, ripeteva mia madre.

ora capisco la congiunzione degli intenti,

figlia della rabbia disperata

rassegnata al voto di castità

come appartenere, essere in questo mondo   

e avvertirne il recinto

perché fuori è buio pesto.

 

il tempo aiuta a morire.

“che ore sono?”, 

il ricordo è vita a ritroso 

come quando torni sui tuoi passi,

come quando gli alberi 

sfrecciano impazziti

perché i tuoi occhi

vedono frazioni di intervalli

e la storia inizia indietro.

 



NOSTRE PAZIENZE
 
tiro a caso uno dei tanti indovinelli

conditi nella mescola 

di carte scrostate

rivolte in barba a Lune e Soli 

 

(ci sei in quel letto

rettangolo o ring

degli accadimenti distratti

infilati per ricomporre nostre pazienze

la notte sogna con i saiwa del mattino)

 

e soli come pale di quel mulino

un po’ d’acqua solleviamo fradici

faticati delle domande 

curvi come il punto

coloriamo pagine isole 

sole tra bianchi disciolti

invadendo terre promesse

 

(ci sei in un posto vale l’altro

seguendo lo sciame di trame

all’unisono cadiamo su quelle bucce

bastava guardare dall’altra parte 

dove la neve alta disegna come 

spezzate sinusoidi)  

 

lente corrosioni di contorni

visi in rifacimento del mai stato 

perché guardare è non guardarsi

logorroiche prestazioni saltuarie

pur tuttavia random il contatore

lancia il game over prima di 

svuotare la clessidra sfinita

da breve brezza come arcobaleno

arcuata. 

 

(ci sei nel compendio del magma

compagno di un tempo ascritto

dal malvagio verbo tra palazzi

di vetri vitree riflessioni come 

carie incise) 




VUOTO

vuoto 

“quale il senso?”, 

solo la sicurezza del segmento 

più o meno lungo. 

ri-vuoto 

l’incipit sogna. 

la chiusa chiude. 

stop 

si riaccende la lampadina. 

(fulminata) 

l’alogena dura di più, 

costa di più. 

black-out (talvolta) ripiomba l’origine.

il buio della prefazione. 

vuoto 

zampilla l’emozione. 

la siccità permette la goccia. 

bagna le labbra. 

un senso... 

sembra esistere. 

“E gli altri?”,

 nelle loro cose affaccendati.

“ma cosa fanno?”,

“producono il vuoto”. 

oggi va così. 

il segmento si accorcia. 

bene 

mi sento più sereno. 

il vuoto alle spalle,  

come quella scimmia, 

scrolliamocela!    

 


Accelerazione/decelerazione

(così come viene)

corpo dal buio s’alza. 

“non torni a letto?” 

pitstop 

il dentifricio

dopo la doccia 

dopo l’atto 

consumato. 

(rapido) 

il sudicio  scende le scale 

dentro il sacco. 

(nero) 

sinistro colore 

8 e 15 

sventagliata dal mondo 

fuori-esco 

stordito  

18 e 0zero 

rimozione 

fretta del rientro 

non c’è più,

 il sacco. 

un altro sale al piano, 

zavorra della giornata. 

inutile 

 sbuccio la mente. 

fette d’ananas, 

pelle ritrova il nido. 

(caldo) 

il resto mancia! 

delete files  

temporanei 

clear history  

si è fatto chiaro.

 


Lische

Il bambino e la sua bolla, 

scoppia a una certa altezza. 

Schegge di sapone a nozze con polveri 

sottili nevicano l’asfalto. 

Il camino fuma ceneri 

di lische consumate. 

Balconi anneriti nero di seppia. 

Gran fritto di olii nelle branchie ingurgitati. 

Rigurgita l’atmosfera, 

rigurgito della massa a terra:

 “dove andiamo?” 

Il fondotinta nasconde gli involucri.

“pioverà?”

Laviamoci ammollandoci nelle cicerchie.


 

COMODINO

Sonnolento alzo il braccio,
rovina di confezioni sparse,
anche sul letto – depositate –
m’intrufolo tra le righe,
pieghe (piagate) tra pagine scalze
di una moquette scolorita.



EXPASSE

L’expasse al re, non sempre riesce.
Il semaforo talvolta è giallo, sempre di notte.
“Senti…” “Ma che ti prende?”
Questo senso di poco spazio,
neuroni nel recinto.
“Hai voglia di passeggiare?”
Leggo qualcosa di Marinetti.
Il coraggio, l’audacia, la ribellione, 
saranno elementi essenziali della nostra poesia.
Zaff Tumb Tumb
Zaff Tumb Tumb
Zaff Tumb Tumb
Venite signori della guerra 
voi che costruite i cannoni 
voi che costruite gli aeroplani di morte 
voi che costruite le bombe 
voi che vi nascondete dietro i muri
voi che vi nascondete dietro le scrivanie 
voglio solo che sappiate 
che posso vedere attraverso le vostre maschere
Tambourine man, le maschere non cambiano,
sono più siliconate, passiamo le carte!
 



