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IL RACCONTO DI  LUIGI TORINO

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L'ULTIMO CAPOSTAZIONE

                                                     di Luigi Torino

 

La stazione di Codola! Queste parole colpiscono l’orecchio di chiunque abbia più di cinquant’anni con suono presago e melanconico. Con tutto il rispetto per i prodigi della scienza, proviamo un sentimento affine al disgusto, una volta giunti in stazione, a salire sul treno e raggiungere i nostri posti senza che nessuno si prenda cura di noi. Ci manca l’allegro invito <<Prego, Signori in carrozza>>, e la possibilità di avere una breve, ma istruttiva conversazione con un personaggio sorridente, in impeccabile divisa nera, che ci informava sulle prossime fermate e sul tempo occorrente per raggiungere la nostra destinazione. Abbiamo il cuore grosso al pensiero di non udire più il sospirato fischio del capostazione che ci portava ad esclamare <<Ah, finalmente si parte!>>.

 Avevamo proprio bisogno di tanta elettronica in ogni campo dell’attività umana? Ahimè! Possiamo porci domande e trovare risposte all’infinito, e tuttavia non riuscire minimamente a correggere il gusto perverso dell’attuale generazione, capace di trascorrere ore e ore al computer o ad armeggiare con il telefonino. Sappiamo che il tentativo è inutile, ci arrendiamo con dolente e filosofica rassegnazione e, indifferenti al probabile dileggio dei nostri figli, procediamo a raccontare.  

Mi ero recato in auto, un pomeriggio di primavera, presso la stazione di Codola a prendere mia figlia che giungeva in treno da Napoli, via Nocera, ossia facendo scalo a Nocera Inferiore e completando il tragitto con un trenino-navetta. La precisazione è d’obbligo, perché a Codola, da Napoli, si può arrivare anche attraverso un altro percorso, ossia via Cancello-Sarno. Era da molto tempo che non andavo in stazione, così, mentre parcheggiavo nello spiazzo antistante, non potei fare a meno di notare lo stato di abbandono e le profonde trasformazioni che avevano interessato l’intera struttura. Lo stabile appariva desolato e silente, le porte a piano terra erano state dotate di pesanti inferriate e un cartello, con la scritta AFFITTASI, faceva bella mostra di sé sull’angolo di una parete, in alto.

 Attraversai il cancelletto in ferro, per metà divelto, e raggiunsi l’ampio marciapiede che corre tra il fabbricato e il primo binario. Sostai davanti alla porta di quella che una volta era stato l’ufficio del capostazione e guardai prima a sinistra, verso Nocera Inferiore, e poi nella direzione opposta, verso Mercato S. Severino, per accertarmi dell’eventuale arrivo di un treno, ma non scorsi nessun convoglio in lontananza. Istintivamente alzai gli occhi verso il grande orologio a muro, bifronte, per controllare l’orario, ma vidi che aveva il vetro del quadrante lesionato ed era fermo. Continuando la perlustrazione della facciata dello stabile, il mio sguardo incontrò le campanelle in metallo poste al di sopra della porta della biglietteria: il suono di una di esse stava ad indicare che un treno era in arrivo. Molti anni addietro, quando frequentavo il liceo e raggiungevo Nocera in treno, il suono caratteristico che ciascuna campanella produceva, era sufficiente a farmi comprendere da quale direzione stava per arrivare il convoglio: se da Nocera o da Mercato S. Severino o da Cancello-Sarno. Dall’aspetto così mal ridotto, intuii che da molto tempo oramai le campanelle non assolvevano più il loro compito: una, quella di centro, era staccata addirittura e penzolava lungo il muro sospesa al cavo elettrico. Del resto, la grossa campana in plastica di un altoparlante, sistemata un poco al di sopra, lasciava chiaramente intendere che l’incombenza di informare i viaggiatori dell’arrivo di un treno non veniva più assolta dal suono metallico delle campanelle, ma da una voce monotona e inespressiva che la nuova tecnologia consentiva di far giungere fin lì da un lontano centro operativo. 

