LUDOVICO ARIOSTO: ASTOLFO SULLA LUNA (ORLANDO FURIOSO)

LUDOVICO ARIOSTO


HOME PAGE    DIDATTICA SCUOLA    POESIE 200-900    COMMENTI POESIE FAMOSE    LETTERATURA

ASTOLFO SULLA LUNA
 

Oh fameliche, ingiuste e feroci arpie (gente straniera)

che per l'Italia accecata e piena di ogni sbaglio,

forse per punire antiche e malvagie colpe,

la giustizia divina conduce in ogni mensa!

Ragazzini innocenti e madri devote

non si reggono in piedi dalla fame, e vedono che in una sola cena

questi mostri malvagi divorano completamente

ciò che sarebbe il sostegno per il loro vivere.

 

2

Commise un grosso errore colui che aprì la grotta (le frontiere)

dove già da molti anni erano state loro rinchiuse;

grotta dalla quale emerse il fetore e l'ingordigia,

che si diffuse poi per l'Italia rendendola infetta.

Il bel vivere a quel punto si sommerse;

e la quiete fu in tal modo lasciata fuori,

che in guerre, in povertà ed in ansia

l'Italia è stata continuamente dopo, e ci starà per ancora molti anni:

 

3

fino a che un giorno, ai figli indolenti, pigri,

non scuterà, prendendoli per i capelli, la testa e li strapperà così al letargo,

gridando loro: "Non ci sarà chi cerchi emulare

il valore di Calai e Zete?

che dal puzzo e dagli artigli delle arpie

liberi le mense, e le faccia così tornare liete e pulite come erano prima,

così come essi (Calai e Zete) fecero con le arpie di Fineo, e dopo di loro

fece il paladino con quelle del re di Etiopia."

 

4

Il paladino con l'orribile suono, del corno fatato, continuò

ad inseguire le brutte arpie, in fuga e sconfitte,

finché si fermò ai piedi di un monte,

là dove esse erano entrate in una grotta.

Tenne le orecchie attente verso ogni suono proveniente dall'apertura,

e sentì quindi l'aria della grotta percossa e rotta

da pianti, urla e da continui ed eterni lamenti:

indizi evidenti che lì si trovava l'Inferno.

 

5

Astolfo decise di entrarvi dentro,

e vedere coloro che hanno perso la vita, la luce del giorno,

e penetrare nella terra fino al suo centro,

ed aggirarsi per i gironi dell'Inferno.

Diceva: "Che cosa devo temere entrando nell'Inferno,

potendomi sempre aiutare con il corno fatato?

Farò fuggire Plutone e Satana

ed il cane a tre teste, Cerbero, toglierò di mezzo dal mio cammino."

 

6

Subito scese dal destriero alato,

e lo lasciò legato ad un piccolo arbusto:

si calò quindi nell'antro, ma prima prese con sé

il corno, ponendo ogni speranza di sopravvivenza in quello.

Non riuscì ad andare molto avanti, che subito gli diede fastidio

al naso ed agli occhi un fumo nero e spiacevole,

più difficile da sopportare che se fosse stato di pece e di zolfo:

Astolfo non cessa comunque di proseguire oltre.

 

7

Ma più Astolfo va avanti, più diviene denso

il fumo e la caligine, e ritiene

quindi di non poter più proseguire oltre;

e che sarà necessario ritornare indietro.

A quel punto, non riesce a capire cosa possa essere, vede qualcosa muoversi sulla volta della caverna, così come può muoversi

al vento il corpo morto di un impiccato,

dopo essere stato per molti giorni esposto alla pioggia ed al sole.

 

8

Così poca, quasi totalmente assente, era la luce

lungo quella strada piena di fumo e buia,

che il duca Astolfo non riesce a comprendere, ed a distinguere,

che cosa possa essere quella cosa che si muoveva in aria in quel modo;

e per poter avere maggiori informazioni, si appresta

a dargli uno o due colpi con la propria spada.

Ritiene infine che non debba essere altro che uno spirito;

poiché gli sembra di riuscire a colpire solo la nebbia.

 

9

Sentì allora qualcuno parlare con una voce triste:

"Deh, senza causare danni ad altri, scendi giù!

Mi molesta putroppo il nero fumo

che dal fuoco dell'inferno si spande in ogni luogo."

Allora il duca, pieno di stupore, si arresta

e dice all'ombra: "Possa Dio togliere ogni forza

al denso fumo, così che non riesca più salire là dove tu ti trovi,

ma non ti dispiaccia che conosca la sua situazione.

 

10

Se vuoi che porti tue notizie

nel modo dei vivi, sono pronto a soddifarti."

Rispose l'ombra: "Alla luce del giorno, bella e che dà vita,

mi sembra cosa buona poter tornare anche solo per fama,

tanto che mi strapperà a forza le parole

il grande desiderio che ho di ricevere tale dopo, di essere ricordata,

ed il mio nome e la mia situazione, chi sono, ti dirò,

anche se il parlare mi risulta faticoso e fastidioso."

 

11

E cominciò quindi a raccontare: "Signore, il mio nome è Lidia,

figlia, di nobile stirpe, del re di Lidia,

dal sublime giudizio di Dio

condannata per l'eternità a stare qui in mezzo al fumo,

per essere stata nei confronti del mio fedele amante,

quando ancora ero in vita, ingrata e spiacevole.

Questa grotta è piena di altre, innumerevoli, anime,

poste qui a subire la mia stessa punizione per la stessa colpa.

 

12

C'è qui la crudele Anassarete, più in basso,

dove il fumo è più denso e la pena quindi maggiore.

Il suo corpo rimase al mondo convertito in pietra,

mentre l'anima venne qua giù, nell'Inferno, a patire la pena,

dopo che di vedere impiccato, per sua opera, il misero e triste

suo amante, potè sopportare senza commuoversi.

