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Avevo consumato faticosamente la
distanza che separava il paese dal bivio Sarno-Nocera, quando mi fermai un
instante a prender fiato, fingendomi interessata a ciò che Maria, la vecchia
salumiera di via Murelle, mi andava dicendo sulla nipote Teresa. Erano circa le
undici e tornavo dal mio lavoro di badante, presso un’anziana signora del
centro storico di Salerno.
Era un’esistenza faticosa la mia, da bambina ero stata abituata al
sacrificio: mio padre, un autista dispotico e risoluto, aveva costruito la sua
piccola fortuna, mettendo moglie e figli a lavorare. Una vita di stenti, perché
si potesse dire: la casa di Beppe Cardillo, la terra di Beppe Cardillo e così
via, null’altro contava. La fanciullezza
era trascorsa crescendo i miei fratellini più piccoli, tra lavori domestici e
le colate (1), mentre le mie sorelle
si rompevano la schiena in campagna e mia madre buttava via la sua vita e la sua
salute. E pensare che, ancora oggi, quel santo uomo del mio genitore pensa di
aver fatto le cose giuste e di aver operato per il meglio.
Lisa fu la prima a capire
che la sua vita si sarebbe conclusa squallidamente in un piccolo borgo agricolo,
con i calli alle mani ed i dolori nelle ossa, quegli stessi che ora dilaniavano
le carni di nostra madre. Scappò di casa una mattina di settembre, dopo un
grosso litigio in famiglia, quando si seppe della sua volgare tresca con lo zio,
il marito della sorella di nostro padre. Beppe
era bravo più a menar le mani, che a creare un dialogo con i figli, né gli
interessavano i loro sogni e le loro esigenze. Ma forse era solo ignoranza e non
cieco egoismo di chi non vede al di là del proprio naso.
Annamaria invece preferì vivere da sola, nel seminterrato dove faceva
l’estetista, vivendo della simpatia dei clienti e di qualche buona amica. Di
tanto in tanto, pranzava con noi, ma ora era libera di vivere la sua vita come
meglio credeva.
Alessia era l’unica ad avere studiato, ma lo aveva pagato col duro
lavoro dei campi. D’estate, finita la scuola, e fino alla fine di settembre,
zappava, votava l’acqua (2), raccoglieva,
caricava e portava i prodotti al mercato.
Mio fratello che, per una stupida scommessa, si ritrovava il singolare
nome di Cannavale, avrebbe voluto studiare, ma i disegni paterni non collimavano
con i suoi e fu così che in famiglia si ebbe un secondo camionista.
_________
1)La colata è una vecchia modalità
di bucato, fatto con la soda
e la
cenere, che venivano
colate sulle
lenzuola, per sbiancarle.
L’uso è scomparso con l’invenzione delle lavatrici ed i detersivi chimici.
Era una famiglia laboriosa la nostra, lavoravamo come formichine
industriose, per il grande sogno di Beppe Cardillo. Io ero troppo gracile per il
lavoro dei campi e, fattisi grandicelli i miei fratelli, fui avviata al lavoro
di fabbrica e divenni una brava pelatrice, fino al giorno in cui non rischiai di
perdere una mano nei marchingegni del rullo di trasporto. Fu così che cercai di
recuperare una parte dei miei sogni, iscrivendomi al corso per infermiera,
presso la scuola di ostetricia di Salerno. Quel diploma mi permise di fare la
badante di un’anziana signorina, con la quale trascorrevo la serata e tutta la
notte, al terzo piano di un palazzo vetusto, dove erano rimasti solo i fantasmi
che mi facevano compagnia ogni notte.
Dovevo fare di più, ero in una fase di stallo, tanto più che per
accedere ai concorsi negli ospedali, occorreva un diploma. Fu questa la
motivazione che mi spinse a scrivermi ad una scuola privata, uno di quei
diplomifici che permettono alle sventurate come me di sentirsi al pari degli
altri e pagavo le rette con il mio lavoro. A lungo andare, mi trovai in
difficoltà a seguire i corsi, avevo bisogno di aiuto ed il caso mi diede una
mano.
Lo vidi passare dall’altro lato della strada e mi sembrò un segno del
destino.
-
Buon giorno professore!-
-
Buon giorno!- mi rispose con un sorriso che sembrava aprisse le porte
della mia anima. Ben fatto, biondo e con un bell’abito blu scuro, stava per
entrare nel portone del Maresciallo Capece, camminava svelto, ma non tanto da
sfuggirmi l’eleganza del portamento e l’azzurro dei suoi occhi.