Guardai verso l’ufficio del capostazione, ma i vetri opachi impedivano di vedere all’interno. Mi avvicinai allora alla porta della biglietteria e sbirciai attraverso i vetri: il disordine regnava incontrastato. Abbandonata in un angolo giaceva la grossa apparecchiatura dalla quale una volta il bigliettaio estraeva i talloncini di cartone con prestampato il nome delle destinazioni più ricorrenti: Nocera, Salerno, Napoli, Roma, Milano. Oggi, i biglietti non riportano più la destinazione, ma indicano soltanto il chilometraggio consentito, e si acquistano dal giornalaio sotto casa o si comprano online. Rivolsi poi la mia attenzione al locale successivo e scrutai all’interno della sala bar. Non una tazzina da caffè ornava i tavoli polverosi e sul bancone in rovina bottiglie e bicchieri erano poggiati alla rinfusa. Lungo le pareti scrostate penzolavano ancora le stampe colorate che facevano la pubblicità ad una nota marca di birra e alla coca-cola. Anche la sala d’attesa non era in migliori condizioni. Appariva deserta ed inutile; le voci dei viaggiatori non risuonavano più al suo interno, né si scorgevano passeggeri assonnati sdraiati sulle panche ospitali. Su una parete laterale, una stampa in bianco e nero riproduceva un’antica locomotiva a vapore, mentre sulla parete di fondo c’era un solo grosso cartellone: l’avviso degli orari dei treni vecchio di vent’anni.  

Mi voltai verso il deposito e i locali di servizio, situati poco distanti. Dov’era il manovratore che agitando la bandiera rossa indicava il via libera? Dov’era l’addetto agli scambi che, con i pantaloni tenuti stretti alle estremità da mollette, montava in bicicletta e andava ad azionare la leva per indirizzare il prossimo treno su un altro binario? Dov’era il caposquadra addetto alla manutenzione delle rotaie? Dov’era il magazziniere e dove il facchino con il carrettino per il trasbordo dei bagagli da un treno all’altro? Tutti spariti, scomparsi; il deposito in sfacelo, la pensilina antistante pericolante e il pesante cancello del passo carraio bloccato da robuste catene. Pure la vecchia fontana in ghisa, nell’angolo più lontano, soffocava sotto il peso dei vecchi mattoni che una volta la proteggevano, e il gallo, l’orgoglio del pollaio gestito in comune dal personale, non cantava più sul muro diroccato.

Iniziai allora a percorrere il marciapiede lungo i binari, e dovetti fare molta attenzione perché l’erba, cresciuta in più punti, aveva sollevato le mattonelle rendendo pericoloso il cammino. Ad un certo punto, l’altoparlante annunciò che il treno proveniente da Napoli, via Nocera, quello di mia figlia, viaggiava con circa mezz’ora di ritardo. Irritato, mi sedetti sull’unica panchina ancora agibile rimasta tra le aiuole abbandonate, le altre erano state probabilmente profanate dai ragazzi esasperati dalle lunghe attese. Non so quanto tempo rimasi lì a pensare. Non un cameriere in giacca bianca e pantalone scuro a domandarmi <<Signore, gradisce ordinare qualcosa?>>, né un viaggiatore forestiero a chiedermi informazioni, non c’era niente che potesse distrarmi dalle mie tristi considerazioni sugli effetti a volte amari della tecnologia.    

Poi un rumore distante di passi lenti e furtivi attirò la mia attenzione. Guardai verso l’ingresso della stazione. Perbacco! Sul lastrico logoro e coperto di erbacce camminava un capostazione. Non ci si poteva sbagliare: in testa, un berretto rosso con fregio dorato e monogramma FS sopra la larga visiera in plastica nera; in dosso, un vestito scuro con  giacca dagli ampi risvolti, camicia bianca e scarpe nere. Ma ahimè! La giacca pendeva floscia intorno alla vita emaciata e lunghe pieghe ne deturpavano l’antica eleganza. La faccia dell’uomo era piena di rughe e profondi solchi, che scendevano fino al pizzetto, avevano preso il posto del piglio severo. Indossava ancora i suoi panni di capostazione, ma lo spirito della professione lo aveva abbandonato: era solo l’abito di un capostazione.

Camminò avanti e indietro per un po’ senza mai  voltare il capo verso di me. Di tanto in tanto gettava uno sguardo afflitto verso lo stabile abbandonato e in rovina. Era uno sguardo terribilmente esauriente: invocava distruzione per tutti gli aggeggi tecnologici appiccicati alla facciata.

Con mio grande stupore - confesso, non privo di timore -, volse improvvisamente gli occhi verso la mia panchina, e avanzò verso di me.

<<È la tecnologia che ci ha ridotto così>>, disse a denti stretti.

<<Già>>, risposi io, alquanto a disagio. <<La mia macchina non saprebbe fare un passo se non ci fossero tutte quelle diavolerie elettroniche a guidarla…>>

<<Si è talmente schiavi della tecnologia da non riuscire neppure a compiere la più semplice delle azioni. Ha visto in che stato sono ridotte le campanelle? E le aiuole? E il pollaio? Possiamo anche procedere alla distruzione di tutti gli alberi e di tutti gli animali, ma quando non potremo che parlare tra noi uomini>>, ribatté infervorato, <<il silenzio sarà totale. Oggi la tradizione è soverchiata dall’avanzare della tecnologia. Che vada al diavolo!>>

C’era qualcosa di vago e di terribile nell’imprecazione. Badai a non interromperlo e lo guardai attentamente in viso.