Qui vicino c'è Dafne, che si accorge ora di quanto

abbia sbagliato a fare tanto correre Apollo.

 

13

Sarebbe troppo lungo se delle infelici anime

di femmine ingrate, che si trovano in questa parte dell'Inferno,

io volessi ad una ad una raccontarti;

poiché sono tante da tendere all'infinito.

Più lungo ancora sarebbe parlarti degli uomini

ai quali l'ingratitudine ha recato danno,

e che vengono ora puniti in un luogo peggiore,

dove il fumo li acceca ed il fuoco li cuoce.

 

14

Perché le donne sono più facili e propense

nel credere alle cose, una maggiore punizione merita però

chi le inganna. Lo sano bene Teseo e Giasone

ed Enea, colui che mosse guerra nel Lazio all'antico regno Romano;

lo sa bene Ammone, che il proprio fratello Assalone spinse contro di sé,

con sanguinosa ira, per l'aver violentato la sorella Thamar;

ed altri ed altri ancora: in numero infinito,

che hanno abbandonato chi le mogli e chi i mariti.

 

15

Ma per raccontare più di me che degli altri,

e rendere più evidente l'errore che mi condusse poi qui,

tanto bella, ma altezzosa ancora di più, fui in vita,

tanto che non so se altra mai donna mi avesse eguagliata:

neppure saprei dirti chiaramente, tra questi due,

se prevalesse in me l'orgoglio oppure la bellezza;

sebbene la superbia o l'essere altezzosa, nacque

dalla bellezza che a tutti gli occhi piacque.

 

16

Vi era a quel  tempo in Tracia un cavaliere, Alceste,

ritenuto il migliore al mondo con le armi,

il quale, da più di testimone attendibile,

sentì tessere le lodi della mia particolare bellezza;

a tal punto che spontaneamente decise

di voler darmi in dono tutto il suo amore,

ritendendo di meritare, in nome del proprio valore,

che io tenessi come cosa cara il suo cuore.

 

17

Giunse in Lidia; e con un laccio più forte

rimase quindi legato, intrappolato, dopo che mi ebbe vista.

Con gli altri cavalieri si mise nella corte

di mio padre, nella quale accrebbe di molto la propria fama.

Il grande valore personale e gli svariati

atti di coraggio che mostrò, sarebbe lungo

a raccontarti, e le infinite ricompense che si sarebbe meritato

se avesse servito un uomo con maggiore gratitudine di mio padre.

 

18

Panfilia e Caria, ed anche il regno dei Cilici,

mio padre potè vincere in battaglia per opera di costui;

tanto che mai mio padre spinse l'esercito contro nemici

più di quanto questo cavaliere valoroso voleva.

Costui, ritenendo ora che i benefici portati

lo meritassero, un giorno con il re ebbe un colloquio privato

e gli chiese, quale premio per le numerose conquiste

generate dal suo aiuto, che io diventassi sua moglie.

 

19

Fu respinto dal re, che ambiva a fare maritare sua figlia

con un uomo di alta condizione sociale,

non con costui che, essendo solo un cavaliere,

non possedeva altro se non il proprio valore personale:

e mio padre, troppo abbandonato al semplice guadagno,

e anche all'avarizia, scuola per apprendere ogni vizio,

apprezza tanto le buone maniere o ammira le virtù personali,

quanto un asino può apprezzare ed ammirare il suono di una lira.

 

20

Alceste, il cavaliere di cui io ti parlo

(essendo questo il suo nome) vedendosi

respinto da cui più di ogni altro avrebbe dovuto mostrargli

gratitudine, chiede il permesso di partire;

e minaccia il re, allontanandosi, di farlo

pentire di non avergli dato in sposa la figlia.

Se ne andò quindi dal re di Armenia, antico rivale

del re di Lidia e suo principale nemico;

 

21

e tanto lo stimolò, lo istigò, da indurlo

a prendere le armi ed a muovere guerra contro mio padre.

Alceste, come merito per le sue illustri e famose gesta,

fu quindi fatto capitano di quelle squadre dell'esercito.

Per il re di Armenia tutte le altre cose cose

disse che avrebbe conquistato: solo il mio corpo elegante

e bello voleva come ricompensa

per il suo operato, una volta ottenuta la completa vittoria.

 

22

Io non sarei in grado di spiegare in modo chiaro il grave danno

che Alceste fece a mio padre in quella guerra.

Sconfigge quattro eserciti, ed in meno di un anno di guerra

lo riduce in condizioni tali da non lasciargli più in possesso alcuna terra,

ad eccezione di un castello, che ripidi pendii rendono

fortissimo; e là dentro il re si serra

con quelli della corte che più gli sono cari,

e con il tesoro che in breve vi potrebbe portar fuori da tale situazione-

 

23

In quel castello ci assediò Alceste; ed in non molto

tempo ci ridusse ad un tale stato di disperazione,

che mio padre avrebbe, con buon patto, accettato

che la moglie e la serva, ed anche me con loro, gli venissero lasciate

insieme alla metà del regno, se in questo modo avesse sperato

di poter essere risparmiato da ogni altro danno.

Di vedersi in breve tempo privato di quel poco che ancora gli restava

era ben certo, per morire poi come prigioniero.

 

24

Si appresta quindi a tentate, prima che ciò accada,

ogni rimedio che avesse potuto aver successo;

invia me, che ero causa di ogni male,

fuori dalla rocca, là dove Alceste si trovava.

Io vado d Alceste con l'intenzione

di cosegnarmi come prigioniera,

e di pregarlo affinché prenda la parte del regno

che più voleva, e tramuti quindi l'ira in pace.

 

25

Non appena Alceste apprende che io vado a trovarlo,

subito mi viene incontro pallido e tremante:

di un vinto e di un prigioniero, a guardarlo bene,

aveva l'aspetto piuttosto che di un vincitore.

