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L'Orlando furioso
CHI E' ORLANDO?

CHI E’ Orlando?

 

L’eroico Orlando è nipote di Carlo Magno per parte di madre: Berta, sorella di Carlo Magno, l'aveva generato dalle nozze con Milone; per questo, Carlo lo chiama spesso "nipote".

E' presentato costantemente come il più dotato degli eroi cristiani e come il più eroico dei Paladini. Peraltro fin dagli inizi del poema appare irretito nella passione per Angelica e spesso distratto dai suoi doveri di difensore della Croce e della Spada, della Chiesa cattolica dell'Impero di Carlo Magno. Per Angelica e con lei ha trionfato in India, nella Media e in Tartaria, con la speranza nel cuore di veder sanzionato con giuste nozze da Carlo il suo amore. Ma Carlo, che ha il campo presso i Pirenei e sta per ingaggiare battaglia con Agramante e Marsilio (rispettivamente figlio di Troiano re d'Africa e re di Spagna), coglie l'occasione per rendere ancora più combattivi i suoi eroi.

Appreso che anche Rinaldo, cugino di Orlando, aspira alla mano di Angelica, che pur pagana e discendente del re del Cataio gradisce gli omaggi dei cavalieri cristiani, si impegna ad assegnarla a quello dei due pretendenti che fosse riuscito ad abbattere il maggior numero di avversario.

Nel conflitto però i cristiani sono sbaragliati e il duca cui Angelica era stata affidata viene fatto prigioniero.

Angelica fugge a cavallo, s'avvia per un bosco, s'imbatte in un cavaliere, che riconosce per Rinaldo, alla ricerca del suo destriero, il famoso Baiardo: riconosciuta da Rinaldo per quella che è veramente, riesce a sfuggirgli. Intanto Orlando, pur non desistendo dal cercare il suo perduto amore, ingaggia molti scontri e partecipa a svariate imprese: di grande spicco è l'episodio di Olimpia, figlia del conte di Olanda e promessa sposa del duca di Selandia, Bireno, che è insidiata dal figlio del re di Frisia, Arbante.

Orlando s'imbarca con Olimpia e raggiunge l'Olanda per liberare Bireno prigioniero di Cimosco, padre di Arbante; qui giunto, propone una sfida al re: perdente avrebbe dovuto restituire Bireno, vincitore avrebbe ottenuto Olimpia; la buona fede di Orlando viene sorpresa: sta per essere circondato dai suoi avversari che non hanno rispettato i patti, ma con la lancia ne infilza sette e con la sua famosa spada fa un'ecatombe: volge il re in fuga, lo insegue, si sottrae abilmente a un colpo d'archibugio e infine uccide il re della Frisia.

Soddisfatto per essere riuscito a riunire i due promessi sposi, si appaga del possesso dell'archibugio che per poco non lo ha cancellato dalla faccia della terra: non intende adoperarlo poiché pareggia i vili ai coraggiosi, e maledicendolo lo scaglia in mare prima di far vela per Ebuda, col pensiero sempre rivolto ad Angelica, ma non gli mancano occasioni per altri diversivi: così interviene ancora in favore di Olimpia, rapita dai pirati e destinata agli appetiti dell'Orca: Orlando riesce a sottrarla a questo destino.

Sempre in cerca di Angelica, capita nel castello incantato di Atlante, ignaro che vi sono giunti anche Ruggiero, Sacripante e Ferraù. Nessuno si è accorto che è presente anche Angelica: ha avuto l'accortezza di nascondere in bocca l'anello fatato che le consente di vedere non vista.

Era sua ferma intenzione ritornare nel regno del Cataio e farsi accompagnare da un cavaliere di suo gradimento, forse Orlando, forse Sacripante: è piuttosto incerta, poi decide di privilegiare Sacripante e si toglie l'anello di bocca per rivelarsi a lui e rivelargli anche le sue intenzioni. Senonché anche Orlando e Ferraù ravvisano le sue sembianze e scoppia violentissima la mischia tra i pretendenti; Angelica riprende la sua fuga, inseguita da loro, che per il momento soprassiedono alla contesa uniti dal comune interesse.

