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Racconto di LUIGI VENTRIGLIA
LAETITIA
UNO
Ci
sono attimi che cambiano la vita, e come il vento si fanno largo fra le pieghe
della quotidianità, rendendosi eterni. Il mio mi raggiunse in una mattina di un
agosto ormai lontano.
Ricordo
ancora quel giorno, il giorno in cui ti vidi per la prima volta.
Eri
in un vecchio bar,di un vecchio magico hotel. La stanza era invasa dal sole, lo
stereo gracchiava canzoni d’allora e tutt’ intorno c’erano mobili
sopravvissuti agli anni. Dalle poltrone marroni si avvertiva tutto il tempo
trascorso, lo si sentiva attraverso il sudore degli uomini che vi si erano
seduti, attraverso l’odore di tabacco che si era rintanato in qualche anfratto
inesplorato, memore di remoti, noiosi pomeriggi estivi, passati fumando e
leggendo giornali pieni di notizie oramai divenute storia. E poi ad un tratto la
stanza fu attraversata da un profumo sconosciuto,
che stava cancellando tutte quelle lontane persone che fumando, leggevano
storia.
Non
so se ti vidi riflessa in un vetro, se avvertii il tuo contrario lanciato da uno
specchio o se ti sentii arrivare dietro di me attraverso un senso sconosciuto
che il destino mi concesse, ma ricordo solo che mi voltai ed eri proprio lì,
dietro di me, e poi in un attimo eri seduta accanto a me.
Allora
ero poco più di un bambino e molto meno di un uomo e se avevo visto tante volte
la bellezza, se avevo gia conosciuta l’attrazione, non avevo ancora conosciuto
te. Non avevo, in fondo, mai provato la sensazione del sangue che entra nelle
vene come tante schegge di un’ esplosione, non conoscevo il dolore che provoca
la felicità, e ancora credevo di poter trovare parole per ogni cosa. Non sapevo
ancora che vi sono sensazioni più forti della
voglia di vivere, capaci di farci dimenticare la nostra storia, il nostro volto,
le nostre paure. Fui ridotto in niente rispetto al tutto che mi sedeva accanto.
Le
mie vene furono percorse dal ghiaccio e credo che in quell’ istante il mio
volto era ormai verde, quando ad un tratto si versò nei tuoi occhi un sorriso
che poi invase tutto il tuo volto. Allora ti riconobbi davvero, ed ti avrei
voluta stringere, avrei voluto gridare mille volte il tuo nome se solo lo avessi
saputo, ma anche allora arrivò quell’ attimo che arriva sempre, quello in cui
ogni cosa finisce.
Ti
alzasti, e ti vidi scomparire sculettando lentamente, divisa in cubi da un
obsoleto e scorticato separé alla svedese.
Così
chiusi gli occhi e ti salutai per la prima volta, e ripensai a cosa avevo visto.
Eri stata più sconvolgente di un ufo che atterra sul set di un b-movie
americano fra le grida di attori mal pagati, si perché eri atterrata nella mia
vita, sulla mia vita ed avevi ridotto come una polpetta tutta la mia forza,
tutte le mie convinzioni, i miei sorrisi sicuri e leggeri, le mie maglie kitsch,
il mio skate, la mia moto che ancora non avevo, ma che sicuramente avrei
acquistato per andare a vivere a Londra con una bellissima bionda che ancora non
avevo conosciuta, ma che stava gia
attendendomi triste per non avermi ancora incontrato. Avevi addirittura
cancellato tutti quei pomeriggi solitari della mia prima infanzia in cui mi
rinchiudevo il un cartone, in un anta di un armadio, in un qualsiasi buco, in un
sogno per non udire i noiosi e dolorosi litigi dei miei,ed avevi spazzato via il
volto delle poche ragazzine che avevo conosciuto, e tutti quei momenti in cui un
bacio era una promessa di matrimonio ed un sorriso un presagio di felicità ed
eternità.
All’improvviso
mi ritrovai catapultato sulla terra e fui svegliato dal freddo che aveva invaso
la mia t-shirt ed il mio costume , fino a scendere lentamente nelle mie scarpe.
Mi ero versato la birra addosso, e quel poco che era rimasto nel bicchiere
decisi di farmelo cadere fra i capelli sotto lo sguardo incuriosito ed irritato
del barista, che era un tipo perennemente sudato e nervoso, magro come la morte
ma in fondo buono credo, così in silenzio, ma con passo veloce lasciai, quasi
fuggendo a testa bassa il bar e andai verso la piscina di quell’ hotel che si
ergeva in un paesaggio semidesertico, chiamato Saladi, assumendo l’aspetto di
un edificio cittadino rimasto unico superstite di una catastrofe nucleare, solo
per testimoniare un doloroso passato causato dalla barbarie umana.
Ad
un tratto mi sentii afferrare da dietro e pensai: “ecco il barista che mi
vuole fare la pelle!” No,
non era lui, e questo mi risollevò. Era Jorgo, un mio nuovo amico greco che
avevo conosciuto qualche giorno prima, e che passava le vacanze sempre in quel
posto , perché aveva una casa sulla collina che sovrastava l’ hotel.
Vedendomi
tutto bagnato mi chiese: “ what ‘ve u done pusti-malaka?”, qualcosa come
“ cos’hai fatto checcone, stronzo? “
e ciò in effetti era una dimostrazione di affetto perché in Grecia se
una persona giovane, quando ti vede non dice : “ iassu malaka!” , “ciao,
stronzo!” vuol dire che non ti considera veramente un amico, oppure ti
considera un diverso, uno da evitare e questo tipo di rassicurazioni fanno bene
alla sicurezza di un adolescente. E’ bello sentirsi accettati, quando ancora non ci si accetta del
tutto.
Così
lo salutai con un sorriso e lui mi rispose con un altro che nascondeva
sicuramente qualcosa, e lo scoprii subito quando mi ritrovai sott’ acqua ,
trascinandolo giù con me per una gamba.
Credo
che non mi avesse ancora perdonato di aver vinto la notte prima a braccio di
ferro in una sfida all’ ultimo sangue, una di quelle sputaocchi in cui non è
concesso nemmeno ridere o respirare, ed io, proprio io che avevo quasi tre anni
meno di lui mi ero permesso di vincere.
Quando
Jorgo tornò a galla, con uno dei suoi soliti sorrisi che volevano simulare la
più pura ingenuità, mi disse : “ Ho un’ idea. Devi assolutamente vedere
una cosa.”
Dopo
cinque minuti eravamo su una moto lanciata ad una velocità folle per una strada
gialla di sole e di erba arsa. Su
di noi c’era un cielo azzurro e guardandolo sembrava quasi che ci attendesse.
Pensai che forse questa era la vera vendetta di Jorgo, per averlo trascinato in
acqua o chissà forse per aver vinto la sera precedente in quella stupida sfida.
Quello
era un giorno qualsiasi dell’ Agosto del
millenovecentonovantaquattro ed io avevo quattordici anni. Allora non
esisteva ancora la morte, ed ogni cosa sembrava non dover
finire mai. Il mondo sembrava essere migliore.
