PETRARCA : La vita fugge, et non s'arresta una hora

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La vita fugge, et non s'arresta una hora

La vita fugge, et non s'arresta una hora

 

La vita fugge, et non s'arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti et le passate
mi dànno guerra, et le future anchora;

e 'l rimembrare et l'aspettar m'accora,
or quinci or quindi, sì che 'n veritate,
se non ch'ì ò di me stesso pietate,
ì sarei già di questi penser'fòra.

Tornami avanti, s'alcun dolce mai
ebbe 'l cor tristo; et poi da l'altra parte
veggio al mio navigar turbati i vènti;

veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, et rotte arbore et sarte,
e i lumi bei che mirar soglio, spenti.

 

La prima quartina è dedicata alla descrizione: chiamandosi fuori da sé, Petrarca immagina vita e morte personificate, l’una in fuga, l’altra militarmente in inseguimento a marce forzate (la metafora è tratta dalle strategie belliche romane che, in caso di spostamenti veloci, prevedevano l’abbandono i bagagli e vere e proprie corse quam maximis itineribus, in cui si mangiava ciò che il popolo, richiamato da un araldo, porgeva dai margini delle strade e si urinava continuando a camminare).
Tra i due elementi si pone il poeta, su cui convergono, in arme, il passato, il presente e il futuro.

La vita fugge, et non s’arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti et le passate
mi dànno guerra, et le future anchora
;

La morte di Laura, togliendo spazio alle speranze, lascia il poeta in uno stato di prostrazione in cui ricordare e prospettare sono ugualmente angosciose. Una lunga perifrasi allude al suicidio, negato non appena balugina all’animo sofferente. Il tempo, pur così ostile, appartiene a Dio e non può disporne l’uomo. Del resto, la morte che “vien dietro” nella quartina precedente è non meno angosciosa della vita in fuga. Insomma, in un sonetto tutto antitetico, due prospettive, paura e desiderio del nulla, si elidono e si contraddicono a vicenda.

e ’l rimembrare et l’aspettar m’accora,
or quinci or quindi, sí che ’n veritate,
se non ch’i’ ò di me stesso pietate,
i’ sarei già di questi penser’ fòra.

Tutto viene rimesso in discussione, anzi imperiosamente il pensiero si concretizza davanti al poeta: sono stato mai felice? Il soggetto e l’oggetto sono invertiti fra loro e l’enfasi data all’avverbio “mai” in rima dimostra che altra risposta non c’è, se non quanto già affermato al v.5. Nell’abusata metafora della vita come nave su mari in tempesta, Petrarca identifica le forti repulsioni verso tutti i periodi della sua vita nei venti contrari che squassano la nave e la devastano in navigazione, cioè in vita, anziché condurla al porto agognato della morte fisica e dell’immortalità poetica.

Tornami avanti, s’alcun dolce mai
ebbe ’l cor tristo; et poi da l’altra parte
veggio al mio navigar turbati i vènti;

L’ultima terzina è apocalittica: il “veggio” in anafora, in allitterazione, per di più, con venti, regge stavolta una serie di complementi. La metafora si trasforma in allegoria, lo stazio individuale si fa quadro (e il riferimento a certe raffigurazioni pittoriche di tempesta mi pare sollecitato dall’enfasi concessa alla vista e alle “luci” ormai spente degli occhi di Laura).
Tutto è perduto, lo dimostra la variatio che lega i complementi fra loro in sintagmi sempre più ampi e sconquassati nell’ordine solito delle parole fino al bellissimo chiasmo dell’ultimo verso, esaltato dalla sospirosa allitterazione di s.

veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, et rotte arbore et sarte,
e i lumi bei che mirar soglio, spenti
.

  

PARAFRASI:

La vita fugge e non si ferma un attimo, e la morte la segue a marce forzate, e le cose del presente e del passato mi stancano e anche quelle del futuro. Da una parte il ricordo del passato mi angoscia, dall'altra l'attesa del futuro, a tal punto che sinceramente io mi sarei già tirato fuori da tali pensieri, se non fosse per la pietà che ho per me stesso. Mi tornano in mente quelle gioie che provò il mio cuore addolorato e poi guardando il futuro vedo una tempesta che si scaglia sulla mia navigazione; vedo la tempesta persino nel porto, e vedo il timoniere già stanco ,e abbattuti gli alberi e le sartie della nave, e gli occhi belli di Laura, che ero abituato a guardare, erano privi di luce.

FUNZIONI SPAZIO TEMPORALI:

Lo spazio e il tempo assumono significato di eternità. Passato,presente e futuro convergono nel presente, andando a formare un "eterno presente".

STRUTTURE MORFOSINTATTICHE:

In questo componimento non troviamo dei periodo complessi formati da proposizioni particolari, ma troviamo la PARATASSI, cioè periodi semplici.

LINGUAGGIO POETICO:

-Metafore: prima parte: si ha la personificazione
della morte con la guerra.

seconda parte: l'esistenza dell'uomo viene paragonata ad una navigazione.

-Variatio Complementi: la troviamo nell'ultima terzina, sta a significare la variazione, in questo caso, del complemento oggetto.

-Enfasi: anch'essa la troviamo nell'ultima terzina vv:14, riferita agli occhi di Laura " bei lumi".

-Rime: ABBA, ABBA, CDE, CDE

-Enjambement: vv. 3-4; vv. 9-10; vv. 10-11; vv. 12-13.

-Anafora: "veggio" vv. 11; vv.12

-Iperbato: riguarda il soggetto, è l'aggettivo ad esso riferito sta alla fine del verso. vv.14 " bei lumi.... spenti"

-Allitterazioni: congiunzione "et", più volte ripetuta.

-Anastrofe: vv.7 e 8

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE:

1) La frantumazione dell'io del Petrarca, si denota soprattutto dai termini " rimembrare e aspettare",essi sono antitetici.
Il ricordo a lui provoca dolore; il pensiero del passato, vivere il presente e la speranza in un futuro nel quale non trova speranza lacerano il suo stato d'animo.

2)Il tempo e lo spazio sono comunque riferiti all'io del poeta.
essi assumono il significato di " eterno presente" convergendo nel presente.

3)Nel suo componimento, Umberto Saba, come l'eroe Ulisse, dovette superare tanti ostacoli, avendo dentro di se ancora il desiderio di conoscere.
La dimensione interiore si riflette sul paesaggio, che diventa uno specchio del dissidio da cui è lacerato, ma si tratta di un dissidio molto diverso da quello Petrarchesco.Per Petrarca il Porto rappresenta la salvezza.


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