HOME PAGE NARRATIVA PROMESSI SPOSI
Capitolo XXIX. Intanto Don Abbondio, ricevuta notizia dell'arrivo dell'armata, risoluto di andarsene prima di tutti, seguiva Perpetua, in quanto incapace di ragionare per la paura. Egli implorava aiuto dalla finestra ai suoi parrocchiani, ma quelli indaffarati nella fuga non li badarono minimamente. Poi, entrò Agnese che propose ai due di recarsi con lei presso l'Innominato, così tutti e tre presero per i campi, seppur Don Abbondio brontolasse. Si ritrovarono nel paese del sarto e si recarono a fargli visita; questo fece cogliere fichi, pesche, fece cuocere castagne e si mise a parlare del buon ricovero che avevano scelto presso l'Innominato. Don Abbondio aveva fretta, così il sarto trovò un baroccio per la seconda metà del viaggio. L'Innominato dal giorno della conversione era sempre intento a far del bene e in questi momenti aveva fatto spargere la notizia che la sua casa è sempre aperta ai bisognosi, mettendo alcuni contadini di guardia al castello, facendo giungere inoltre provvigioni per tutti i suoi ospiti.
Capitolo XXX. La peste la prende anche don Rodrigo: se la scopre addosso una sera tornando da un festino dove aveva celebrato ironicamente il morto conte Attilio. Chiede aiuto al Griso perché chiami un medico: il Griso chiama invece i monatti. Che lo portano al lazza retto. Ma prima del padrone muore fulminato dalla peste anche il Griso. Di peste s'ammala anche Renzo, ma la forte, contadinesca fibra lo salva: superata la convalescenza decide di far ritorno al suo paese in cerca di Lucia. Nessuno in tanta confusione si curerà di lui e dei suoi conti con la Giustizia. Salutato il cugino Bortolo, riattraversa l'Adda e si affaccia al suo paese. Dovunque imperano i segni della morte, dell'abbandono, della sofferenza. Incontra Tonio in camicia che dice cose senza senso: la malattia lo aveva reso idiota e fatto somigliare stranamente al fratello folle. Da una cantonata vede avanzare una cosa nera; è don Abbondio che ha perduto Perpetua: è mal messo ma si preoccupa della presenza di Renzo. per lui sorgente di guai. Di Agnese sa che si rifugiata a Pasturo, di Lucia dice che è a Milano in casa di don Ferrante. Altro non sa; una sola cosa vorrebbe: che Renzo torni al più presto dond'è venuto. Renzo passa anche accanto alla sua vigna: ormai ridotta a una marmaglia di piante, di vilupponi arrampicati, di rovi, di un guazzabuglio di steli. Pare anch'essa investita e disgregata dalla peste. A sera trova rifugio in casa di un amico. L'indomani decide di recarsi a Milano in cerca di Lucia.
Capitoli XXXI . Manzoni mette in rilievo il comportamento di una popolazione spaventata. La peste agisce generalmente in poche ore, a volte di più, portando rapidamente alla morte dei contagiati. In pochi casi si guarisce e allora si è immuni. La peste provoca la degenerazione delle ghiandole linfatiche in bubboni . Vengono organizzate riunioni all’ aperto per pregare insieme Dio che faccia scomparire questa tremenda malattia, il che, invece di fermare la diffusione di questa malattia, la accelera, perché la gente sana stando a contatto con quella malata, veniva contagiata facilmente. Gli abitanti iniziano addirittura a pensare che ci sia qualcuno che di proposito diffonde la malattia, gli untori. In realtà gli untori non esistono, ma si sono verificati casi in cui il popolo, spinto dalla disperazione, ha deciso di uccidere qualcuno sospettato di aver diffuso intenzionalmente la peste. Un esempio è il vecchio che fu ucciso perché in Duomo, prima di sedersi, aveva spazzolato la panca sporca con il cappello, ed era stato accusato di star spargendo la malattia.
Capitolo XXXII. Incapaci di affrontare il pericolo grave,i decurioni si rivolgono al governatore per sollecitare un aiuto economico diretto e per impedire il passaggio devastante delle truppe nella zone di Milano. Intanto vengono fatti pressanti richieste al cardinale per organizzare una processione con il corpo di Carlo Borromeo. La richiesta viene inizialmente rifiutata per impedire la delusione di un mancato miracolo e per scongiurare il diffondersi del contagio ad opera degli untori.In un clima di terrore vengono linciati e arrestati un vecchio innocente e 3 turisti francesi accusati di unzione.Dopo un po' però Federigo Borromeo viene convinto e quindi si iniziano i preparativi per la processione.Il giorno dopo il numero delle vittime per contagio aumenta vertiginosamente e vengono assunti dei "monatti"per trasportare i cadaveri nelle fosse comuni.Durante questo periodo non mancano le opere di bene,attuate dal cardinale;ma non mancano neanche la sopraffazione e la violenza,come i saccheggi da parte degli stessi monatti. Gli effetti più dolorosi del dramma si riscontrano nel propagarsi delle dicerie sugli untori,considerati colpevoli della peste.Alla fine Manzoni fa una introduzione per introdurre l'avvio della fine della storia di Renzo e Lucia.
