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GIOVANNI PASCOLI: La pioggia

GIOVANNI PASCOLI


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POESIE POCO FAMOSE 

LA PIOGGIA
*

 

La pioggia

Cantava al buio d'aia in aia il gallo.

E gracidò nel bosco la cornacchia:
il sole si mostrava a finestrelle.
Il sol dorò la nebbia della macchia,
poi si nascose; e piovve a catinelle.
Poi tra il cantare delle raganelle
guizzò sui campi un raggio lungo e giallo.

Stupìano i rondinotti dell'estate
di quel sottile scendere di spille:
era un brusìo con languide sorsate
e chiazze larghe e picchi a mille a mille;
poi singhiozzi, e gocciar rado di stille:
di stille d'oro in coppe di cristallo.
(Giovanni Pascoli, Myricae, 1891, 1903)

 

PARAFRASI

Il gallo cantava al buio di aia in aia. La cornacchia gracidò nel bosco: il sole , che si mostrava a spiragli , rese dorata la nebbia diffusa nella macchia di bosco, poi si nascose e piovve a catinelle. Poi , in mezzo ai canti delle raganelle , guizzò sui campi un raggio di sole lungo e giallo. I rondinotti d'estate si stupivano di quello scendere di gocce di pioggia sottili come spilli: era un brusio mischiato a deboli scrosci di pioggia, già si formavano larghe pozze d'acqua per terra, e poi il picchettio delle gocce divenne fitto, le gocce incominciarono ad interrompersi , come un singhiozzo e infine si fecero rade: sembravano gocce d'oro in coppe di cristallo.

METRICA  La poesia è costituita da endecasillabi ed è una ballata minima , così definita perchè il ritornello, il primo verso, è costituito appunto da un unico verso. Ciascuna strofa , formata da sei versi , è divisa in una prima parte, la fronte, e in una seconda, la volta. Ciascuna fronte è costituita dai primi quattro versi della strofa, in rima alternata tra di loro. La volta di ogni strofa è invece costituita dagli ultimi due versi, il primo dei quali in rima baciata con l'ultimo della fronte, e il secondo in rima con il ritornello.

La poesia descrive un ambiente rurale e per questo contiene vari vocaboli onomatopeici, che servono a meglio rendere l'atmosfera, come "gracidò", "cornacchia" (v2), "brusio" (v10), "singhiozzi" (v12).

 
Stupore fanciullesco, per questa poesia paradigmatica dello stile di Pascoli. Tutto sembra accadere in pochi secondi, per una sorta di sovrapposizione di suoni ed immagini testimoniata dalle ripetizioni di termini ravvicinati: d'aia in aia, il sole, il sol.

Un'alba di pioggia, la luce che nasce dal buio,
il risveglio del mondo. E' come un'orchestra di luci: attacca il gallo, lo segue la cornacchia, mentre il sole comincia ad illuminare il palcoscenico. Ma in tutto questo, la pioggia. Non si tratta di una pioggia cattiva, bensì di uno scroscio benevolo, di un effetto speciale sul concerto d'estate. E' una festa a cui brindare con stille d'oro in coppe di cristallo. Nessuna scenografia artificiale vale la natura, nessuno schermo o tecnologia potrà mai raggiungerla: la natura è viva, è feconda. La seconda parte della poesia è molto significativa in tal senso: languide sorsate, singhiozzi. E' quasi un amplesso, una continua nascita, che nessuna perfetta ripetizione digitale potrà mai eguagliare, perché la vita non è tecnologia, la vita è un miracolo di fronte a cui restare a bocca aperta, come un bambino che mira dal portico un alba baciata da un temporale d'estate.

 
 


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