RINALDO D'AQUINO


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Rinaldo d'Aquino
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Rinaldo d'Aquino

Poeta della scuola siciliana (sec. XIII). Forse falconiere di Federico II, chiamato "messere" nei canzonieri più antichi, appartenne probabilmente alla famiglia di San Tommaso: secondo un'azzardata proposta di identificazione, si tratterebbe del fratello stesso del filosofo, da lui rapito nel 1244 con l'aiuto di Pier della Vigna. Coltivò i due filoni della scuola siciliana: quello cortese (celebre la canzone Per fin'amore vao sì allegramente, lodata da Dante nel De vulgari eloquentia) e quello popolareggiante: si ricordi il noto lamento per la partenza del crociato: “Già mai non mi conforto, la cui apparente ingenuità lo ha fatto apparire alla critica romantica superiore ai suoi meriti”.

 

RINALDO D’AQUINOCome poeta della scuola poetica siciliana Rinaldo ha avuto notevole successo per un altro suo brano, il lamento di una donna afflitta dalla partenza del proprio uomo alla crociata del 1227-28, quella che vide partecipe l'imperatore.

 

Per fin'amore vao sì allegramente

ch'io non aggio veduto

omo che 'n gio' mi poss'apareare;

      e paremi che falli malamente

omo c'ha riceputo

ben da signore e poi lo vol celare.

       Ma eo no 'l celaraio,

com'altamente Amor m'ha meritato,

che m'ha dato a servire

a la fiore di tutta caunoscenza

e di valenza,

ed ha bellezze più ch' eo non so dire:

Amor m'ha sormontato

lo core in mante guise e gran gio' n'aggio.

 

Aggio gio' più di null' om certamente,

c'Amor m'ha sì ariccuto,

da che li piace ch' eo la deggia amare:

poi che de le donne [ella] è la più gente,

sì alto dono aio avuto,

d'altro amadore più deggio in gioi stare;

       ca null' altro coraggio

non poria aver gioi ver' cor 'namorato.

Dunqua, senza fallire,

a la mia gioi null'altra gioi sì 'ntenza,

ne[d] ho credenza

c'altr'amador potesse unque avenire,

per suo servire, a grato

de lo suo fin' amore al meo paraggio

 

     Para non averia, sì se' valente,

ché lu mond' ha cresciuto

lo presio tuo sì lo sape avanzare.

     Presio d'amore non vale neente,

poi donn' ha ritenuto

in servidore, ch'altro vol pigliare:

    ché l'amoroso usaggio

non vol che sia per donna meritato

più d'uno a ritenere;

ched altrui ingannare è gran fallenza

in mia parvenza.

Chi fa del suo servire dipartire

quello ch'assai c'è stato

senza malfare, mal fa signoraggio.

 

     Signoria vol ch' eo serva lealmente,

che mi sia ben renduto 

bon merito, ch'eo non saccia blasmare;

      ed eo mi laudo che più altamente

ca eo non ho servuto

Amor m'ha coninzato a meritare:

     e so ben che seraggio

quando serò d'Amor così 'nalzato.

Però vorria complere,

con' de' fare chi sì bene inconenza;

né[d] ho credenza

ch'unque avenisse ma' per meo volere

si d'Amor non so' aitato

in più d'aquisto ch'e o non serviraggio.

 


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