Capitolo
XXXIII. Tra i colpiti dalla peste è don Rodrigo, tradito dal Griso e consegnato
ai monatti, i raccoglitori dei morti e dei contagiati. Renzo, che ha superato la
malattia, ora che nessuno si cura più di lui, si mette in cerca di Lucia, e si
reca al paese, dove trova la desolazione; da don Abbondio apprende che Perpetua
è morta insieme con molti altri, che Agnese è presso parenti a Pasturo e che
Lucia è a Milano, presso la famiglia di don Ferrante.
Capitolo XXXV. L'aria si fa sempre più afosa, il cielo si copre di una coltre di umidità greve, quando Renzo entra nel lazzaretto: un insieme di capanne e di fabbricati posticci, alzati per la circostanza, accanto ad altri in muratura. L'impressione è quella del covile segnato da un vasto brulichio prodotto da sani e malati, da serventi e da folli, impazziti per la peste, da gente variamente indaffarata. Su tutto domina l'organizzazione imposta dai cappuccini ed è, il loro, un ordine esemplare sempre tenendo conto che bisogna amministrare, confortare, curare o avviare al cimitero ben sedicimila appestati. La visione generale è quella che insorge da un luogo che è un condensato, un contenitore di grandi sofferenze su cui incombe l'aria ed il cielo nebbioso. Il primo gruppo di malati, collocati a parte, dentro un recinto, è quello dei bambini allevato da nutrici e da capre: alcuni sono neonati ed hanno bisogno di costante cura ed attenzione. Molte donne guarite dalla peste provvedono alla cura dei bambini: ma anche le capre, quasi consapevoli della grande sofferenza, offrono mansuete il proprio latte ai bambini. È uno spicchio di umanità che intende sopravvivere e resistere nonostante tutto sembri avviare a morte o a disperazione. E proprio in un atteggiamento di padre che si cura dei propri piccoli Renzo intravede dopo tanto tempo la cara immagine di padre Cristoforo. Affettuoso l'incontro tra i due. Il padre dopo essere stato per anni a Rimini, per pressioni esercitate sui superiori ha ottenuto di essere richiamato a Milano e di essere adibito al servizio dei malati. Renzo gli fa un succinto riassunto delle sue avventure e dice di essere nel lazzaretto in cerca di Lucia. Potrebbe essere, se è ancora viva, nel recinto assegnato alle donne: è proibito entrarvi. Ma il padre lo autorizza date le buone intenzioni che lo animano. Ma Lucia sarà viva? Se non dovesse essere viva, Renzo si dice pronto a fare vendetta su don Rodrigo, che è all'origine di tutte le disavventure sue e di Lucia. E a questo punto padre Cristoforo lo redarguisce e alla legge di vendetta contrappone la legge cristiana del perdono e della carità. Lui, che ha fatto l'esperienza dell'assassinio di un uomo, sa quanto arida sia la strada della vendetta e quanto allontani da Dio e quindi dall'umanità la ricerca di una giustizia che impone morte per morte. La vera giustizia è la carità che compensa la morte di un uomo con la crescita ideale di nuova umanità. Renzo convinto si dice disposto al perdono del suo avversario. E il frate lo conduce in una capanna dove gli mostra don Rodrigo moribondo: ecco come si è ridotto colui che voleva farsi padrone dell'altrui vita! E il padre non sa decidere se in quelle condizioni il signorotto sia per un castigo o per un atto di misericordia della divinità.
Capitolo
XXXVI. Dopo affannosa ricerca, incontra finalmente Lucia. L'amarezza per la
riconferma del voto fatto alla Madonna, è risolta dall'intervento di padre
Cristoforo, che scioglie Lucia dal voto.
Capitolo
XXXVII. Uscito dal lazzaretto Renzo
è sorpreso da un temporale, quello che porterà via la peste. Vede Agnese,
ritorna a Bergamo dal cugino per cercarsi una casa, è di nuovo al paesello ad
attendervi Lucia che, trascorsa la quarantena, si accinge a ritornare. Prima
della partenza, apprende la morte di padre Cristoforo, il processo contro la
monaca di Monza, e la morte anche di donna Prassede e don Ferrante.
Capitolo
XXXVIII. Lucia ritorna al paese.
Don Abbondio si decide finalmente a sposare i due giovani, ma soltanto quando
viene a sapere che il palazzo di don Rodrigo è ora occupato dall'erede di lui,
un marchese, «bravissim'uomo» che ha saputo della storia di Lucia e di Renzo,
e è disposto ad acquistare ad alto prezzo le loro casette e a liberare Renzo
dall'imbroglio di Milano.