IL RACCONTO DI  LUIGI TORINO

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                                       Il ragazzo con l’orecchino                       

 di Luigi Torino

-       Entra e non fiatare, - sussurra il giovane puntandogli la pistola alle spalle.

   Vincenzo ha appena aperto l’uscio della sua abitazione, al 4° ed ultimo piano di un palazzo di via Fonseca. Sta rincasando da un turno massacrante. Sono le sette di sera di una afosa giornata di luglio e fino ad un attimo prima credeva che le emozioni per quel giorno fossero finite. Ma si sbagliava.

-       Dove tieni la cassaforte? – chiede minaccioso il giovane una volta dentro casa. Impugna una Beretta calibro 9 dello stesso tipo di quelle in dotazione alle forze di polizia, ed indossa una maglietta aderente  su di un paio di jeans griffati.

   La situazione, Vincenzo deve ammetterlo con sé stesso, non è affatto piacevole. E’ uno che è abituato a puntare la pistola verso gli altri, non a fare lui da bersaglio. E per di più la richiesta gli suona male. L’ultimo a chiedergli qualcosa è stato il distinto signore che ha arrestato nella tarda mattinata. L’uomo lo ha pregato di non mettergli le manette fino a quando non fossero fuori dal palazzo: non voleva farsi vedere dai vicini di casa con i ferri ai polsi. Ma qui la situazione è del tutto diversa, perché quel signore non indossava jeans, né maneggiava una pistola, e la richiesta gliel’ha formulata con garbo, mentre questo giovane la richiesta gliela sta facendo con una pistola in pugno.  

   Sono nell’ingresso-soggiorno e Vincenzo, per guadagnare tempo e riordinare le idee, invita il giovane in jeans a sedersi in una poltrona del divano cercando di convincerlo che se mettesse via la pistola la cosa non potrebbe che giovargli. Il giovane non ha nessuna intenzione di abbassarla la pistola, ma accetta l’invito a sedersi, pretendendo però che Vincenzo si sieda nella poltrona di fronte.

-       Non provare a fare scherzi, - ammonisce, - o finirà male. Al primo sgarro, ti piazzo una pallottola in fronte. Ho un’ottima mira.

-       Ma dove speri di poter arrivare andando in giro con una pistola in pugno, - chiede Vincenzo, cercando di intavolare un discorso con il giovane facendo attenzione a non intaccare la sua suscettibilità.

-       In questa città, - spiega il giovane, - se vuoi ottenere qualcosa devi usare la forza. Sono stato un mese a Milano, e mi sono accorto che al Nord è tutto diverso. Là, se vuoi qualcosa, la chiedi gentilmente e quasi sempre la tua richiesta, se è legittima, viene soddisfatta. Ma non a Napoli. Qui, in questo caldo torrido, soffocante, basta un solo giorno per capire come funzionano le cose, - o meglio, come non funzionano. Ingorghi, scippi, vu’ cumpra’ che ti impediscono di camminare sui marciapiedi, funzionari che ci mettono mesi per evadere una pratica, a meno che non ungi … Devi ricorrere alla violenza, altrimenti nessuno ti dà retta. In questa città è la forza a creare il diritto, e questo vale sia se richiedi una licenza edilizia, sia se cerchi un posto di lavoro, sia se tenti di posteggiare la tua auto.

   Poi, allungando il braccio e puntando la pistola alla fronte di Vincenzo, minaccia di nuovo:

-       Se non apri subito la cassaforte e mi consegni tutti i gioielli e tutti i soldi, ti piazzo una pallottola nella testa.

   Vincenzo si rende conto di non avere molta scelta. Il giovane in jeans è deciso, fa sul serio. E in cuor suo, nonostante la sua attuale precaria situazione, non può fare a meno di ammettere che qualche buon motivo quel giovane ce l’ha. Napoli è una città violenta, ed ora che lo sta sperimentando sulla sua pelle, è bene che anche lui ne tenga conto.

-       Non ci sono casseforti in casa, risponde. I pochi gioielli che possiede, mia moglie li indossa quando esce. Tengo dei soldi, non molti, circa 500 euro, nel cassetto del comodino in camera da letto. Se ti fidi, vado a prenderli.

   Fa per alzarsi dalla poltrone e avviarsi verso la camera da letto, ma il suono improvviso del campanello d’ingresso lo blocca. Anche il giovane in jeans si irrigidisce. Puntando la pistola alla testa di Vincenzo, gli intima:

-       Va’ ad aprire. Chiunque sia, trova una scusa e sbarazzati di lui. E fallo in fretta.

   Vincenzo apre la porta, appena uno spiraglio. E’ un ragazzo, è uno che consegna le pizze a domicilio.

-       Lei è Vincenzo P.? - chiede.

-       Sì, - risponde, - ma non ho ordinato nessuna pizza.

-       Qui c’è scritto via Fonseca 25, rione Stella, - continua puntando il dito su un foglio stampato.

-       Ne son sicuro, non ho ordinato nessuna pizza, - ribadisce preoccupato Vincenzo. - Ci sarà un errore.

-       Nessun errore. Una quattro stagioni. Prepagata con carta di credito, - insiste il ragazzo infilandosi in casa.

-       Non ho ordinato nessuna pizza. Forse deve consegnarla al signore del piano di sotto. Vive solo, - ripete Vincenzo, sempre più preoccupato per come si stanno mettendo le cose.

-       La pizza è sua, e se non mi dà la mancia non me ne vado, - e si va ad accomodare nella poltrona di fronte a quella in cui è seduto il giovane in jeans, tenendo il cartone della pizza sulle gambe.