Forse
erano i sorrisi che tutti quei capi di stato si scambiavano. Persone che fino a
poco tempo prima si erano personalmente odiate, avendo le loro dita raggrinzite
pronte a schiacciare un qualsiasi bottone infernale, o a lanciare un ordine
meccanico ed inderogabile fatto di quaranta cifre di distruzione globale. Allora
tutti quei vecchietti potenti sembravano essersi rimpiccioliti ed il potere era
quasi come affidato a saggi ed assennati nonnetti. Forse era solo la mia prima
giovinezza, ma in quel periodo sembrava che il sole stesse ridendo e che la luna
con tutte le sue stelle, lanciassero buone promesse di felicità, sussurrandole
nelle fresche notti ancora tutte da scrivere.
Intanto
eravamo ancora su quella moto di piccola cilindrata, una di quelle che sono
ribelli, veloci e cercano di imitare quelle serie, ma hanno ruote strette e un
rumore comico e acuto.
Ad
ogni curva era come sfidare la sorte , così mi ritrovai a pregare , io che non
l’avevo mai fatto e fra i santi mi apparve anche il volto di quella
sconosciuta che era entrata quella mattina nel bar. No, non
ti avevo dimenticata e quando nei momenti di paura ed emozione non si
dimentica una persona , beh allora non la si dimentica più.
La
preghiera finì là dove iniziò il desiderio di cose terrene, come un bacio, un
sorriso di una creatura sconosciuta e resa magica distante dal mistero di un
volto stupendo, forte e dolce, dai tratti marcati ma eleganti e sfuggenti.
Mentre
uscivo dal mio mondo la moto si fermò. Dopo tutta quella strada suggestiva,
piena di dirupi e di colline ricoperte di alberi solitari, rinsecchiti e tisici
, dietro alle quali il sole sembrava voler giocare a nascondino eravamo arrivati
in un luogo magico, uno di quei luoghi che sanno di millenni, che ridono della
nostra breve vita e dei nostri sentimenti spargendoli come polvere verso il
baratro infinito del tempo. Ci eravamo arrampicati con la moto su una di quelle
colline ed ad un tratto si scorgevano due enormi
buchi di forma perfettamente circolare. Jorgo mi spiegò che erano due
crateri, creati da due meteoriti cadute milioni di anni prima. Fumammo una
sigaretta e la spegnemmo in una lattina di Coca cola per non incendiare tutto.
Poi ci avventurammo a piedi ed entrando in uno di quei due enormi buchi vidi
centinaia di cappelle greco ortodosse di piccole dimensioni che erano state
disposte lateralmente, scavando all’ interno della roccia lungo un percorso a
spirale che portava in cima.
Era
un luogo magico, uno di quei luoghi in cui pensi davvero che ogni cosa sia
possibile. Avrei potuto inginocchiarmi davanti a una di quelle cappelle e
restare lì per qualche tempo, magari avrei chiesto di tornare sano e salvo
all’ hotel e di poter rivedere quella strana, misteriosa ragazza. Ma Jorgo non
me l’ avrebbe fatta passare liscia se mi avesse visto disteso come un santone
e non lo feci.
Ricordo
ancora la strada del ritorno, il vento che frusta la mia faccia e poi il sole,
il giallo, i dirupi ed il rumore di una moto che si perde nel paesaggio di una
lontana mattina di agosto, in cui avevo intravisto per la prima volta un essere
incantevole ed in cui ero stato due ore con un buon
amico che in fondo era ancora quasi uno sconosciuto con il quale avevo
avuto una lunga conversazione quasi senza parole.
Jorgo
era fatto così, era onesto, spontaneo e scherzava sempre, ma sottosotto sapeva
anche lui cosa volesse dire soffrire per amore e dal suo volto gioioso ed
apparentemente superficiale talvolta traspariva un espressione come di
nostalgia, di passato. Allora non ci pensavo a tutte queste cose, ma quando dopo
anni si scava nel cratere dei ricordi, tornano
tanti dettagli che sembravano dimenticati, mai notati.
Forse
fu per questo che dopo tre giorni fummo già buoni amici.
DUE
Una
volta giunti nell’ hotel ci sedemmo sulle poltrone della reception, simili a
quelle che avevo visto nel bar quella mattina , ma queste erano di un verde
scioccante con delle riga nere e sembravano uscite direttamente da un telefilm
degli anni settanta. Forse lì si era addirittura seduto il tenente Colombo. Da
li udivo rumore di posate e un
odore indescrivibile di cibi non ancora ben identificati,
mai metabolizzati.
Tutto
ciò riportò la mia mente a circa cinque giorni prima, alla notte in cui ero
arrivato in quel posto.
Quando
scendemmo nel piazzale di quell’ hotel sconosciuto, alto come una montagna.
Dove
finiva il cemento armato, iniziava la sabbia, la terra.
Ci
portarono a mangiare in quel ristorante degli anni settanta, dove nulla era
stato toccato, ed in qualche angolo , ne sono certo, si annidavano ancora
antiche puzze, scarti di cibo divenuti
ormai storia.
Non
c’ eri ancora tu e non c’era ancora il profumo di quegli alberi. Tutto era
coperto da voci alzate in protesta e da cipolle incredibilmente penetranti della
cucina greca. Le mascelle del gruppo turistico col loro masticare, poi coprivano
addirittura le onde del mare vicinissimo e quando furono consegnate le ultime
pietanze a notte oramai inoltrata , si rischiò quasi il linciaggio del nostro
organizzatore turistico.
Era
tanto bella la notte fuori, col suo silenzioso vento e le andai incontro,
fuggendo via da quel chiasso espressionista del ristorante, dalle cipolle
penetranti e dalle mascelle disgustosamente piene dei miei compagni di viaggio.
Attraversai
un ampio salone, scesi cinque gradini di marmo nero e poi giù, fuori verso ciò
che mi era ancora ignoto.
C’era
la luna che galleggiava sull’ acqua appena cambiata di una grande piscina,
troppo grande per essere ancora alla moda, che era attraversata da un ponticello
diviso da un piccolo bar che troneggiava al centro di essa e c’era ancora
musica lontana coperta di tanto in tanto da voci indistinte.
Ricordo
che viaggiammo a lungo.
Sulla
nave che ci porto da Brindisi a Patrasso c’erano tutti i tipi immaginabili di
persone e fu davvero bello abituarsi alla vacanza fra le grida di marinai
alcolizzati che ad un tratto decisero di ballare il Sirtaki su delle sedie di
vetroresina, cadendo rovinosamente tra lo sguardo sconcertato di pallidi turisti
inglesi, che con le loro smorfie mostravano di non aver ben compreso il senso di
quella danza distruttrice.
Motivi
di forte curiosità erano destati anche dal mio gruppo, che era capeggiato da
uno strano personaggio tale Salvo Sarnataro il quale aveva un po’ l’aspetto
di Rasputin ed aveva una venerazione senza limiti per la Grecia, tanto vasta da
fargli disprezzare anche la lingua italiana, così quando un suo turista
italiano gli domandava qualcosa lui rispondeva
in greco oppure, ancora più spesso in un dialetto simile al napoletano
ma ricco di sfumature regionali, memore della Magna Grecia.