-Dovrei
parlarle…,sbiascicai imbarazzata, potrebbe concedermi cinque minuti del suo
tempo?-
- Venga, andiamo nello
studio!- si avviò di buon passo verso casa sua, una vecchia abitazione a due
piani, con un ampio portone tra un garage ed uno studio, dove il professionista
faceva lezione a liceali ed universitari. Entrammo in un ambiente pieno di luce,
dove una bianca scrivania la faceva da padrona, tra tre tavoli disposti
asimmetricamente e le sedie dagli
schienali arrotondati ed i cuscini rosso cardinale.
________
2) Votare l’acqua, significava
incanalarla con la zappa nei corridoi dove erano seminate le colture, per
permettere all’acqua dei pozzi artesiani di giungere alla radice delle
piantine ed innaffiarle, nella calura estiva.
-
Sono all’ultimo anno delle magistrali – dissi tutto d’un fiato - vorrei
che mi aiutasse nelle discipline che presentano per me maggiori difficoltà: il
latino, l’italiano e la filosofia…-
Mi
ascoltò attentamente e rispose:
-
Sono a sua disposizione… -
Iniziammo
all’indomani e continuammo fino a maggio, una lezione dopo l’altra, mentre
in me nasceva qualcosa che mi spingeva verso quel professore dalla voce
pavarottina, dagli occhi grandi e buoni e dal sorriso che mi faceva bene
all’anima.
Roberto,
a quel tempo, era un divorziato trentottenne, professore di lettere in un
istituto tecnico per ragionieri, ed aveva due figlioli adolescenti: Tatiana, una
bella ragazzina di otto anni e Bartolomeo, un giovincello di circa tredici anni,
paffuto e sensibile, che frequentava la prima classe delle scuole medie. Ero
gelosa di loro, avrei preso volentieri il loro posto, io che un padre quasi non
lo avevo avuto. Beppe era avaro di carezze e di attenzioni, l’unica sua
preoccupazione era il lavoro, che lo portava ad assentarsi da casa per settimane
ed a volte anche mesi. Mamma lo
accoglieva come meglio poteva, allargando, con le braccia, le gambe e
la pazienza. Così, quella povera donna gli aveva sfornato otto figli,
uno all’anno e sarebbero stati tutti lì se qualcuno non fosse morto. A me
toccò il compito faticoso ed ingrato di crescerli, mentre mia madre si
incurvava nei campi ed ingrassava nei filari di pomodori. Povera donna, già
vecchia a quarant’anni! Un grande uomo davvero, quell’irascibile camionista,
che mi aveva dato la vita. Ora capite perché invidiavo le attenzioni del mio
professore per i suoi figli.
Cercai,
deliberatamente, di insinuarmi nella sua vita e dalla occhiate che lanciava al
mio seno, capii che non doveva essere difficile arrivare a qualcos’altro.
Eravamo
quasi alla meta degli esami, quando dalla scuola mi comunicarono che non
potevano ammettermi alla prova, perché avevo fatto troppe assenze. In effetti,
il mio lavoro di badante non mi aveva permesso una frequenza più assidua delle
lezioni: smontavo tardi e raggiungevo Nocera a mattinata inoltrata, con la
necessità di riprendere le forze con un buon sonno ristoratore. Fu il mio
professore ad aggiustare le cose ed a farmi ammettere agli esami. Intensificammo
le lezioni e spesso salivo su, nello studio della sua grande casa a due piani,
per fare gli approfondimenti necessari ed a nutrirmi alquanto di
quell’ambiente saturo di cultura e di amore.
Venne
la sospirata prova, Roberto, conscio della mia preparazione lacunosa, contattò
tutti i professori della commissione e l’esame
si trasformò in un gioco facile. Dopo il tema , difficile ma non troppo, tanto
che riuscii a scrivere qualcosa, venne la prova di matematica e dovetti
consegnare il foglio in bianco. In effetti, avevo fatto bene solo le elementari,
e nemmeno, perché il mio insegnante di classe era il responsabile del plesso ed
il vicario della scuola, per cui passavamo il tempo a fare copie e disegni. Le
medie, ancora oggi, sono l’aborto che sono, come potevo andar bene agli esami?