Io, conoscendo che cosa lo faceva ardere, non mi rivolgo a lui

così come avevo prima meditato:

vista l'occasione che mi si presenta, prendo una nuova decisione,

più adeguata allo stato d'animo in cui lo trovo.

 

26

Comincio quindi a maledire l'amore che lui provava nei miei confronti,

ed a lamentarmi con forza della sua crudeltà,

del fatto che ingiustamente aveva oppresso mio padre,

e che aveva cercato di prendermi con la forza;

che mostrando più grazia nei miei confronti sarebbe riuscito

ad avermi di lì a pochi giorni, se solo avesse saputo mantenere

in modo deciso le buone maniere che aveva avuto inzialmente,

e che al re ed a tutti noi furono tanto gradite.

 

27

E sebbene, inizialmente, mio padre

gli aveva respinto l'onesta sua richiesta di matrimonio

(essendo per sua natura un poco scontroso,

non si piega mai alla prima richiesta),

non avrebbe dovuto diventare restio a servirlo con devozione

per questo rifiuto, e provare subito ira nei suoi confronti;

anzi, agendo sempre meglio, doveva essere sicuro

di giungere in breve tempo alla tanto desiderata ricompensa.

 

28

E se ancora mio padre restio nei suoi confronto

fosse rimasto, io l'avrei poi pregato tanto

che avrebbe comunque fatto del mio amante il mio sposo.

Se tuttavia l'avessi visto ancora ostinato nel suo rifiuto,

avrei fatto tale opera di nascosto,

ed Alceste si sarebbe potuto elogiare per l'avermi potuta avere.

Ma poiché a lui, ad Alceste, sembrò invece meglio tentare in altro modo,

ero ora ferma nella decisione di non amarlo mai.

 

29

E sebbene ero venuta da lui, mossa

da la pietà che provavo nei confronti di mio padre,

doveva essere certo che non avrebbe potuto godere a lungo

del piacere che contro la mia volontà gli davo;

perché avrei macchiato la terra con il mio sangue, mi sarei uccisa,

non appena al suo perverso desiderio avessi

con il mio corpo dato soddisfazione

in ciò che sarebbe stato del tutto contro la mia volontà.

 

30

Usai queste parole ed altre simili,

avendo capito quanto potere avevo nei suoi confronti;

e lo resi la persona più pentita, tanto che mai

si sarebbe potuto trovare un eremita più pentito di lui. 

Mi cadde ai piedi, e mi supplicò intensamente

peché, con il coltello che si era tolto dal fianco

(e cercava in ogni modo di farmelo prendere),

mi vendicassi di quel suo grave errore.

 

31

Vedendolo in questa condizione, io intendo

approfittare sino in fondo di quella grande vittoria personale:

gli do speranza di poter essere ancora degno

di godere della mia persona,

se, ponendo rimedio al suo errore, l'antico regno

farà restituire a mio padre;

e contemporaneamente sarà disposto a rinconquistarmi

servendomi, amandomi, e mai più volendo agire per mezzo delle armi.

 

32

Alceste mi promise di agire come da me richiesto, e nella rocca

mi fece tornare illesa, così come a lui ero giunta,

senza nemmeno osare di baciarmi sulla bocca:

vedi dunque come gli tenni stretto il giogo intorno al collo;

vedi dunque come Amore l'abbia colpito per mezzo mio,

come non è necessario che scocchi altre frecce per colpirlo.

Andò il cavaliere dal re di Armenia, al quale l'antico regno

avrebbe dovuto andare in consegna stando ai patti:

 

33

e con i modi migliori che era in grado di usare,

lo prega affinché lasci a mio padre il regno,

le cui terre ha depredato e lasciato vuote,

e torni a godere la propria patria, l'antica Armenia.

Quel re, con entrambe le guance scaldate dall'ira,

disse ad Alceste che non ci pensasse nemmeno;

che non aveva intenzione di ritirarsi da quella guerra,

fintanto che mio padre era ancora in possesso di un palmo di terra.

 

34

E per il fatto che Alceste si stava esprimendo

alla pari di una vile donzella, avevano avuto un danno.

Il re non vuole perdere, per le preghiere di Alceste,

ciò che con tanta fatica aveva conquistato in un intero anno.

Alceste lo prega di nuovo, e poi si duole

del fatto che le preghiere non hanno effetto su di lui.

In ultimo si arrabbia e lo minaccia

di volere che lui faccia, per forza o per amore, ciò che lui gli chiede.

 

35

L'ira crebbe tanto che lo spinse

a passare dalle cattive parole ai peggiori fatti.

Alceste impugnò la spada contro il re,

fra mille cavalieri che si erano fatti avanti in suo aiuto,

e nonostante il loro intervento, lo uccise sul posto:

e quello stesso giorno sconfisse gli Armeni,

con l'aiuto dei cavalieri della Cilicia e della Tracia,

pagati da Alceste stesso, e di altri suoi seguaci.

 

35

Andò oltre quelle vittoria, a sue spese,

senza nessun spreco di denaro da parte di mio padre,

ed in meno di un mese ci rese tutto il regno.

Poi, per ricompensarci del grave danno,

oltre alle terre spoglie che ci diede, conquistò anche

in parte, e ponendo in parte un pesante tributo,

l'Armenia e la Capadocia, con noi confinanti,

e fece scorrerie per l'Ircania fino al confine del mare.

 

37

Invece di accoglierlo in trionfo, al suo ritorno

pensammo di ucciderlo.

Ci trattenemmo poi dall'intento, per non ricevere danno;

poiché lo vediamo troppo forte con gli amici che lo circondavano.

