POESIE PER RICORRENZE: CARNEVALE

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POESIE PER CARNEVALE

PER CARNEVALE



L'invenzione di Pulcinella

Signore e signori, fatevi avanti
più gente entra, più siete in tanti!
Correte a vedere la grande attrazione,
la formidabile invenzione.
Non sono venuto su questo mercato
per vendere il fumo affumicato.
Non sono venuto a questa fiera
per vendere i buchi del gruviera.
Il mio nome è Pulcinella
ed ho inventato la moz - za - rel - la!
Da questa parte, signori e signore
son Pulcinella il grande inventore!
Per consolare i poveretti
ho inventato gli spaghetti.
Per rallegrare a tutti la vita
creai la pizza Margherita!
Olio, farina, pomodoro
nulla vale questo tesoro.
Ad ascoltarlo corre la gente,
si diverte... e non compra niente!!

Gianni Rodari





Poesia sul Carnevale
di J. R. Jimènez
A Carnevale

A Carnevale i ragazzi si travestono 
chiassosamente da pagliacci.
Lungo la strada i coriandoli rotolavano
 sotto la sferza pungente
del forte vento del pomeriggio.
Un gruppo di donne sulla piazza girava allegramente
intorno ad un asino.
I ragazzini, vedendolo imprigionato,
ragliavano per farlo ragliare.
Tutta la piazza non era che un concerto di ragli,
di risate, di canzoni, di tamburelli e di mortai.





Poesia sul Carnevale 
di Diego Valeri
Girotondo del fannullone

Il lunedì, ch'è il di dopo la festa,
o Dio, che ho mal di testa,
non posso lavorar!
Il martedì mi siedo sulla soglia
ad aspettar la voglia
che avrò di lavorar.
Il mercoledì preparo i miei strumenti,
ma, ahimé, c'è il mal di denti,
non posso lavorar.
Il giovedì, che fa cosi bel tempo,
davvero non mi sento
di andare a lavorar.
Il venerdì, ch'è il di della passione,
mi metto in devozione,
non posso lavorar.
Sabato si ch'è proprio il giorno buono;
ma per un giorno solo
che vale lavorar?





Carnevale vecchio e pazzo 

Carnevale vecchio e pazzo
s'è venduto il materasso
per comprare pane, vino,
tarallucci e cotechino.
E mangiando a crepapelle
la montagna di frittelle
gli è cresciuto un gran pancione 
che somiglia ad un pallone.
Beve, beve all'improvviso
gli diventa rosso il viso
poi gli scoppia anche la pancia 
mentre ancora mangia, mangia.
Così muore il Carnevale 
e gli fanno il funerale:
dalla polvere era nato 
e di polvere è tornato.

Gabriele D'Annunzio 




LE STELLE FILANTI, DI  Mario Lodi

Perché si chiamano stelle filanti?
Non sono mica stelline del cielo?
Ma sono strisce a colori sgargianti,
fatte di carta che pare di velo.
Sembran piuttosto festoni gettati
da casa a casa, da pianta a pianta;
collane, dondoli colorati,
dove il vento ci balla e ci canta.
Poi, le notti di luna piena
un raggio d'oro ci fa l'altalena.




Pagliaccio, (Ugo Betti)

Ed ecco un flauto si mette a suonare.
Allora un pagliaccio rosso
coperto di campanellini
esce a ballare con lazzi ed inchini!
E tenta una capriola…
Fa finta di farsi male…
Ride…
Si drizza con un salto mortale!
Poi s’arrampica come fa il gatto
per acchiappare i pipistrelli.
E poi fa finta di ruzzolare
perché ridano tutti quanti.




Viva i coriandoli di Carnevale 

Viva i coriandoli di Carnevale,
bombe di carta che non fan male!
Van per le strade in gaia compagnia
i guerrieri dell'allegria:
si sparano in faccia risate
scacciapensieri,
si fanno prigionieri
con le stelle filanti colorate.
Non servono infermieri
perchè i feriti guariscono
con una caramella.
Guida l'assalto, a passo di tarantella,
il generale in capo Pulcinella.
Cessata la battaglia, tutti a nanna. 
Sul guanciale
spicca come una medaglia
un coriandolo di Carnevale.

