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"Sono una praticante
avvocato abilitata al patrocinio, ma adoro dedicarmi alla lettura ed amo
scrivere, per volar via dallo stressante quotidiano. Il 'rifugio' tra le pagine word, sta diventando giorno dopo giorno, opera di autoanalisi. Al momento ho all'attivo sei racconti e sto scrivendo un racconto d'amore. Ma scrivo quando sento di farlo, non è mai una forzatura." |
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Pensava
Giulia, pensava.
Il suo passato era così nitido e vicino… ora le scorreva davanti come un film.
Si
meravigliò di quanti ricordi riuscisse ad immagazzinare quella sua “testolina
vuota” (così soleva rivolgersi a lei suo padre), sentiva che il coraggio le
stesse sfuggendo via, la stesse abbandonando proprio nel momento meno opportuno.
Si
soffermò, nel fare questi pensieri, a guardare fuori, oltre la finestra… i
vasi erano tutti ben allineati, il balcone ordinato e pulito.
Tutt’intorno
ordine, un ordine geometricamente perfetto. Si sentì avvolta da una strana
ansia, un senso di nausea invadeva il suo stomaco. Era nella sua vita che
mancava armonia, quel maledetto equilibrio di pensiero.. anche i vasi lì,
immobili, sul davanzale cominciavano a farle rabbia..
D’un
tratto si rese conto di essere sola in casa. Non che questo l’angosciasse,
anzi, tutt’altro… ne sentiva il bisogno, un bisogno necessario, quasi
“fisico”.
“Caos”
– mormorò tra i denti –
Il
presente la turbava. E c’era qualcosa che nonostante il suo cupo ottimismo,
per la prima volta, la inquietava anche per il futuro.
“Le
certezze vivono di attimi effimeri” – disse tra sé. Era strano. Chiunque
avesse visto G., seduta a quel tavolo, ora, non ne avrebbe riconosciuto la voce
né la forma.
Fu
in quella mattina di marzo che Giulia Monteluna decise di compiere un gesto.
Un
insano gesto.
Si
avvicinò lentamente alla vetrata e con fare grave raggiunse in balconcino in
ferro battuto. Il cielo era limpido e il sole s’era già levato da tempo.
G.
si sporse dalla balaustra scura, il suo sguardo era rivolto verso il basso; il
paese, come ogni giorno brulicava di persone indaffarate nel quotidiano gesto
mattutino: la spesa.
La
ragazza sorrise, pensò che somigliassero a tante formiche. Osservò il solito
tabaccaio, sull’uscio del suo negozio, intento a mirare e rimirare il
“didietro” delle avvenenti clienti, una volta uscite dalla sua “tana”.
Sorrise
ancora, nel vedere il venditore ambulante di frutta prepararsi a reclamizzare i
suoi prodotti, come ogni mattina, attraverso il megafono; si ricordò delle urla
disperate di suo fratello che, quando cercava di rivolgere la sua attenzione al
libro di chimica, rivolgeva all’incauto commerciante.
“Povero
diavolo” – pensò – “Avrà pur il diritto di lavorare!”
L’eco
di una canzone romantica la distolse da quell’osservazione.
Si
sentì portare lontano dai ricordi..
D’un
tratto i suoi occhi vennero attirati da una figura lontana… procedeva a grandi
passi, celermente si apprestava a superare i passanti… un ometto snello
avvolto in quello che ai suoi tempi doveva essere stato un cappotto di
pelliccia, ma di scarsa fattura, affannava… Giulia trasalì. L’uomo si fermò
di scatto. Fermo, davanti alla vetrina del negozio di fiori, l’incerta figura
vi entrò.
Giulia
dimenticò tutte le sue amarezze. Ora la curiosità aveva rubato il posto
all’inquietudine: “Che cosa…” I suoi occhi si stringevano in un vano,
disperato tentativo di dare un nome a quella figura di uomo.
Fu
in quel preciso momento che udì lo squillo del telefono. E di nuovo
l’amarezza la colse. “Sì, sì… arrivo…”
Era
suo padre. Le rammentò che quella mattina si sarebbe dovuta recare presso gli
uffici comunali.
Doveva
ritirare un certificato.
Con
aria rammaricata si diresse verso il guardaroba, tirò giù dall’appendiabiti
il piccolo cappotto di lana pesante tutto ricami e colori: combatté a lungo con
l’indumento, maledicendo mille e più volte la sua statura minuta, ma ne uscì
vincitrice. Un sorriso di piena soddisfazione ed una massa di capelli arruffati
incorniciavano ora il suo visino.
