SAFFO: AD AFRODITE


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AD AFRODITE

 O eterna Afrodite, figlia di Zeus,
dal variopinto trono, tu che ordisci inganni;
o veneranda, ti prego, non domar con affanni e dolori
l'animo mio,

ma vieni qui; se anche altra volta
esaudisti la mia preghiera, da lontano
udendo la mia voce; lasciata la casa del padre
giungesti

sopra il carro d'oro. Belli ti portavan
veloci passeri sulla nera terra,
fitte battendo, per l'aere azzurro,
le ali.

E presto giunsero. Tu, o beata, sorridendo
nel volto immortale, chiedesti perché
ancora ho sofferto, e per quale cagion ancora
t'invoco,

e cosa l'animo mio inquieto più brama:
- Chi devo ancora persuadere che conduci
al tuo amore? Chi ti offende,
o Saffo?

Ché se ti fugge, presto t'inseguirò,
se non accetta doni, anzi ne donerà,
se non t'ama, pur non volendo, presto
t'amerà. -

Vieni a me anche ora; liberami dai penosi
affanni; tutto ciò che l'animo mio
desidera che si compia per me, compi.
Aiutami.

 

Complice la dea Afrodite, Saffo per prima enuncia la legge per cui chi ama deve essere riamato. La stessa sintetizzata da Dante in un celeberrimo verso del V dell'Inferno: «amor ch'a nullo amato amar perdona»

"O immortale Afrodite, dal trono variopinto, figlia di Zeus, tessitrice di inganni, ti supplico, non domare con dolori e tormenti,o signora il mio cuore; ma vieni qui, se mai anche l’altra volta udendo da lontano la mia voce l’ascoltassi,e, lasciata l’aurea dimora del padre, venisti dopo aver aggiogato il carro; e belli ti portavano i passeri veloce sulla nera terra battendo rapide le ali dal cielo attraverso l’etere; subito giunsero e tu, o beata, con un sorriso sull’immortale tuo volto, mi chiedesti che cosa di nuovo io soffrissi, perché di nuovo ti chiamassi, che cosa più di ogni altra di nuovo nel mio folle cuore io desiderassi che mi accadesse."
"Chi di nuovo devo convincere ad accettare il tuo amore? Chi, o Saffo, ti fa torto?
Che se sfugge, presto inseguirà se non accetta doni, ne darà, se non ama, presto amerà, anche se non vorrà."
"Vieni in mio aiuto anche ora, liberami dai tormentosi affanni e tutto ciò che il mio cuore desidera compiere, tu compilo: tu stessa sii la mia alleata."

Si tratta dell'unica opera della poetessa  giunta sicuramente nella sua interezza fino a noi e ci è stata conservata dal retore Dionigi di Alicarnasso, vissuto al tempo di Augusto. Saffo del suo presente ci dice pochissimo: cinque delle sette strofe sono dedicate alla rievocazione della passata epifania della dea, osservata dal momento in cui Afrodite lascia la casa di Zeus e aggioga il carro trainato dai passeri. Giù dal cielo, attraverso l'etere, questi la conducono alla poetessa. La dea appare: le sue parole sono scandite dalla triplice anafora  nel discorso indiretto, cui risponde la triplice anafora  nella sesta strofe, tutta intessuta di elementi che si bilanciano nella contrapposizione tra presente e futuro, con l'esaudimento del desiderio di Saffo grazie alla costrizione divina esercitata sulla fanciulla ribelle.  Vi troviamo una lunga descrizione dell'epifania, in cui Afrodite viene vista scendere dal cielo su un carro guidato da passeri (animali a lei sacri), in risposta alle suppliche della poetessa.
L'amore viene espresso in forma drammatica dalle parole della dea e il suo atteggiamento affettuoso verso Saffo è certamente anticonvenzionale rispetto alle tradizionali descrizioni di epifanie.
I sentimenti descritti non sono per solo espressione di vicende reali della vita nel tìaso, ma s'inquadrano anche in un preciso contesto rituale, per questo motivo viene scelto lo schema della preghiera alla divinità.
Saffo, in questo caso, si rivolge ad Afrodite, poiché un nuovo amore la fa soffrire, e chiede di liberarla dai suoi affanni, come aveva già fatto altre volte, persuadendo al suo amore la ragazza oggetto di desiderio.


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