   Vincenzo è sconcertato. In piedi, ancora fermo vicino alla porta, osserva il ragazzo. Porta un orecchino, una perla d’acciaio all’orecchio sinistro. E’ magrissimo, sembra drogato.

-       Le sto chiedendo di andarsene, è giunto decisamente nel momento sbagliato.

-       Il momento sbagliato, eh? – e così dicendo apre il cartone della pizza e tira fuori una pistola. - Perché è il momento sbagliato. Chi è questo? – chiede indicando con la canna della pistola il giovane in jeans.

-       E’ un mio amico. E’ venuto a chiedermi un consiglio, - risponde Vincenzo, non potendo fare a meno di constatare che nel suo appartamento circola troppa gente armata di pistola.

-       Quando si tratta di amici, hai tutto il tempo di questo mondo, ma per un giovane senza lavoro che non sa dove sbattere la testa, non hai neanche un fottuto minuto.

   Vincenzo prova a farlo ragionare.

-       Non è affatto così. E’ che lei è intervenuto in un momento delicato della conversazione. - Vorrebbe anche dirgli che è un poliziotto e spesse volte ha aiutato ragazzi disoccupati e drogati come lui, ma poi pensa che il ragguaglio potrebbe non rivelarsi opportuno in quel frangente, e desiste dall’intento.

-       Piantala di dire balle, - grida il ragazzo con l’orecchino facendo roteare la pistola davanti a sé. - Raccogli tutto quello che c’è di valore in casa e mettilo in una busta insieme al danaro. E fallo in fretta. Perché pensi che sono qui? Sono disperato, hai capito, sono disperato.

-       Non c’è molta roba di valore in giro. I pochi oggetti preziosi che possiede, mia moglie li ha indossati prima di uscire. Ho soltanto un centinaio di euro in tasca.

   Vincenzo è abbastanza teso, ora. Anche il giovane in jeans ha una pistola, l’ha nascosta sotto la rivista che tiene sulle ginocchia quando ha visto entrare il ragazzo con l’orecchino. La situazione potrebbe precipitare da un momento all’altro. Uno dei due potrebbe perdere il controllo. Ma il giovane in jeans sembra tranquillo, con la mano libera si è messo addirittura a sfogliare la rivista. Legge o fa finta?

  Vincenzo è pronto a scommettere che al suo commissario o al questore non possa mai capitare un fatto del genere. Gli sembra incredibile che si sia venuto a trovare in una situazione come questa in casa sua. Come è cambiata la vita nel rione da quando era ragazzo. Allora c’era la cultura del vicolo. Tutti si conoscevano e molto spesso si trattenevano a discorrere fino a tarda sera sui gradini davanti agli usci. C’era il fraticello che passava per la questua, la signora con una grossa cesta che portava a vendere i frutti di bosco. Addirittura, tutte le mattine, un’anziana signora organizzava un rudimentale gioco del lotto: passando per i vicoli, dopo aver venduto tra gli abitanti del rione i 90 numeretti della tombola, procedeva pubblicamente all’estrazione del numero vincente ed al pagamento del premio, trattenendo una piccola percentuale. Rifacendo, poi, il cammino inverso, ritirava i numeretti precedentemente distribuiti e proclamava a gran voce il nome del vincitore: “Questa mattina ha vinto don Antonio ‘o sapunaro”. Oggi, in quegli stessi vicoli regna la paura. Con il buio, cala anche il coprifuoco, e i gradini davanti alle case sono diventati luoghi per drogarsi.      

   Ma Vincenzo riconosce che non c’è tempo per indugiare nei ricordi. Sente che la situazione sta precipitando. Fa un caldo tremendo nell’appartamento, non ha avuto neppure il tempo di accendere il condizionatore. Il ragazzo con l’orecchino dà segni di impazienza.

-       Non farmi innervosire, - minaccia, – non perdiamo altro tempo. Ho la miccia corta.

-       Giusto, non perdiamo altro tempo, - assente il giovane in jeans, e tira fuori la pistola da sotto la rivista e fa fuoco sul ragazzo con l’orecchino colpendo in piena fronte.

   Vincenzo trattiene il respiro per una lunga frazione di secondi. Adesso che accadrà? Sono rimasti lui e il giovane in jeans, che impugna pur sempre una pistola. I due si guardano per un periodo che a Vincenzo sembra interminabile.

   E’ Vincenzo a rompere il silenzio.

-       Allora, vado a prendere i 500 euro nel comodino come eravamo rimasti, e poi lei va via.

-       E del cadavere cosa ne facciamo? - chiede più incuriosito che preoccupato il giovane in jeans, alzandosi in piedi.

-       Sono della polizia. Dirò che ho subito un tentativo di rapina e sono stato costretto a difendermi. Sparerò un colpo a vuoto prima che giunga la volante.  Mi crederanno. Il ragazzo era in possesso di una pistola e sicuramente avrà precedenti per furti e rapine. Forse il commissario mi proporrà anche per una promozione. La situazione, in una città così violenta, potrà cambiare soltanto se i cittadini impareranno a difendersi da soli.

   Stanno sull’uscio, Vincenzo e il giovane in jeans.

-       E’ stato un piacere averla conosciuta, - esclama il giovane porgendo la mano a Vincenzo.

-       Addio, - mormora Vincenzo mentre compone sul telefonino il numero del Comando di polizia.  

       

 

 

 

 

 

 


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