Afferrò
le chiavi, le infilò nella toppa, ripeté i giri necessari per avere la minima
sicurezza di poter tornare e trovare la porta di casa ancora ben chiusa; le
rampe di scale da scendere erano soltanto sei.
Il
portone di casa, alto e marmoreo, ormai le era alle spalle e lontano pareva
salutare la sua piccola ospite. Quante volte, da bambina aveva trovato rifugio
nel cortile, nascondendosi protetta dall’oscurità all’ombra del vecchio
portone, quando i rimproveri le apparivano troppo ingiusti da sopportare...
Camminava
con incedere pesante, sembrava non accorgersi dello spazio circostante, ma il
profumo delle mimose la sopraffece. Gli alberi distribuiti lungo i marciapiedi,
anch’essi in un ordine che rasentava la perfezione, sprigionavano un “che”
di magico che inebriava il cuore.
Si
fermò. D’un tratto le parve perfino di sentire il frinire delle rondini,
avvolta com’era da un’aura mistica, nell’elevata adorazione di una forza
superiore, che sentiva entrare prepotentemente nelle sue viscere..
La
Natura. Con l’arroganza e la forza di tutte le manifestazioni atmosferiche,
con il prepotente, veemente, sensuale vigore di ogni stagione la primavera
partoriva i suoi primi frutti nell’animo umano.
La
ragazza incontrò la mitezza e i colori della stagione più bella dell’anno,
nel passeggiare verso la volta del Municipio, quella mattina di marzo.
Giulia
attese. La fila allo sportello era di proporzioni spaventose, un fiume di gente
diversa, urla di bambini, sudore, borbottii, risate... Due anziane signore
discutevano animatamente tra loro, oggetto della curiosa diatrìba la presenza o
meno dell’aglio nel tacchino farcito; più avanti una mamma in preda ad un
attacco di nervi ripeteva (non ascoltata) al suo bambino di smetterla di
piangere, perché una volta uscita fuori da quell’ “inferno” glielo
avrebbe comprato, il gelatino; una ragazza tentava di estraniarsi dalla
confusione, leggendo tra le pagine della rivista “Oplà” l’ultimo
ritrovato in tema di dieta alimentare; un gruppetto di persone si lamentava
della scarsa celerità dell’impiegato allo sportello, nel rilasciare i
certificati. Fu allora che G. intravide tra la gente una sua vecchia compagna di
scuola e pensò malignamente: “Eh, sì, gli anni sono davvero passati…”
Arrivò
il suo turno. Ore 11:45. L’impiegato le porse il foglietto bianco, tanto
agognato durante quell’ora e mezza di fila, un foglio leggerissimo,
insignificante, nel quale si attestava lo Stato di famiglia di un tale Monteluna
Lorenzo, classe 1950, un uomo come tanti. Eppure no, lui non era come tanti, lui
era suo padre.
“Già”
– pensò Giulia – “E’ mio padre”.
Un lontano ricordo, una poesia le tornò alla mente, così, d’impulso. La “testolina vuota” brulicava di pensieri, sembrava un vulcano pronto ad eruttare…
“Notte,
vuoto: nell’aria solo un grido. E una donna piange, urla... Lo stesso urlo che
emetterà anche suo figlio, nascendo. E’ il figlio della guerra.”
Quella
poesia l’aveva letta chissà quando, chissà dove..
Pensò
alla ragazza della posta, quella che leggeva di diete, provando un senso
d’invidia.
La
sua vita era diversa. Sarebbe stata diversa.
La
strada era in salita: ora. Il lavoro di sapienti vetrinisti buttato via. Giulia
non prestò attenzione ai negozi intorno, non rispose agli ammiccanti inviti che
provenivano da quelle botteghe. Solo uno sguardo, chiedevano: nulla più. Ma
Giulia non era Ulisse. Le sirene non l’avrebbero incantata.
Procedeva
veloce, mani nelle tasche. Gli occhi continuavano a contare i sampietrini
bianchi che calpestava, di volta in volta; una sola idea, un solo pensiero: a
casa.
Il
miagolio dei gatti nel cortile accompagnò il rientro di G. La ragazza accennò
un composto richiamo. Il più grasso tra i felini si avvicinò, G. fece
scivolare la mano sul dorso del rossiccio animale, ripetendo il tenero gesto più
volte. Il gatto sembrò apprezzare e in un moto di innaturale generosità le
regalò le sue fusa.
