G.CARDUCCI: Funere mersit acerbo


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"Funere mersit acerbo" (carducci)

O tu che dormi là su la fiorita
Collina tosca, e ti sta il padre a canto;
Non hai tra l'erbe del sepolcro udita
Pur ora una gentil voce di pianto ?
È il fanciulletto mio, che a la romita
Tua porta batte: ei che nel grande e santo
Nome te rinnovava, anch'ei la vita
Fugge, o fratel, che a te fu amara tanto.
Ahi no! giocava per le pinte aiole,
E arriso pur di vision leggiadre
L'ombra l'avvolse, ed a le fredde e sole
Vostre rive lo spinse. Oh, giú ne l'adre
Sedi accoglilo tu, ché al dolce sole
Ei volge il capo ed a chiamar la madre.


Funere mersit acerbo

Il titolo riprende un emistichio virgiliano del verso 429 del VI libro dell'E¬neide. Il verso completo è: Abstulit atra dies et funere mersit acerbo («Li strappò il nero giorno e li sommerse in morte acerba»), e si riferisce al pianto dei bambini morti prematuramente, che Enea ode scendendo nell'Ade.

Il sonetto è una delle più belle liriche del Carducci intimo, che spesso fece oggetto di poesia gli affetti, le ansie e i dolori della vita familiare, sem¬pre sopportati con virile rassegnazione ed espressi con contenuta tri¬stezza, senza abbandonarsi alle straripanti e lacrimose effusioni di certo romanticismo.

Tu [si riferisce al fratello Dante, morto suicida] che riposi per l'eternità in un cimitero posto in una collina fiorita della Toscana, sepolto accanto al padre; non hai sentito il pianto di un fanciullo, provenire dalle stesse viscere della terra in cui giaci tu?
È il mio figliolo, che bussa alla porta solitaria della tua tomba: lui che portava il tuo stesso nome, illustre e degno di rispetto, serbando il ricordo della tua esistenza, anche lui adesso ha perso la vita, o fratello mio, vita che a te fu causa di tanti dispiaceri.
Ahi no! giocava per le aiole in cui crescevano fiori variopinti, e la morte lo raggiunse quando ancora i suoi pensieri erano pieni di quelle gioiose fantasie infantili, e lo porto via con sé [alle rive dell'Acheronte,
il fiume che scorre nel regno dei morti]. [Fratello mio,] accogli il mio figliolo nel luogo buio e tenebroso in cui tu già risiedi, ora che lui mai più vedrà la luce del sole e sarà dall'affetto della madre

 



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