Sin
dall’ inizio ero stato profondamente colpito dal suo abbigliamento, che era
composto da una camicia, quasi sempre di un colore destabilizzante come
l’arancione, il rosso belzebù o un blu tempestato di pois verdi. E dei
pantaloni poi, sarebbe meglio non parlarne! Alla zuava, solitamente marroni. La
sua figura era completata da scarpe di
fabbricazione rigorosamente greca che tentavano d’imitare le palliate
classiche, ma erano quasi comode come le “Doktor Schulz”, insomma roba da
turisti anziani e stanchi per le troppe escursioni.
La
mattina, quando oramai la traversata dell’ adriatico era quasi giunta al
termine due furono le visioni che mi sconvolsero.
Il
sole era ancora debole, così il blu del cielo ed il mare erano divisi solo da
una sottilissima striscia giallo-arancione. Io ero sul ponte inferiore della
nave quando vidi due missili avvicinarsi allo scafo ad una velocità
elevatissima. Pensai: “ Ecco è finita la vacanza!”
No, avevo visto troppi film
di guerra ed in fondo quando si è in acqua è più facile avvistare due delfini
che essere colpiti da due siluri. Almeno
lo era allora.
Quando
uscirono dall’ acqua sentii il loro canto e vidi le loro acrobazie, sembrava
quasi che mi stessero salutando, in fondo a quell’ ora io ero uno dei pochi
pazzi che stavano attendendo il sole sul ponte ancora gelido di quella nave.
Ad
un tratto sentii una voce dolce e rauca che disse “Wonderful!”. Quel suono
proveniva dal ponte superiore e prometteva davvero bene, così mi voltai
lentamente, timidamente e cosa vidi! Credo che a spiegarlo con parole sia
davvero difficile, forse è davvero impossibile non cadere nella più pura
volgarità, ma quando si è ragazzi certe cose non vanno spiegate e così allora
non mi posi affatto questo problema.
Lei
era già scesa dalla scaletta e così mi trovai accanto ad
una sorta di dea . Aveva capelli lunghi, neri, un naso aquilino e
soprattutto, soprattutto qualcosa di davvero indescrivibile, si lo dico subito,
così mi tolgo d’impaccio, un seno enorme che premeva contro una maglietta su
cui era stampata la bandiera degli States.
Una
stupida domanda mi sorse senza pensarci troppo : “American?” e lei un po’
sorridendo mi rispose di sì, e mi disse che però aveva lontane origini greche
e che andava a trovare il nonno che viveva da qualche parte nel nord del paese.
Così m’improvvisai biologo marino ed esperto di cetacei, e parlammo a lungo,
anche quando gli amici delfini , oramai stanchi o forse un po’ nauseati da
tutte le balle che dissi su di loro, s’ inabissarono, inoltrandosi di nuovo
nel mistero da dove erano venuti.
Dovemmo
parlare davvero a lungo, infatti ad un certo punto udii la voce allarmata di
Rasputin che usciva gridando dal megafono, preceduta da un “Parakalì, Parakalò!”
e poi: “ Il signor Luigi Ventriglia è desiderato al bar di poppa del secondo
piano, per prepararsi allo sbarco.”
Si
avvertiva una nota di irritazione nel suo tono di voce, forse perché lo avevo
costretto a parlare in italiano.
Purtroppo
avevano chiamato proprio me e dovevo andare. Allora vidi il volto di quella
ragazza per l’ ultima volta e nei suoi occhi scuri e un po’ orientali, capii
che una storia d’ amore può durare anche solo due ore senza perdere tutta la
sua passione e la sua sofferenza e come avevano fatto i due delfini m’
inabissai nel mio mondo e ricaddi nella quotidiana consapevolezza della mia
identità.
Dal
finestrino del vecchio pullman si scorgevano case bianchissime, paesaggi
meravigliosi e piccoli tempietti che riempivano il ciglio delle strade. Rasputin ci spiegò che erano lì per ricordare le persone
che avevano perso la vita in incidenti stradali, e ricordo che questo mi
rattristò tantissimo e fui quasi nauseato quando qualcuno disse ridendo, all’ autista che lui preferiva non essere
affatto ricordato, invece il resto del gruppo accolse la battuta con una risata
generale, forse solo per rimuovere quella tristezza che non rientrava nelle loro
brevi ed intense vacanze.
Il
mare attirò la mia attenzione cancellando dalla mia mente tutto il resto e mi
trovai ad attenderlo e a giocare con lui. Era davvero curioso vederlo spuntare lì
dove non te lo saresti aspettato, perché la strada era tutta curve e con la
stanchezza della notte passata sveglio sulla nave e con la musica di un walkman
nelle orecchie che lanciava canzoni piene di melodie struggenti e romantiche
seguite da musica progressive era davvero facile perdere il senso dell’
orientamento.
Sostammo
brevemente sull’ istmo di Corinto e mentre gli altri si sistemavano in luoghi
pericolosissimi, solo per prendere foto inedite di tale rarità
architettonico-naturale, io riempii la mia pancia, ormai quasi disabituata, con
una dozzina di buonissimi Souvlaki, che solo lì sanno fare.
Eravamo
di nuovo seduti nel pullman. Mia madre mi sedeva accanto e si parlava con le
persone che sedevano davanti. Per
il resto c’era uno strano e piacevole silenzio dovuto alla stanchezza
generale. Oramai nemmeno Rasputin parlava più dal suo fastidioso microfono,
sputando dritte di comportamento, informazioni culturali e barzellette datate in
un sol fiato e questo era davvero un sollievo.
Ad
un tratto il giorno si fece blu e la notte venne in una curva illuminata da luci
lontane, Nafplio forse.
Dopo
poco scendemmo dalla vecchia carcassa ed ecco che eravamo arrivati. Ci trovammo
ad annusare nell’ oscurità, ignari e curiosi. Davanti a noi si stagliava nel
cielo la figura colossale e sinistra di un vecchio edificio. Il vento lo
attraversava , facendosi spazio fra le imposte marroni delle camere lasciate
aperte, producendo uno strano suono che si univa al canto delle cicale, a
lontana musica e a voci indistinte e poi c’era un profumo come di vegetazione
che si libera del calore accumulato durante il giorno.
Oh
e poi c’eri tu, ma allora ancora non lo sapevo.
TRE
Jorgo
se ne andò a casa ed io restai per un po’ sulla poltrona del tenente Colombo.
Quel
giorno volò via rapido fra le mille cose che animavano un hotel che cercava
quasi d’ imitare un villaggio vacanze, solo com’ era nella gialla
desolazione desertica.
