Leon Battista Alberti


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Leon Battista Alberti

Architetto, letterato e prete, nato a Genova nel 1406 e morto a Roma nel 1472, fu insigne esponente della cultura umanistica. Dai suoi studi accademici di Padova e di Bologna trasse le sue conoscenze più profonde di carattere letterario e scientifico. Eccellente scrittore latino, tra i migliori prosatori del '400 in lingua italiana. Scrisse numerosi trattati di vario argomento: Della famiglia (1437-1441), Della tranquillità dell'animo (1442).

Alla ricerca di ordine morale associa l'interesse per l'antichità classica e realizza testi tecnici e teorici nella sua opera di architetto. Descrisse per la prima volta il metodo prospettico nel suo De pictura (1435). Interessante il trattato in 10 libri De re aedificatoria (1452). Come Vitruvio, anche l'Alberti si occupa dell'aspetto umanistico della città del '400, dei suoi edifici, della loro tipologia e distribuzione, degli ordini e dei materiali da costruzione. Sue più importanti opere: il tempio Malatestiano, esempio perfetto di classicità, la facciata di S. Maria Novella a Firenze, le chiese di S. Sebastiano e S. Andrea a Mantova. Il suo influsso si farà ampiamente sentire sull'architettura del Rinascimento.

Leon Battista Alberti è stato a lungo considerato come il modello dell'umanista, come l'uomo che più ha saputo incarnare l'Uomo Nuovo nato dall'Umanesimo, un uomo integrale e universale, che sa trarre dalla vita e dal mondo tutto ciò che questi gli possono offrire, un uomo fatto di anima e corpo, rivolto insieme al cielo e alla terra, libero seppure con i vincoli dati dalla fortuna. È questo l'uomo della città terrena, cui la religione non comanda più rinunce o ascesi, ma di "ben vivere, umanamente vivere questa vita che è pur dono di Dio, in questo mondo che è pur tempio di Dio" (Garin, Educazione umanistica, p. 7-8). Seppure visse il momento della crisi dell'Umanesimo civile fiorentino, Alberti condivise ed incarnò almeno in parte questo modello, rivolgendo i suoi interessi a tutti i campi del sapere del tempo ed acquistando una conoscenza veramente enciclopedica. Fu infatti architetto, pittore, letterato, filosofo, musico, fisico, chimico, pedagogo e matematico, anticipando la figura di Leonardo da Vinci.

Summa di questo sapere è l'architetto (non il filosofo) che diviene, nella prospettiva di Alberti, il modello dell'uomo integrale: "È l'architetto che cementa le comunità umane costruendone le sedi, che ne orienta gli edifici secondo astrologia, che ne scandisce il tempo con gli orologi, che struttura le istituzioni nei palazzi e nei templi, che regola le acque e apre le strade, che difende dai nemici e vince le guerre senza sangue" (Garin, Umanisti Artisti Scienziati, p. 160); dell'uomo che impone un ordine razionale alla propria vita, programmando e razionalizzando il proprio tempo ed utilizzando le proprie capacità per fronteggiare la fortuna; di uomo che antepone la vita activa e operosa (sia in ambito privato, sia in ambito pubblico) alla vita contemplativa, che sa trasformare la realtà per adattarla ai propri bisogni e alle proprie esigenze.

Insieme all'architetto dobbiamo ricordare anche il borghese, l'uomo d'affari ricco di una esperienza acquisita non sui libri, ma con la frequentazione degli uomini e della società. Il saggio dunque non è il filosofo, che Alberti identifica nel teologo-filosofo della tradizione scolastica, ma il pensatore non professionale e non professorale che ha imparato dagli artigiani e dalla natura a conoscere l'uomo e il mondo (Giannozzo, De familia, TF). Il ruolo degli studi classici nella formazione culturale dell'uomo ideale Nella costruzione dell'uomo ideale un ruolo di primo piano è esercitato, secondo gli Umanisti italiani del Quattrocento, dallo studio dei classici antichi. La filologia, nel suo sforzo di ripresentare i classici nel loro volto originario, assume il compito di educare gli uomini, ristabilendo il dialogo con i grandi del passato.

Alberti non contribuì ad aprire questa prospettiva, ne fu semmai un erede, lucido e critico laddove rifiutò atteggiamenti da epigono e da imitatore, peraltro non giudicati negativamente dagli intellettuali dell'epoca. Nella sua ambizione di essere considerato il nuovo Vitruvio, egli frequentò con assiduità i testi classici, ripetutamente citati, anche con sfoggio di erudizione, e presenti come punto di riferimento nelle sue opere, ma non cercò in essi modelli da copiare quanto piuttosto di apprendere da loro per "mettere innanzi nuove cose trovate da noi per vedere se gli si può acquistar pari o maggior lodi di loro (De Re Aedificatoria, I,9).