Ci pensò il mio professore e, quando uscirono i quadri, con un nodo alla gola,
guardai timidamente l’elenco dei promossi ed ero tra quelli, con la votazione
di quarantadue sessantesimi. Era fatta.
Una settimana dopo, entrai nello studio del mio insegnante con un
bassorilievo su argento ed un fascio di rose rosse.
-
Grazie per tutto quello che
ha fatto per me professore- dissi con una nota di commozione e con tutto il
rimpianto per la fine di quell’avventura.
-
Non ho fatto nulla di eccezionale signorina…- mi rispose con la solita
gentilezza.
-
Quanto le devo per questi mesi di lezione e l’assistenza agli esami?-
-
So quanti sacrifici fa per
guadagnarsi da vivere, mi dia quattrocentomila…ma se è molto per lei…non
esiti a dirmelo!-
-
Per un anno di lavoro e la preparazione agli esami? Non si preoccupi,
pensavo mi avesse chiesto di più…-
-
Mi dica però…e le rose rosse?...-
-
Quelle? Per quello che ha capito da un pezzo…professore!…- divenni
rossa e scappai come una scolaretta, mentre la sua voce risuonava nello studio:
-
Signorina,…signorina!-
Mi telefonò quel pomeriggio e mi chiese se
poteva accompagnarmi a Salerno. Si, avevo capito bene, era il mio professore che
mi chiedeva un appuntamento e mi sentii eccitata e non solo quello…-
Con la sua ritmo bianca, ci fermammo su di
una piazzola dell’autostrada e ci scambiammo il primo bacio, dolce e disperato
allo stesso tempo, causato da un sentimento a lungo represso e troppo spesso
sradicato da mille ragioni, che avevano radice nella età, nella condizione ed
altro. Ora tutto cadeva ed eravamo un uomo ed una donna bersagliati dalla vita,
con l’ansia di mille delusioni ed altrettante solitudini. Fu il ricordo del
mio impegno con l’anziana signora a riportarmi alla realtà e raggiungemmo
Salerno appena in tempo. Volai per le scale, con una energia, che non sapevo di
possedere: desideravo quell’uomo, come non avevo mai desiderato nessuno.
Mario mi aveva circuito con la promessa di
portarmi a vivere a Roma, ma rimaneva uno squallido meccanico di Siano, con la
sua ridicola pancetta e l’alito pesante. Rozzo e maleodorante, lasciava a
desiderare anche come maschio, con le deboli armi che si ritrovava. Lo avevo
lasciato senza la minima esitazione, mentre pensavo che la mia vita si sarebbe
conclusa nella campagna di mio padre, finché non sarei invecchiata, come mia
madre, a quarant’anni, con i dolori nelle ossa e la schiena deformata dalle
gabbiette di pomodori. Ora sapevo che ciò non sarebbe avvenuto, il mio Roberto
avrebbe provveduto a me, dandomi tutte quelle cose che servono ad una donna per
poter vivere. Quel breve contatto era bastato: il prof era dotato non solo di
grande cultura. Aveva un modo di toccare e di baciarmi, che mi bagnavo solo a
guardargli gli occhi, che
cambiavano colore a seconda dell’ inten-sità del piacere, mentre la sua voce
diveniva musica, che apriva le porte dell’animo e quelle del mio corpo.
Seguirono mesi stupendi, fatti di
improvvisate e pranzi a Salerno, mentre sul mare consumavamo pietanze prelibate,
accompagnate da vini del Veneto. Quando l’amore esplose, divenne incontenibile
ed il belvedere della sua casa divenne un’alcova, dove ascoltavamo musica e
facevamo liberamente all’amore. Misurava il mio corpo centimetro per
centimetro, baciandone ogni incavo ed ogni piega, poi mi inchiodava
e lo avvertivo fin nello stomaco, mentre gridavo di piacere come una
forsennata e mi scuotevo fugando tutte le ansie e le incertezze del passato.
Ammiravo il suo corpo, perfetto, scultoreo, come se lo stesso Apollo gli avesse
disegnato la chiave del piacere.
-
Godi pure, gli dissi, il ginecologo ha detto che non posso avere
bambini!-
E lui godeva, un vero spettacolo a vedersi,
sempre pronto all’attacco, come un antico samurai, tutt’uno con la sua spada
e forte del suo desiderio prepotente: non pensavo vi fossero uomini così veri.
