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GIOVANNI BOCCACCIO

Il Decameron

1) Struttura dell’opera

E’ una raccolta di cento novelle, inserite in una cornice narrativa. Venne scritto probabilmente tra il 1348 e il 1353. L’autore racconta di come, durante la peste terribile del 1348, questa brigata di sette ragazze e tre ragazzi di elevata condizione sociale, decide di cercare scampo dal contagio del morbo, ma anche dalla dissoluzione morale e sociale della vita cittadina, ritirandosi in un casale di campagna e quindi, da un punto di vista metaforico, un ripudio della città (come nei Promessi sposi nell’assalto al forno delle grucce e quando Don Rodrigo, colpito dalla peste, viene abbandonato dal fedele bravo). Questi giovani trascorrono il loro tempo tra banchetti, balli e giochi e, per occupare piacevolmente le ore più torride, decidono di raccontarsi ogni giorno una novella. Quotidianamente viene eletto dalla brigata un “re”, cui spetta il compito di designare un tema che viene affidato ai narratori. Ad uno di questi narratori, Dioneo, viene concesso di non rispettare il tema generale.

Due giornate (la prima e la nona) sono lasciate a tema libero. Nell’introduzione ad ogni giornata, viene descritta la vita gioiosa e idillica (paradisiaca) della brigata, in cui non ci sono avvenimenti particolari e tutto si svolge secondo un rituale.

Tra novella e novella c’è un commento degli ascoltatori e ogni giornata è siglata da una conclusione in cui viene inserita una ballata, cantata a turno da uno dei giovani.

Bisogna chiarire che questi novellatori non sono delineati nel dettaglio, cioè non hanno caratteri e psicologia definita, tranne forse Dioneo. Inoltre i loro nomi richiamano anche alcuni personaggi delle altre opere di Boccaccio (Fiammetta, Filostrato, Filopolo), oppure veri e propri personaggi letterari e mitologici [Elissa (Didone), Lauretta (da un’opera di Petrarca), Dioneo (Venere)].

Questi racconti occupano dieci giorni, tranne il sabato e la domenica. Da qui scaturisce il titolo dell’opera: deca = dieci; emeron = giorno. Il titolo riflette l’interesse di Boccaccio per il greco.

2) Il proemio e le dichiarazioni di poetica dell’autore

Il libro si apre con un proemio di fondamentale importanza perché contiene gli argomenti trattati nell’opera. L’autore intende giustificare il proprio libro e dice che lui ha il proposito di giovare a coloro che sono afflitti dalle pene d’amore, dilettandoli e dando loro utili consigli.

Le donne sono più inclini a queste pene amorose e pertanto l’opera è rivolta a tutte quelle donne “che amano”, dove l’amore è inteso come simbolo di “nobile sentire”, riprendendo il concetto dell’amore in ambito cortese e in quello stilnovistico.

Sempre nel proemio Boccaccio spiega di volersi rivolgere alle donne “per rimediare al peccato della fortuna”, cioè le donne, secondo l’autore, non possiedono la capacità di trovare distrazioni alle pene d’amore, perché non hanno passione per la caccia e non hanno la possibilità di giocare (ad es. a carte) e, più in generale, di divertirsi come gli uomini: pertanto c’è questa volontà di porre un rimedio a questa situazione sociale.

Un altro punto fondamentale è il peso che nell’opera ha il tema amoroso (non a caso tutte le novelle dell’opera affrontano questa tematica) e sono opere licenziose (trasgressive), dove la sensualità è viene messa in risalto e ciò suscita diverse critiche. In alcune introduzioni (quarta giornata e nella conclusione), Boccaccio affronta il problema di queste critiche, rivendicando la letteratura libera (“Eros è espressione naturale dell’uomo che non può essere repressa”).

3) La peste e la cornice

L’opera comincia con una descrizione della peste che devasta Firenze ed è molto interessante, in quanto è animata dall’esperienza diretta di Boccaccio, che prova disgusto, misto all’angoscia per il disgregarsi della morale, anche perché egli era molto sensibile al buon gusto, alla bellezza estetica, in quanto aveva frequentato ambiente nobiliari.

L’iniziativa dei giovani ha proprio l’obiettivo di contrastare questo degrado: la brigata ha la “missione” di ricostituire l’integrità della società attraverso l’allontanamento dalla città e l’arte di vivere in modo raffinato e gaudente: così Boccaccio traccia il suo modello del “come vivere”.

