PERCORSO DI STUDIO :

 

 

LA PROBLEMATICA DELLA NOSTRA ESISTENZA

 

 

 

La felicità è la principale aspirazione di ogni individuo , si vive per raggiungerla , tutti gli sforzi sono profusi per ottenerla con qualsiasi mezzo , ma sembra irraggiungibile forse a causa dei nostri difetti o per colpa della natura o di un destino che non ci ha dato i mezzi necessari all’ottenimento di questo tanto sospirato piacere.

 

 

Il percorso di studi segue tre fasi :

 

Prima fase :

Leopardi e il problema della felicità.

 

Poesia : L’INFINITO

 

Seconda fase:

 

Pascoli e l’illusione della nostra vita.

 

Poesia :  NOVEMBRE

 

Terza fase :

 

Quasimodo e il disorientamento dell’uomo del nostro tempo.

 

Poesia : ED E’ SUBITO SERA

Poesia :  L’UOMO DEL MIO TEMPO

 

Storia :  LA SECONDA GUERRA MONDIALE

 

 

Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno 1798 a Recanati delle Marche, legazione dello stato Pontificio, dal Conte Monaldo e dalla marchesa Adelaide Antici.

Nel "natìo borgo" il futuro poeta trascorse l'infanzia in compagnia dei fratelli Carlo, Luigi e della sorella Paolina. La sua educazione fu affidata ai precettori del luogo; l'infanzia tuttavia non fu serena in quanto l'ambiente di casa era bigotto, cerimonioso e senza cordialità; i rapporti fra i due coniugi, fra i genitori e i figli erano irti di sotterfugi (si volevano bene, a modo loro, ma escludendo ogni possibilità di confidenza, di espansione).

Il patrimonio della famiglia era stato condotto sull'orlo della rovina dalla prodigalità e dalle cattive speculazioni del padre, ed era subentrata perciò ad amministrarlo la madre con un regime di disciplina e di severa economia, che lasciava intatte solo certe apparenze di fasto esteriore.

In questo ambiente uggioso e retrivo, isolato dalle correnti più vive ed aperte del progresso intellettuale, crebbe Giacomo fanciullo con la sua precoce intelligenza e la sua indole estremamente sensibile e fantastica. A dieci anni, il Leopardi si sente solo e trova nello studio, nei libri della biblioteca paterna, ricca non soltanto di classici ma anche di opere del Settecento, il suo unico rifugio.

In questi "sette anni di studio matto e disperatissimo" il ragazzo solitario si tuffa giorno e notte in attività di letture e scritture innumerevoli ed enciclopediche, dalle quali esce con la costituzione fisica rovinata senza rimedio e con i primi segni della malattia che lo tormenterà per tutto il resto della vita, già visibili nella deformità stessa della persona.

Acquista una conoscenza raffinata del latino e del greco, affronta l'ebraico, il francese, l'inglese e lo spagnolo, conduce in porto lavori filologici di grande impegno: traduzioni, commentari, revisioni critiche di testi rari e scarsamente esplorati.

In politica, infine, l'opera "Agli italiani" del 1815 mostra l'adesione di Giacomo alle tesi reazionarie di Monaldo, nello sforzo di esaltare il dispotismo illuminato e di distogliere i compatrioti dalle nascenti aspirazioni verso l'unità e l'indipendenza con argomenti di sapore schiettamente materiale: meglio un'Italia divisa, ma pacifica e ricca, che un'Italia grande e unita, ma privata del suo quieto vivere; meglio appigliarsi ai "reali vantaggi" che non correr dietro alle utopie di una "gloria fantastica".

Nel 1816 si attua intanto quella che egli chiamerà la sua "conversione poetica", il passaggio "dal tutto al bello", che porterà al "pessimismo storico".
Sempre in questi anni, invia alla "Biblioteca italiana" una lettera di risposta a quella della Madame de Stael, in cui difende le posizioni dei classicisti: questa partecipazione alla polemica tra classicisti e romantici avviene tramite la composizione della "Lettera ai compilatori della Biblioteca italiana" e poi, nel 1818, con il "Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica" in cui si schiera a favore dei classicisti, ma propone una poesia vicina alla "natura" con la quale si accosta ai romantici.