Ci volle un’intera estate per mitigare il fuoco dell’amore, ed io
conobbi quel che avevo sempre sognato da fanciulla.
Ad ottobre eravamo più tranquilli ed il mio uomo ebbe un attacco di
scrupoli: mi disse di farla finita con quella follia, per la differenza di età
e per due ragazzi, che avevano bisogno delle sue cure. Mi venne un colpo al
cuore ma gli risposi fermamente:
-
Ti voglio come sei, non mi importa né dell’età, né della tua
condizione di divorziato!-
Dovetti
essere tanto convincente che non tornò più sull’argomento, ma i nostri
incontri, pur sempre appassionati, si diradarono.
Non riuscivo più a vivere senza di lui e, di notte, non riuscivo a
dormire. Sognavo i suoi baci e le carezze ardite, né pensavo di essere così
legata al sesso: era l’amore che mi aveva schiuso alla vita.
Scoprii di essere incinta smontando dal mio servizio di badante, quando
il profumo dei cornetti caldi della pasticceria mi procurò nausea e conati di
vomito. Il test di gravidanza lo confermò.
Cosa
avrebbe detto Roberto? Mi sentivo male al solo pensiero di doverglielo dire, ma
quella sera stessa, presi il coraggio a due mani e gli telefonai.
-
Caro, sono incinta! – gli dissi tutto d’un fiato e scoppiai a
piangere, completamente distrutta.
-
Ma non mi avevi detto che non potevi rimanere incinta?-
-
Tesoro, così sapevo, qualcosa sarà cambiato!- replicai, continuando a
piangere come una sciocca.
-
Lascia i tuoi e vieni a casa!- fu il laconico commento di Roberto.
Presi
la cinquecento che lui stesso mi aveva comprato, per evitare che andassi a piedi
e scocciato del fatto che nessuno dei miei in famiglia venisse al bivio a
prendermi, quanto smontavo dal lavoro, e raggiunsi la casa del mio uomo, la più
bella del paese. Bartolomeo mi aprì il garage ed entrai nella mia nuova dimora,
con la borsetta ed i soli panni che avevo addosso. La cosa strana fu che i miei
furono contenti, in fondo avevano risparmiato i soldi per il matrimonio ed ero
la compagna di un professore di buona famiglia. Dopo qualche giorno, venne mia
madre ed affacciandosi nell’atrio della casa, guardato da due leoni situati
simmetricamente l’uno di fronte all’altro, all’inizio della prima rampa di
scale, esclamò contenta:
-
Come sta la mia principessa nel castello?- Sorrisi, senza dire una
parola.
Così iniziò per me la vita di convivente e non era niente male se non
si fosse creata una sorta di gelosia tra me e Tatiana, entrambe innamorate dello
stesso uomo, tanto da non volerlo dividere con alcuno. Cominciarono così i
primi dispettucci, che presto si trasformarono in vero e proprio antagonismo. Al
contrario, con Bartolomeo le cose andavano benissimo, intuivo che gli faceva
piacere avere finalmente una donna per casa. L’abitazione era grande: nove
camere, senza contare i servizi ed il garage e non potevo certo farcela da sola,
per questo, Roberto continuò ad avere la donna di servizio. L’inverno
trascorreva lentamente, al dolce tepore del grande camino nell’ampia cucina e
l’amore di Roberto rendeva calde pure le notti, nel grande lettone che era
stato dei suoi genitori, quando una minaccia di aborto mi costrinse in ospedale,
dove perdemmo il nostro bambino.
A questo punto, temei per la mia permanenza in quella casa, in effetti
Avevo
sempre pensato che era il mio stato ad aver convinto Roberto a lasciarmi entrare
in casa sua e forse era stato veramente così, all’inizio. Ancora una volta mi
sbagliavo. Roberto fu dolcissimo, in quella triste circostanza mi fu vicino e
tranquillamente mi disse:
-
Sta tranquilla, avremo un altro bambino!-
Intanto,
il mio desiderio di lavorare cresceva a dismisura e ne parlai con il mio
compagno, il quale mi disse candidamente:
-
Avrei desiderato che mia moglie stesse in casa, così come lo è stata
mia madre, ma se vuoi lavorare, sarai accontentata…-
-
Ti prego, dissi di rimando, è stato sempre il sogno della mia vita fare
l’infermiera!-
-
Farai l’infermiera, se è quello che desideri!- rispose laconicamente
Roberto.