 Angelica si ricorda finalmente dell'anello e se lo ricaccia in bocca: la sua figura si dissolve e i suoi inseguitori rimangono perplessi sul da farsi ; infine Orlando e Ferraù si ingiuriano, passano alle vie di fatto, mettono mano alle spade: non vista, Angelica si gode lo spettacolo, anzi si diverte a giocare un brutto scherzo a Orlando, perché gli sottrae l'elmo incautamente abbandonato su un ramo e lo passa, sempre invisibile, a Ferraù, il quale lo trova sull'erba, ai propri piedi. Ferraù se lo porta via per sempre, bottino e trofeo di guerra di cui è orgogliosissimo.

Orlando riprende la rotta per Ebuda e avvista l'Orca: decide di finirla una volta per tutte col mostro goloso di donzelle (è appunto destinata a lei l'infelice Olimpia di cui Orlando ha sentito il lamento dallo scoglio a cui l'infelice è incatenata) e provvisto di corde, di un'ancora e di infinito coraggio dirige il battello verso il mostro che attende a bocca spalancata; Orlando è svelto a incastrare l'ancora tra palato e lingua dell'Orca, perché non possa più chiuderla; con la spada le fende l'orrenda gola, infine si getta a nuoto e rimorchia il mostro ormai esanime sulla spiaggia.

Anziché mostrare gratitudine a Orlando, gli abitanti vorrebbero ributtare in mare l'eroe, indignatissimo per questa slealtà da parte di chi riteneva di aver liberato da un mostro; in realtà gli abitanti temevano le ire di Proteo e le sue vendette. Allora Orlando ricorre alle meraviglie della sua spada Durlindana e con pochi fendenti abbatte una trentina di infelici.

Di avventura in avventura, Orlando ha modo di sbaragliare due eserciti mori, di uccidere i ladroni che tengono prigioniera la figlia del re di Galizia, Isabella, di apparire in nera veste, come un cavaliere misterioso, a far strage delle schiere di Tremisenne e di Norizia, che non possono quindi apparire alla rassegna ordinata da Agramante per ridare i comandanti alle milizie ormai prive dei loro capi dopo tanti scontri con i cristiani. Mandricardo, provando invidia per tanta capacità di combattente, si mette sulle tracce del misterioso eroe e si batte con lui: ignaro che si tratti del gran Paladino, dopo alterna fortuna nel combattimento presto degenerato in corpo a corpo violento, è costretto dai capricci del suo cavallo ad allontanarsi.

Orlando lo attenderà invano per molti giorni, infine, dopo aver deciso di ritornare al campo di Carlo, nel lungo cammino sta per rinfrescarsi alle acque limpide di un ruscello, quando ha la rivelazione, cui stenta a credere, che Angelica lo ha tradito. Purtroppo una scritta in arabo, sull'entrata di una grotta, gli toglie ogni speranza: Orlando conosce troppo bene la lingua araba per potersi ancora illudere. Come se non bastasse, un pastore, credendo di poter placare la sua afflizione con un racconto d'amore, gli narra la storia del bel giovane ferito di cui s'è innamorata la bella figlia del re del Levante, che anzi, per sdebitarsi dell'ospitalità offerta a Medoro e a lei, gli ha donato un gioiello a suo tempo ricevuto da Orlando.

Per Orlando è finita davvero: straziato, piangente, urlante, si rifugia in un bosco. Tre giorni e tre notti vedono il suo ininterrotto tormento; il quarto lo vede del tutto dissennato e da questo momento non si può che accettare quel che dice il poeta: "Pazzia sarà se le pazzie d'Orlando/ Prometto raccontarvi ad una ad una".

Tra l'altro si scontra con Rodomonte e lo riduce a mal partito, s'imbatte con Angelica e Medoro, che per loro buona sorte grazie all'anello famoso riescono a sottrarsi alla vista di un pazzo furioso che li ha assaliti.

Grazie ad Astolfo, infine, Orlando recupera il senno, compie, questa volta da savio, infinite altre prodezze; assedia Biserta, capitale del regno di Agramante, insieme con Astolfo, accetta il duello propostogli da Agramante che è stato anche battuto in Francia per mare e per terra. Lipadusa è il teatro dello scontro a cui prendono parte anche Gradasso e Sobrino accanto ad Agramante e Oliviero, Brandimarte accanto a Orlando. Brandimarte è ferito a morte; allora Orlando uccide Agramante e Gradasso e veglia l'agonia dell'amico carissimo.