Back stage

Improvvisamente sei.
Permesso accordato,
in qualunque posto
dal prima.
(assieme camminavate)
Occhi,nasi,bocche
oscurati a metà.
(the dark side of the moon)
Si spalanca la luce.
Si omette l’oblio.
Riinizia la raccolta
-    a tentoni –
di vesti già sudate,
sparpagliate
(nella regia dei camerini)

 

CADUCITA'

Nel muoverti sollevi la polvere,

sale sopra…

Non incrocia il respiro
sommesso dell’altro,
non restituisce il presente
nel vagito già vecchio
imposto alla vita.

Nel muoverti s’adagia la voce,
affievolita tra tappeti di natura.




4 FRAMMENTI

era finito quel  tempo scoperchiato 

( ora ) 

dall’alba di vecchiaie conficcate 

come fori di proiettili

nelle mura di vetusti ruderi. 

la demolizione s’approssimava , 

dipendeva  dalle carte,

prima che una ruspa 

compisse l’atto finale

e la terra tornasse

a respirare.

 
*

ci spettava l’imago 

del vivere assieme

perennemente abbracciati  

attorno a un piatto di minestra,

 la sera, 

quasi a voler rigettare

 le lusinghe di un estraneo 

che, insistentemente,

minacciava i nostri ingredienti. 

 
*

noi due, 

il nostro mondo 

fuori dal mondo.

così sopravvivevamo 

tra avanzi di idee 

nelle comuni passeggiate

liberatorie di sorrisi 

e raccoglievamo fiori 

tra le sterpaglie

del presente.      

 
*

Milano era frastuono, 

oblio di luci lasciate 

sempre accese, 

il mio stordito incedere 

tra passi noncuranti, 

le vibrazioni del passante ferroviario,

solitarie urla dal sottosuolo

gridavano la voglia

di uscire con gli occhi

e spengere quelle luci

che oscuravano 

il naturale bagliore.




MATTI

In corso Plebisciti c’è un gran trambusto
di matti, psicologi, infermieri, 
e tutti volano sul nido del cuculo,
Randle lo ritrovo al solito bar, 
beve litri d’acqua, 
trangugia come chupiti 
tutto quel liquido 
e ogni tanto lo portano in ospedale. 
io sono diverso da lui 
perché non riesco a bere un goccio, 
chi troppo chi nulla 
in questo oceano di parole al vento 
schiacciate da polveri sottili 
come sassi che precipitano dal cielo. 
“dov’è casa tua?”,  chiedo, 
smarrito mi guarda, non risponde, 
oltre a bere velocemente cammina in corsa, 
come quei pedoni 
che si buttano sugli scalini 
del passante svanendo nel nulla 
cimiteriale del cemento. 
allora non esistevano le tangenti, 
nel Corso viveva Penelope, mia nonna 
e Alfredo, mio nonno 
con i suoi quattro bocchini, 
quattro pacchetti di nazionali al giorno. 
ricordo una foresta di alberi, 
il verde sbirciava dentro le finestre 
e passava il tram, il 38, 
capolinea  in piazza Axum, 
forse, non ricordo bene. 
guardo fuori sparuti rami secchi  
come larici piangenti spelacchiati, 
non hanno il vestitino della festa, 
una fila desolata che costeggia il viale. 
ripenso a Randle 
nel suo mondo d’acqua e di gazzose, 
semplice, primordiale 
nell’essenzialità del vivere. 
“Almeno io ci ho provato,
 vacca troia, almeno io ci ho provato”
mi risponde dopo aver nuovamente bevuto. 
Gli altri con i fili attaccati alle orecchie, 
sembrano delle autobombe che stiano 
per saltare in aria ma non esplodono, 
seminano mine nel complice 
e condiviso passeggio di gomitoli 
che si intrecciano in ragnatele 
sempre più fitte, 
l’aria non filtra più 
e i simpatici cavetti 
respirano l’afflato dell’affanno,
dispersi tra dispersi,
uguali tra uguali,
i neri come i bianchi
pennellando il grigio del regime.




