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QUASIMODO :  ALLE FRONDE DEI SALICI



QUASIMODO
Alle fronde dei salici
[da Giorno dopo giorno (1947)]
 

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

2 - con il piede...: è una metafora: con l’esercito tedesco che aveva occupato l’Italia.
4 - sull’erba dura...: con i morti abbandonati sull’erba, resa dura dal ghiaccio.
4-5 - al lamento d’agnello...: alle innocenti voci di lamento dei bambini: nei riti di purificazione dei popoli antichi l’agnello era la vittima innocente.
5-7 - urlo nero… telegrafo: disperato, di morte; l’urlo disperato della madre che, impazzita, corre verso il figlio crocifisso su un palo di telegrafo.7 -7 -7 -7-"crocifisso": l'autore vuole rievocare nell'animo del lettore Cristo morto in croce per la salvezza degli uomini.
8-10 - Alle fronde... vento: anche le cetre dei nostri poeti, simbolo della poesia, erano appese, impotenti, smarrite, ai rami dei salici, per una promessa di silenzio. C’è un riferimento storico: il Salmo CXXXVI della Bibbia rievoca la deportazione degli ebrei a Babilonia: "Abbiamo appeso ai salici le nostre cetre... Come potremmo cantare in terra straniera?".

Il testo consta di due parti. Nella prima il poeta presenta una serie di figure che esprimono il dolore provato per l'invasione nazista dell'Italia, mentre nella seconda esprime la sua opinione sulla poesia ed il suo impegno davanti a tanto dolore.
Quasimodo appare qui orientato verso una poesia impegnata civilmente; ha sostituito all’esperienza individuale l’esperienza collettiva, alla parola simbolo un linguaggio più aperto, disteso, colloquiale. Testimone degli orrori della seconda guerra mondiale, in particolare del massacro dei civili sotto i bombardamenti e della violenza nazifascista, il poeta si sente partecipe della sofferenza di tutti gli uomini e, spinto dalla pietà, cerca di ricomporre i frammenti di un’umanità e di una civiltà offese e distrutte dalla violenza, nella speranza che dopo tanto orrore possa nascere un uomo nuovo capace di trasformare il mondo.


 









 
PARAFRASI
Come potevamo noi comporre poesie con l’occupazione straniera che faceva male al nostro animo, fra i morti abbandonati nelle piazze sull’erba indurita dal ghiaccio, sentendo il piagnucolio dei bambini, incolpevoli come agnelli, lo straziante grido della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo? Per voto anche le nostre cetre, simboli della poesia, stavano appese sui rami dei salici e oscillavano un po’ al vento foriero di dolore.


 
 

STILE

Il testo è breve, i versi sono sciolti e della stessa misura: hanno tutti undici sillabe (endecasillabi).
I periodi, che rispettano le regole della sintassi, sono due:
• il primo è una lunga interrogazione sul significato e sul ruolo della poesia in un mondo oppresso dalla guerra, all'interno il poeta allinea immagini di morte e di violenza con uno sguardo sulle vittime;
• il secondo è una rapida risposta a quella domanda, è una risposta in negativo, che sancisce l'impossibilità e l'inutilità della poesia(o forse di un particolare tipo di poesia) quando la rabbia e l'istinto bestiale prevalgono sulla ragione e sulla civiltà delle quali la parola poetica è la più alta manifestazione.


 FIGURE RETORICHE:
cantare: uso figurato del predicato;
con il piede straniero: metafora;
sopra il cuore: metafora;
erba dura: analogia;
lamento d’agnello: analogia;
urlo nero: sinestesia;
nostre cetre: metafora;
triste vento: metafora.