LUIGI PULCI: In principio era buio, e buio fia

LUIGI PULCI


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In principio era buio, e buio fia

In principio era buio, e buio fia.
Hai tu veduto, Benedetto Dei,
come sel beccon questi gabbadei,
che dicon ginocchion l'ave Maria!
Tu riderai in capo della via,
che tu vedrai le squadre de' Romei
levarsi le gallozze e gli agnusdei
e tornar a cercar dell'Osteria.
Ma il piacer fie di queste capperucce,
e di certe altre ave Marie infilzate,
che biascian tutto dì come bertucce.
O pecorelle mie, zoppe e sciancate,
che credete lassù salire a grucce,
e nespole parer poi 'ncoronate,
le porte fien serrate,
e tutte al buio indietro torneranno,
e in bocca al Drago tuo si troveranno.
E fia ben male il danno
ma, a mie parere, ancor peggio le beffe.
Torbo, accia, accia, e mazeri bizeffe.

COMMENTO

1. In principio... fia: Non si dovrebbe omettere di citare l'esordio del Morgante: «In principio era il Verbo appresso a Dio, / ed era Iddio il Verbo e 'l Verbo Lui: / questo era nel principio, al parer mio, / e nulla si può far sanza Costui. / Però, giusto Signor benigno e pio, / mandami solo un degli angeli tui, / che m'accompagni e rechimi a memoria / una famosa, antica e degna storia» (Morgante I 1), con il suo puntuale rinvio al vangelo di San Giovanni: «In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum. Hoc erat in principio apud Deum. Omnia per ipsum facta sunt: et sine ipso factum est nihil, quod factum est [...]» (Ioann. I 1-3). Alla luce di questo rimando interno l'esordio del sonetto assume il senso non solo di una blasfema parodia, ma anche di un'irriverente ricantazione (da correlare con la chiusa del sonetto Costor che fan sì gran disputazione: «Noi ce n'andrem, Pandolfo, in valle buia / sanza sentir più cantare alleluia!» [vv. 22-23]). La ricantazione della ricantazione verrà, com'è noto, in Morgante XXVIII 43 («In principio creò la terra e 'l cielo / Colui che tutto fe' qual sapïente, / e le tenebre al sol facevon velo; / non so quel ch'e' si fia poi finalmente / nella revoluzion del grande stelo: / basta che tutto giudica la Mente; / e se pur vane cose un tempo scrissi, / contra hypocritas tantum, pater, dissi») e in Confessione 55-66 («Che colpa ho io se quella madre antica / ci creò con peccati e con defetti? / (Però pur la speranza mi nutrica). // E la natura par che si diletti / varie cose crear, diversi ingegni: / a me dette per dote i miei sonetti. // S'io ho della ragion passati i segni, / m'accordo colla Bibbia e col Vangelo, / pure che tu [Madonna] per le chioma mi sostegni. // In principio creò la terra e 'l cielo / Colui che tutto fe', poi fe' la luce / e levò delle tenebre il gran velo...»).

9. capperucce: cfr. CARRAI Confessione 185: «dal v. 9 in poi il poeta se la prende piuttosto con altri e ben più responsabili "gabbadei", vale a dire con i frati (chiamati "capperucce"), per i quali il pellegrinaggio si rivelava veramente un "piacer" o, secondo la variante del ms. Trivulziano 965, una "festa". Cosicché i vv. XXVIII 43 7-8 del Morgante "e se pur vane cose un tempo scrissi, / contra hypocritas tantum, pater, dissi" - che sembrano ispirarsi a tutta una tradizione di pamphlets antimonastici, dall'Oratio in Hypocritas del Bruni al dialogo Contra Hypocritas di Poggio - andranno interpretati come una difesa del sonetto: 'se un tempo ho composto poesie poco pie, l'ho fatto soltanto per colpire la falsità dei religiosi'. Non senza alludere, probabilmente, anche al fatto che se aveva messo alla berlina le dispute circa l'immortalità dell'anima - indirizzando a Pandolfo Rucellai il citato Costor che fan sì gran disputazione - l'aveva fatto non per contestare la validità di quel dogma, bensì per colpire la setta dei neoplatonici». Si concorda invece con Orvieto (e con la voce del GDLI alla quale patentemente Orvieto s'ispira [vedi Lessico]) per la maggiore congruità con il successivo avemarie infilzate, che pare difficile possa applicarsi a persone di sesso maschile. Conseguentemente anche festa andrà riferito non all'oggetto del discorso (frati o bigotte che siano), ma al soggetto parlante e al suo interlocutore e sarà da intendere: 'il divertimento saranno...', 'ci sarà da divertirsi con...', in congruità col «Tu riderai...» del v. 4.