E’
davvero strano. Le vacanze, quelle vere iniziano quasi sempre dopo circa una
settimana , quando ti ritrovi in un luogo che mantiene sempre la sua lieve
estraneità, i suoi piccoli misteri, ma in cui hai già imparato a riconoscerne i punti di
riferimento, e fra i tanti volti che prima ti erano sembrati una massa
indistinguibile, iniziano a comparire facce simpatiche di amici, di ragazze
carine, di desideri che forse resteranno tali e di scoperte che ti aprono il
cuore e ti fanno volare per un po’ sopra il tuo solito mondo, la tua
quotidianità.
Allora
portavo i capelli molto lunghi e per questo mi sentivo quasi un pirata in fuga
da un drago, o forse solo dalla mia vita che trovavo ancora troppo vuota
di storie da narrare e di volti da ricordare, rimpiangere. Il passato allora mi
sembrava ancora cosa raggiungibile, riparabile e pensavo che il futuro non fosse
altro che la somma dei miei desideri. In fondo questa era la felicità, quella
che non chiede soldi per vivere, che non chiede successi, sicurezza e che si
accontenta di starsene in un monolocale, attraversato dal sole, posto nel cuore
di un quattordicenne.
La
sera era diventata oramai blu ed arancione, un colore che non ho più visto in
nessun altro cielo. Ero disteso sulla sabbia
umida ed accogliente, ricoperta da stranissimi sassi rosa. In lontananza,
sulla destra, si scorgeva un’ isola piccolissima, precisa come un cono
capovolto e a sinistra c’era la costa che chiudeva il paesaggio con una
collinetta quasi verde, che lentamente scendeva verso il mare.
Di
tanto in tanto arrivava un odore di pesce fritto, misto al sapore di alberi e di
terra umida. Più in là, a destra, c’erano
due taverne che erano a pochi metri dall’ acqua, arroccate su uno scoglio
battuto dalle onde stanche del mare della sera, blu ed imperscrutabile. Anche i
tavoli e le sedie erano state dipinte in un blu chiaro ed intenso e quando
finivano i posti c’era sempre qualche vecchietto con la pelle segnata dal sole
e con un sorriso stampato sul volto che
faceva rotolare dei cilindri di legno, usati solitamente per trasportare lunghi
cavi elettrici, che ad un tratto si erano trovati ad esser
tavoli. Anche gli oggetti hanno un destino tutto loro. Così lì dov’
erano stati i cavi adesso sarebbero state messe le gambe dei nuovi clienti.
Intanto
io ero solo su quella spiaggia umida ed il presente era eterno, magico, mio.
Quando
mi gettai nel mare scuro e salato ripensai a quel giorno che era passato come
tutti gli altri della mia vita e nei colori di quella sera ormai lontana ritornò
il tuo volto.
Ma
allora che ne sapevo di tutte quelle sigarette che avrei fumato ripensandoti,
accarezzando col ricordo il tuo corpo che si allontanava sinuosamente in una
lontana mattina d’ Agosto, che ne sapevo di tutta quella musica che avrei
sognato di ballare con te, tenendo i tuoi occhi nei miei. No, non avrei creduto
nemmeno alla mia anima se mi avesse detto che mille volte avrei cercato il tuo
volto dietro sconosciuti capelli scorti su strade lontanissime da quel luogo in
cui eravamo allora , perché allora tu eri da qualche parte in quel hotel e ti
avrei rivista altre mille volte. Eri ancora vita, presente, emozioni.
Nell’attimo
in cui ti vidi per la prima volta tu prendesti
una parte di me, e l’ avresti portata via per il mondo, chissà dove,
ma allora cosa ne potevo sapere.
E
poi ci sarebbero state un’ infinità di notti insonni, fatte di ore rubate, ed
io sveglio e libero o forse semplicemente solo dopo la tempesta che la fine di
un amore porta sempre con se, avrei
atteso l’alba su di un balcone annusando l’aria, con gli occhi chiusi per
trovarti, solo per rivedere il tuo volto nell’ illusione di un
sogno. Si, il tuo viso, i tuoi occhi sarebbero sempre tornati nei
momenti di tristezza e, come il porto di Itaca avrebbero accolto la
stanca e sgangherata nave dell’ anima, provata dal lungo viaggio,dai mille
mostri incontrati, e dalle ancora
più temibili ombre della vita e sarebbero tornati anche negli attimi felici,
che non potevano essere in fondo tanto belli visto che tu non eri lì con me.
Ci sono volti che non si dimenticano, anche loro sono onde fra
le onde, ma non si dimenticano. E’ come se nascondessero una luce che di tanto
in tanto svelano, magari in un sorriso fatto di occhi.
Il
cielo oramai era quasi nero e la
linea arancione dell’ orizzonte si
stava spegnendo lentamente, quando uscii dall’ acqua.
QUATTRO
La
notte scura e profumata era tornata. Il cielo era un vasto manto nero ricoperto
di stelle gialle e luminose.
Nella
mia città non esistono notti come quella, e forse non possono esistere notti
così nel cuore di chi non può
dimenticare i propri sogni.
Le
luci della città in questa calda notte che mi parla di te, portano i miei
desideri su strade polverose, dimenticate dove a lungo resterai luce accecante,
mia nuova e più antica speranza.
In questa silenziosa notte d’ estate ti accolgo nuovamente nel
tempio della mia anima, prima come ricordo, poi come nostalgia che si agita
sempre più, bussando e dilaniando le mura della mia indifferenza, del mio
presente, ed allora ogni mio attimo sarà anche un po’ tuo ed in ogni mio
desiderio comparirà anche il tuo volto che si allontana lentamente nel sole di
una lontana mattina di agosto in cui scoprii una nuova via su cui avrei potuto
correrti accanto, seguirti; apristi una porta che dava su di un paesaggio
meraviglioso, fatto di giorni gialli e di notti profumate che sarebbero esistite
solo avendoti accanto.
Questa
notte i rumori della città entrano nella mia camera fino a divenire pensieri.
Rumori di auto lontane, tagliano questo silenzio, e forse senza saperlo si
avvicinano un po’ più a te.
Dietro
le tende ancora illuminate si celano mondi sconosciuti, ed in
qualche stanza in affitto ci saranno cuori clandestini che si tengono
stretti e galoppano forte per raggiungere la libertà, la felicità che
durerà forse solo un attimo.
Si,
anche per me di vita ce n’ è
stata tanta, ma di felicità, quella vera che non ha parole e non ha aria, né
pudore, quella non ce n’è stata. Così ora resterò per un po’ nascosto
nell’ angolo dei miei ricordi, protetto dall’ ombra del passato e della
nostalgia e qualche volta chiuderò gli occhi e ti rivedrò. Saranno attimi
brevissimi, fugaci. Non ci sarà che il tuo respiro, sabbia che scivola via
dalla mia pelle, luce che ricopre le mie speranze. E tornerà l’ inquietudine
di intere notti e di lontani
mattini ancora blu in cui uscivo con il cuore colmo di speranza , quasi una
promessa. Ripenserò a quando ebbero inizio tutti quei giorni senza di te.
Mille volte tornasti nei miei ricordi, indossando una
canottiera nera, come la prima volta e
sorridente passasti sulla mia vita rendendola un po’ più bella con il tuo
solo esistere.
