IL RACCONTO DI  ELIANA IUORIO

 
"Sono una praticante avvocato abilitata al patrocinio, ma adoro dedicarmi alla lettura ed amo scrivere, per volar via dallo stressante quotidiano. 
Il 'rifugio' tra le pagine word, sta diventando giorno dopo giorno, opera di autoanalisi.
Al momento ho all'attivo sei racconti e sto scrivendo un racconto d'amore.
Ma scrivo quando sento di farlo, non è mai una forzatura."

HOME PAGE RACCONTI AUTORI VARI POESIE INTROSPETTIVE DI B.BRUNO NARRATIVA AFORISMI

UN GIORNO DI MARZO

 

Pensava Giulia, pensava.

Il suo passato era così nitido e vicino… ora le scorreva davanti come un film.

Si meravigliò di quanti ricordi riuscisse ad immagazzinare quella sua “testolina vuota” (così soleva rivolgersi a lei suo padre), sentiva che il coraggio le stesse sfuggendo via, la stesse abbandonando proprio nel momento meno opportuno.

Si soffermò, nel fare questi pensieri, a guardare fuori, oltre la finestra… i vasi erano tutti ben allineati, il balcone ordinato e pulito.

Tutt’intorno ordine, un ordine geometricamente perfetto. Si sentì avvolta da una strana ansia, un senso di nausea invadeva il suo stomaco. Era nella sua vita che mancava armonia, quel maledetto equilibrio di pensiero.. anche i vasi lì, immobili, sul davanzale cominciavano a farle rabbia..

D’un tratto si rese conto di essere sola in casa. Non che questo l’angosciasse, anzi, tutt’altro… ne sentiva il bisogno, un bisogno necessario, quasi “fisico”.

“Caos” – mormorò tra i denti –

Il presente la turbava. E c’era qualcosa che nonostante il suo cupo ottimismo, per la prima volta, la inquietava anche per il futuro.

“Le certezze vivono di attimi effimeri” – disse tra sé. Era strano. Chiunque avesse visto G., seduta a quel tavolo, ora, non ne avrebbe riconosciuto la voce né la forma.

Fu in quella mattina di marzo che Giulia Monteluna decise di compiere un gesto.

Un insano gesto.

Si avvicinò lentamente alla vetrata e con fare grave raggiunse in balconcino in ferro battuto. Il cielo era limpido e il sole s’era già levato da tempo.

G. si sporse dalla balaustra scura, il suo sguardo era rivolto verso il basso; il paese, come ogni giorno brulicava di persone indaffarate nel quotidiano gesto mattutino: la spesa.

La ragazza sorrise, pensò che somigliassero a tante formiche. Osservò il solito tabaccaio, sull’uscio del suo negozio, intento a mirare e rimirare il “didietro” delle avvenenti clienti, una volta uscite dalla sua “tana”.

Sorrise ancora, nel vedere il venditore ambulante di frutta prepararsi a reclamizzare i suoi prodotti, come ogni mattina, attraverso il megafono; si ricordò delle urla disperate di suo fratello che, quando cercava di rivolgere la sua attenzione al libro di chimica, rivolgeva all’incauto commerciante.

“Povero diavolo” – pensò – “Avrà pur il diritto di lavorare!”

L’eco di una canzone romantica la distolse da quell’osservazione.

Si sentì portare lontano dai ricordi..

D’un tratto i suoi occhi vennero attirati da una figura lontana… procedeva a grandi passi, celermente si apprestava a superare i passanti… un ometto snello avvolto in quello che ai suoi tempi doveva essere stato un cappotto di pelliccia, ma di scarsa fattura, affannava… Giulia trasalì. L’uomo si fermò di scatto. Fermo, davanti alla vetrina del negozio di fiori, l’incerta figura vi entrò.

Giulia dimenticò tutte le sue amarezze. Ora la curiosità aveva rubato il posto all’inquietudine: “Che cosa…” I suoi occhi si stringevano in un vano, disperato tentativo di dare un nome a quella figura di uomo.

Fu in quel preciso momento che udì lo squillo del telefono. E di nuovo l’amarezza la colse. “Sì, sì… arrivo…”

Era suo padre. Le rammentò che quella mattina si sarebbe dovuta recare presso gli uffici comunali.

Doveva ritirare un certificato.

