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POESIE DI UMBERTO SABA


BOCCA

La bocca 
che prima mise 
alle mie labbra il rosa dell'aurora, 
ancora 
in bei pensieri ne sconto il profumo. 
O bocca fanciullesca, bocca cara, 
che dicevi parole ardite ed eri 
così dolce a baciare. 




Dopo la tristezza di SABA

Questo pane ha il sapore d'un ricordo, 
mangiato in questa povera osteria, 
dov'è più abbandonato e ingombro il porto. 

E della birra mi godo l'amaro, 
seduto del ritorno a mezza via, 
in faccia ai monti annuvolati e al faro. 

L'anima mia che una sua pena ha vinta, 
con occhi nuovi nell'antica sera 
guarda una pilota con la moglie incinta; 

e un bastimento, di che il vecchio legno 
luccica al sole, e con la ciminiera 
lunga quanto i due alberi, è un disegno 

fanciullesco, che ho fatto or son vent'anni. 
E chi mi avrebbe detto la mia vita 
così bella, con tanti dolci affanni, 

e tanta beatitudine romita!






La Malinconia di Saba
  
Malinconia 
la vita mia 
struggi terribilmente; 
e non v'è al mondo,
 non c'è al mondo niente 
che mi divaghi. 
  
Niente, o una sola 
casa. Figliola, 
quella per me saresti. 
S'apre una porta;
 in tue succinte vesti 
entri, e mi smaghi. 
  
Piccola tanto, 
fugace incanto 
di primavera. I biondi 
riccioli molti nel berretto ascondi, 
altri ne ostenti. 
  
Ma giovinezza, 
torbida ebbrezza, 
passa, passa l'amore. 
Restan sì tristi nel dolente cuore, 
presentimenti. 
  
Malinconia, 
la vita mia 
amò lieta una cosa, 
sempre: la Morte. Or quasi è dolorosa, 
ch'altro non spero. 
  
Quando non s'ama 
più, non si chiama 
lei la liberatrice; 
e nel dolore non fa più felice 
il suo pensiero. 
  
Io non sapevo 
questo; ora bevo 
l'ultimo sorso amaro 
dell'esperienza. 
Oh quanto è mai più caro 
il pensier della morte, 
  
al giovanetto, 
che a un primo affetto 
cangia colore e trema. 
Non ama il vecchio la tomba:suprema 
crudeltà della sorte. 




DONNA
(Saba)

Quand'eri 

giovinetta pungevi

come una mora di macchia. Anche il piede

t'era un'arma, o selvaggia.

Eri difficile a prendere.

Ancora

giovane, ancora

sei bella. I segni

degli anni, quelli del dolore, legano

l'anime nostre, una ne fanno. E dietro

i capelli nerissimi che avvolgo

alle mie dita, più non temo il piccolo

bianco puntuto orecchio demoniaco.



CAFFÈ TERGESTE
 
Caffè Tergeste, ai tuoi tavoli bianchi,
ripete l’ubbriaco il suo delirio,
ed io ci scrivo i miei più allegri canti!
 
Caffè di ladri, di baldracche covo,
io soffersi ai tuoi tavoli il martirio;
lo soffersi a formarmi un cuore nuovo.
 
Pensavo:  – Quando infine avrò goduto
la morte, il nulla che in lei mi predico,
che mi compenserà d’esser vissuto?
 
Di pensarmi magnanimo non oso,
ma – se il nascere è un fallo – io al mio nemico.
sarei, per maggior colpa, più pietoso!
 
Caffè di plebe, dove un dì celavo
la mia faccia, con gioia in te m’attardo;
e tu concili l’italo e lo slavo,
 
ad alta notte, lungo il tuo bigliardo.
 
 Umberto Saba
 



QUASI UNA MORALITA'
 
Più non mi temono i passeri. Vanno 
vengono alla finestra indifferenti 
al mio tranquillo muovermi nella stanza.
Trovano il miglio e la scagliuola: dono
spanto da un prodigo affine, accresciuto
dalla mia mano. Ed io li guardo muto
(per tema non si pentano) e mi pare
(vero o illusione non importa) leggere
nei neri occhietti, se coi miei s'incontrano, 
quasi una gratitudine.
Fanciullo,
od altro sii tu che mi ascolti, in pena
viva o in letizia (e più se in pena) apprendi
da chi ha molto sofferto, molto errato,
che ancora esiste la Grazia, e che il mondo
TUTTO IL MONDO - ha bisogno d'amicizia.

 



Teatro degli Artigianelli
Umberto Saba

Falce martello e la stella d'Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!
 
Esce, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell'idea
che gli animi affratella; chiude: "E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro".
Tra un atto e l'altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l'amico
dell'uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.
 
Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il canone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.




Eroica – Umberto Saba
 

Nella mia prima infanzia militare

Schioppi e tamburi erano i miei giocattoli;

come gli altri una fiaba, io la canzone

amavo udire dei coscritti.

                                        

 Quando

Con sé mia madre poi mi volle, accanto

mi pose, a guardia, il timore. Vestito

non mi vide da soldato, in visita 

da noi venendo, la mia balia. Assidui 

moniti udivo da mia madre; i casi

della sua vita, dolorosi e mesti.

 

E fu il bambin dalle calze celesti,

dagli occhi pieni di un muto rimprovero,

buono a sua madre e affettuoso. Schioppi

più non ebbi e tamburi. Ma nel cuore 

io li celai; ma nel profondo del cuore

furono un giorno i versi militari;

oggi sono altra cosa: il bel pensiero,

forse, onde resto in tanto strazio vivo.   

