MASTRO DON GESUALDO DI VERGA


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 MASTRO DON GESUALDO

 

Mastro-don Gesualdo è uno dei capolavori di Giovanni Verga e appartiene al ciclo, incompiuto, dei Vinti. I protagonisti del Verga sono dei "vinti" dalla vita che non trovano soluzioni ai problemi e sono costretti a subire; vengono descritti e presentati così come sono attraverso al Verismo.

 

 Tutte le azioni  avvengono   a Vizzini,  provincia di Catania, tra il 1819 e il 1848. Importante personaggio è Gesualdo Motta, un uomo del popolo, umile lavoratore, tenace ed accorto che dedica la vita al lavoro per accumulare terre, denari e ricchezze. La fortuna, raggiunta lentamente è stata sudata e meritata, anche se non cambia il carattere di Mastro Don Gesualdo che rimane onesto e generoso, sempre pronto ad aiutare parenti ed amici. Per migliorare la sua posizione, Gesualdo sposa Bianca Trao, ragazza di nobile famiglia in decadenza. Purtroppo il matrimonio si rivela un fallimento. Tutti gli sono contro: i familiari,che nonostante gli aiuti da lui ricevuti, lo ritengono un traditore, sentendosi abbandonati per un mondo diverso dal loro e i parenti nobili, che dal canto loro lo disprezzano per le sue origini. Anche Bianca, che ha accettato il matrimonio solo per salvare l'onore macchiato dopo i suoi amori con il baronetto, suo cugino, Ninì Rubiera, non riuscirà mai a vincere un'istintiva freddezza nei confronti del marito. Anche la figlia Isabella, in realtà nata dalla relazione di Bianca con Niní, sarà molto ostile al padre. La ragazza, infatti, innamorata del cugino Corrado La Gurna, poeta e spiantato, è ostacolata dal padre nel suo amore e finirà per cedere al suo volere sposando il Duca di Leyra, un uomo spietato, che non la amerà mai, ma dissiperà tutta la dote della ragazza in ricevimenti. Quando Isabella  parte per Palermo, parenti, amici, vicini, tutti si accaniscono a gettar fango sulle ricchezze di Gesualdo. La moglie, Bianca, muore poco dopo consumata da un male inesorabile, la tisi, e dalla lontananza dalla figlia. Don Gesualdo rimane solo, sofferente e torturato da atroci dolori di stomaco. Il genero, che lo detesta e lo disprezza, ma che vuole a tutti i costi venire in possesso dell'eredità, lo costringe a seguirlo a Palermo. Morirà di cancro qualche tempo dopo nell'indifferenza generale, solo e abbandonato, accompagnato nelle ultime ore dalle parole malevole di un servitore, unico testimone della sua agonia.

 

 

TECNICHE

Nell’opera emerge un completo distacco del narratore, secondo il “canone dell’impersonalità”, quindi l’opera “si deve fare da sè”, e pertanto il Verga non interviene mai nella vicenda. Il punto di vista è quindi esterno, compaiono molti discorsi diretti che mandano avanti la storia. Il ritmo narrativo è piuttosto vario: alcune vicende sono raccontate in modo scorrevole, veloce, incalzante, come per esempio l’asta per l’affidamento delle terre del Comune; altre, invece, risultano più “lente” per immedesimare il lettore negli “affanni” dei personaggi. Il romanzo,quindi, appartiene alla corrente del Verismo.
Verga fa anche uso della “bestemmia”: <<…santo e santissimo…>> è l’epilogo d’ogni sfuriata dell’iracondo Mastro Don Gesualdo.
Durante la narrazione compaiono espressioni come “lotto delle terre comunali” e “salamelecchi” che evidenziano che l’azione si svolge in un borgo campagnolo e non in un povero paese di pescatori che quindi risente l’influsso delle città vicine. Il linguaggio è da commedia; quello della tragedia è riservato alle pagine delle pene e della morte di Mastro Don Gesualdo. Le pagine meno incisive sono quelle sui moti del 20 e della Carboneria: la storia si riduce a qualche data e a qualche frase di colore.