Con aria rammaricata si diresse verso il guardaroba, tirò giù dall’appendiabiti il piccolo cappotto di lana pesante tutto ricami e colori: combatté a lungo con l’indumento, maledicendo mille e più volte la sua statura minuta, ma ne uscì vincitrice. Un sorriso di piena soddisfazione ed una massa di capelli arruffati incorniciavano ora il suo visino.

Afferrò le chiavi, le infilò nella toppa, ripeté i giri necessari per avere la minima sicurezza di poter tornare e trovare la porta di casa ancora ben chiusa; le rampe di scale da scendere erano soltanto sei.

Il portone di casa, alto e marmoreo, ormai le era alle spalle e lontano pareva salutare la sua piccola ospite. Quante volte, da bambina aveva trovato rifugio nel cortile, nascondendosi protetta dall’oscurità all’ombra del vecchio portone, quando i rimproveri le apparivano troppo ingiusti da sopportare...

Camminava con incedere pesante, sembrava non accorgersi dello spazio circostante, ma il profumo delle mimose la sopraffece. Gli alberi distribuiti lungo i marciapiedi, anch’essi in un ordine che rasentava la perfezione, sprigionavano un “che” di magico che inebriava il cuore.

Si fermò. D’un tratto le parve perfino di sentire il frinire delle rondini, avvolta com’era da un’aura mistica, nell’elevata adorazione di una forza superiore, che sentiva entrare prepotentemente nelle sue viscere..

La Natura. Con l’arroganza e la forza di tutte le manifestazioni atmosferiche, con il prepotente, veemente, sensuale vigore di ogni stagione la primavera partoriva i suoi primi frutti nell’animo umano.

La ragazza incontrò la mitezza e i colori della stagione più bella dell’anno, nel passeggiare verso la volta del Municipio, quella mattina di marzo.

Giulia attese. La fila allo sportello era di proporzioni spaventose, un fiume di gente diversa, urla di bambini, sudore, borbottii, risate... Due anziane signore discutevano animatamente tra loro, oggetto della curiosa diatrìba la presenza o meno dell’aglio nel tacchino farcito; più avanti una mamma in preda ad un attacco di nervi ripeteva (non ascoltata) al suo bambino di smetterla di piangere, perché una volta uscita fuori da quell’ “inferno” glielo avrebbe comprato, il gelatino; una ragazza tentava di estraniarsi dalla confusione, leggendo tra le pagine della rivista “Oplà” l’ultimo ritrovato in tema di dieta alimentare; un gruppetto di persone si lamentava della scarsa celerità dell’impiegato allo sportello, nel rilasciare i certificati. Fu allora che G. intravide tra la gente una sua vecchia compagna di scuola e pensò malignamente: “Eh, sì, gli anni sono davvero passati…”

Arrivò il suo turno. Ore 11:45. L’impiegato le porse il foglietto bianco, tanto agognato durante quell’ora e mezza di fila, un foglio leggerissimo, insignificante, nel quale si attestava lo Stato di famiglia di un tale Monteluna Lorenzo, classe 1950, un uomo come tanti. Eppure no, lui non era come tanti, lui era suo padre.

“Già” – pensò Giulia – “E’ mio padre”.

Un lontano ricordo, una poesia le tornò alla mente, così, d’impulso. La “testolina vuota” brulicava di pensieri, sembrava un vulcano pronto ad eruttare…

Notte, vuoto: nell’aria solo un grido. E una donna piange, urla... Lo stesso urlo che emetterà anche suo figlio, nascendo. E’ il figlio della guerra.

Quella poesia l’aveva letta chissà quando, chissà dove..

Pensò alla ragazza della posta, quella che leggeva di diete, provando un senso d’invidia.

La sua vita era diversa. Sarebbe stata diversa.

La strada era in salita: ora. Il lavoro di sapienti vetrinisti buttato via. Giulia non prestò attenzione ai negozi intorno, non rispose agli ammiccanti inviti che provenivano da quelle botteghe. Solo uno sguardo, chiedevano: nulla più. Ma Giulia non era Ulisse. Le sirene non l’avrebbero incantata.

Procedeva veloce, mani nelle tasche. Gli occhi continuavano a contare i sampietrini bianchi che calpestava, di volta in volta; una sola idea, un solo pensiero: a casa.

Il miagolio dei gatti nel cortile accompagnò il rientro di G. La ragazza accennò un composto richiamo. Il più grasso tra i felini si avvicinò, G. fece scivolare la mano sul dorso del rossiccio animale, ripetendo il tenero gesto più volte. Il gatto sembrò apprezzare e in un moto di innaturale generosità le regalò le sue fusa.

