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IL RACCONTO DI  LUIGI TORINO

 
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Il professore

 

      Non appena ebbi conseguito la maturità classica, nel 1966, per me finì l’età della spensieratezza e della giovinezza. Poiché mio padre era titolare, in comproprietà con il fratello, di una fabbrica di conserve alimentari, venni subito coinvolto nell’attività dell’azienda.

     L’azienda era piccola, ma redditizia, e veniva condotta in maniera accorta dai due titolari. I due fratelli si completavano a vicenda. Creativo ed ottimista, mio padre era facile all’ira, ma altrettanto facilmente dimenticava; curava gli affari esterni dell’azienda, principalmente i rapporti con i clienti e con le banche. Preciso e puntuale, mio zio era portato al risentimento, e difficilmente dimenticava un torto ricevuto; si occupava dei dipendenti e dei rapporti con i fornitori.

     Era l’epoca in cui l’industria conserviera dell’agro sarnese-nocerino si dedicava principalmente alla conservazione del pomodoro ed era frammentata in un gran numero di aziende, di modeste dimensioni, che operavano principalmente su commesse di grandi imprese commerciali nazionali ed estere, le quali provvedevano poi a commercializzare i prodotti attraverso una propria rete di vendita e con il loro marchio.

     Queste grandi aziende del settore della distribuzione riuscivano ad imporre spesso dei prezzi molto bassi alle imprese produttrici, causando ogni anno tra queste ultime un gran numero di fallimenti.

     L’attività conserviera era caratterizzata, allora, da un alto rischio d’impresa. Oggi, i premi e le agevolazioni del governo e della Comunità Europea, se da una parte hanno evitato all’industria conserviera di essere sopraffatta dalla concorrenza delle aziende situate nei Paesi in via di sviluppo, che sono in grado di produrre a costi notevolmente più bassi, dall’altra hanno reso il settore molto appetibile ad ambienti e persone che niente hanno a spartire con lo spirito imprenditoriale, spesse volte attratti solamente dalla possibilità di arricchirsi facilmente mettendo le mani in modo fraudolento sui premi alla produzione.

     In quel periodo, dunque, oltre a frequentare l’Università, collaboravo alla gestione dell’azienda di famiglia. I miei compiti erano tra i più svariati. Rientrava tra le mie mansioni, ovviamente non come mia esclusiva competenza, pesare i pomodori, registrare l’entrata e l’uscita dei dipendenti, interessarmi dei problemi contabili. Né mancava l’occasione di svolgere anche qualche lavoro manuale.

     Spesso, inoltre, accompagnavo con la macchina mio padre in banca, o per acquisti o per altri affari. Queste passeggiate, che avvenivano generalmente di mattina, erano la cosa che preferivo di più, perché mi permettevano di conoscere persone che erano molto lontano dal mondo della scuola da me frequentato fino ad allora.

     In una di queste passeggiate, dovendo acquistare una partita di barattoli vuoti in cui conservare i pomodori, ci recammo, mio padre ed io, in uno scatolificio. Era un piccolo stabilimento di nuova costruzione, composto da due capannoni non molto grandi, una palazzina per gli uffici e i servizi, ed un ampio piazzale.  

     Il proprietario ci fece visitare i nuovissimi impianti di produzione, di cui andava molto fiero, perché, a suo dire, miglioravano notevolmente la qualità del prodotto. Salimmo poi negli uffici e in breve tempo mio padre, come era solito fare, concluse le trattative.

     Firmato il contratto d’acquisto, scendemmo nello spiazzo dove era parcheggiata la macchina, accompagnati dal titolare dello scatolificio. Stavamo salutando per andare via, quando dal cancello d’ingresso entrò una Mercedes scura, di grossa cilindrata ma molto vecchia come modello, con due persone a bordo.

     Appena la macchina si fermò, la persona che era al fianco del guidatore ne discese e venne verso di noi. Era una persona anziana, sulla settantina, all’incirca dell’età di mio padre, e indossava un cappotto scuro, piuttosto pesante, nonostante fosse aprile inoltrato ed il clima non giustificasse un simile indumento. Alto di statura e di portamento eretto, aveva una bella figura, ma i suoi capelli bianchi e le rughe del viso denotavano chiaramente la sua età avanzata ed il peso di qualche acciacco.

      Mentre l’uomo si avvicinava al nostro gruppo, notai in mio padre   una sorta di agitazione: il nuovo venuto era un suo vecchio conoscente.

     - Caro signor Torino!

     - Caro professore!

quasi contemporaneamente esclamarono quel signore e mio padre.

     Dopo i convenevoli di rito tra due persone che non si incontrano da diversi anni e dopo aver ricordati alcuni vecchi amici ed alcuni episodi d’altri tempi, il professore esclamò:

     - Signor Torino, è vero che non ci siamo fatti i soldi, però la faccia non l’abbiamo mai persa!

     - Perdere la faccia, mai, né negli affari , né nella vita! --- convenne mio padre, alzando la mano destra come per giurare.

     Quando, dopo aver salutato tutti, rimanemmo soli in macchina, chiesi a mio padre chi era quel signore e perché l’avesse chiamato professore, dal momento che mi sembrava strano che un insegnante concludesse affari nel comparto dei pomodori. Mi rispose che si trattava di un maestro elementare, che però aveva smesso di insegnare per dedicarsi esclusivamente agli affari. Faceva il mediatore di pelati e conserve per le aziende del comprensorio, ma non era molto affidabile, perché non sempre si comportava correttamente negli affari.

     Mi raccontò, infatti, che il professore, molti anni addietro, avendo assoluto bisogno di soldi e non sapendo dove trovarli, tentò un raggiro ai suoi danni. Poiché aveva concluso da poco alcune vendite per conto dell’azienda di mio padre e di mio zio, pur non vantando più alcun credito, emise delle tratte cambiarie sulla ditta F.lli Torino, scontando in banca tali effetti e ricevendone così in cambio denaro contante.

     Avvicinandosi la data di scadenza degli effetti, il professore, trovando difficoltà a reperire la somma per ritirarli, si recò da mio padre pregandolo di andare in banca a pagare gli effetti, ché in seguito gli avrebbe restituito il danaro. Di fronte al netto rifiuto e alla minaccia da parte di mio padre di denunciarlo all’autorità giudiziaria, il professore, ricorrendo ad un prestito, riuscì a porre rimedio alla situazione, onorando così la sua firma. Tuttavia, poiché questa era la sua condotta di vita, in seguito venne più volte protestato e, per breve periodi, finì anche in carcere con l’accusa di aver emesso assegni a vuoto.  

 

 

 

 


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