“Giulia!”
– una voce gridò – “Giulia!!” – la ragazza si volse, ma non vide
nessuno.
Il
gatto si irrigidì di colpo, emise un bruttissimo miagolio e scappò tra i ficus
del cortile, raggiungendo i suoi compagni di caccia. Era tornato “Re della
foresta”.
G.
attraversò il cortile, raggiunse le scale. Ora c’era una scelta, da fare.
Le
rampe di scale erano sei, l’ascensore al piano terra.
Una
smorfia infantile accompagnò la sua scelta. Affannando ancora, ultimò i
consueti giri nella serratura.
La
solita confusione la circondava, nelle stanze della casa. Il cappotto fu
abbandonato sul letto.
“In
cucina!” – G. impartì un ordine – e in cucina fu.
“Vediamo
un po’…” – il grembiulino di cotone azzurro le pareva cucito addosso –
“Un po’ d’olio nella padella…” – continuava a ripetere ordini,
richiamando a sé i ricordi di una ricetta, esperimento già riuscito in passato
– “Aglio… sì… rosolare l’aglio nell’olio e poi… aggiungere il
pomodoro, giusto!” Il fuoco era
acceso, la padella fumante emanava calore ed un intenso profumo. Il pomodoro
venne aggiunto. “Bene. Ora sale, pepe e basilico secco…”
Un
fruscio. Un sottile alito di vento dietro le sue spalle. Ancora un profumo.
Giulia cercò di convincere se stessa. Ancora una volta.
La
ragazza urlò: “Ora l’acqua. Deve bollire, no?” – “Sì, certo che deve
bollire”, sussurrò a sé. Giulia cercò di raggiungere un pacco di pasta
dalla credenza. “Maledizione!” – le lezioni di danza di M.me Autreil non
funzionavano. Pensò al denaro buttato via. Le punte dei suoi piedi erano
massacrate, ma di alzarsi, proprio no. Fu lo scaletto a risolvere il problema
“pasta”.
Il
pranzo terminò. L’esperimento riuscì perfettamente, ancora.
Giulia
riposava sul divano, ora. La tv era accesa, ma alla ragazza sembrava non
esserlo. “Le solite chiacchiere!!” – disse tra sé, nervosa.
Il
volume era al minimo, a farle compagnia solo le immagini di un mondo di lustrini
a colori, estraneo alla sua vita.
Chiuse
gli occhi riaprendoli velocemente; era un gioco o piuttosto un desiderio che
ripeteva spesso, quello di trovarsi in una realtà diversa, nella sua
realtà, una volta riaperti gli occhioni neri, dopo averli chiusi ed essersi
estraniata dal mondo, sia pure per un attimo.
Avvertì
una sensazione di nausea. Un brivido le percorse la schiena e la pelle si
raggrinzì.
Davanti
a sé, seduta sulla poltrona di fronte alla sua giaceva una figura scura: in
cappotto. G. tremò. Mani sui braccioli, piedi ben piantati in terra, seduta, la
figura la osservava. L’espressione era accigliata, come di rimprovero. Le
immagini della tv, tanto disprezzate ed ora tanto desiderate, sarebbero state di
conforto, ma l’apparecchio si spense quasi per farle un dispetto, mortificato
dal suo disprezzo.
Un
ricordo… La “sagoma” non le era nuova, no. La sua razionalità le
tormentava la mente in quegli attimi di terrore. Doveva capire. Strinse gli
occhi per vedere meglio: l’immagine era la stessa, ma non riuscì a carpirne i
tratti somatici. Sentiva di essere osservata dalla “cosa”, ma non riusciva a
coglierne alcuno sguardo. Buio. Le mani di G. divennero fredde; chiuse gli
occhi. Ripeté il gioco, ma questa volta era un desiderio.
Fu
esaudita. La figura sparì, ma non la lasciò sola. La sua compagnia, ora, era
la paura.
Decise
di alzarsi: barcollando si allontanò verso la cucina. I bicchieri, puliti,
trasparenti, erano poggiati nel lavandino, sottosopra. Ne scelse uno, lo agitò
per eliminare le gocce che ancora avvolgevano il bordo dorato; pazientemente
attese che si riempisse d’acqua, trattenendolo sotto la fontana. Il liquido
fresco, nell’attraversare l’esofago, scioglieva il nodo che l’angoscia le
aveva prodotto all’altezza della gola.