Fingo di amarlo, ed in più, di giorno in giorno,

gli do la speranza di poter divenire sua sposa;

ma prima, contro altri nostri nemici,

dico di volere che dia dimostrazione del suo valore.

 

38

A volte da solo, a volte con poca gente al seguito,

lo mando a compiere strane e pericolose imprese,

che avrebbero potuto causare la morte, facilmente, di mille cavalieri:

ma a lui invece riuscirono tutte bene;

perché tornò sempre vittorioso, e spesso dovette

combattere con persone orribili e mostruose,

contro i Giganti e contro i cannibali Lestrigoni,

che erano pericolosi per le nostre regioni.

 

39

Non lo fu mai dal fratellastro Euristeo, non fu mai

Ercole tanto messo alla prova neanche dalla matrigna Giunone

in Lerna, in Nemea, in Tracia, in Erimanto,

fino alle valli dell'Etolia, alle valli Numide,

sul Tevere, sul fiume Ebro ed in ogni altro luogo; quanto,

con infinite preghiere e con desiderio omicida,

fu sottoposto ad imprese colui che mi amava,

cercando sempre di togliermelo di torno.

 

40

Non potendo raggiungere l'intento di dargli la morte,

arrivo ad architettarne uno di eguale fine:

lo induco a trattare male tutti quelli che io senti

possano essere suoi amici, e faccio in modo che tutti lo odino.

Alceste, che provava contentezza

soltanto nell'ubbidirmi, senza prestare alcuna cura

era sempre disposto a menare le mani ad ogni mio cenno,

senza guardare nemmeno chi aveva davanti.

 

41

Dopo che mi resi conto, con questo aiuto,

di aver estinto ogni nemico di mio padre,

e di aver quindi conquistato Alceste, per mezzo di lui stesso,

poiché non aveva mantenuto, per fare a noi piacere, amico alcuno;

ciò che gli avevo con finto viso

nascosto fino ad allora, gli spiego ora in modo chiaro:

che un grande e mortale odio nutro nei suoi confronti,

e cerco solo, continuamente, che venga ucciso.

 

42

Considerando poi che se causassi personalmente la sua morte

sarei cadruta in pubblico disonore

(era cosa nota quanto io fossi in debito nei suoi confronti,

e sarei quindi sempre stata additata come crudele),

ritengo che avrei fatto abbastanza se gli avessi impedito

di presentarsi innanzi ai miei occhi.

Non volli più né vederlo né parlargli,

nessun suo messaggero ascoltai, nessuna sua lettera accettai.

 

43

Questa mia ingratitudine gli diede

tanta sofferenza che alla fine, sopraffatto dal dolore,

e dopo aver lungamente chiesto invano pietà,

cadde ammalato e ne rimase ucciso.

Come punizione richiesta per il mio peccato,

ora ho gli occhi lacrimosi ed il viso colorato

dal nero fumo: e così li avrò in eterno;

poiché nessuna redenzione è prevista all'Inferno."

 

44

Dopo che l'infelice Lidia ha smesso di parlare,

il duca Astolfo procede oltre per vedere se può trovare altre anime:

ma il fumo, che era la punizione per i peccati

di ingratitudine verso gli amanti, diviene più denso davanti a lui,

tanto da non consentirgli più di procedere oltre;

anzi, è costretto a tornare indietro, anzi,

perché la vita non gli venga tolta

dal fumo, deve accelerare sempre più i propri passi.

 

45

Il rapido alternarsi dei piedi ha l'aspetto

di una corsa, e nondi chi passeggia o prosegue trottando.

Avanza tanto, risalendo lungo la ripida salita,

che vede alla fine il punto dove la grotta si apriva verso l'esterno;

e l'aria, prima piena di fumo e triste,

cominciava ad essere attraversata dalla luce del giorno.

Alla fine, con grande affanno e grave difficoltà respiratoria,

esce dall'antro e si lascia alle spalle il denso fumo.

 

46

E perché la via di uscita sia impedita

a quelle bestie, le Arpie, che hanno il ventre tanto ingordo,

raduna massi ed abbatte molti alberi

che si trovavano nei paraggi, alcuni di zenzero ed altri di pepe;

come gli è possibile, davanti all'apertura della grotta

costruisce con le proprie mani una barriera:

e gli viene tanto bene quella costruzione,

che le Aripe non riusciranno mai più a tornare libere all'aperto.

 

47

Il fumo nero prodotto dalla scura pece,

mentre Astolfo si trovava nella tetra caverna,

non macchiò soltanto, ed infettò, l'esterno del duca, corpo ed abiti,

ma entrò e penetrò anche sotto i panni;

così che alla ricerca di acqua fu spinto ad andare

per un bel pò di tempo; ed alla fine fuori da una pietra,

nella foresta, vide sgorgare una fonte d'acqua

nella quale potè lavarsi dalla testa ai piedi.

 

48

Salì poi in groppa al cavallo alato, l'ippogrifo, e si alzò in aria

per giungere fino alla cima di quel monte,

che si crede non essere lontano, nel punto più alto,

dal cerchio della luna.

Tanto è il desiderio che lo spinge a poter vedere con i propri occhi,

che si interessa solo del cielo e della terra non si cura ora più.

Sale sempre più in alto in cielo,

fino ad arrivare alla cima della montagna.

 

49

A zaffiri, rubini, oro, topazi e perle,

e diamanti ed altre pietre preziose di colore giallo,

potrebbero assomigliare i variopinti fiori che

il venticello aveva fatto nascere lungo i lieti pendii:

così verde le erbe che, potendole avere

giù sulla terra, avrebbero superato per bellezza gli smeraldi;

no beno belle erano le fronde degli alberi,

sempre ricche di frutti e di fiori.

 

50

Cantano fra i rami i leggiadri uccellini,

di colore azzurro, bianco, verde, rosso e giallo.