Tutte queste tematiche e la concezione simmetrica, organizzata per giornate, costituiscono la cornice del Decameron, in quanto nella concezione dell’opera è contenuto l’ideale signorile elevato e classico di Boccaccio della ricerca dell’armonia, dell’equilibrio e del piacere. La cornice costituisce lo sfondo idilliaco e un esempio massimo dell’otium (momento produttivo di lettura, in cui la mente si nutre di cultura) e del negotium, esaltando così il modello di vita di stampo classico.

Nella struttura del Decameron Boccaccio contrappone lo sfondo idilliaco alla drammatica esperienza della peste.

4) La novella di Andreuccio da Perugia

La novella è incentrata su un personaggio che deve affrontare una serie di prove, per poi arrivare a uscire indenne, addirittura vincitore.

Secondo alcuni critici in questa novella c’è il tema della sfortuna ed insieme il tema dell’occasione di risollevarsi (e quindi caduta e risalita di una persona). Tutto ciò rispecchia la società medio borghese, mercantile, dove le insidie sono molteplici e in agguato costante, però Andreuccio trova una via di scampo, che da una parte è offerta dal caso, dalle circostanza; dall’altra è frutto dell’intraprendenza personale. Queste due possibilità di risalita non sono slegate tra loro, ma si intersecano fortemente, nel senso che sono la sorte e le circostanze a svegliare Andreuccio.

Colpisce l’idea che la sorte va colta e insieme, che bisogna “metterci del proprio”, per tirare fuori delle doti “dormienti”. C’è inoltre l’idea che si può giocare sopra la sfortuna.

La narrazione è onnisciente, anche se il punto di vista è quello di Andreuccio; inoltre l’autore decide di non descrivere l’ambiente per evidenziare l’azione e il carattere dei personaggi coinvolti nella vicenda.

5) Lo stalliere del re Agilulfo

La novella è ambientata presso la corte dei Longobardi nell’VIII sec. d.C. Il protagonista è uno stalliere di umilissime origini, ma di grande nobiltà d’animo ed è astuto ed assennato. Egli è innamorato della regina (un sogno irrealizzabile) ed è fortemente spinto dall’ambizione sociale. Lo stalliere, in questa novella, si traveste da re e passa una notte al fianco della regina. Tuttavia il re se ne accorge e, dopo essere riuscito a catturare il “sosia”, se ne va a letto sicuro, per essere riuscito a tagliargli i capelli, in modo da poterlo riconoscere l’indomani alla luce del sole. Lo stalliere, astuto, rasa la testa a tutti i servi per non essere smascherato, ma a questo punto diventa importante la reazione del re.

6) Tancredi e Ghismunda

Si tratta di una novella molto importante perché è una delle prime in cui l’elemento comico e realistico non compare e si ha un passaggio dal contesto borghese – mercantile al contesto aristocratico, nobiliare. Al posto dell’elemento comico – realistico viene affrontata una tematica drammatica. Infatti tutta la novella poggia sul tema dell’amore contrastato, dove è presente nelle relazioni fra i personaggi lo schema triangolare amante-oggetto amato-antagonista.

Qui è presente tuttavia un elemento nuovo rispetto allo schema classico: l’amante non è più l’uomo ma è la donna, che quindi riveste un ruolo attivo: è lei che prende l’iniziativa, che sceglie l’uomo e che mette in atto tutti i vati accorgimenti, affinché l’amore rimanga nascosto. Secondo alcuni critici Guiscardo è un’appendice di Ghismunda, cioè la sua funzione è compresa in quella di Ghismunda, che quindi diventa il primo modello di eroina boccaccesca. Ghismunda è una persona magnanima, aperta, intelligente e astuta nell’architettare i piani e decisa nell’agire. E’ una persona che sa conservare la propria dignità, cioè lei non si umilia, non si dispera in modo patetico nelle disgrazie. E’ inoltre una buona oratrice e si deve scontrare con la fortuna perché è il caso che le fa scoprire il suo amore. Ma l’antagonista vero e proprio è il padre. Egli è un personaggio complesso, perché ama tantissimo sua figlia e questo amore si trasforma in crudeltà quando compare un concorrente come Guiscardo. Per questo motivo l’affetto paterno di Tancredi presenta caratteristiche ambigue. Tancredi inoltre è ipocrita nei suoi ragionamenti, mentre Ghismunda è cristallina. Tancredi inoltre, pur essendo di origini nobili non ha dignità. Ghismunda, oltre ad essere un’eroina, ha di straordinario il tipo di ragionamento che fa “per tagliare la testa al toro”, o meglio al padre. Il suo è un amore intellettuale, platonico (ideale, estraneo alla realtà) e lei rivendica il fatto che risponde a qualcosa di naturale: Boccaccio conserva da Dante l’amore nobile, compiendo tuttavia un passo maggiore in quanto procede da un amore intellettuale a un amore terreno, riguardante cioè il corpo e i sensi. E’ da notare inoltre la questione delle reliquie, una pratica molto diffusa nel Medioevo: era infatti una consuetudine cercare di conservare qualcosa di tangibile. Tale concetto deriva dall’ambito religioso in quanto alle reliquie venivano attribuite dei poteri magici e miracolistici e per questo motivo erano molto ricercate.