Forse
sei ancora così e continui a percorrere il mondo, riempiendo del tuo profumo
abiti nuovi, ma questa notte io indosso quegli stessi panni e sulla mia testa
risplende quello stesso sole.
Chissà
se in tutti questi anni siamo stati tanto lontani, o se almeno una volta sei
stata tanto vicina da poter udire tutte quelle canzoni che mi parlavano di te.
Se
solo ripenso a tutte le volte in cui sono tornato in quel luogo, ritrovandolo
sempre come allora, giallo di sole, con gli alberi che discorrevano con l’
aria in una loro lingua sconosciuta, perché forse c’era ancora qualcosa di
tuo in quel luogo. Erano quelle stesse mura a parlarmi di te, e le ombre erano
abili nello scivolare sulle forme del tuo viso, del tuo corpo. Neanche loro
sapevano dove eri ora, dov’eri andata.
Talvolta
ti attendevo, camminando nella notte profumata. Era quasi come se ti avessi
detto di venire ma erano solo momenti e volavano via come sogni calpestati dalla
razionalità di una sveglia, ma subito dopo mi ritrovavo ad inseguire tracce
lontane sulla sabbia attraversata dalle stagioni e frustata dal vento degli anni
trascorsi, perchè forse quelle tracce erano anche un po’ tue.
Quel
luogo mille volte ricordato, sognato era
proprio attorno a me, sotto di me, e toccandolo, calpestandolo ero certo della
tua esistenza. Tempio di parole mai dette, di attimi, di sguardi che rimasero
eterni per me e nulla per il resto del mondo.
Così
quel vecchio hotel divenne sempre un po’ più mio con quel suo rumore di
moquet , che scivolando per lunghi
e ventilati corridoi bianchi producevo nella notte. Un rumore che non udivo da
anni. Il suono del silenzio ovattato della
timidezza di un quattordicenne .
Quel
posto era sempre come allora con tutti i suoi vecchi rumori. Si, è vero
c’erano voci che parlavano altre lingue e le canzoni erano ormai cambiate, ma
in fondo mi trovavo in quell’ angolo di mondo perché tu eri tornata nella mia
mente e c’eri solo tu.
Ogni
cosa lì custodiva un po’ della tua ombra ed il rimpianto di parole che non
scorsero, forse solo per destino.
Tutto
era ancora caldo dei tuoi passi e del tuo respiro. Chissà dove s’ erano
posate le tue mani e dove t’ avevano condotto i tuoi desideri. Si, quel luogo
era anche un po’ di te.
Dov’eri
e quando era finito quel tempo in cui, guardando nei tuoi meravigliosi,
sconosciuti occhi, scorgevo una nuova vita con tutte le sue scelte?
Talvolta
tornano dal passato volti che ora ci mancano tanto. Tornano profumi lontani ed
attimi di un giorno, illusioni di una vita che non fu mai.
Si
ritorna alle origini del proprio carattere e dei propri desideri, aprendo una
stanza chiusa da tempo, e piangendo sulla polvere che forma geometrie arcane sul
pavimento, dove prima posavano oggetti resi consueti dalla vita.
Le
notti avevano la tua luce ed il mare vicino, vicinissimo ripeteva qualche tua
frase all’ infinito.
Ma
oramai non provavo più quell’ emozione lontana, perché sapevo che dopo anni
non ti avrei più incontrata fra le mura di quel vecchio hotel, fra gli odorosi
alberi o nell’ oscurità dell’ umido lido notturno.
Tutte
le volte abbracciai amici che mi chiamarono per nome, il nome che avevo anni
prima. Chissà se ho mai avuto per te un nome, quando m’immergevo nell’
universo dei tuoi occhi un po’ chiusi da un sorriso che forse un po’ mi
apparteneva.
Chissà
se almeno un granello del mio castello di sabbia si
depositò mai sul fondo della tua anima, ed intanto chissà chi stavi
rendendo felice, quasi immortale con un tuo sguardo, con un tuo sorriso fatto di
occhi, mentre la mia mente t’inseguiva nel nebbioso labirinto del passato.
E
quando ripenso a due occhi azzurri e ad un volto rosa che conobbi su quella
spiaggia , di anni oramai distante da quella nostra lontana estate, allora è
vero, la tua assenza e la mia ricerca non hanno lasciato cadere solo frutti
amari dall’ albero della mia nostalgia, ma anche vita ed attimi felici, che in
fondo erano dei tuoi doni.
Stanotte,
come le pietre di quella nostra spiaggia rosa, anche i miei ricordi
sgretolandosi ringiovaniranno, ritornando desideri quasi possibili.
Un
profumo dimenticato mi spinge a cercarti di nuovo, illudendomi di ritrovare il
tuo volto, che forse in questa mia breve vita non rivedrò più.
Chiudo
gli occhi e ripeto il tuo nome, quel nome che era quasi una promessa di felicità
e che forse ti desti solo per un’ estate. Allora davvero non ti ritroverò
mai, mia lontanissima felicità.
Cancellerò
anni interi, e poi tutti i volti, tutti i profumi che mi separarono da te e sarò
nuovamente in una piccola discoteca bianca, quasi uno scoglio in riva al mare.
CINQUE
La
discoteca era piccolissima e dipinta distrattamente di bianco.
Appena
si entrava c’era un piccolo bar sulla destra, che in fondo
era solo un bancone coperto da un tetto anch’ esso bianchissimo dal
quale pendevano delle lampadine colorate, rosse, gialle, verdi che avevano visto
tempi migliori. Ricordo che quel posto era pieno di alcol, e dietro al barista
c’erano bottiglie di ogni forma e colore che celavano paradisi artificiali.
Era bello allora bere lontano dagli sguardi indiscreti e recriminatori di mia
madre, o di qualche parente e rivolgere gli occhi annebbiati alle stelle e al
cielo nero, sentendosi invincibile, giovane , appena creato. “Sopra di me il
cielo infinito, dentro di me la mia legge morale”; o qualcosa del genere.
Più
avanti c’era una strettissima sala da ballo che stranamente, quando era piena
di gente, sembrava espandersi all’ infinito, forse perché venivano tolte le
sedie, o era la notte che si
estendeva nera ed illimitata sulle nostre teste.
L’hotel
faceva pagare l’ingresso, così ognuno cercava di evadere il biglietto come
poteva. Una sera un mio amico rischiò di perdere i suoi gioielli sulla rete di
filo spinato che confinava con la toilette, che era stata opportunamente piegata
e deformata dagli anni e dai numerosi imboscati. Sulla recinzione, se la si
guardava attentamente, si potevano trovare brandelli di stoffa, storie di tante
passate sofferenze.
Io
ero più furbo, o solo più fortunato, così entravo a testa alta per l’
ingresso principale.
Jorgo
di tanto in tanto lavorava al bar e così oltre all’ ingresso per me erano
assicurati tantissimi paradisi artificiali ed altrettante sorelle birre.
Naturalmente c’era da stare guardinghi, perché il posto era davvero ristretto
e gli agguati di mia madre o di Rasputin non erano infrequenti.