Mormoranti ruscelli e placidi laghi

superano per limpidezza i cristalli.

Un dolce venticello che sembra soffiare

sempre allo stesso modo e dalla sua dolcezza non sembra mai allontanarsi,

faceva ondeggiare l'aria circostante tanto

che il calore del giorno non poteva dare fastidio:

 

51

e quel venticello ai fiori, ai frutti ed alla verdura,

andava rubando i diversi profumi,

e di tutti ne faceva una mistura

con la quale nutriva di dolcezza l'aria.

In mezzo alla pianura sorgeva un palazzo

che sembra essere acceso da una viva fiamma:

tanto splendore e tanta luce tutt'intorno

irradiava, ben oltre ogni consuetudine umana.

 

52

Alstolfo verso quel palazzo,

il cui perimetro superava trenta miglia,

fa muovere il proprio destriero a passo lento, senza fretta,

ammirando, ora da una parte ed ora dall'altra, il bel paesaggio:

e giudica brutto e malvagio, in confronto a quello,

e che sia in antipatia al cielo ed alla natura,

questo fetido mondo che abitiamo noi:

tanto è invece quello dolce, chiaro ed allegro.

 

53

Non appena Astolfo è vicino, volando, a quel luminoso tetto,

rimane sbalordito per la meraviglia:

poiché il muro è interamente ricoperto di una gemma,

più lucida e rossa del rubino.

che opera stupenda, che abile architetto!

Quale altra costruzione nel nostro mondo le rassomiglia?

Taccia chiunque le sette meraviglie

del mondo è solito esaltare tanto.

 

54

Dal lucente vestibolo di quella

felice casa, si fa incontro al duca Astolfo un vecchio,

con indosso un mantello tanto rosso ed una gonnella tanto bianca,

che l'una potrebbe confrontarsi con il latte, l'altro con il minio.

 

Hai i capelli bianchi, e bianca anche la mascella,

ricoperta da una folta barba che scende lungo il petto;

ed ha un viso tanto venerabile,

da sembrare uno degli eletti del Paradiso.

 

55

Costui, con viso gioioso, al paladino,

sceso da cavallo in segno di riverenza,

disse: "Oh cavaliere, che per volere divino

sei salito fino al paradiso terrestre,

benché non sia questa la destinazione del tuo cammino,

né sia visto da te come l'oggetto del tuo desiderio;

credici comunque se ti dico che non senza una profonda ragione

sei tu giunto qui dall'emisfero boreale.

 

56

Per imparare come devi prestare aiuto

a re Carlo, e come la santa fede togliere dalla situazione di pericolo,

sei venuto da me per ricevere consiglio,

dopo un così lungo viaggio, senza averlo deciso consapevolmente.

Non al tuo sapere e neanche al tuo valore vorrei

che attribuissi il merito di essere giunto qui, o figlio;

poiché né il tuo corno magico, né il cavallo alato

sarebbe serviti a qualcosa, se Dio non ti avesse concesso di arrivare qui.

 

57

Ragioneremo poi insieme con maggiore tranquillità,

e ti dirò come dovrai comportarti:

ma prima vieni a ristorarti con noi;

che il lungo digiuno deve ormai esserti fastidioso."

Il vecchio, continuando il suo discorso,

fece molto meravigliare il duca Astolfo

quando, rivelando il proprio nome, gli disse

di essere colui che aveva scritto il vangelo:

 

58

quel Giovanni a Gesù Cristo, il Redentore, tanto caro,

che tra i discepoli si sparse la voce

che non avrebbe terminato la propria vita con la morte;

così che fece sì che il figliolo di Dio

disse a Pietro: "Perchè comunque ti affanni,

se io voglio che stia ad aspettare la mia venuta così come è?"

Sebbene non disse: egli non deve morire,

è chiaro comunque che volle dire proprio così.

 

59

Lì in paradiso fu elevato, e trovò anche la comagnia di altri,

poichè prima di lui Enoch, il patriarca, era giunto con il proprio corpo;

ed erano entrambi insieme al grande profeta Elia,

a non avere ancora visto l'ultima sera, a non essere ancora morti;

e fuori dall'atmosfera pestilente e malvagia del mondo,

si godranno l'eterna primavera di quel paradiso terrestre,

fino a che le trombe degli angeli non segnaleranno

il giorno del Giudizio Universale.

 

60

Con gentile accoglienza, il cavaliere

fu fatto alloggiare dai santi in una stanza;

in una altra si provvide affinché al suo destriero

fosse data a sufficienza della buona biada.

Diedero a lui da mangiare alcuni frutti del paradiso,

di tale sapore, che a suo giudizio, senza scuse

non sono stati i due primissimi antenati, Adamo ed Eva,

se a causa di quei frutti furono così poco obbidienti alle regole divine.

 

61

Dopo che l'aventuroso duca ebbe

soddisfatto i bisogni della propria natura umana,

tanto con il cibo, quanto con il riposo,

avendo ricevuto proprio tutte le comodità;

al sorgere del nuovo giorno, nell'ora in cui Aurora lascia il vecchio sposo Titone,

che, nonostante l'età avanziata, non smise mai di piacerle,

si vide venire incontro, mentrè si alzava dal letto,

il discepolo, Giovanni, tanto amato teneramente da Dio

 

62

il quale lo prese per mano, e con lui discorse

di molte cose meritevoli del silenzio:

e poi disse: "Figliolo, tu forse non sai

che cosa stia accadendo in Francia, sebbene tu venga proprio da lì.

Sappi quindi che il vostro cavaliere Orlando, avendo deviato

dal giusto cammino le insegne di difensore della Chiesa a lui affidate,

è ora punito da Dio, che, quando viene offeso, si infiamma d'ira

di più contro chi di più ama.