7) Elisabetta da Messina

Si tratta di una novella della quarta giornata che richiama per struttura la novella di Ghismunda. Anche qui è possibile notare un triangolo: la donna che ama, l’amante e l’antagonista, il cui ruolo in questa novella è ricoperto dai fratelli di Elisabetta. Un altro filo conduttore con la novella di Ghismunda è il sentimento di amore integro, che rimane tale nonostante le difficoltà e la tragica fine dei protagonisti. Tuttavia vi sono anche delle divergenze: infatti, mentre la novella di Ghismunda ha per protagonista una donna eroina che difende i propri diritti d’amore, al contrario la novella di Elisabetta vede per protagonista una donna che non ha alcun desiderio di rivolta e la sua risposta all’oppressione familiare è quella dell’accettazione silenziosa della situazione; tale rassegnazione sfocia in lacrime e pianti, che diventano sfogo d’amore (con il pianto Elisabetta rimane legato all’amato); colpisce il fatto che Elisabetta prima va a prendersi la testa dell’amato ucciso e poi la bagna con il suo pianto: da qui (alla fine della novella) deriva un tema, presente anche nella novella di Ghismunda: l’attaccamento alla reliquia dell’amato (Ghismunda – cuore; Elisabetta – testa).

8) Nastagio degli Onesti

Questa è una novella importante, in cui sono contenute citazioni culturali, come per es. a Jacopo Passavanti; la novella è intrecciata con uno dei temi del XIII canto dell’Inferno della Divina Commedia di Dante, non tanto con Pier delle Vigne, ma con la scena di caccia che chiude il canto, in cui degli scialacquatori sono inseguiti da delle arpie affamate: l’aggancio consiste proprio nel tema della caccia infernale. Boccaccio rovescia completamente questo tema che all’epoca era un topos (modello) ricorrente, cambiandone il senso: qui infatti c’è una donna inseguita da un cavaliere, che è punita perché non ha mai amato. Nella novella c’è un taglio surreale e viene sfruttato un motivo topos della letteratura con riferimento ad autori precedenti o vicini a lui. C’è la volontà di colpire e di stravolgere per non scivolare nel classico, nonostante si ispiri ad esso. Il fatto che egoisticamente la donna si interessi a Nastagio contribuisce a mantenere l’effetto comico della cornice.

9) Chichibio e la gru

In questa novella i personaggi sono esaltati attraverso le qualità umane, che non sono mai disgiunte dal caso. Inoltre, più che l’industria, si sottolinea l’arguzia, l’istinto che caratterizza Chichibio; vi è un’esaltazione del rischio, ancora una volta tipico del mercante. L’individuo è in balia delle circostanze che lo portano a confrontarsi con la situazione: il caso determina il relativismo etico, per cui emerge l’assenza di una gerarchia fissa di valori; non c’è infatti un assoluto codice comportamentale ma i valori variano e si adattano alle circostanze. Manca inoltre un conclusivo giudizio morale, in quanto Boccaccio fa emergere ironicamente pregi e difetti dei personaggi.

10) Frate Cipolla & Calandrino e l’elitropia

1- Si gioca sul tema della crudeltà sfruttata dagli ecclesiastici per prelevare soldi mostrando false reliquie; c’è una critica alla chiesa ma soprattutto alla massa di fedeli. I giochi di San Lorenzo hanno la virtù di salvare dal fuoco: chi si farà toccare la croce con essi, vivrà sicuro che “fuoco non cocerà che non si senta”.

2- Calandrino pur essendo attirato dall’idea di arricchirsi non ha l’intraprendenza e l’abilità che contraddistingue il mercante.

CONCLUSIONI

Giovanni Boccaccio è un autore straordinario per il fatto che è moderno nel suo modo di rapportarsi con l’uomo. Egli è spudorato e coraggioso nell’affrontare tutti questi temi. L’ironia è la sua “arma principale”, anche se lui è una persona seria.


 


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