DANTE : Così nel mio parlar voglio esser aspro

DANTE : Così nel mio parlar voglio esser aspro

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Così nel mio parlar voglio esser aspro

 

Così nel mio parlar voglio esser aspro
com'è ne li atti questa bella petra,
la quale ognora impetra
maggior durezza e più natura cruda,
e veste sua persona d'un diaspro
tal che per lui, o perch'ella s'arretra,
non esce di faretra
saetta che già mai la colga ignuda;
ed ella ancide, e non val ch'om si chiuda
né si dilunghi da' colpi mortali,
che, com'avesser ali,
giungono altrui e spezzan ciascun'arme:
sì ch'io non so da lei né posso atarme.
Non trovo scudo ch'ella non mi spezzi
né loco che dal suo viso m'asconda:
ché, come fior di fronda,
così de la mia mente tien la cima.
Cotanto del mio mal par che si prezzi
quanto legno di mar che non lieva onda;
e 'l peso che m'affonda
è tal che non potrebbe adequar rima.
Ahi angosciosa e dispietata lima
che sordamente la mia vita scemi,
perché non ti ritemi
sì di rodermi il core a scorza a scorza
com'io di dire altrui chi ti dà forza?

  

Livello metrico

Canzone di sei stanze di 13 versi ciascuna, più un congedo di 5 versi. Le stanze, miste di endecasillabi e settenari, si dividono in una fronte di 8 versi (con primo e secondo piede che ripetono lo stesso schema metrico) e una sirma di cinque versi (aperta da un endecasillabo di chiave e divisa in due volte, ciascuna delle quali è costituita da una coppia di versi a rima baciata. Lo schema delle stanze è pertanto ABbC, ABbC; C, Dd, EE. Il congedo ricalca la sirma.
La metrica si caratterizza per il ricorrere delle rime baciate, le quali conferiscono al testo un «effetto di insistenza incalzante» (Contini) che ben si adatta alla violenta passionalità del tema e all’asprezza dello stile. Le rime sono per lo più ricercate, difficili, costruite a volte mediante parole rare (per esempio, nella sesta stanza, «ferza» : «terza» : «scherza» : «sferza» ai vv. 67-68, 71-72). Esse presentano sovente suoni aspri e scontri di consonanti: oltre al caso citato – e solo a titolo di esemplificazione – rileviamo nella prima stanza le rime in -etra (vv. 2-3, 6-7), in -aspro (vv. 1, 5), in -arme (vv. 12-13); nella seconda stanza le rime in -ezzi (vv. 14, 18) e in -orza (vv. 25-26).
Tra gli artifici in rima si segnalano due rime derivate («petra» : «impetra», vv. 2-3; «ferza» : «sferza», vv. 67 e 72) – che sono anche rime ricche – e una rima equivoca («latra» : «latra», vv. 58-59: il primo vocabolo è un aggettivo, il secondo un verbo). Numerose sono anche le allitterazioni, per lo più con l’effetto di evidenziare i suoni aspri. Il modello stilistico della canzone è dunque lontanissimo dal dolce stile e va piuttosto ricercato nel trobar clus di Arnaut Daniel.

STILE
La scelta lessicale si adegua a questa dichiarazione: l’asprezza della canzone si deve infatti in primo luogo ai numerosi vocaboli dal suono duro (valorizzati, come si è appena visto, soprattutto in rima). Il lessico, inoltre, non è sottoposto alla rigorosa selezione tipica della fase stilnovistica della poesia dantesca (che tendeva, come sappiamo, alla rarefazione dell’atmosfera poetica e all’allontanamento da ogni troppo diretto richiamo alla concretezza del reale). Troviamo invece termini desunti dai più diversi registri linguistici; incontriamo similitudini e metafore tratte dall’ambito della natura e da quello militare (e questa non sarebbe una novità), ma anche da quello della navigazione (vv. 18-21), da quello delle attività artigianali (si pensi alla «lima» e alla «scorza» dei vv. 22 e 25) e perfino da quello dell’alimentazione, non soltanto umana («manduca, v. 32; «bruca», v. 33). All’asprezza dei suoni e delle immagini corrisponde una sintassi che raggiunge notevoli livelli di complessità e, talora, di difficoltà.

Livello tematico
Il testo può essere diviso in due blocchi: le prime quattro stanze sono dominate dal tema della crudeltà della donna (elemento innovativo  che mantiene sempre la donna in una sfera più elevata, addirittura soprannaturale). Le ultime due stanze e il congedo vedono invece capovolgersi i ruoli: è il poeta, sia pure solo con l’immaginazione, a infierire con crudeltà sulla donna, applicando contro di lei una sorta di legge del contrappasso1. Entrambi i blocchi iniziano con la stessa parola: «così» (vv. 1 e 53).