 

63

Il vostro Orlando, al quale, alla nascita, diede

Dio, con immenso rischio, una immensa forza,

e gli concesse, fuori dalle usanze umane,

che nessun ferro avrebbe mai potuto ferirlo;

poiché a difesa della sua santa fede

l'ha voluto porre con questi poteri,

così come Sansone contro i Filistei

pose a difesa degli Ebrei:

 

64

al suo Signore il vostro Orlando ha dato in cambio

una ingiusta ricompensa per i tanti benefici ricevuti;

poiché quanto lo doveva avere in suo aiuto

il popolo fedele, il popolo cristiano, tanto ne è rimasto privo, è stato abbandonato a sé stesso.

Tanto l'aveva reso cieco l'amore peccaminoso

nei confronti di una donna pagana, da avere ormai tollerato

di divenire, in due e più occasioni, crudele e malvagio,

e sul punto di dare la morte al suo fedele cugino Rinaldo.

 

65

E per questo Dio fa sì che egli vaghi preso dalla follia,

e mostri nudi il ventre, il petto ed il proprio fianco;

e gli offusca e toglie tanto l'intelletto,

da non essere in grado di riconoscere gli altri, e nemmeno sé stesso.

Allo stesso modo si legge che Dio volle

punire anche Nabuccodonosor,

e che per sette anni lo mandò in giro completamente folle

al punto che, come fosse stato un bue, si nutriva di erba e di fineo.

 

66

Ma poichè molto minore è tuttavia stato il peccato del paladino,

rispetto a quello di Nabucco,

dal volere divino soli tre mesi

sono stati imposti come periodo per purificare questa colpa.

Non per un altro scopo, dopo un così lungo viaggiare,

ti ha concesso il Redentore di salire fino al Paradiso terrestre,

se non perché tu possa da noi apprendere il modo

per rendere ad Orlando il suo senno.

 

67

Dovrai in verità intraprendere un altro viaggio

in mia compagnia, ed abbandonare quindi completamente la terra.

Ti devo condurre sulla Luna,

che, tra tutti i pianeti, si muove in cielo più vicina alla terra,

perché la medicina che può

rendere saggio Orlando viene tenuta là sù.

Non appena la Luna questa notte sarà

giunta sopra di noi, ci metteremo sulla via per raggiungerla."

 

68

Su questo e su altre cose fu abbondante

la conversazione dell'apostolo quel giorno.

Ma dopo che fu giunta la sera ed il sole si nascose nel mare,

e la Luna innalzò sopra di lorò il suo corno,

fu preparato un carro, che era impiegato

per andare scorrazzando nei dintorni di quel cielo:

un tempo quel carro nelle montagne di Giudea

aveva sottratto il profeta Elia dalla vista degli uomini mortali.

 

69

Quattro destrieri molto più rossi di una fiamma

il santo evangelista attaccò al giogo del carro;

e dopo essersi sistemato sul carro con Astolfo

ed aver preso il freno, li spinse al galoppo verso il cielo.

Il carro, ruotando, si alzò in aria,

e subito giunse in mezzo alla sfera del fuoco eterno;

il veccho fece miracolosamente in modo

che, mentre passavamo attraverso il fuoco, lo stesso non risultava ardente.

 

70

Attraversano tutta la sfera di fuoco

e quindi proseguono verso il regno della Luna.

Vedono quel luogo essere per la maggior parte

come un acciaio privo di qualunque macchia;

e lo trovano uguale, o poco meno, per dimensioni,

alla superficie complessiva del globo terrestre,

della terra di questo ultimo globo, il globo terrestre,

comprendendo anche il mare che la terra circonda e stringe.

 

71

Lì Astolfo rimase meravigliato due volte:

che visto da vicino quel luogo era tanto grande,

metre assomiglia invece ad un piccolo tondo

a noi che lo osserviamo da queste parti;

e che gli conveniva aguzzare lo sguardo,

se dalla Luna la terra ed il mare, che intorno ad essa si spande,

vuole distinguere; poiché, non avendo luce propria,

la loro immagine arriva poco lontana.

 

72

Ben altri fiumi, altri laghi, altre campagne

ci sono là sulla Luna, rispetto a quelli che ci sono qui tra noi;

ben altre pianure, altre valli, altre montagne

hanno a disposizione le città ed i castelli della Luna,

con case in confronto alle quali mai più grandi

potè vederne il paladino né prima di allora né dopo:

e ci sono anche vaste e solitarie selve,

dove le ninfe cacciano ad ogni ora le belve che vi abitano.

 

73

Il duca Astolfo non rimase ad esplorare tutto quel luogo;

poiché non era salito là per quello scopo.

Dal santo apostolo Giovanni fu condotto

in un valle stretta tra due montagne,

dove veniva miracolosamente raccolto

ciò che viene da noi perso, o per nonstra colpa,

o a causa del tempo o della Fortuna:

ciò che si perde qua sulla terra, là sulla Luna si raduna.

 

74

Non parlo solo di regni o di ricchezze,

su cui ha potere la mutevole ruota della Fortuna;

ma voglio anche dire di ciò che la Fortuna non

ha alcun potere di togliere o di dare,

Là si trova molta di quella fama che, come fosse un tarlo,

il tempo, con il suo lungo passare, qua sulla terra divora:

là sulla Luna stanno le infinite preghiere e promesse,

che vengono fatte a Dio da noi peccatori.

 

75

Le lacrime ed i sospiri degli amanti,

l'inutile tempo che si perde giocando,

ed il lungo ozio di uomini ignoranti,

i vani propositi che non hanno mai attuazione,

i desideri infruttuosi sono tanti

da ingombrare la maggior parte di quel luogo:

in conclusione, ciò che qua sulla terrà tu potresti perdere,

salendo là sù potrai ritrovarlo.

 

76

Passando il paladino attraverso quei mucchi di cose perse,

chiede alla propria guida ora di questo ed ora di quello.