“Giulia!” – una voce gridò – “Giulia!!” – la ragazza si volse, ma non vide nessuno.

Il gatto si irrigidì di colpo, emise un bruttissimo miagolio e scappò tra i ficus del cortile, raggiungendo i suoi compagni di caccia. Era tornato “Re della foresta”.

G. attraversò il cortile, raggiunse le scale. Ora c’era una scelta, da fare.

Le rampe di scale erano sei, l’ascensore al piano terra.

Una smorfia infantile accompagnò la sua scelta. Affannando ancora, ultimò i consueti giri nella serratura.

La solita confusione la circondava, nelle stanze della casa. Il cappotto fu abbandonato sul letto.

“In cucina!” – G. impartì un ordine – e in cucina fu.

“Vediamo un po’…” – il grembiulino di cotone azzurro le pareva cucito addosso – “Un po’ d’olio nella padella…” – continuava a ripetere ordini, richiamando a sé i ricordi di una ricetta, esperimento già riuscito in passato – “Aglio… sì… rosolare l’aglio nell’olio e poi… aggiungere il pomodoro, giusto!”  Il fuoco era acceso, la padella fumante emanava calore ed un intenso profumo. Il pomodoro venne aggiunto. “Bene. Ora sale, pepe e basilico secco…”

Un fruscio. Un sottile alito di vento dietro le sue spalle. Ancora un profumo. Giulia cercò di convincere se stessa. Ancora una volta.

La ragazza urlò: “Ora l’acqua. Deve bollire, no?” – “Sì, certo che deve bollire”, sussurrò a sé. Giulia cercò di raggiungere un pacco di pasta dalla credenza. “Maledizione!” – le lezioni di danza di M.me Autreil non funzionavano. Pensò al denaro buttato via. Le punte dei suoi piedi erano massacrate, ma di alzarsi, proprio no. Fu lo scaletto a risolvere il problema “pasta”.

Il pranzo terminò. L’esperimento riuscì perfettamente, ancora.

Giulia riposava sul divano, ora. La tv era accesa, ma alla ragazza sembrava non esserlo. “Le solite chiacchiere!!” – disse tra sé, nervosa.

Il volume era al minimo, a farle compagnia solo le immagini di un mondo di lustrini a colori, estraneo alla sua vita.

Chiuse gli occhi riaprendoli velocemente; era un gioco o piuttosto un desiderio che ripeteva spesso, quello di trovarsi in una realtà diversa, nella sua realtà, una volta riaperti gli occhioni neri, dopo averli chiusi ed essersi estraniata dal mondo, sia pure per un attimo.

Avvertì una sensazione di nausea. Un brivido le percorse la schiena e la pelle si raggrinzì.

Davanti a sé, seduta sulla poltrona di fronte alla sua giaceva una figura scura: in cappotto. G. tremò. Mani sui braccioli, piedi ben piantati in terra, seduta, la figura la osservava. L’espressione era accigliata, come di rimprovero. Le immagini della tv, tanto disprezzate ed ora tanto desiderate, sarebbero state di conforto, ma l’apparecchio si spense quasi per farle un dispetto, mortificato dal suo disprezzo.

Un ricordo… La “sagoma” non le era nuova, no. La sua razionalità le tormentava la mente in quegli attimi di terrore. Doveva capire. Strinse gli occhi per vedere meglio: l’immagine era la stessa, ma non riuscì a carpirne i tratti somatici. Sentiva di essere osservata dalla “cosa”, ma non riusciva a coglierne alcuno sguardo. Buio. Le mani di G. divennero fredde; chiuse gli occhi. Ripeté il gioco, ma questa volta era un desiderio.

Fu esaudita. La figura sparì, ma non la lasciò sola. La sua compagnia, ora, era la paura.

Decise di alzarsi: barcollando si allontanò verso la cucina. I bicchieri, puliti, trasparenti, erano poggiati nel lavandino, sottosopra. Ne scelse uno, lo agitò per eliminare le gocce che ancora avvolgevano il bordo dorato; pazientemente attese che si riempisse d’acqua, trattenendolo sotto la fontana. Il liquido fresco, nell’attraversare l’esofago, scioglieva il nodo che l’angoscia le aveva prodotto all’altezza della gola.