13. che credete lassù salire a grucce: 'che credete che la strada del paradiso sia così facile e piana che vi si possa salire comodamente, anche da parte di invalidi'; il verso va connesso con i vv. 15-17 del sonetto Costor che fan sì gran disputazione: «Mi dice un che v'è stato / nell'altra vita e più non può tornarvi, / che appena con la scala si può andarvi», con la conclusione: «Noi ce n'andrem, Pandolfo, in valle buia / sanza sentir più cantare alleluia!» (vv. 22-23). 




FIGURE RETORICHE

ANADIPLOSI:
1 In principio era buio, e buio fia.
ANAFORA:
16-18 e... / e... / e...
ANTITESI:
18 e fia ben male il danno / 19 ma, a mie parere, ancor peggio
le beffe
APOSTROFE:
2 Hai tu veduto, Benedetto Dei [...]
12 O pecorelle mie...
CHIASMO:
1 In principio era [A] buio [B], e buio [B] fia [A].
INCREMENTUM:
18 e fia ben male il danno / 19 ma, a mie parere, ancor peggio
le beffe
IPERBOLE:
11 che biascion tutto dì come bertucce
ISOCOLIA:
18 e fia ben male il danno / 19 ma, a mie parere, ancor peggio
le beffe
METAFORA:
2 Hai tu veduto, Benedetto Dei, / 3 come sel beccon questi
gabbadei
5 Tu riderai in capo della via, / 6 ché tu vedrai le squadre
de' romei / 7 levarsi le gallozze e gli agnusdei / 8 e
tornare a cercar dell'osteria.
7 levarsi le gallozze e gli agnusdei
9 Ma il piacer fie di queste capperucce, / 10 e di certe
altre avemarie infilzate, / 11 che biascion tutto dì come
bertucce.
12 O pecorelle mie, zoppe e sciancate, / 13 che credete lassù
salire a grucce
14 e nespole parer poi 'ncoronate
17 e in bocca al drago tuo si troveranno
METONIMIA:
7 levarsi le gallozze e gli agnusdei
9 Ma il piacer fie di queste capperucce
POLISINDETO:
15 le porte fien serrate, / 16 e tutte al buio indietro
torneranno, / 17 e in bocca al drago tuo si troveranno, //
18 e fia ben male il danno / 19 ma, a mie parere, ancor
peggio le beffe.
SENTENZA:
1 In principio era buio, e buio fia.
SIMILITUDINE:
9 Ma il piacer fie di queste capperucce, / 10 e di certe
altre avemarie infilzate, / 11 che biascion tutto dì come
bertucce.
14 e nespole parer poi 'ncoronate



RIME

A -ia (fia : avemaria : via : osteria)
B -ei (Dei : gabbadei : romei : agnusdei)
C -ucce (capperucce : bertucce : grucce)
D -ate (infilzate : sciancate : 'ncoronate : serrate)
E -anno (torneranno : troveranno : danno)
F -effe (beffe : bizeffe)

Ai vv. 5-6 è presente una rima (ricca) interna, il cui rilievo è accentuato dall'identico posizionamento («Tu riderai... / ché tu vedrai...»).
Sotto il riguardo stilistico due rime si qualificano a prima vista come comiche (-ucce, -effe), con un'immediata conferma che viene dal lessico implicato (capperucce : bertucce : grucce; beffe : bizeffe). Nelle altre rime, "neutre" e facili, è significativo lo scontro semantico di alcune compagne di rima: avemaria : osteria; gabbadei : romei; infilzate : sciancate : 'ncoronate. In generale, nel sonetto la parola in rima tende ad essere semanticamente connotata e a ricevere un incremento di espressività dalla collocazione.


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