 


AMAI
Amai trite parole che non uno
amai parole frammentate che nessuno 
osava. M'incantò la rima fiore amore,
osava dire...mi piaceva molto la rima fiore e amore
la più antica, difficile del mondo
che è quella più vecchia e più difficile
Amai la verità che giace al fondo,
amavo la verità che era in fondo a queste parole
quasi un sogno obliato, che il dolore
come un sogno ormai perso, che il dolore 
riscopre amica. Con paura il cuore
le fa da compagno. Con la paura nel cuore
le si accosta, che più non l'abbandona.
il dolore si accosta e più nn ti abbandona
Amo te che mi ascolti e la mia buona
ti amo a te che mi ascolti e amo la carta vincente
carta lasciata al fine del mio gioco.
che uno lascia alla fine del gioco! 






ULISSE DI SABA

Nella mia giovinezza ho navigato 
lungo le coste dalmate. Isolotti 
a fior d’onda emergevano, ove raro 
un uccello sostava intento a prede, 
coperti d’alghe, scivolosi, al sole 
belli come smeraldi. Quando l’alta 
marea e la notte li annullava, vele 
sottovento sbandavano più al largo, 
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno 
è quella terra di nessuno. Il porto 
accende ad altri i suoi lumi; me al largo 
sospinge ancora il non domato spirito, 
e della vita il doloroso amore. 






Quando nacqui mia madre ne piangeva


Quando nacqui mia madre ne piangeva,

sola, la notte, nel deserto letto.

Per me, per lei che il dolore struggeva,

trafficavano i suoi cari nel ghetto.

 
Da sé il più vecchio le spese faceva,

per risparmio, e più forse per diletto.

Con due fiorini un cappone metteva

nel suo grande turchino fazzoletto.

 
Come bella doveva essere allora

la mia città: tutta un mercato aperto!

Di molto verde, uscendo con mia madre

 
io, come in sogno, mi ricordo ancora.

Ma di malinconia fui tosto esperto;

unico figlio che ha lontano il padre.

 




ED AMAI NUOVAMENTE

 
ED AMAI NUOVAMENTE; E FU DI LINA 
DAL ROSSO SCIALLE IL PIÙ DELLA MIA VITA.
QUELLA CHE CRESCE ACCANTO A NOI, BAMBINA
DAGLI OCCHI AZZURRI, È DAL SUO GREMBO USCITA.

TRIESTE È LA CITTÀ, LA DONNA È LINA, 
PER CUI SCRISSI IL MIO LIBRO DI PIÙ ARDITA

 SINCERITÀ; NÉ DALLA SUA FU FIN’
AD OGGI L’ANIMA MIA PARTITA.

OGNI ALTRO CONOBBI UMANO AMORE;
MA PER LINA VORREI DI NUOVO UN’ALTRA
VITA, DI NUOVO VORREI COMINCIARE.

PER L’ALTEZZE L’AMAI DEL SUO DOLORE;
PERCHÉ TUTTO FU AL MONDO, E NON MAI SCALTRA,
E TUTTO SEPPE, E NON SE STESSA, AMARE.






"Frutta Erbaggi" di Saba

Erbe, frutta, colori della bella
stagione. Poche ceste ove alla sete
si rivelano dolci polpe crude.
Entra un fanciullo colle gambe nude,
imperioso, fugge via.
S'oscura
l'umile botteguccia, invecchia come
una madre.
Di fuori egli nel sole
si allontana, con l'ombra sua, leggero.





MILANO
(U.Saba) 

Fra le sue pietre e le tue nebbie faccio

villeggiatura. Mi riposo in Piazza

del Duomo. Invece

di stelle

ogni sera si accendono parole.


Nulla riposa della vita come

la vita.

 



GOAL

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla- unita ebrezza - per trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore, 
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
- l’altro - è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa - egli dice - anch’io son parte.





TRIESTE

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.


Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva. 

  


UN RICORDO
  
 Non dormo. Vedo una strada, un boschetto,
che sul mio cuore come un’ansia preme;
dove si andava, per star soli e insieme,
io e un altro ragazzetto. 
Era la Pasqua; i riti lunghi e strani
dei vecchi. E se non mi volesse bene
– pensavo – e non venisse più domani?
E domani non venne. Fu un dolore,
uno spasimo verso la sera;
che un’amicizia (seppi poi) non era,
era quello un amore;
il primo; e quale e che felicità
n’ebbi, tra i colli e il mare di Trieste.
Ma perché non dormire, oggi, con queste
storie di, credo, quindici anni fa?

 


RITRATTO DELLA MIA BAMBINA 

La mia bambina con la palla in mano,
con gli occhi grandi colore del cielo
e dell’estiva vesticciola: "Babbo
-mi disse – voglio uscire oggi con te"
Ed io pensavo : Di tante parvenze 
che s’ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma
che sull’onde biancheggia, a quella scia
ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti. 






Mio padre è stato per me "l'assassino"

Mio padre è stato per me "l'assassino"; 
fino ai vent'anni che l'ho conosciuto.
Allora ho visto ch'egli era un bambino, 
e che il dono ch'io ho da lui l'ho avuto.

Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,
un sorriso, in miseria, dolce e astuto.
Andò sempre pel mondo pellegrino;
più d'una donna che l'ha amato e pasciuto.

Egli era gaio e leggero; mia madre
tutti sentiva della vita i pesi.
Di mano ei gli sfuggì come un pallone.

"Non somigliare - ammoniva - a tuo padre":
ed io più tardi in me stesso lo intesi:
Eran due razze in antica tenzone.


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