Ma un rumore sordo, seguito da un urlo disperato paralizzò la ragazza: mani fra i capelli, sentiva il cuore frantumarsi come il bicchiere, scivolato pesantemente dalle sue mani. La memoria aveva vinto la razionalità.

Immagini in bianco e nero l’ossessionarono, quel pomeriggio di marzo.

Affannava. Lo squarcio nel cuore era profondo, il ricordo straziante di una donna, rantolante… il cortile, di notte.. tante urla, sangue…

Giulia pensò di morire, era febbricitante… camminava a tentoni per il corridoio, gli occhi velati dalle lacrime, bui, non vedevano nulla.. Era la mente a vedere, ora.. G. dimenava le braccia con movimenti scomposti cercando di afferrare qualcosa, fermare qualcuno.

E non era sola… no. Accompagnata dalla disperazione più lacerante di questo mondo si muoveva confusa nella sua casa.

Si fermò inspiegabilmente all’altezza del salone, vi entrò. Un altro urlo ruppe l’assordante silenzio della casa. Un ricordo ancora, ma questa volta incredibilmente nitido. Giulia entrava in trance.

 

Sua madre siede sul divano, intenta a leggere le pagine di una rivista di moda: è bellissima, i capelli lunghi, avvolti in uno chignon, di un nero intenso in cui una Giulia bambina amava vederne i riflessi blu incorniciano un viso perfetto, occhi scurissimi, pelle ambrata, mani delicate e flessuose che parevano ricamare sui tasti bianchi e neri del lungo pianoforte a coda del salone, quando G. le chiedeva di suonare per lei la “Canzone di Mozart” (così G. soleva appellare la “Piccola serenata notturna”), un pomeriggio come tanti… o no.

Il rumore del campanello interrompe la lettura di Magda.

 

Giulia si scosse, nel suo stato di trance: ora, occhi chiusi, riusciva a percepire il suono del vecchio campanello.

La ragazza continuava a tremare… altre visioni…

 

Magda abbandona il giornale alla sua destra sul divano nell’alzarsi in piedi, si avvicina alla porta d’ingresso: la apre.

 

Giulia stendeva le sue mani innanzi a sé, come per bloccare un’azione… gli occhi colmi di lacrime…

 

Una scena straziante.

Sua madre giace sul vecchio divano, viso tumefatto.. La gola è recisa, il candido seno scoperto, coperto di sangue. Le sue nudità, pudicamente sempre velate agli occhi di sua figlia erano lì, praticamente perfette e impietosamente scoperte. Tutt’intorno nient’altro che sangue. Ma Magda aveva parlato, le aveva urlato col poco respiro che ancora le rimaneva che l’amava, che lo avrebbe fatto in eterno. Erano le ultime parole di una madre.

 

Non c’era tempo da perdere. Giulia d’istinto aprì la porta. Scese le scale, ripetendo esattamente gli stessi movimenti di quel giorno, avvolta dallo stato di trance. Corse… fu allora che rivide avvolta da una fitta nebbia, l’immagine che l’ossessionava: quella dell’uomo-cappotto. Lo riconobbe, nel cortile, ancora sporco di sangue: il sangue di sua madre. Il badile era ancora lì vicino, appoggiato all’aiuola. Una Giulia perfettamente cosciente nella sua incoscienza tornava a colpire la testa dell’aguzzino, lì… come quella volta... Più volte, ancora di più e più forte gridava il nome di sua madre. Piangeva, era disperata… cadde sulle sue ginocchia: una risata fragorosa accompagnava il suo pianto: si sentì libera, finalmente libera.

L’ascensore, ora, le sembrava la scelta più giusta. Si fermò al terzo piano, rientrò, chiuse la porta. Accennò un sorriso. Era davvero a casa.

 

La prepotenza paterna l’aveva salvata dalla tristezza di una vita reclusa; l’astuzia di abili avvocati compiaciuti e vanagloriosi nei loro pomposi discorsi, coperti unicamente dal prestigio di un nome di generazione in generazione tramandato, ultimo baluardo di una “nobiltà in decadenza” e dalla gloria di una toga che, lei sì, ne aveva visti di misfatti, aveva tratto G. da un’accusa infamante: omicidio volontario, trascinandola nel nero baratro dello stato più terribile: il senso di colpa.

Ma ora Giulia aveva vinto la sua guerra, lottando e ferendosi; nessuna attenuante per legittima difesa avrebbe potuto sottrarla al giudice più severo: la sua coscienza.

 

 

 


Classifica di siti - Iscrivete il vostro!