 <<Ho fatto di tutto e di più perché questa stazione non venisse svilita, ma conservasse l’antica dignità>>, riprese poi in più miti accenti. <<Sono stato l’ultimo ad arrendermi. Quando fui promosso capostazione e mi fu assegnata come sede Codola, benché la stazione fosse situata in aperta campagna ed isolata, acconsentii, anche contro il parere di mia moglie, di mettermi ad abitare nei locali al primo piano dello stabile. Volevo essere il più possibile vicino al luogo di lavoro. Ritenevo che era il modo migliore per assolvere il compito che mi era stato assegnato: far funzionare alla perfezione una stazione non molto grande, ma strategicamente importante sia per il traffico passeggeri, sia per il trasporto merci. Codola rappresentava il nodo di raccordo tra due grandi direttrici: la linea Napoli-Nocera-Salerno, che continuava per la Calabria e la Sicilia, e la linea Cancello-Avellino-Benevento che proseguiva per le Puglie. Ho avuto alle mie dipendenze fino a trenta persone tra bigliettai, macchinisti, manovratori, addetti alla manutenzione e magazzinieri. Avevo stipulato una convenzione con una piccola locanda situata nell’unico fabbricato esistente nel raggio di un chilometro dalla stazione; a turno vi si recavano a pranzare i dipendenti che non risiedevano nei dintorni>>.

Un amaro sorriso di trionfo accese il volto dell’ex capostazione mentre ricordava i suoi successi. Poi, chinandosi verso di me,  mi invitò a seguirlo. Mi condusse davanti all’ingresso di quello che una volta era il suo ufficio e, con mia viva sorpresa, estrasse dalla tasca dei pantaloni un grosso mazzo di chiavi e aprì la porta facendomi segno di entrare con lui nella stanza. L’ostacolo, i vetri opachi che prima mi avevano impedito di guardare all’interno, era stato rimosso. Una volta dentro, rimasi esterrefatto. Tutto era perfettamente in ordine, non un solo granello di polvere sulla scrivania o sui mobili che arredavano l’ufficio. Uno scaffale in fondo accoglieva numerose cartelle ben riposte.

<<Sono stato l’ultimo capostazione ad utilizzare quest’ufficio>>, dichiarò, <<così ho conservato le chiavi anche dopo essere andato in pensione. Di tanto in tanto, all’insaputa di tutti, penetro all’interno della stanza e, seduto sulla poltrona vicino al camino, trascorro qualche oretta in compagnia della mia pipa. Quanti dispacci della Direzione compartimentale delle Ferrovie che apportavano modifiche agli orari dei treni ho letto stando seduto a quella scrivania! Quanti passi, negli ultimi anni di servizio, ho percorso su e giù per questa stanza imprecando contro quei dirigenti che, tagliando il numero delle corse, hanno tolto alla stazione l’antica importanza! Quante volte mi sono riscaldato assieme agli addetti al turno di notte a quel caminetto! Quante signore, su questa porta, mi hanno ringraziato per aver assicurato il perfetto trasbordo dei loro bagagli da un treno all’altro!>>.

All’inizio, il suo viso esprimeva solo tristezza; ma un po’ alla volta, ripensando alle amate signore, un debole riflesso di quel mondo affabile e signorile gli era balenato sui tratti emaciati illuminandogli il viso.

Richiuse l’ufficio e mi riportò sull’ampio marciapiede. Le luci dei riflettori che illuminavano a giorno i binari accentuavano il dissesto delle piastrelle. Ci fermammo davanti all’ingresso sbarrato del bar.

<<Il gestore di questo locale era una persona affabile e gentile, eravamo diventati amici>>, disse. <<Fu il primo a chiudere. Erano sempre meno le persone che venivano in stazione per prendere il treno, mentre quei pochi viaggiatori che attraversavano i binari per trasferirsi da un treno all’altro, non avevano manco più il tempo di bere un caffè>>.

Mentre pronunciava queste parole, un ghigno sprezzante gli corrugò le guance. Quest’ultimo ricordo fu troppo per il capostazione; mi strinse forte la mano e velocemente si avviò verso l’uscita. Mentre lo guardavo allontanarsi, l’altoparlante annunciò l’arrivo imminente del treno da Nocera. Una pallida luce precedette il fragore delle carrozze che si avvicinavano alla stazione. Per un attimo, ma soltanto per un attimo, mi parve di vedere, strettamente assicurati da robuste corde al vagone di testa, Bill Gates e Steve Jobs. Un barlume di inesprimibile gioia accese il mio cuore, ma durò poco.

<<Papà, mi dai una mano per i bagagli>>, era la voce di mia figlia che mi riportava alla realtà.     



 

 

 


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