Quel
piccolo cerchio dove si ballava era sormontato da una palafitta di legno dove si
sistemava il deejay.
Nei
primi giorni a farla da padrone era stato un
francese piccoletto, che era un vero e proprio attaccabrighe. Non ricordo
bene il suo nome, forse si chiamava Gégé. Lui metteva tutti dischi datati,
ballatissimi dal suo gruppo ma superodiati dalla gente italica che era
partita con me. Loro avrebbero di gran lunga preferito qualcosa di attuale e
fugace, o forse era solo per creare dei problemi a Rasputin per il fatto di
averli trascinati con se in quell’ avventurosa vacanza quasi archeologica, e
di averli condotti in quell’ hotel passato di moda che aveva come simbolo due
pesci in amore in posizione 69 incisi sul marmo d’ ingresso. Quel luogo era
stato un tempio del naturismo degli anni settanta. Lo si capiva da tanti piccoli
dettagli, come dai volantini sopravvissuti da cui erano state cancellate intere
frasi e regole di comportamento con
un pennarello nero e dai dischi sexy, stipati in locali polverosi che venivano
puntualmente riproposti
da Gégé.
Quella
sera iniziò con una canzone piena di sensuale innocenza, un vecchio testo del
mitico Serge Gainsbourg, che si chiamava Sea, sex and sun.
Quando
quel piccolo deejay metteva un pezzo, alzava sempre lo sguardo e sotto i suoi
capelli dipinti biondi spuntavano due occhi chiari e indagatori, che spiavano
con un perfido sorriso la piccola folla , per vedere quanto desse fastidio il
brano che girava sul piatto. Questa volta tutti stavano ballando e questo,
credo, lo deluse molto, avrebbe voluto creare scompiglio e malcontento ma questa
volta non ci era riuscito.
Credo
che avesse preso lezioni da un vero e proprio esperto in materia , infatti lui
aveva un inventario vastissimo di effetti dissonanti, di rumori voluti e di cose
fastidiose minuziosamente ricercate, come quando riproponeva un brano due o tre
volte di seguito o quando interrompeva una bella canzone, tagliando a metà le
emozioni che essa aveva suscitato nei presenti ed iniziava a parlare nel
microfono in un francese velocissimo, davanti alla moltitudine che non capiva
nulla e restava in silenzio , a bocca aperta.
Si
lui riusciva a creare vere e proprie serate futuriste con pochissimi e ben
studiati elementi e si placava solo quando la tensione degli astanti saliva
rapidamente e pericolosamente. Allora soddisfatto, rimediava al suo vizio,
mettendo qualche canzone greca tradizionale, e se ne restava per un pò buono
nella sua gabbiola, lasciando passare tre
o quattro pezzi, senza disturbare, nascosto dalla luce di una fioca lampadina
verde.
Intanto
da quattro casse sfondate usciva la
fantastica voce pastosa e sensuale di Serge Gainsbourg.
Sea,
sex and sun
Le
soleil au zénith
Vingt
ans, dix-huit
Dix-sept
ans à la limite
Je
resussite
Sea,
sex and sun
Toi
petite
Tu
es de la dynamite
Ed
io stringevo una bella ragazza di Atene, che aveva tre anni più di me, cosa che
allora mi era parsa come un incredibile successo. Lei si chiamava Gheorghia
Papa-nonsocosa ed aveva un fisico davvero attraente. Soprattutto aveva quelle
due stesse cose che avevano rapito la mia mente e la mia volontà sul ponte
della nave.
Mentre
la mia ragione affogava lentamente nei suoi grandi occhi neri, la mia voce si
liberò da ogni briglia e dissi: “I love You!”
Lei
allora iniziò a ridere e rise a lungo. Allora tre anni di differenza erano
davvero tanti.
Tutt’
intorno a noi c’erano voci e chiasso, ed io mi ritrovai a spiare, un po’
nascosto dalla spalla della mia nuova amica, e fui attraversato da un sensazione
di orgoglio e di vittoria quando vidi i volti di alcuni amici greci e italiani
che stavano guardandomi facendo gesti di assenso con le mani e con gli occhi.
E
poi avvenne l’inaspettato. Ti trovai seduta ad un tavolo. I miei occhi si
persero nel mare dei tuoi occhi verdi, carismatici, felici. Stavi parlando con
delle amiche, e le tue sopracciglia nerissime ed arcate seguivano
indisponentemente ogni tuo
discorso, ogni tuo sorriso. Avevi un jeans aderente , e degli anfibi slacciati,
neri come la tua canottiera dalla quale spuntavano due braccia muscolose ed
abbronzate. E cosa vidi ! Avevi un tatuaggio che quella mattina al bar non avevo
notato. Era sul tuo braccio destro e raffigurava una corona di spine da cui
pendevano due penne, forse di un altro povero navajo che come me aveva
incontrato i tuoi occhi.
In
quell’ istante provai uno sconosciuto piacere. Avevo tutto e tu eri seduta a
pochi metri da me. Capii che altre mille volte avrei incontrato il tuo viso, i
tuoi occhi, le tue braccia muscolose, ed i tuoi capelli corti e neri, sempre
ricci e ribelli.
Ero
felice, ma non lo sapevo. Felice così non lo sono mai più stato.
Com’
eri grande, distante, irraggiungibile, ed io com’ ero piccolo, malaka nell’
universo del tuo viso.
Intanto
la voce di Serge Gainsbourg continuava a diffondersi pastosa e sensuale nel
cielo di quella notte lontana.
Sea,
sex and sun
Le
soleil au zénith
Me
surexcitent
Tes
p’tits seins de Bakélite
Qui
s’ agitent
Sea,
sex and sun
Toi
petite
C’est
sur tu es un hit…..
Tutto
finì fra parole sussurrate e rumori di risate lontane. Io ero assieme a
Gheorghia Papa-nonsocosa . Eravamo distesi su una scacchiera gigante che veniva
usata per fare partite di dama viventi in cui i turisti prendevano il posto
delle normali pedine e quando si faceva dama bisognava caricarsi sulle spalle
una persona, perciò si faceva sempre a gara per perdere.
Gli
alberi ci tenevano un po’ nascosti dall’ ingresso della piccola discoteca
vicinissima. Avevamo seguito un percorso fatto di vegetazione ricurva per
arrivare in quel luogo e fra la paura di passi che sembravano avvicinarsi ci
amammo nella sempre più silenziosa oscurità. Ricordo ancora il fiato di quella
ragazza che riscaldava il mio collo ed il mio viso rosso ed affannato e ricordo
la sua voce bassa e timorosa che parlava in un inglese sconosciuto e melodioso,
dicendo parole che si persero nel tempo.
Fu
uno di quegli amori che durano solo un ora, uno di quelli che solo
a quell’ età possono esistere, e fini il giorno dopo quando il sole
impietoso aveva oramai cancellato
il fascino che l’ oscurità della notte mi aveva donato e quando lei mi vide
coperto da una ridicola tuta di cotone verde, di cui allora andavo
incredibilmente fiero, mentre trascinavo la
stanchezza e le birre della sera prima
verso la spiaggia, tutto era ormai finito inesorabilmente.