L'amicizia iniziata nel 1817 con Pietro Giordani e soprattutto la cresciuta consapevolezza della propria infelicità si matura in un travaglio e in una tetra macerazione di pensieri solitari. I1 documento più prezioso di questo trapasso ci è fornito dalle lettere scritte fra il '17 e il '19 appunto al Giordani, il primo uomo in cui Leopardi incontrasse un cuore e un orecchio disposti ad ascoltarlo con comprensione fraterna, una mente capace di intuire il genio ancora in boccio, un letterato piacentino che ebbe il merito di comprendere la grandezza dell'ingegno del giovane amico che definì "smisurata e spaventevole".

Nel 1819 troviamo la cosiddetta "conversione filosofica": il passaggio dal "bello al vero", dalle lettere alla filosofia, dalla poesia d'immaginazione alla poesia sentimentale.
Il 1819 segnò una nuova crisi nella vita e nella poetica di Leopardi: sul piano biografico c'è da registrare un infruttuoso tentativo di fuga dalla casa e dal paese e l'acuirsi della malattia agli occhi. Ma tra il '19 e il '22, svanita per il momento la possibilità di evasione, egli è dominato proprio dalla noia, un sentimento che il Leopardi poi definì "il più sublime dei sentimenti umani", "il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga nella natura umana", in quanto consiste nel "considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla grandezza dell'animo proprio". E' la prima grande stagione della poesia leopardiana.

In questi anni nel Leopardi comincia a nascere e svilupparsi il nocciolo della sua concezione pessimistica, la sua filosofia. Intanto matura anche la novità del suo mondo sentimentale, l'orientamento originale della sua poetica. La produzione di questi anni si orienta in due direzioni: da un lato troviamo la poesia più colloquiale ed intimistica dei "Piccoli Idilli" e dall'altro le "Canzoni" che sviluppano alcune temi civili e patriottici ("All'Italia", "Sopra il monumento di Dante", "Ad Angelo Mai"), altre tematiche esistenziali ("Ultimo canto di Saffo", "Bruto Minore").


Nel novembre del 1822 Monaldo gli consente di uscir da Recanati e di soggiornare alcuni mesi a Roma in casa dello zio. La vacanza non ha però l'effetto sperato: se si tralasciano alcune utili conoscenze, per il resto fu un completo fallimento ed il Leopardi tornava al paese più deluso e amareggiato che mai. Il Leopardi sentì progressivamente inaridirsi la vena poetica; anche le conclusioni cui giunse la sua meditazione parvero imporgli l'abbandono della forma poetica per la prosa: scrive quindi le "Operette morali"; in questi brevi componimenti in prosa, il poeta affronta i temi della natura e della morte, della felicità e del dolore, esponendo in dialoghi, spesso ironici, la sua concezione pessimistica della vita.

La tesi di fondo che emerge dalle Operette è che l'infelicità degli uomini non dipende dalla loro storia, ma è intimamente connaturata con la loro vita; che la Natura non si cura del dolore umano il quale cessa solo con la morte. Questo è comunemente chiamato "pessimismo cosmico".

Nel 1825 riparte da Recanati per trasferirsi a Milano dall'ottobre del '25 all'ottobre del '26 e dall'aprile al giugno del '27 soggiorna a Bologna; e poi fino all'autunno dell'anno successivo si sposta tra Firenze e Pisa. Pisa, con il suo clima, il suo piccolo mondo raccolto, il suo "misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico che non ho mai veduto altrettanto", gli offre il soggiorno più gradito, il più dolce e riposante: in quest'ambiente e con questo stato d'animo il Leopardi riprende a scrivere versi "all'antica". Compone "Il risorgimento" (inaugurazione in ritmi arcadici della sua stagione poetica più felice) e un capolavoro "A Silvia": l'annuncio della poesia che rinasce dopo un lungo silenzio.