Vide un monte fatto da gonfie vesciche,

dal cui interno sembravano provenire grida e gravi turbamenti;

seppe che erano gli antichi re,

sia degli Assiri che della Lidia,

sia dei Persiani che dei Greci, che un tempo furono

famosi, mentre ora quasi anche il loro nome è stato dimenticato.

 

77

Ami d'oro e di argento vede lì vicino

raccolti in grande quantità, erano questi quei doni

che con la speranza di guadagno si fanno

ai re, ai principi avidi ed ai protettori.

Vede lacci nascosti in ghirlande; chiede cosa siano,

e ascolta in risposta che sono tutte adulazioni.

Vengono raffigurati come cicale scoppiate per il troppo cantare,

i versi fatti per tessere le lodi di signori.

 

78

Di legami dorati e di catene ricoperte di gemme,

vede che hanno forma gli amori finiti male.

Vi erano artigli di aquile; e seppe che furono

l'autorità data dai signori ai loro ministri.

I mantici che riempivano i pendii tutto intorno a quella valle,

sono i favori, valatili come fumo, che i principi

danno per un tempo limitato ai loro preferiti,

e che poi vengono tolti, scompaiono, con il loro passare degli anni.

 

79

Rovine di città e di castelli

stavano in quel posto, in modo confusionario, insieme a grandi tesori.

Domanda Astolfo cosa siano, ed apprende che sono complotti, e quelle

congiure che così poco riescono a rimanere nascoste.

Vide serpenti con il volto di donzelle,

opera di falsari e di ladroni:

poi vide bottiglie di vetro, di vario genere, rotte,

che erano il risultato dei servizi resi dalle misere corti ai propri signori.

 

80

Vide una grande massa di minestre rovesciate,

e domanda al suo maestro che cosa ciò significhi.

Dice Giovanni: "E' l'elemosina che alcuni lasciano

nel testamento, perché venga fatta copo la loro morte."

Passa di fianco ad una grande cumulo di fiori di diverso tipo,

che aveva avuto un tempo un buon profumo ed ora invece puzzava tanto.

Questo era il dono (se è lecito chiamarlo così)

che Costantino fece al buon Silvestro.

 

81

Vide una grande abbondanza di trappole appiccicose fatte con il vischio,

che furono un tempo, oh donne, la vostra bellezza.

Sarebbe lungo se raccontassi in versi tutte

le cose che sulla Luna si mostrarono agli occhi di Astolfo;

poiché anche dopo mille e mille versi non riuscirei a terminare,

essendoci tutto ciò che ci può capire in vita:

soltanto la pazzia sulla Luna è presente nella giusta misura, né poca né troppa;

in quanto stà qua giù sulla terra senza mai allontanarsi.

 

82

Lì, su alcuni suoi giorni e su alcuni fatti che riguardavano lui,

e che egli aveva già dimenticato, rivolse la propria attenzione:

che se non ci fosse stato Giovanni a spiegargli le cose,

non avrebbe potuto Astolfo distinguerne le diverse forme.

Poi giunse dove stava ciò che a noi sembra sempre di avere a sufficienza,

tanto che mai si fecero voti a Dio per poterne avere di più;

sto parlando del senno: ve n'era lì tanto da formare un monte,

da solo in quantità molto superiore a tutte le altre cose finora raccontate.

 

83

Era come un liquido diluito e fluido,

destinato ad  evaporare, se non tenuto opportunamente chiuso in un recipiente;

e si poteva vedere in quella valle raccolto in varie ampolle,

quale più, quale meno capiente, adatte a quell'impiego.

La più grande di tutte era quella nella quale

era stato versato dentro il senno del folle cavaliere Orlando;

e venne riconosciuta in mezzo alle altre, in quanto

riportava al suo esterno la scritta: Senno d'Orlando.

 

84

Ed allo stesso modo anche le altre riportavano scritto

il nome di coloro ai quali il senno, in esse contenuto, era appartenuto.

Il duca Astolfo vide un ampolla contenente gran parte del proprio senno;

ma lo fecero meravigliare molto di più

le ampolle di molti che credeva non dovessero

essere privi nemmeno di un briciolo del proprio senno, dettero invece lì

evidenza del fatto di averne in realtà ancora poco;

essendone presente una grande quantità in quel luogo.

 

85

Alcuni lo perdono a causa dell'amare, altri a causa dell'onore,

altri nella ricerca di ricchezze, muovendosi per mare;

altri a causa delle speranze riposte nei propri signori,

altri stando dietro alle vane arti della magia;

altri per le gemme, altri per le opere di pittori,

ed altri per qualcosa d'altro che apprezzano più di ogni altra cosa.

Di filosofi e di astrologi

ed anche di poeti ne era stato raccolto molto di senno in quel luogo.

 

86

Astolfo prese il proprio senno; glielo concesse

l'apostolo Giovanni, scrittore dell'ultimo libro del Nuovo Testamento relativo all'Apocalisse.

Si portò semplicemente al naso l'ampolla nella quale era esso contenuto,

e sembra quindi che il senno fece ritorno al proprio posto:

e che Turpino ammetta, da quel momento in avanti,

che Astolfo visse per un lungo periodo come un uomo saggio;

ma fu un errore che fece successivamente quello

che una altra volta gli tolse ancora il senno.

 

87

L'ampolla più capiente e piena, nella quale c'era

il senno che avrebbe dovuto rendere saggio il conte,

prese Astolfo; e non era tanto leggera

quanto aveva stimato, vedendola ammucchiata insieme alle altre.

Prima che il paladino Astolfo dal cielo della luna

discenda alle sfere sottostanti, del fuoco e dell'aria,

fu condotto dal santo apostolo

in un palazzo a fianco del quale scorreva un fiume;

 

88

palazzo che aveva ogni sua stanza piena di batuffoli

di lino, di seta, di cotone, di lana,

tinti in vari colori, alcuni brutti ed alcuni belli.