Avevo già mandato la mia
domanda di partecipazione al concorso successivamente all’esame di diploma,
per cui bastò l’intervento di un amico
di Roberto e la cosa fu fatta.
-
Preparati il camice che andrai a lavorare al Cardarelli per fine
settimana!-
-
Veramente!- risposi abbracciando il mio compagno. Ero veramente una donna
fortunata!
Fu
così che iniziai, grazie al mio Roberto, a lavorare a Napoli, nell’Ospedale
più importante della regione. Prendevo la vesuviana alla stazione di San
Valentino ed in un’ora raggiungevo il posto di lavoro. Trascorsero così sei
lunghi mesi e lavorai finché me lo permise la nuova gravidanza. Ero al settimo
cielo: avevo il lavoro e presto sarei stata mamma. Un solo pensiero mi
intristiva: Alessia. Aveva difficoltà ad inserirsi la mia sorellina, non era
facile trovare lavoro e non riusciva a sopportarlo. Ancora una volta,
Roberto mi accontentò e fece si che mia sorella vincesse il concorso
all’ospedale di Vallo, dove trovò anche marito, che attualmente è il padre
dei suoi figli.
Purtroppo, il congedo per maternità terminò ed iniziai nuovamente a
viaggiare, affidando il mio bambino alla zia del mio compagno. Era una vita
dura, ma l’avevo voluta io.
-
Non ce la faccio più! – dissi un giorno a Roberto
-
Il viaggio mi stanca molto, non potresti fare qualcosa?-
-
Ti piacerebbe andare a lavorare a Sarno?- di rimando, il mio uomo.
-
Magari!- risposi illuminandomi in viso.
Cinque mesi dopo, lavoravo a Sarno nell’ufficio vaccinazioni, dove
anche la vecchia impiegata che lo dirigeva conosceva la famiglia del mio
compagno.
Quante cose erano successe e quanti eventi: ora ero mamma in una bella
casa e lavoravo ad un tiro di schioppo da casa mia. Il mio bambino cresceva bene
e tutto procedeva per il meglio. Solo con Tatiana le cose non andavano bene, ma
non mi importava più di tanto, né mi interessava cambiare le cose: avevo il
mio bambino e prima o poi, avrebbe capito che ero io la donna che suo padre
aveva scelto di amare.
Festeggiammo al ristorante Malaga il primo anno di vita del nostro
Gabriele e fu il primo incontro con tutti i parenti ed amici di Roberto. In
quella occasione vennero pure i miei genitori ed avvertii che in quel momento qualcosa cambiava nel nostro
rapporto e nella mia vita.
Quella sera, chiesi al mio uomo di regolarizzare la nostra unione con un
matrimonio civile, dissi che avrebbe dovuto farlo per il nostro bambino e
per porre fine al pettegolume del paese. Roberto mi rispose che non aveva dato
mai troppa importanza alla gente, ma che comunque ci avrebbe pensato. Mi sentii
più tranquilla.
Fu l’amore per quel bambino, giunto a
quarant’anni, che determinò la successiva decisione di Roberto e, pur sapendo
di dare un dispiacere a Tatiana ed a Bartolomeo, si diede da fare per una
cerimonia semplice, solennizzata da Carmine, il vicesindaco del paese e suo
amico d’infanzia.
Il fratello di mio marito e sua moglie ci fecero da testimoni ed il
pranzo di nozze lo facemmo a casa nostra, solo noi di famiglia,
Roberto non volle invitare nessuno, ma non mi importava, ora ero sua
moglie e quella, per me era un’altra vittoria, concessami dall’uomo, che il
destino aveva messo sulla mia strada.
Passò
tutta la settimana e decidemmo di trascorrere la domenica a Salerno‚ in
compagnia dei miei suoceri. In serata‚ ci mettemmo in macchina e facemmo
ritorno al paese. Eravamo appena usciti dalla macchina, quando vidi la cugina
di mio marito Dora, che correva verso di noi piangendo:
-
Roberto, corri, mia mamma sta male! –
-
Chiudi tu il garage – disse Roberto e corse al capezzale della zia.
- Zia, zia Maria! – la
chiamai scotendola: era in pre-coma.
