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I PROMESSI SPOSI


 

  Capitolo XXXIV. L'ansioso Renzo arriva a Milano, basta una moneta per ottenere il rapido consenso della guardia. Entrando in città avverte dovunque la desolazione per colpa della peste . L'attenzione di Renzo è poi richiamata dalle invocazioni di una donna sequestrata in casa con i suoi bambini, perché il marito è morto di peste. La donna rischiava di morire di fame. Renzo le porge il poco pane di cui dispone e si incarica di avvertire qualcuno. Infatti poco dopo incontra un prete, al quale affida la donna e gli chiede informazioni su dove abita donna Prassede. Ma via via che scorre lungo i quartieri della città, da quelli periferici a quelli del centro, Renzo si imbatte in scene raccapriccianti di dolore e di morte. Carri guidati da monatti erano adibiti alla raccolta dei malati o dei cadaveri. Assiste all'episodio della madre di Cecilia, una bambina morta di peste. Riesce poi a trovare finalmente la casa di don Ferrante, ma qui apprende che Lucia è al lazzaretto, l'ospedale degli appestati. Scambiato per un untore, riesce a stento a sottrarsi a un gruppetto di gente imbestialita, saltando su di un carro di monatti. Renzo non vede l’ora di lasciare quella turpe compagnia e, appena gli pare riconoscere la strada, a Porta Orientale, scende dal carro. Il lazzaretto non è lontano. Renzo entra e si ferma un momento in mezzo al portico a contemplare quel mare di dolore.

Capitolo XXXV. L'aria si fa sempre più afosa, il cielo si copre di una coltre di umidità greve, quando Renzo entra nel lazzaretto: un insieme di capanne e di fabbricati posticci, alzati per la circostanza, accanto ad altri in muratura. L'impressione è quella del covile segnato da un vasto brulichio prodotto da sani e malati, da serventi e da folli, impazziti per la peste, da gente variamente indaffarata. Su tutto domina l'organizzazione imposta dai cappuccini ed è, il loro, un ordine esemplare sempre tenendo conto che bisogna amministrare, confortare, curare o avviare al cimitero ben sedicimila appestati. La visione generale è quella che insorge da un luogo che è un condensato, un contenitore di grandi sofferenze su cui incombe l'aria ed il cielo nebbioso. Il primo gruppo di malati, collocati a parte, dentro un recinto, è quello dei bambini allevato da nutrici e da capre: alcuni sono neonati ed hanno bisogno di costante cura ed attenzione. Molte donne guarite dalla peste provvedono alla cura dei bambini: ma anche le capre, quasi consapevoli della grande sofferenza, offrono mansuete il proprio latte ai bambini. È uno spicchio di umanità che intende sopravvivere e resistere nonostante tutto sembri avviare a morte o a disperazione. E proprio in un atteggiamento di padre che si cura dei propri piccoli Renzo intravede dopo tanto tempo la cara immagine di padre Cristoforo. Affettuoso l'incontro tra i due. Il padre dopo essere stato per anni a Rimini, per pressioni esercitate sui superiori ha ottenuto di essere richiamato a Milano e di essere adibito al servizio dei malati. Renzo gli fa un succinto riassunto delle sue avventure e dice di essere nel lazzaretto in cerca di Lucia. Potrebbe essere, se è ancora viva, nel recinto assegnato alle donne: è proibito entrarvi. Ma il padre lo autorizza date le buone intenzioni che lo animano. Ma Lucia sarà viva? Se non dovesse essere viva, Renzo si dice pronto a fare vendetta su don Rodrigo, che è all'origine di tutte le disavventure sue e di Lucia. E a questo punto padre Cristoforo lo redarguisce e alla legge di vendetta contrappone la legge cristiana del perdono e della carità. Lui, che ha fatto l'esperienza dell'assassinio di un uomo, sa quanto arida sia la strada della vendetta e quanto allontani da Dio e quindi dall'umanità la ricerca di una giustizia che impone morte per morte. La vera giustizia è la carità che compensa la morte di un uomo con la crescita ideale di nuova umanità. Renzo convinto si dice disposto al perdono del suo avversario. E il frate lo conduce in una capanna dove gli mostra don Rodrigo moribondo: ecco come si è ridotto colui che voleva farsi padrone dell'altrui vita! E il padre non sa decidere se in quelle condizioni il signorotto sia per un castigo o per un atto di misericordia della divinità.