Nel primo cortile una donna canuta, con la chioma bianca,

traeva un filo da tutti quei batuffoli e lo avvolgeva ad un aspo,

come vediamo, in estate, la donna di campagna

ricavare dai bozzoli dei bachi, precedentemente bagnati,

la seta che viene poi filata.

 

89

Vi è chi, finito un batuffolo,

giunge a rimetterne un altro, e chi ne porta altri da un altro logo:

un'altra donna separa, tra tutte quelle matasse,

quelle belle da quelle brutte, che non vengono invece distinte dalla prima.

"Che lavoro viene fatto qui, che io non riesco a comprendere?"

chiede Astolfo a Giovanni; e gli risponde l'altro:

"Le donne vecchie sono le Parche, che con questi fili

tessono la vita di voi mortali.

 

90

Quanto dura uno dei batuffoli, tanto dura,

non un momento in più, la vita umana ad esso associata.

Controllano questo posto sia la Morte che la Natura,

per sapere l'ora in cui un uomo dovrà morire.

La seconda Parca ha molta cura nello scegliere i filati più belli,

perchè verranno poi utilizzati per tessere l'ornamento

del Paradiso; e con i fili più brutti

si fanno invece severi legacci per i dannati."

 

91

I nomi di tutti i batuffoli che erano già stato messi

sull'aspo, e scelti per essere impiegati per i diversi lavori,

venivano impressi su piccole piastre,

alcune di ferro, altre d'argento o d'oro:

venivano poi accantonati a formare cumuli compatti,

di quei batuffoli alicuni, senza mai riposarsi,

ne portava via continuamente, senza farsi mai vedere stanco,

un vecchio, il Tempo, per poi ritornare sempre e prenderne ancora.

 

92

Era quel vecchio tanto spedito e veloce,

che sembrava fosse nato per correre;

e da quel cumulo il lembo del proprio mantello

portava pieno delle piastre, sulle quali erano segnati i nomi dei proprietari.

Dove si recava e perché facesse quel lavoro

vi sarà raccontato nel prossimo canto,

se mostrerete di averne piacere

con quel benevolo ascolto che siete solito offrire.


IL testo rientra nel tema cavalleresco,e presenta un'eccezione nell'Orlando Furioso,poichè il meraviglioso attinge al pagano,questo attingere al pagano troverà pieno atto nella Gerusalemme liberata di Tasso.Ariosto nel brano passa in rassegna la follia umana,ma il suo bersaglio rimane la corte.In Astolfo sulla luna l'ironia,prima usata da Ariosto per smorzare i toni della narrazione,adesso non è neppure un mero strumento per affermare il distacco delle passioni dagli affari mondani.L'ironia in questo passo è mutata in satira.Altro tema fondamentale nel brano è la vanitas(inutilità e vuotezza),che si interroga sul destino dei personaggi,che una volta era celebri.La vanitas,che nei tempi medievali aveva un significa religioso,qui diventa laica.La fama che era considerata uno dei valori umanistici e rinascimentali,nel brano viene dichiarata fondata sul menzogne dei poeti.

 

Astolfo, fedele compagno di Orlando che vorrebbe restituire il senno al paladino, raggiunge la luna in groppa all’Ippogrifo, il favoloso cavallo alato, accompagnato e guidato da San Giovanni Evangelista. Qui giunto, Astolfo ha modo di osservare tutto ciò che vi è raccolto, un campionario ricco e variegato da cose perdute sulla terra. Non si tratta solo delle ricchezze e della gloria dei regni antichi; ci sono anche le lacrime e i sospiri degli innamorati, il tempo perso dagli uomini e i loro progetti mai realizzati. Significativamente, egli vede centinaia di ampolle che contengono il senno di altrettanti uomini: questo da intendere che sulla Terra siano rimasti ben pochi uomini saggi. Qualcuno il senno lo perde in amore, in ricchezze, in onori, altri nelle speranze dei signori, altri ancora spendendo i propri soldi pagando indovini, in astrologhi e in poeti.
Astolfo con sua grande sorpresa, vide l’ampolla che conteneva quella piccolissima parte de suo senno che aveva perduto e con l’assenso di San Giovanni Evangelista, ne annusò il contenuto e tutto a un tratto pareva che ogni cosa fosse tornata al proprio posto.
Turpino racconta che da ora in poi Astolfo visse per lungo tempo con molta saggezza, ma racconta anche che egli commise in seguito un errore che gli tolse nuovamente il senno.

 

Astolfo è incaricato dal cielo di andare sulla Luna per recuperare il senno di Orlando inalandolo dall'apposita ampolla che è il simbolo della labilità della ragione umana. Il brano si divide in 2 fasi:
· Astolfo arriva al Paradiso Terrestre con l'ippogrifo
· Astolfo arriva sulla Luna con il carro di Elia
Astolfo passa anche per l'inferno (Ariosto si confronta con Dante). La luna è un luogo "alter" della terra infatti ci sono città, fiumi, monti, boschi, ma tutto è diverso dalla terra. Questo brano è il più fantastico dell'intero poema. Astolfo è cugino di Orlando, non è forte e per questo si differenzia dagli altri personaggi; è un po' pazzo ed infatti recupera anche parte del suo senno perso. Astolfo si crede un eroe pur non essendolo e dunque si tuffa con coraggio in ogni impresa spericolata. Non è assolutamente valoroso. E' sempre presente dove c'è il magico ed il prodigioso, è il suo mondo. In queste pagine Ariosto esprime il concetto per cui i modi per perdere la ragione sono eterni e come furono un tempo, saranno in futuro.



Classifica di siti - Iscrivete il vostro!