Ma
un rumore sordo, seguito da un urlo disperato paralizzò la ragazza: mani fra i
capelli, sentiva il cuore frantumarsi come il bicchiere, scivolato pesantemente
dalle sue mani. La memoria aveva vinto la razionalità.
Immagini
in bianco e nero l’ossessionarono, quel pomeriggio di marzo.
Affannava.
Lo squarcio nel cuore era profondo, il ricordo straziante di una donna,
rantolante… il cortile, di notte.. tante urla, sangue…
Giulia
pensò di morire, era febbricitante… camminava a tentoni per il corridoio, gli
occhi velati dalle lacrime, bui, non vedevano nulla.. Era la mente a vedere,
ora.. G. dimenava le braccia con movimenti scomposti cercando di afferrare
qualcosa, fermare qualcuno.
E
non era sola… no. Accompagnata dalla disperazione più lacerante di questo
mondo si muoveva confusa nella sua casa.
Si
fermò inspiegabilmente all’altezza del salone, vi entrò. Un altro urlo ruppe
l’assordante silenzio della casa. Un ricordo ancora, ma questa volta
incredibilmente nitido. Giulia entrava in trance.
Sua madre siede sul divano, intenta a leggere le pagine di una rivista di moda: è bellissima, i capelli lunghi, avvolti in uno chignon, di un nero intenso in cui una Giulia bambina amava vederne i riflessi blu incorniciano un viso perfetto, occhi scurissimi, pelle ambrata, mani delicate e flessuose che parevano ricamare sui tasti bianchi e neri del lungo pianoforte a coda del salone, quando G. le chiedeva di suonare per lei la “Canzone di Mozart” (così G. soleva appellare la “Piccola serenata notturna”), un pomeriggio come tanti… o no.
Il
rumore del campanello interrompe la lettura di Magda.
Giulia
si scosse, nel suo stato di trance: ora, occhi chiusi, riusciva a
percepire il suono del vecchio campanello.
La
ragazza continuava a tremare… altre visioni…
Magda abbandona il giornale alla sua destra sul divano nell’alzarsi in piedi, si avvicina alla porta d’ingresso: la apre.
Giulia
stendeva le sue mani innanzi a sé, come per bloccare un’azione… gli occhi
colmi di lacrime…
Una
scena straziante.
Sua madre giace sul vecchio divano, viso tumefatto.. La gola è recisa, il candido seno scoperto, coperto di sangue. Le sue nudità, pudicamente sempre velate agli occhi di sua figlia erano lì, praticamente perfette e impietosamente scoperte. Tutt’intorno nient’altro che sangue. Ma Magda aveva parlato, le aveva urlato col poco respiro che ancora le rimaneva che l’amava, che lo avrebbe fatto in eterno. Erano le ultime parole di una madre.
Non
c’era tempo da perdere. Giulia d’istinto aprì la porta. Scese le scale,
ripetendo esattamente gli stessi movimenti di quel giorno, avvolta dallo stato
di trance. Corse… fu allora che rivide avvolta da una fitta nebbia,
l’immagine che l’ossessionava: quella dell’uomo-cappotto. Lo riconobbe,
nel cortile, ancora sporco di sangue: il sangue di sua madre. Il badile
era ancora lì vicino, appoggiato all’aiuola. Una Giulia perfettamente
cosciente nella sua incoscienza tornava a colpire la testa dell’aguzzino, lì…
come quella volta... Più volte, ancora di più e più forte gridava il nome di
sua madre. Piangeva, era disperata… cadde sulle sue ginocchia: una risata
fragorosa accompagnava il suo pianto: si sentì libera, finalmente libera.
L’ascensore,
ora, le sembrava la scelta più giusta. Si fermò al terzo piano, rientrò,
chiuse la porta. Accennò un sorriso. Era davvero a casa.
La
prepotenza paterna l’aveva salvata dalla tristezza di una vita reclusa;
l’astuzia di abili avvocati compiaciuti e vanagloriosi nei loro pomposi
discorsi, coperti unicamente dal prestigio di un nome di generazione in
generazione tramandato, ultimo baluardo di una “nobiltà in decadenza” e
dalla gloria di una toga che, lei sì, ne aveva visti di misfatti, aveva
tratto G. da un’accusa infamante: omicidio volontario,
trascinandola nel nero baratro dello stato più terribile: il senso di colpa.
Ma
ora Giulia aveva vinto la sua guerra, lottando e ferendosi; nessuna attenuante
per legittima difesa avrebbe potuto sottrarla al giudice più severo: la
sua coscienza.