SEI
La
spiaggia era carica di persone. Sembrava di essere in un ristorante
di domenica quando si è attorniati da mille voci che unendosi creano un
ritmo monotono ed indistinguibile.
I
miei occhi ti stavano cercando, ma
non ti trovai, forse ti eri confusa tra tutta quella folla o eri fuggita via da
quel luogo, e stavi con qualcuno che in
quel momento, senza saperlo, stava
correndo con dei tacchi a spillo sul mio cuore.
Mi
ritrovai disteso sulla sabbia rovente, fra amici che ridevano dicendo
una marea di cazzate , e ad occhi chiusi mi lasciai ustionare dal sole,
che abbronzava anche i pesci.
Mi
coinvolsero nei loro discorsi e, con te nel cuore, iniziai a dire anche io una
marea di cazzate. Ridemmo e parlammo dei nostri progetti, che in fondo non
superavano i confini di quel villaggio.
C’era
Costantino, il figlio del nostro vecchio Rasputin, che era mezzo greco che con
il suo viso marpione mi voleva spingere a raccontare tutti i retroscena della
sera prima, ma non avevo voglia di parlarne, in fondo ero stato scaricato solo
da mezz’ ora e non mi andava
proprio di raccontarlo.
Fui
salvato da una voce amica, era quella di Costas V., e dalla polvere sollevata
dalla sua vecchia moto da cross, da cui non si separava mai.
Arrivava
sempre in spiaggia accompagnato da un boato spaventoso, spargendo terrore fra i
bagnanti.
Che
testa di cazzo! Eppure era davvero un amico, uno di quelli di cui senti di
poterti fidare dopo un attimo. Gli avrei voluto parlare di te, e dei tuoi occhi.
Gli avrei detto che erano più
belli e misteriosi dei fari di una vecchia Ferrari GTO. Lui avrebbe capito
meglio questo paragone, perchè era un duro, ed anche se era bassino aveva
qualcosa che lo faceva assomigliare un po’ a Bruce Willis, forse gli occhi
chiari ed i capelli cortissimi, o forse il suo fisico muscoloso, che
non temeva di far risaltare in maglie attillatissime e con ridicole pose
plastiche.
Si,
lui era un esempio, uno da seguire, e forse era diventato mio amico proprio
perché io non lo seguivo, perché io lo ascoltavo senza quel sorriso di
venerazione che compariva sul volto di tutti gli altri
adolescenti brufolosi che affollavano l’ hotel. Io lo ascoltavo
davvero, e gli rispondevo davvero.
Senza
chiedete permesso si stese fra di noi ed inizio a fumare una delle sue Marlboro
rosse.
Iniziò
a parlare lui, rompendo il breve silenzio che aveva suscitato il suo arrivo, a
dir poco originale, su tutta la spiaggia. Ora tutti gli
sguardi erano rivolti su di noi.
-
Luiziii,
filos italicos!
-
Iassu
, my good friend, Costas!
Stavamo
parlando una lingua tutta nostra, una mistura di Inglese e del poco Greco che
conoscevo. Lo facevo per rendermi più simpatico e familiare.
Lui
aveva una sorta di sesto senso. Forse era stata la sua vita ed i momenti vissuti
rischiando quella sua vita per inseguire i suoi eccessi, che in fondo erano poca
cosa, come correre come un folle nel giallo di quella terra riarsa dal sole
implacabile, con la sua vecchia moto o come bere fino al dolore, fino ai puntini
rossi sul viso.
Così
interruppe il mio silenzio:
-
A
cosa stai pensando, filos Luizi ?
-
A
niente, o forse a tutto.
-
Vuoi
prendermi in giro malaka?
-
No
, è che ieri ho visto un volto senza nome, e degli occhi come perle nascoste da
preziosi scrigni. Ho spiato una ragazza nella notte e nel suo mistero ho scorto
il mio futuro.
Ecco
, c’
ero riuscito! Avevo parlato di te per la
prima volta.
No,
non avevo parlato dei fari di una Ferrari, ma proprio di te.
-
Ma
Luizi, forse allora stai parlando di mia cuzina Gheorghia?
Quella
la devi dimenticare, se vuoi restare mio amico, lasciala stare! Lo hai visto
anche tu, ti ha mollato oggimattina!
Lei
ha un ragazzo ad Atene ed è molto geloso.
Mammamia
, quanto avevo rischiato la sera prima! Un greco geloso e con le corna e davvero
peggio di un toro che t’ insegue in un ascensore.
Oramai
tutti sapevano che ero stato scaricato, ma non me ne fregava più nulla in quel
momento.
-
No,
Costas, non parlavo di tua cugina,
ma di una donna sconosciuta e lontana, irraggiungibile. Te l’ ho detto, non
conosco neanche il suo nome.
All’
improvviso tornò un sorriso familiare sul suo volto e la sua voce era di nuovo
calma ed amichevole. Ora il suo naso ed i suoi occhi erano tutti curvi in una
comica smorfia di curiosità. Faccia da Greco!
Si,
purtroppo aveva capito ogni parola del mio breve discorso e ormai il dado era
stato tratto. Avrei dovuto rispondere ad ogni sua domanda ed avrei dovuto
interpretare ogni sua smorfia, per capire veramente le sue risposte. Che
guaio!
Prima
che lui mi domandasse qualcosa stavo già parlando, sarebbe stato di gran lunga
meno doloroso dirlo subito e finire tutto in un attimo.
-
Costas,
hai presente un film in cui appare il volto di un angelo, fatto solo di luce,
che vorresti toccare, baciare?
-
No.
-
Beh,
per me è stato così, solo che lei era proprio davanti a me. Si muoveva e
parlava e viveva nel mio mondo, ma
era irrangiungibile come il profumo lasciato da un sogno, come
l’ orizzonte del naufrago assetato, che resta orizzonte.
-
Luiizii,
ma di cosa stai parlando? Com’ è fatta, la conosco?
Fu
davvero difficilissimo, per me allora rompere il muro del silenzio e della
timidezza, ma a quel punto mancava solo un volto, un corpo e parlai.
-
Lei
ha capelli neri e ricci che sovrastano un volto rosa ma
abbronzato. Ha tratti unici, dolci e marcati come se fosse figlia di
mille razze. Lei è la figlia del
mondo. La creatura più bella che abbia visto, e sono sicuro, che mai vedrò. Ha
un naso né piccolo, né grande, che si staglia leggermente dal suo volto ovale
e quadrato nello stesso tempo, come se fosse una piccola isola
e sopra, sopra regnano imperiosi e prepotenti
due fantastici occhi, che illuminano tutto l’esistente con la loro
luce, con la loro viva intelligenza.
Costas te lo giuro, non
ho mai visto nessuno che riesca a parlare, a ridere, a giudicare come fa lei in
silenzio, usando solo i suoi occhi verdi, che illuminano tutto ciò che il suo
pensiero tocca, seguiti da grandi ed aguzze
sopracciglia nerissime come quelle di un diavolo
che indisponenti la seguono in ogni sfumatura di ogni suo discorso, di
ogni suo pensiero.
