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QUASIMODO :  ALLE FRONDE DEI SALICI



QUASIMODO
Alle fronde dei salici
[da Giorno dopo giorno (1947)]
Nel settembre 1943 l’Italia risultava divisa in due parti. Nella parte meridionale, controllata dagli Alleati, era stata restaurata la monarchia, sotto il re Vittorio Emanuele III. Nella parte centro-settentrionale, occupata dai tedeschi, Mussolini aveva creato la Repubblica sociale italiana.
Dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 l’esercito di liberazione condusse una lotta senza esclusione di colpi contro i tedeschi e i fascisti, che rispondevano con rastrellamenti, deportazioni e veri e propri massacri. Particolarmente feroci furono quelli di Boves, in Piemonte, di Marzabotto, in Emilia, dove le SS sterminarono l830 civili, e di Roma, dove i nazisti come rappresaglia a un attentato partigiano, che era costato la vita a 32 soldati tedeschi, uccisero 335 prigionieri italiani.
Di fronte agli orrori, ai mali della guerra, i poeti non potevano cantare, scrivere versi, ma solo agire come gli antichi ebrei schiavi a Babilonia, che appesero le loro cetre ai rami dei salici.
IL MESSAGGIO
La poesia come impegno civile, per "rifare" l’uomo, abbrutito dagli orrori della guerra e reso incapace di parola e di poesia.




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E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
2 - con il piede...: è una metafora: con l’esercito tedesco che aveva occupato l’Italia.
4 - sull’erba dura...: con i morti abbandonati sull’erba, resa dura dal ghiaccio.
4-5 - al lamento d’agnello...: alle innocenti voci di lamento dei bambini: nei riti di purificazione dei popoli antichi l’agnello era la vittima innocente.
5-7 - urlo nero… telegrafo: disperato, di morte; l’urlo disperato della madre che, impazzita, corre verso il figlio crocifisso su un palo di telegrafo.
8-10 - Alle fronde... vento: anche le cetre dei nostri poeti, simbolo della poesia, erano appese, impotenti, smarrite, ai rami dei salici, per una promessa di silenzio. C’è un riferimento storico: il Salmo CXXXVI della Bibbia rievoca la deportazione degli ebrei a Babilonia: "Abbiamo appeso ai salici le nostre cetre... Come potremmo cantare in terra straniera?".
Anche in questa poesia, come nella maggior parte delle liriche della seconda produzione, possiamo trovare una certa musicalità, in particolare nell'ultimo verso.
L'autore utilizza molte figure retoriche, in particolare metafore: "triste vento", "al lamento d'agnello dei fanciulli" e "piede straniero". Quest'ultima, che può essere pensata anche come metonimia, ha un preciso riferimento storico, l'attacco tedesco e la sua avanzata nell'Italia centro-settentrionale, l'8 Settembre 1943.
Il piede rappresenta la dominazione straniera (tedesca) che schiaccia il cuore delle vittime innocenti.
L'agnello, di cui si parla nella seconda metafora, ricorda l'agnello, vittima sacrificale, di cui si parla nella Bibbia. Con questa figura retorica l'autore ha voluto spiegare che il pianto dei bambini è innocente come la figura sacra dell'agnello.
L'ultima metafora "triste vento" è simbolo del dolore e del male.
Il poeta, inoltre, utilizza una sinestesia molto significativa: "urlo nero"; con questa l'autore esprime l'urlo disperato ed angoscioso della madre, nero perchè è già impregnato dell'oscurità della morte.
In questa lirica Quasimodo utilizza uno stile epico-corale; epico perchè celebrativo, corale perchè riguarda più persone. Il poeta vuole essere la voce del popolo italiano che soffre e che non può più cantare, sotto la dominazione tedesca, invocando così nel lettore sentimenti di fratellanza e comunione.
Questa poesia fa parte della seconda produzione, quando Quasimodo concepisce in modo più serio l'impegno civile. In quest'ultima produzione egli rivolge l'attenzione all'umanità colpita dalla guerra e dalla sofferenza.
In questa poesia l'autore volutamente ricorda l'esilio in Babilonia del popolo ebraico, ripetendo quasi fedelmente nel primo e nell'ultimo verso della lirica due passaggi del salmo 136. In tale salmo il profeta ebraico afferma l'impossibilità di cantare a causa dell'esilio del suo popolo in Babilonia: per questo le cetre, usuale accompagnamento musicale, dovranno essere appese alle fronde dei salici.
Allo stesso modo Quasimodo afferma l'impossibilità a "cantare" dei poeti italiani, a causa dell'invasione straniera.
Particolarmente significativa è la parola "crocifisso": l'autore vuole rievocare nell'animo del lettore Cristo morto in croce per la salvezza degli uomini.

 

INTERPRETAZIONE
Il testo è breve, costituito da una sola strofe, i versi sono sciolti e della stessa misura: hanno tutti undici sillabe (endecasillabi).
I periodi, che rispettano le regole della sintassi, sono due:
• il primo è una lunga interrogazione;
• il secondo è una rapida dichiarazione.

L’uso della punteggiatura è regolare. Il registro lessicale è alto, letterario, solo poche parole sono di uso comune, vicine al parlato.
Il testo è ricco di figure retoriche:
cantare: uso figurato del predicato;
con il piede straniero: metafora;
sopra il cuore: metafora;
erba dura: analogia;
lamento d’agnello: analogia;
urlo nero: sinestesia;
nostre cetre: metafora;
triste vento: metafora.

Le immagini sono potenti, dure, crude; i temi principali sono:
i mali della guerra: l’occupazione di una terra non propria, gli omicidi, le deportazioni, i genocidi, la distruzione di cose;
la poesia come impegno civile, per "rifare l’uomo", stimolando in lui l’esercizio della ragione e l’amore.

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