Oltre agli elementi classici presenti nelle opere di Alberti architetto, vanno qui ricordati alcuni aspetti che costituiscono lo sfondo sul quale Alberti costruisce il suo rapporto con gli antichi:
* l'alta considerazione che Alberti, almeno dopo il ritorno a Firenze, mantiene del presente: come è scritto nella dedica a Brunelleschi del De Pictura, il presente supera l'antichità nel trovare nuove arti e scienze, senza precettori e modelli come poterono fare gli antichi, i quali poterono contare per raggiungere i risultati che conosciamo, sull'edificazione di una lunga tradizione (Letteratura Ricciardi, p. 520); il presente non è solo una rinascita, ma una nuova fondazione di un'arte e di una scienza mai viste prima; * l'indipendenza che anche in questo ambito Alberti seppe mantenere nei confronti dell'Umanesimo codificato e di moda del suo tempo. Se guardiamo alla letteratura, i suoi riferimenti classici furono soprattutto Plauto, Luciano, Esopo e non gli autori apprezzati dagli umanisti fiorentini: Platone, Aristotele, Quintiliano (Garin, Rinascite e Rivoluzioni, p.172).

* l'autonomia che mostra nei confronti della semplice imitazione dei modelli classici. Come nota Malerba, anche negli Apologhi, nel Cane e nella Mosca egli si sottrae a tale imitazione dei modelli, Esopo e Luciano, rifiutando l'utilizzo di soggetti e personaggi definiti: "la volpe o il pavone, il lupo o l'agnello, difficilmente possono sottrarsi all'esopismo cristallizzato dalla tradizione, mentre l'ombra dell'uomo o l'ottone o il sale, o anche certi animali dotati di una personalità complessa e non univoca come il cane, inducono l'autore ad allontanare o comunque a rendere incerto e ambiguo il messaggio" (Apologhi ed elogi, Pref. di L. Malerba, p. 8).

Pur muovendosi in un ambito già esplorato dagli umanisti italiani, Alberti sembra voler sgretolare e smembrare procedure e codificate per introdurre nei prodotti letterari che hanno come modello i classici, chiaroscuri, contrasti e un forte carattere di originalità.

La questione della lingua

Un aspetto particolare del rapporto con gli antichi riguarda la questione della lingua per la quale abbiamo la presa di posizione di Alberti nella lettera dedicatoria a Francesco d'Altobianco Alberti del Libro III del De familia. In essa Alberti fa propria la tesi sostenuta da Flavio Biondo nel De locutione romana in un dibattito avvenuto a Firenze nel 1435, secondo la quale in primo luogo nell'antica Roma vi era una sola lingua che aveva assunto due forme, il latino classico e quello di uso comune, ed in secondo luogo il volgare discende dal latino corrotto dopo la caduta dell'Impero per le invasioni straniere.

Secondo Alberti il volgare è in grado di esprimere qualunque contenuto e di rivolgersi ad un numero più ampio di persone. Per dare dignità letteraria al volgare e mostrarne le potenzialità espressive, è sufficiente, che i letterati comincino ad utilizzarlo rimediando alle sue mancanze sintattiche e lessicali tramite il latino. Questo atteggiamento ha una puntuale corrispondenza con la prosa albertiana ricca di latinismi, sia nel lessico, sia nella struttura sintattica delle frasi. Si deve dunque rimarcare come Alberti compia pertanto un passo decisivo verso il superamento del pregiudizio secondo il quale il volgare non poteva essere utilizzato per trattare argomenti seri.

Le opere

A partire dal 1440 gli interessi tecnico-scientifici e artistici cominciarono a prevalere in Alberti rispetto a quelli letterari, con i quali aveva esordito. Un primo esempio è lo scritto De equo animante (1441) in cui Alberti, utilizzando fonti sia antiche che moderne, descrive le forme e le caratteristiche del cavallo, il suo allevamento, le sue funzioni sia in pace sia in guerra. Negli anni successivi si dedicò a questioni pratiche (la misurazione della città di Roma, il restauro di edifici, fontane e acquedotti, il recupero di una nave romana nel lago di Nemi) che troviamo descritte nelle sue opere a partire dal De re aedificatoria. Numerose descrizioni contenute in quest'opera testimoniano la competenza di Alberti nella tecnologia e nell'ingegneria idraulica.

Nei Ludi elaborò una serie di esercizi di matematica: * Dal I al VII troviamo problemi di misurazione indiretta attraverso un traguardo ottico * Nell'VIII e nel IX troviamo descritti strumenti per la misurazione della profondità del mare e la fontana di Erone; * I rimanenti riguardano astrolabi, quadranti, bilance, anemometri, ecc. * Il XVI illustra il metodo per misurare "il sito e ambito di una terra e li sue vie e case", da collegare con la Descriptio urbis Romae.

Nel De componenda statua definisce le misure proporzionali del corpo umano utilizzando il "definitore", uno strumento simile all'orizzonte graduato, costituito da un disco da porre sul capo con un regolo sporgente e un filo a piombo appeso, per fornire allo scultore i punti di riferimento di un ideale cilindro da cui ricavare la statua.

Il De componendis cifris è il primo trattato moderno di criptografia. Nella Descriptio urbis Romae elaborò un metodo di eccezionale importanza per la cartografia basato sull'uso delle coordinate polari.



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