ERA IERI

quando l'odore

del mio crescere contagiava,

come erba appena arata,

coppia di sentimenti

in abiti chiari

e un sole tropicale

alto risplendeva.

 
era ieri 


quelle navi

traghettavano l’infanzia

da porto a porto 

e Caronte non c’era,

e nessun altro che conoscessi,

passaggi di facce accoglievano

fragili ossa 

e istruivano giovani menti.


era ieri


un tempo

di fieri ideali

tra cubetti di porfido,

fazzoletti e fette 

di limone sugli occhi

ma l’acne non ne voleva sapere.

 
era ieri 

 
che l’amore

mi spiazzò in un sacco a pelo,

Hide Park era magnifica,

ancora più magnifico

Freddy in quella sua tutina

aderente e quell’inglesina

non l’ho più rivista.

 
era ieri 

 
te ne stavi a guardare

fuori dalla finestra.

“nevica” dicevi

con voce sommessa

da quel letto

compagno nella fine.

 
era ieri 


quando oggi

mi attardo sul domani

e poi la misura si accorcia

come quando rabberci

l’orlo dei pantaloni

perché anche l’altezza

si sminuisce quasi

a voler domandare scusa

per l’intromissione

o per aver tanto osato

approssimarsi alla vetta.



--------

NEURO

guardandolo atterrare
sul mio stomaco
e dopo essersi posato
fermo mi fissa
con incrocio di sguardi,
aggiungo il mio solidale
in tacito accordo
con il felino sempre posato
su boccale dello stomaco.

*
e poi perché si esce,
sempre in casa
deprimo il neurovegetativo,
a caccia di simili,
anch’essi uscenti,
deprimenti depressi,
un pavimento di tavor
e si inciampa sulle pilloline
che meglio era rimanere
ante anta.

*
cosa c’è alla TV,
si gioca con il tele che comanda
e le dita da tastiera smanettano
su pulsanti difettosi
e si torna sempre sugli stessi
e dal tele torno alla keyboard
e il consumo accelera l’artrosi
e non ho il codice di esenzione.



*****


Precipita la convinzione

 
non importa quale

tu sei convinto che…?

tu sei convinto che…?

tu sei convinto che…?


Il balletto della parola

danza la morte del cigno


era solo una rappresentazione

 
io sono convinto che…

io sono convinto che…

io sono convinto che…

 
shall we dance?

shall we dance?

shall we dance?


Fred e Ginger mi aspettano a casa

stasera non precipiterò

il lieto fine mi convince



BARACCATI

ho visto un servizio
sui baraccati alla periferia di Napoli

( c’era stato un terremoto )

in tuguri fatiscenti ricoperti d’eternit
risalenti all’80,

( la ricostruzione ) ,

e l’”aeternitas” parrebbe non dover
essere sinonimo di “tumor”. 




CONCERTO IN MINUSCOLO PUNTEGGIATO
 
solfeggio. 4/4.
 
do-orre, 4 volte,  
leva la sveglia batte l'amor(t)e. 
pause di respiro.
flash di intermittenza.
luci impazzite del microonde.
"dove corri?" , "
in ufficio" meccanica risposta-suono. 
suona il cell. 
numero privato chiama. 
"chi e?'" o "chi non è?
" persevera il controllo. 
meccanicizzo il mio stare.
come un orologio.
a ogni quarto il ticchettio. 
Il successivo un'azione conclamata.
"so what". così è.  
 



solfeggio. 2/4.
 
 
miffa-solla, 2 volte,
leva la gomma batte Shumi.
piove. non piove. 
si stabilizza. 
"cosa facciamo, ora?" 
 pausa - 1/8 
" quale DVD? ".  
di domenica manca l'incipit. 
anche il frigo è vuoto.  
talvolta  il take away sbalordisce. 
l'acquario vive. 
conto il successivo quarto. 
strappo alla regola. 
improvviso (penso) per poi rientrare. 
II° tempo - ed è subito sera. 
ma non l'ho scritto io!
 



continua. 
 
in ¾. 
 
sol-la-si, "all blues". 
il  Versace di Miles. 
non necessario. 
luccica la tromba. 
come l'immagine.
o le immagini finte. 
più vere le figurine della panini. 
ora sono a Ischia. 
un esempio. 
un posto vale l'altro. 
"dove andiamo quest'anno?" 
la poesia è in Costa Smeralda. 
"ci andiamo anche noi…?"
 
 
pausa. 
 
luna piena, stasera. 
danze di coleotteri. 
giù dal panettiere. 
osservo. 
l'afa respira dal cemento. 
la pala ridona ossigeno. 
"che ora è?". 
buttàti sul letto. 
nudi. 
voci fuori, odo! 
mix di labiali, 
suoni della disperazione.
tramortiti sulle coste. 
scorribande di scarichi.
piste lapidate da fiori. 
luci affievolite, 
pile consumate, 
si spengono. 
tutto tace, 
ora. punto.