-
Si
Luizi ma com’ è fatta? Le ha grandi come mia cuzina?
Eh malaka?
-
Oddio!
No Costas quasi non le ha. Lei è
diversa è davvero diversa da tutto ciò che è facile da spiegare. Rifugge ogni
forma, ogni geometria. E’
bellezza che non ha motivazioni. E’ come luce che t’ illumina la vita, ma di
cui non riesci a scorgerne la fonte, è vento che viene da lontano, da un altro
pianeta e porta con se profumi sconosciuti, inediti.
-
Ma
è una donna?
-
Si
che lo è, almeno credo. Guarda Costas, è come se fosse tutto, tutto messo
assieme, cielo e mare, vicino e lontano, basso ed alto, perfetto ed imperfetto,
umano e divino. Eppure a questo
tutto non riesco a dare un nome. Potrei chiamarla perfezione, ma è ancora
troppo poco e darebbe l’idea di qualcosa di freddo, mentre lei è vita è
futuro, è unghie che squarciano il velo del finito. Lei è
caldo estivo e sensuale che ti culla verso l’ignoto, e cancellando ogni
tua paura, ogni tuo dubbio ti conduce dovunque
vuole.
Sei
suo dopo il primo sguardo, e non hai più bisogno di nessun nome per sapere chi
sei. Diventi solo e per sempre volontà, desiderio.
Negli
occhi confusi di Costas scorsi uno
sguardo interrogativo e preoccupato. Forse stava pensando che non aveva capito
proprio nulla di me, che gli ero parso una persona del tutto normale ed innocua.
Lo vidi scrutare nel mio sguardo, nel mio animo in cerca di una scintilla di
follia ed esaltazione. Poi comparve un sorriso sul suo volto, e da allora
divenimmo davvero amici. E’ come se senza saperlo avessi superato un esame a
pieni voti.
Lui
ad un tratto interruppe il breve silenzio, passandomi una sigaretta già accesa
e disse:
-
Malaka!
Sei caduto anche tu nel dolce abisso dell’ amore.
Allora
io trovai il coraggio e dissi tutto d’ un fiato:
-
Lei
ha un misterioso tatuaggio che le ricopre un braccio…
Non
ebbi il tempo di terminare la frase , che vidi la faccia di Costas espandersi in
una smorfia di soddisfazione. Era visibilmente
contento di aver risolto quel piccolo mistero , ed esclamò, quasi urlando :
-Laetitia!
La
spiaggia si era svuotata e noi eravamo rimasti
quasi soli, così udii benissimo la sua risata che m’ inseguiva , più
veloce della mia folle corsa. In un attimo ero già sott’ acqua e poi ero
steso sul blu di quel mare lontano che mi stava cullando.
Adesso
sapevo il tuo nome.
Tutti
i tuoi sguardi, tutti i tuoi pensieri, le tue braccia muscolose, i tuoi occhi
allegri e tristi, lontani ed intelligenti pieni di storie sulle quali avevano
lasciato cadere mille lacrime e mille sorrisi
e tutto l’
universo infinito con tutte le sue stelle, le sue tempeste i suoi dei ed i suoi
demoni adesso avevano un nome.
SETTE
La
mattina successiva fui svegliato da urla e da tuffi.
Ero
nella camera 616 di un hotel che era quasi storia e nessuno sarebbe venuto ad
annoiarmi con la mia quotidianità.
Era
davvero bello ritrovarsi in un luogo lontano da casa e pieno di gente nuova, di
vite da scoprire, amici che non avevi conosciuto fra i
banchi di una scuola. Gente
che non ti ricordava mattine umide e libri da studiare. Erano persone che riescivo ad
immaginare solo alla luce del sole, mentre facevano qualcosa privo di alcun
senso, come lanciarsi con sedie di vetroresina in piscina , giocare a dama
vivente o ballare vecchie canzoni e sentirsi re in una piccola discoteca ai
confini del mondo, stringendo una bella ragazza e spiando un sogno.
Forse
è questa la magia che rende un estate davvero estate, e quando ci si affaccia
alla vita tutto ha un odore più forte, forse perché non hai ancora fumato un
miliardo di sigarette. Ogni senso ha un valore assoluto, che cancella tutto il
resto. Ti ritrovi ad annusare l’aria in cerca di futuro, e di un sogno da
realizzare.
Mi
affacciai dal piccolo balcone, che dava su quella piscina un po’ retrò, ma in
fondo ancora maestosa, hollywoodiana con quel
piccolo bar, che troneggiava al centro, coperto da canne di bambù, e
vidi una marea di gente, come puntini colorati che si rincorrevano e si
scontravano nell’ accecante luce del sole.
Misi
una cassetta dei Nirvana nel mio piccolo stereo portatile, ed iniziai a vestirmi
per buttarmi nel nuovo giorno che
mi stava attendendo già da un pezzo e subito quel ciccione stronzo del mio
vicino di stanza, uno strano esemplare di greco, l’unico greco antipatico che
conoscessi, iniziò a battere contro la parete, come faceva spesso,
e a gridare improperi :
-
Italiano Stronzo, Malaka! Aigamisu, Vaffanculo!
Non
ci badai, in fondo mi faceva davvero pena, aveva una gamba ingessata e passava
giornate intere, ascoltando colonne sonore dei manga o un polpettone di musica
classica, seduto fuori all’ angusto balcone della camera, costruendo un
modellino di nave.
Divideva
la camera con la madre e con qualcun’ altro.
Ed
a pensare che dall’ aspetto dovesse avere all’ incirca trent’ anni mi si
gelava il sangue nelle vene. Mammamia che tristezza!
Beh
comunque continuai a sentire i Nirvana, almeno per coprire tutti quei rumori
tristi che provenivano dalla camera del ciccione, come lo sciabordio dell’
acqua della sua bacinella, dove lui si sciacquava le dita dalla colla dei
cannoncini.
Scesi
giù, nella folla pagante, assetata di divertimento e mi confusi fra tutte
quelle grida, divenendo anch’ io
puntino colorato che si agitava e urtava altri
puntini colorati nell’ accecante luce del sole.
Non
ti stavo cercando, perché non eri
lì ed era come se lo sapessi. Ormai avevo imparato a riconoscere il tuo
profumo, dopo aver seguito mille volte la scia della tua felicità che sembravi
perdere involontariamente, quando invece la stavi donando.
Sarebbero
dovuti passare altri tre giorni per rivedere nuovamente i tuoi occhi che
nascondevano sotto ogni loro sorriso un intero universo, il mio futuro, la mia
felicità, e per rivedere la tua bellezza senza geometria, senza regole e cosa
dico, quasi ti stavo dimenticando.
E’
davvero strano dimenticare una persona, solo perché sai che tornerà.
Quel giorno in piscina conobbi un ragazzo di Corinto, snello e alto che si muoveva trascinando la sua altezza un po’ curvo, l’unico che in quel posto