 

 

DESCRIZIONE PROTAGONISTA

Mastro Don Gesualdo:
La prima descrizione viene data in versione domenicale, in abito da festa, in casa Sganci quando è invitato a vedere dal balcone la processione del Santo Patrono: <<raso di fresco, vestito di panno fine, con un cappello nuovo fiammante tra le mani mangiate dalla calce>>; è il ritratto di un instancabile lavoratore che viene mostrato quando inciampa nei tappeti, balbetta, entrando in quel mondo falsamente gentile della nobiltà di provincia. Si mescola ad una vita che non è la sua e “piantato li” nel balconcino dei parenti poveri della padrona, alza il capo a guardare i fuochi d’artificio, con l’interesse eccessivo di chi vuole darsi qualcosa da fare. Ma quando il discorso viene portato sul: <<il nascer grandi è un caso e non virtù! … venire su dal nulla qui sta il vero merito>> allora Mastro Don Gesualdo mostra tutto il proprio valore rispondendo con semplicità e orgoglio che spesso lavorava anche tutta la notte. Merito del Don Gesualdo è quello di lavorare con un sole che spacca le pietre, sotto un sole di mezzogiorno andare a piedi con la sua mula per chilometri e chilometri ed entrare nel fiume in piena a rischio della sua vita per salvare le strutture del ponte, nonostante ormai abbia più tarì in tasca che capelli in testa. E’ anche un uomo generoso che nel momento del colera ospita in ogni suo possedimento tutti coloro che glielo chiedono, fornisce Diodata di dote, istruisce sua figlia Isabella nonostante ciò costituisca un divario sempre più grande fra i due. E’ un uomo sensibile quando la prima notte di nozze il <<cuore gli si gonfia di tenerezza mentre aiuta Bianca a spettinarsi>>; gli si stringe il cuore quando la figlia si allontana dal suo bacio a causa della barba troppo ispida.

 

 

Spazio e tempo

 I luoghi in cui si svolge la vicenda sono  reali. Il racconto si svolge in Sicilia, nella prima metà dell’ottocento. La vicenda si sviluppa principalmente: nel paese di Vizzini, un piccolo borgo nella campagna in provincia di Catania; nella villa di mastro-don Gesualdo a Mangalavite, in campagna e nel palazzo del duca di Leyra a Palermo. I luoghi e gli ambienti hanno la sola funzione di fare da contorno alle vicende dei personaggi.L’epoca storica in cui gli avvenimenti sono collocati, è la prima metà dell’ottocento, all’incirca dal 1815 al 1850, epoca della Sicilia borbonica e feudale, in cui si assiste ai moti carbonari del ’21, all’epidemia di colera del ’37 e ai moti rivoluzionari del’48.
L’ordine degli avvenimenti è lineare: trattandosi di un romanzo verista il narratore si limita a registrare i fatti che accadono, mancano quindi analessi, flash-back e prolessi.
La distanza tra il momento della narrazione e il momento in cui i fatti narrati sono accaduti è segnalata dall’uso di marche temporali.
Nel racconto si susseguono  scene dialogate, in cui c’è uguaglianza tra il tempo reale e il tempo della narrazione; più volte l’autore fa uso delle ellissi e dei sommari per sveltire il ritmo del racconto; raro è l’uso delle analisi, usate per descrivere meglio la situazione emotiva dei personaggi; mancano completamente le digressioni.
L’opera risulta divisa in grandi macro-sequenze e in ognuna è descritto un peculiare episodio: quindi tra una sequenza e l’altra ci sono dei salti temporali che accelerano bruscamente il ritmo del racconto, all’interno di queste invece prevalgono le scene dialogate sulle altre e il ritmo è piuttosto veloce.

 


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