Chiamammo la guardia medica e ci confermarono la gravità del malore. Attivammo
rapidamente il trasporto al pronto soccorso, dove i medici diagnosticarono
emorragia cerebrale. Per tutta la notte, la zia lottò contro la morte ed
al mattino sembrò che ce l’avesse fatta, tanto che scherzò col marito
dicendo:
- Potevo morire! Non ti avevo
nemmeno salutato! – Si baciarono. La giornata era splendida ed il sole
alimentava l’ottimismo. Portammo a casa
zio Alfredo, con la certezza che tutto era ormai superato. La notte
successiva‚ purtroppo‚ chiuse definitivamente l’esistenza di zia Maria.
Il suo corpo era in mezzo al giardino, sopra una vecchia sedia di legno.
La testa, reclinata all’indietro‚ mostrava i grandi occhi chiusi e la bocca
aperta, mentre le braccia pendevano lungo il corpo, che già incominciava ad
irrigidirsi. Lo zio di mio
marito‚ dalle scale‚ chiamava: - Marì! - e la voce era tra la
preghiera ed il pianto. Noi stavamo cercando di organizzarci per trasportala
su‚ attraverso la rampa di scale‚ piuttosto appesa.
-
Marì - implorava zio Alfredo,
-
Fémmena mia!-
La
sua voce si amplificava nella tromba delle scale‚ assumendo toni drammatici.
Roberto e suo cugino Armando la portarono su per le scale, lentamente, mentre il
cadavere muoveva braccia e testa. Sul ballatoio, il povero zio
Alfredo sembrava impazzito‚ come in un incubo ad occhi aperti:
-
E’ morta Maria mia?-
chiese ripetutamente, ma nessuno gli
rispose, mentre il povero vecchio, continuò
a girarle intorno, compiendo inconsapevolmente
una danza macabra. Alla fine
si inginocchiò e mise la testa nel grembo della moglie, le
abbracciò le gambe e pianse senza lacrime, come un
bambino disperato. In quel momento, capì di essere rimasto
solo. Ci guardò, guardò la moglie e chiuse con il mondo e la vita.
Roberto
mi disse che ognuno di noi nasce per un atto d’amore e cresce per l’amore di
una donna, la mamma. Continua a vivere dividendo il suo commino con la compagna
che ha scelto per la sua vita, ma quando anche questa muore, non vi è più
alcuna ragione per continuare a vivere, e si lascia morire. Questo era successo
a suo zio.
- Come mi piacerebbe vivere a Salerno!-
dissi, come parlando tra me e me, e la risposta di Roberto giunse inaspettata:
-
Esaudirò anche questo tuo desiderio, anche io desidero tornare a
Salerno…-
Quella
risposta inaspettata mi riempì di gioia, evidentemente più nulla tratteneva
mio marito al paese, la parentesi paesana, dopo il divorzio, si era conclusa.
Bartolomeo era stato il primo ad uscire di casa e la sua stanza era
divenuta quella di Gabriele, Tatiana era andata a studiare a Caserta e
finalmente ero rimasta sola con mio marito. Poteva sembrare che gli avessi
creato il vuoto intorno, ma non era così, le cose si erano sistemate da sole e
tutto incominciò a procedere bene, a parte
quella nota di malinconia che traspariva dagli occhi di mio marito. A far
precipitare la situazione fu la morte di zio Alfredo, il fratello di mio
suocero, al quale mio marito era molto legato.
Dopo la perdita della moglie, lo zio si era lasciato andare, e si era spento come
una candela, che non aveva più voglia di rimanere accesa. Fu mio marito a
chiudergli gli occhi, ma non ebbe neppure la possibilità di dirgli addio.
Giaceva nel lettino con gli occhi vitrei e mio marito lo fissava con dolore,
egli che lo aveva visto energico e forte, come gli uomini di un tempo, abituati
alla lotta per la vita ed al lavoro. Stava lì rimpicciolito, come una povera
cosa senza vita e Roberto gli carezzava le mani, un tempo così capaci e
laboriose. Quei funerali determinarono la fine della mia vita a San Valentino.
Di lì ad un mese, mio marito mise in vendita la casa e
ci volle tutta l’abilità del mediatore per ricavarne almeno la metà
della somma che ci occorreva per una casa in città. L’altra metà la reperì
sottoscrivendo un mutuo di quindici anni. Anch’io volli dargli una mano e
riuscii ad ottenere un centinaio di milioni, convincendo mio padre a vendere un
mini appartamento, al pianterreno di un palazzo del mio paese. Un aiuto
insperato, conoscendo la tirchieria della mia famiglia e l’invidia delle mie
sorelle. Potevamo fare il gran passo. Scegliemmo una gran bella casa, sulla
strada principale ed a due passi dal mare, ma di chi sarebbe stata?