Capitolo XXXVI. Finita la processione, Renzo si avvia nei reparti riservati alle donne; poi, postosi accanto ad una capanna, sente la voce di Lucia.  Il voto, che ancora Lucia insiste a voler rispettare, a lui risulta irrazionale. Padre Cristoforo  ascolta da Lucia tutta la storia del voto, comprende che si tratta di un gesto nobile ma viziato .  Così padre Cristoforo pronuncia la formula di scioglimento, ed insieme dà ad ambedue un avvertimento : possono tornare come promessi sposi ai pensieri di una volta  con una vita  spesa alla ricerca del bene . Così si congeda il frate, con ormai nel volto i segni indelebili della peste. Lucia resta nella capanna ad assistere la mercantessa che le si è affezionata. Renzo decide di partire subito per andare ad avvertire Agnese del ritorno di Lucia.

Capitolo XXXVII.  Uscito dal lazzaretto Renzo è sorpreso da un temporale, quello che porterà via la peste. Vede Agnese, ritorna a Bergamo dal cugino per cercarsi una casa, è di nuovo al paesello ad attendervi Lucia che, trascorsa la quarantena, si accinge a ritornare. Prima della partenza, apprende la morte di padre Cristoforo, il processo contro la monaca di Monza, e la morte anche di donna Prassede e don Ferrante.

Capitolo XXXVIII.  Lucia fa ritorno al suo paesello e può così finalmente ritrovare la madre Agnese ed il promesso sposo Renzo. Dopo i primi gioiosi festeggiamenti, il ragazzo va poi subito a fare visita a Don Abbondio e chiede nuovamente al religioso di celebrare il matrimonio. Don Abbondio non dice espressamente di no ma continua ancora a proporre scuse per non compiere il proprio dovere, puntanto soprattutto sul mandato pendente su Renzo e sulla sconvenienza di celebrare pubbliche nozze nel territorio di Milano. Il giovane fa ritorno alla casa di Lucia e racconta l'esito della missione alle donne.
Nel pomeriggio dello stesso giorno Agnese e Lucia tentano nuovamente di convincere il curato a svolgere il matrimonio. L'esito sarebbe stato ancora lo stesso se Renzo prima ed il sagrestano Ambrogio poi non avessero comunicato a tutti loro che la casa di Don Rodrigo è stata occupata da un marchese parente del tiranno e molto famoso per la sua bontà. La notizia rende certa la morte di Don Rodrigo e don Abbondio, venuta meno la sua fonte di terrore, cambia completamente atteggiamento: si dichiara disponibile a celebrare il matrimonio e scherza amorevolmente con tutti sulle vicende appena vissute. Il giorno dopo il curato riceve anche una visita dallo stesso marchese e saputo che l'uomo vuole risarcire Renzo e Lucia per i danni causati loro dal suo parente deceduto, consiglia lui di comprare a buon prezzo le case dei giovani e di attivarsi per fare annullare il mandato di cattura pendente sul ragazzo. Renzo e Lucia diventano così sposi per bocca di don Abbondio e ricevono in dono anche l'assoluzione di Renzo ed un'altra sostanziosa donazione di denaro (la compravendita delle case avviene per mano di un dottore, non però di Azzecca-garbugli, morto di peste).
Dopo un doloroso addio a tutti gli amici ed i conoscenti, Renzo, Lucia ed Agnese lasciano infine anche il paese ed il territorio di Milano per raggiungere Bortolo nel territorio bergamasco. La vita nella loro nuova residenza non è però felicissima per Renzo: sapute le vicende dei due giovani, l'aspettativa in paese per l'arrivo di Lucia è altissima e non mancano i commenti negativi quanto tutti si accorgono che si tratta comunque di una semplice contadina. Quando viene messo in vendita un filatoio a buon prezzo alle porte di Bergamo, il giovane non esita a comprarlo insieme al cugino ed a lasciare così anche questo paese. Aspettative per Lucia non ce ne sono più ed i due sposi possono finalmente godersi la pace del matrimonio, dando anche alla luce numerosi figli, la prima dei quali, come promesso, viene chiamata Maria.
Il romanzo termina con la celebre morale messa in bocca a Lucia: «...lo non sono andata a cercare i guai: sono loro che sono venuti a cercar me... i guai vengono bensì spesso perché ci si è dato cagione; ma la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani...».


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