Gianni Rodari 






Il Carnevale di Gerti -

Se la ruota si impiglia nel groviglio
delle stelle filanti ed il cavallo
s'impenna tra la calca , se ti nevica
fra i capelli e le mani un lungo brivido
d'iridi trascorrenti o alzano i bambini
le flebili ocarine che salutano
il tuo viaggio e i lievi echi si sfaldano
giù dal ponte sul fiume
se si sfolla la strada e ti conduce
in un mondo soffiato entro una tremula
bolla d'aria e di luce dove il sole
saluta la tua grazia-hai ritrovato
forse la strada che tentò un istante
il piombo fuso a mezzanotte quando
finì l'anno tranquillo senza spari.

Ed ora vuoi sostare dove un filtro
fa spogli i suoni
e ne deriva i sorridenti ed acri
fumi che ti compongono il domani;
ora chiedi il paese dove gli onagri
mordano quadri di zucchero dalle tue mani
e i tozzi alberi spuntino germogli
miracolosi al becco dei pavoni.

(Oh , il tuo carnevale sarà più triste
stanotte anche del mio , chiusa fra i doni
tu per gli assenti:carri dalle tinte
di rosolio , fantocci ed archibugi,
palle di gomma , arnesi da cucina
lillipuziani:l'urna li segnava
a ognuno dei lontani amici l'ora
che il gennaio si schiuse e nel silenzio
si compì il sortilegio.
E' carnevale o il dicembre s'indugia ancora?
Penso che se muovi la lancetta al piccolo
orologio che rechi al polso , tutto
arretrerà dentro un disfatto prisma
babelico di forme e di colori...)

E il natale verrà e il giorno dell'anno
che sfolla le caserme e ti riporta
gli amici spersi e questo carnevale
pur esso tornerà che ora ci sfugge
tra i muri che si fendono già. 
Chiedi tu di fermare il tempo sul paese
che attorno si dilata? 
Le grandi ali screziate ti sfiorano , le logge
sospingono all'aperto esili bambole
bionde , vive , le pale dei mulini
rotano fisse sulle pozze garrule.
Chiedi di trattenere le campane
d'argento sopra il borgo e il suono rauco
delle colombe? Chiedi tu i mattini
trepidi delle tue prode lontane?

Come tutto si fa strano e difficile
come tutto è impossibile , tu dici.
La tua vita è quaggiù dove rimbombano
le ruote dei carriaggi senza posa
e nulla torna se non forse
in questi disguidi del possibile.
Ritorna là fra i morti balocchi
ove è negato pur morire; e col tempo che ti batte
al polso e all'esistenza ti ridona,
tra le mura pesanti che non s'aprono
al gorgo degli umani affaticato,
torna alla via dove con te intristisco
quella che mi additò un piombo raggelato
alle mie , alle tue sere:
torna alle primavere che non fioriscono.
 Eugenio Montale 





IL Burattinaio

Da paese a paese egli cammina
portando la baracca su le spalle,
da paese a paese, dalla valle
alla collina.
E quando incontra un piccolo villaggio,
egli si ferma per quei tre marmocchi,
chiama Arlecchino che straluni gli occhi
per suo vantaggio,
chiama la Reginetta e il suo bel paggio
che si facciano ancor qualche moina,
e Brighella, cuor d'oro, e Colombina,
rosa di maggio;
e raccattato qualche buon soldino
dal capannel che un poco si dirada,
egli continua sull'aperta strada
il suo cammino...
Tutto ha con sè: la casa, la famiglia,
i beni, i sogni, il mondo; e tutto è lieve
alle sue spalle come al guardo un breve
batter di ciglia.

Marino Moretti 





di Gianni Rodari 
Il vestito di Carnevale 

Per fare un vestito ad Arlecchino 
ci mise una toppa Meneghino, 
ne mise un'altra Pulcinella, 
una Gianduia, una Brighella. 
Pantalone, vecchio pidocchio, 
ci mise uno strappo sul ginocchio, 
e Stenterello, largo di mano 
qualche macchia di vino toscano. 
Colombina che lo cucì 
fece un vestito stretto così. 
Arlecchino lo mise lo stesso 
ma ci stava un tantino perplesso. 
Disse allora Balanzone, 
bolognese dottorone: 
Ti assicuro e te lo giuro 
che ti andrà bene li mese venturo 
se osserverai la mia ricetta: 
un giorno digiuno e l'altro bolletta!




Il gioco dei se 

DI RODARI 

Se comandasse Arlecchino 
il cielo sai come lo vuole? 
A toppe di cento colori 
cucite con un raggio di sole. 

Se Gianduia diventasse 
ministro dello Stato, 
farebbe le case di zucchero 
con le porte di cioccolato. 

Se comandasse Pulcinella 
la legge sarebbe questa: 
a chi ha brutti pensieri 
sia data una nuova testa.