Certamente mio marito, con tre figli avrebbe pensato a loro, del resto la
casa la comprava lui, aveva venduto un palazzo e poi, c’era il mutuo che aveva
sottoscritto per quindici anni.
Fu un suo amico a venirmi in aiuto e lo convinse ad intestarmi
l’immobile, perché, diceva, sarei rimasta al suo fianco, amandolo ed
accudendolo per tutta la vita: un argomento valido, che ebbe l’effetto
sperato. Alla fine, ebbi pure la casa, grande e bella, piena di sole, che
affacciava sul golfo più bello del Tirreno.
Viviamo in città da sette lunghi anni, io sono cambiata, e la mia vita
è cambiata, Roberto è cambiato,
la sua voce si è trasformata, è divenuta grave, sgradevole e non mi eccita più.
Sentirlo mi da fastidio, per non parlare di quando mi fa delle avances.
Sicuramente, avrò perso per lui la passione di un tempo e
vorrei quasi che scomparisse dalla mia esistenza e dalla mia casa, perché
fra di noi non vi è più quella magica intesa, che ci rendeva vivi in ogni
circostanza. Pensavo fosse irraggiungibile ed invece eccolo lì che mi chiede di
stirargli le camice e mi ossessiona con quel vocione da baritono, che mi entra
nel cervello, devastandolo. Se potessi spegnergliela, quella voce, sarei la
donna più felice del mondo. Uno psicologo mi ha chiesto se è vero che ha più
di una laurea, ho detto che non mi
risulta. Si parla troppo di lui e la cosa mi da fastidio, mi opprime: è un
megalomane, che crede possedere una grande cultura, non sa che controllo
sull’enciclopedia tutto quello che mi dice. Speriamo che mio figlio non gli
somigli. Dice di essere uno scrittore, che ridere, chi ha mai letto un suo
libro? Ho visto Gabriele scrivere una poesia ed ho tremato, speriamo che non
venga un megalomane come suo padre.
Fortunatamente,
molto presto, anche io sarò una laureata, così la smetterà di fare il
superuomo, il signor “io so tutto”.
Ecco, sta uscendo vestito alla solita maniera; e pensare che in ospedale
i primari vengono in jeans,
lui no, o se potessi cancellarlo insieme alle sue cravatte, ai suoi vestiti blu,
non so proprio come possa un tempo aver ammirato
la sua eleganza.
Ho detto ai miei che mi fa tanta paura, ma non ho il coraggio di
lasciarlo, temo di inimicarmi Gabriele, che gli è tanto legato. Credo che
rimarrò in casa mia, in fondo me la sono guadagnata pazientemente e non
permetterò a nessuno di privarmene. Se almeno il “mostro” se ne andasse per
un po’, o per sempre. Perché non dovrei desiderarlo? Perché mi ha aiutato?
Ha aiutato tanta gente, non vedo perché non avrebbe dovuto aiutare anche me.
Poi, quante storie sulla vendita del suo palazzo e sul mutuo, la verità è che
la casa è stato un regalo di mio padre, quel santo uomo che ha fatto tanti
sacrifici per me. Ecco sento la sua voce orribile che mi chiama, speriamo che
non mi chieda quello che non sento più di dargli, del resto è passato tanto
tempo dal nostro primo incontro, ora le cose sono cambiate e…non ha più nulla
da darmi.
Oh Dio! Come mi spaventano i suoi occhi... somiglia sempre più ad un
lupo! E pensare che è stato il mio professore, ma è un ricordo così lontano,
che dubito fortemente lo sia stato per davvero, sono stata io tanto brava da
meritarmi il diploma e portarmi alle soglie della laurea.
Oggi, abbiamo avuto un litigio
tremendo: ha osato dire che sono irrico-noscente, Dio mio! Ma di cosa gli dovrei
essergli riconoscente? Questo uomo è un folle, un povero pazzo che va curato.
Oh se vi fossero ancora i manicomi!...
A settembre avrò un altro esame e non so se riuscirò a superarlo,
speriamo che il pazzo mi aiuti con qualche ricerca, o che conosca il professore
e mi faccia una bella raccomandazione.