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POESIE DI U.SABA

 

 

COMMENTO POESIA  
"UN  RICORDO"      
UN RICORDO
di Umberto SABA

UN RICORDO

Non dormo. Vedo una strada, un boschetto,
che sul mio cuore come un’ansia preme;
dove si andava, per star soli e insieme,
io e un altro ragazzetto.

Era la Pasqua; i riti lunghi e strani
dei vecchi. E se non mi volesse bene
– pensavo – e non venisse più domani?
E domani non venne. Fu un dolore,
uno spasimo verso la sera;
che un’amicizia (seppi poi) non era,
era quello un amore;

il primo; e quale e che felicità
n’ebbi, tra i colli e il mare di Trieste.
Ma perché non dormire, oggi, con queste
storie di, credo, quindici anni fa?

Analisi del testo

Si tratta di un ricordo, di un frammento del passato che ritorna. In questo caso è il ricordo del primo amore dell’autore che probabilmente è la Lina del Canzoniere.

Nella prima quartina, il tempo presente dei verbi indica che il poeta sta raccontando cosa gli accade al momento in cui scrive. Esordisce dichiarando che non dorme, e non dorme perché gli ritorna in mente una strada, un boschetto dove di solito andava con un altro ragazzo, evidentemente suo amico; questa visione, questo ricordo, gli preme sul cuore, lo opprime, come fa l’ansia quando si attende qualcosa o qualcuno.

L'antitesi del 3° verso: «soli e insieme» può essere letta in due modi: i due amici andavano in quel boschetto sia insieme sia quando volevano starsene soli; ma anche soli e insieme allo stesso tempo, come gli amici che non hanno bisogno di parlare per sentirsi vicini, per sapere cosa stia pensando l’altro.

Nella seconda strofa il poeta continua nel suo ricordo. Dice che era il tempo della Pasqua, il tempo dei «riti lunghi e strani dei vecchi», dei riti religiosi che si ripetono costantemente ogni anno e a cui i vecchi sono molto legati: la "lavanda dei piedi", la Via Crucis, la lettura della Passione, la Veglia pasquale e la Santa Messa. Riti strani, incomprensibili ai giovani presi dalla loro voglia di vivere, ma così pieni di significato per gli anziani legati alle tradizioni e alla pratica religiosa. Ma era anche la primavera, il tempo dell’amore. Ed è l’amore, il soggetto dei versi che seguono.

Saba rammenta la domanda che si era posta quel giorno mentre attendeva con ansia il giorno seguente quando, in quel boschetto, avrebbe incontrato una ragazza (ma ci è rimasto il dubbio che si trattasse invece di un ragazzo, che cioè l'amore di cui scrive il poeta sia l'amore omosessuale della sua giovinezza, che sarebbe poi stato oggetto del romanzo Ernesto): «se non venisse?». E infatti lei non venne il giorno seguente e per l’autore fu un dolore molto acuto, un tormento dell’anima nella sera mentre ce lo immaginiamo tornare addolorato da quell’appuntamento mancato. Egli scopre poi che con la persona attesa non c’era solo un sentimento di amicizia, ma si rende conto che ne è innamorato, che è il suo primo amore, come specifica al principio della terza strofa (e qui «il primo» congiunge logicamente le due strofe).

Nell'ultima strofa esprime la sua gioia, tutta la gioia che ebbe da quell’amore, nei loro incontri sui colli e lungo il mare di Trieste. L’ultima frase ci riporta al presente in cui l’autore si chiede perché non riesca a dormire, adesso, pensando a storie di quindici anni prima.

Commento

L'opera è composta da tre strofe con un numero di versi diverso fra loro: la prima è una quartina, la seconda è formata da sette versi e l’ultima è ancora una quartina.
La prima e l’ultima quartina sono formate da versi con rima incrociata; la prima strofa è composta da tre endecasillabi e un ottonario, rimati ABBa; la seconda ha sei endecasillabi e un settenario rimati CDCEFFe; infine la terza, legata alla seconda dal suo incipit, «il primo», è composta di due endecasillabi racchiusi tra due decasillabi tronchi, con rima alternata GHHG.

È una poesia che evoca emozioni passate: l’ansia dell’attesa della donna, l’allegria tra i colli e il mare di Trieste con un continuo spostamento dell’attenzione da una situazione presente a una passata.

La seconda strofa si apre con una garbata contrapposizione di giovani e vecchi che si ripete ad ogni generazione, con il poeta che è presente in entrambi i gruppi: allora come giovane oggi come vecchio. Da una parte stanno i giovani così presi dal loro divertimento, dalla loro gioia di vivere da non fermarsi a pensare al significato dei riti lunghi e strani dei vecchi» che si rinnovano anno dopo anno, mentre i vecchi, ormai giunti alla fine del loro viaggio, riscoprono il valore di questi segni, vedono in quei gesti esperienze già vissute. Per i giovani questi sono strani, incomprensibili, non riescono ad afferrarne né il senso né l’utilità. Per essi la Pasqua è piuttosto il tempo dell’amore, degli appuntamenti, delle passeggiate.

È assai significativo il modo in cui il poeta cerca di esprimere la sensazione provata quando attese tutto il giorno nel boschetto l’arrivo della donna: uno spasimo, un dolore molto forte, ed è ripensando a quella sensazione che, dopo, si rende conto che il rapporto con lei non è solo amicizia ma qualcosa di più: è il suo primo amore. Lo immaginiamo che torna sconsolato dal boschetto e a testa bassa ripensa ai suoi dubbi del giorno prima: «se non venisse?», «se non mi volesse bene?».

Pagina creata a gennaio 1998.

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