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Racconti di MARY BERTINO
POTREI INNAMORARMI DI TE
Ecco,
la solita nebbia spessa, impenetrabile che entra dal riquadro opaco della
finestra e dentro le ossa ed il cuore.
Da
mesi, ormai, sembra proprio che il sole abbia battuto ritirata nei meandri del
cielo.
Come
ogni mattina, la sveglia ha trillato a lungo e a malincuore ho proteso la mano
dal caldo delle coperte per farla tacere, brontolando contro me stessa e la
vita.
La
solita routine, la doccia, uno sguardo alla strada lucida, allo sfrecciare
tranquillo dei tram, del primo movimento frenetico della città che si
risveglia.
Un
movimento attira il mio sguardo, una foglia gialla cade danzando sul
marciapiede; ti cerco con lo sguardo, mentre la caffettiera sbuffa la sua solita
canzone.
Mi
riscaldo le mani con la tazza, nel mio accappatoio bianco cerco calore, ma non
lo trovo.
Oggi
il freddo penetra nelle ossa ed ecco dietro il vetro annerito dallo smog ti vedo
arrivare, o meglio emergere dal sottoscala che hai adibito a nascondiglio.
Ripieghi
il cartone con diligenza maniacale, raccogli i tuoi stracci confinandoli in un
lacero borsone e nascondi il tutto sotto un folto cespuglio.
Poi
passi alla cura della tua persona, entri nel piccolo bar a due isolati dal tuo
nascondiglio e ne esci poco dopo lavato e pettinato
Per
quel poco che puoi pettinare visto che i tuoi capelli sono un groviglio di
boccoli color rame che ti arrivano alle spalle.
Sembrano
le parrucche di certi lord inglesi di tanto tempo fa.
I
tuoi occhi cercano qualcosa, una tazza fumante ti scalda le mani, poi come per
miracolo, dal nulla tiri fuori il tuo violino, il piatto, un panno verde e
cominci a suonare.
La
tua giornata comincia e anche la mia; le tue note malinconiche mi arrivano a
tratti, interrotte dallo sfrecciare
dei tram, dalle auto in continuo movimento, ma quel suono intermittente fa da
sfondo alla mia vita.
Sbrigo
in fretta le mie solite cose, annaffio uno sparuto fiore sul davanzale, la sua
corolla è gialla e sembra un piccolo sole in tutto questo squallore.
Il
mio cappuccino si è raffreddato, accendo il computer e cerco invano parole.
Sembra che con la nebbia si sia ingrigito anche il mio cervello e assopita la
fantasia.
Tic
–tac, l’orologio va avanti imperterrito, a ricordarmi che la vita passa.
Del
sole neanche l’ombra, qualche nuvola pesante di pioggia annuncia il temporale
e tu sei sempre lì, come se il tempo non ti appartenesse, con la tua musica
dolce a tenermi compagnia.
<
Chi sei ? > Mi chiedo mille volte, ma
non ho il coraggio di scendere le scale per
venirtelo a chiedere.
<
Parli la mia lingua ? > < Perché, hai scelto questo angolo di mondo e non
ti accorgi di nessuno? > Forse per farmi un regalo, una nota dolce alle mie
giornate per tenermi inconsapevolmente compagnia.
Qualche
passante infreddolito ti guarda, si ferma, il tempo necessario, per cercare
nelle tasche una monetina, abbassi il capo e con dignità ringrazi.
Sei
giovane, il tuo viso tradisce l’età, le tue dita sottili vibrano, sei un
tutto con la tua musica; non ti fermi mai, solo il tempo di consumare un panino,
riscaldare le tue mani con una tazza di caffè e di nuovo con il violino.
La
sera scende inesorabile su questa città sempre di corsa. Sono rare le persone
che si spingono su questo angolo di mondo, quando la nebbia s’infittisce.
Qualcuno ti guarda distratto, poi scuote la testa ed in fretta scende le scale
del metrò; dei ragazzi persi dietro conversazioni telefoniche ti sfiorano,
senza vederti.
Io
resto qui, con una pila di fogli imbrattati, con
le dita stanche di battere sulla tastiera, con la testa confusa e gli
occhi affossati.
Come
una giostra rivedo il tuo rituale, dal folto dei cespugli tiri fuori i tuoi
cenci miserabili, allarghi il cartone e metti via il violino con un gesto
d’amore.
Ti
accucci all’angolo della via per
cercare un po’ di calore, sotto la tettoia dove nessuno può vederti.
Il
temporale si avvicina, grossi chicchi di grandine mitragliano la mia finestra,
lampi di luce azzurra tagliano il cielo a metà; sarai fradicio di pioggia, il
freddo penetrerà le tue ossa. Vorrei poterti aprire la mia porta, offrire quel
poco che ho, che è tantissimo dal tuo punto di vista. Vorrei dividere la mia
cena, il mio cappuccino, la mia vita, ma sono troppo codarda per farlo e poi tu
vorresti mortificare la tua libertà fra quattro mura imbrattate di giallo?
Vorresti avere il peso dei miei affanni insieme ai tuoi? Chissà se alzi mai lo
sguardo al cielo, tre piani sopra di te verso il riquadro scuro della mia
finestra? Se senti il peso dei miei occhi e dei miei pensieri? Ti chiedi:
chi è che ti osserva, ti scruta dall’alba al tramonto? E poi pensi:< se
non ha altro da fare, perché non scende giù in strada ad annusare la
vita?>. Chiudi gli occhi e chissà che pensi dietro i tuoi capelli. C’è un
posto lontano o vicino in cui vorresti tornare? Una donna che ti aspetta, una
madre che prega? Ci sono prati verdi che ti hanno visto tirare un calcio al
pallone, banchi di scuola e amici
che vorrebbero abbracciarti? Ci sono sogni che non hanno il coraggio di volare,
come gabbiani feriti o aquiloni senza fili? Chissà cosa ti ha fatto scegliere
di lasciare la sicurezza, un lavoro, il tepore del fuoco del camino! Oppure la
vita non è stata generosa con te?
Se
domani un lampo di nostalgia t’invadesse il cuore, se i tuoi passi
riprendessero il volo verso il passato, la mia vita sarebbe vuota senza la tua
musica, senza le tue mani leggere sul violino.
La
nebbia resterebbe sospesa nell’aria anche in primavera, non sentirei mai più
il profumo di viole. La solitudine sboccerebbe come edera sul muro scrostato e
quell’ angolo non sarebbe più lo stesso.
Credo
di potermi innamorare di te! Forse, sono già innamorata di te! Di te che tieni
lontani i fantasmi, con la tua presenza rassicurante, discreta, con la tua
melodia che penetra nella dura scorza del mio cuore; in fondo siamo due petali
dello stesso fiore!
Le
tenebre sono la nostra essenza, aspettiamo il sole in questo mondo buio,
aspettiamo la primavera e intanto il temporale infradicia tutto.
Le
foglie volteggiano, si spiaccicano sotto le ruote viscide delle auto; non hanno
vite diverse da noi, schiacciati sotto lo stesso peso, il peso della vita,
dell’essere diversi. Nell’attesa di vedere le stelle e sentire i grilli
cantare potrei innamorarmi di te.
La
notte scende, un altro giorno se ne va malinconico, tu con la tua musica, io con
il mio inchiostro, uniti da un solo destino: guardare il mondo da un’unica
angolazione.
Chiudo
con uno scatto la mia sedia a rotelle, la strattono lontano, alzo le coperte e
prego: < Signore, fa che gli sia dolce anche l’acqua nelle scarpe e
……chissà di che colore ha gli occhi!>.