Verso la fine del 1828 le condizioni fisiche si aggravano; ogni nuovo impegno di lavoro risulta impossibile: Leopardi è costretto a ritornare a Recanati.

Vi rimane poco meno di un anno e mezzo "sedici mesi di notte orribile", il periodo più cupo e desolato della sua vita: eppure da quel fondo di disperazione sbocciano, come un fiore miracoloso, i "Grandi Idilli", le prove più alte e luminose della sua lirica. Nell'aprile del 1830 accettò l'offerta degli amici fiorentini di recarsi a vivere nella città toscana: qui conobbe Fanny Targioni Tozzetti. Il suo amore questa volta non è solitario vagheggiamento, semplice infatuazione o evento ideale, ma piena realtà sentimentale con una sua tesa parabola di speranze e di delusioni: la passione, dominandolo, gli dà dapprima "gran diletto" e "gran delirio", poi, con i primi disinganni, un languore amoroso che è "desiderio di morir", infine, consumando "l'inganno estremo" che aveva creduto eterno, una sorta di quiete disperata che, spegnendo i palpiti di quest'estrema illusione, scopre per l'ultima volta "l'infinita vanità del tutto". Di fronte all'ennesima delusione, si ritirò a vivere con Antonio Ranieri .

E questo incontro, questa solidarietà di due giovani infelici e diseredati, era anch'essa, almeno in principio, un atto di coraggio, un bel gesto romantico, che il Ranieri doveva pur troppo profanare in seguito con un libro di memorie, altrettanto utile per apporto di notizie biografiche preziose, quanto inopportuno per il rilievo dato ai pettegolezzi più meschini .

Nel settembre del 1833 con l'amico Ranieri partì per Napoli: in questi ultimi anni napoletani il Leopardi non smise di scrivere; compose "Aspasia" e i "Paralipomeni della Batracomiomachia" .

Intanto a Napoli scoppia un'epidemia di colera e il Leopardi si trasferisce, con Ranieri, in una villa alle falde del Vesuvio, dove compone "La Ginestra", che è il suo testamento letterario. In quest'opera, troviamo un Leopardi nuovo che ha un suo messaggio da consegnare all'umanità, una sua verità sconsolata e virile da esporre e da difendere, proprio nel tempo in cui gli vengono meno le energie fisiche e la voglia stessa di vivere.

Intanto le sue sofferenze sono al limite. Scrive al padre il 27 maggio 1837: "I miei patimenti fisici giornalieri e incurabili sono arrivati con l'età ad un grado tale che non possono più crescere: spero che finalmente la piccola resistenza che oppone loro il mio moribondo corpo, mi condurranno all'eterno riposo che invoco caldamente ogni giorno, non per eroismo, ma per il rigore delle pene che provo".
Il 14 giugno 1837 è colto da malore e muore rapidamente. Dal 1939 le ossa riposano presso il Parco Virgiliano di Piedigrotta.

Opere

 

Lo Zibaldone

E' un insieme di appunti, pensieri sulla vita, sul mondo, sull'uomo e sulla filosofia. Anzi a volte Leopardi viene definito filosofo, appunto per le sue idee filosofiche, ma lui fu filosofo nel senso illuminista, cioè filosofo come uomo di cultura, che cerca la spiegazione di ogni cosa. Appunto, nello Zibaldone Leopardi sistemò le sue idee e quest'opera è importante per conoscere le opere future. Infatti, nello Zibaldone si parla della noia, parola che lui ha preso dal sensismo precedente e che significava insoddisfazione; per uscire dalla noia, la quale non è provata solo dal Leopardi, ma da tutti gli uomini grandi, bisogna risolvere i problemi sociali, cioè storici. Il poeta è sicuro che il suo pessimismo non derivi dalla sua vita ma dal periodo storico. Per Leopardi i motivi storici dell'infelicità umana nascono dal contrasto di cui ha parlato anche Rousseau, fra natura e ragione o civiltà o anche società: la natura ci crea felici perchè ci dà una grande forza di vivere, però il progresso e la civiltà hanno frenato la gioia di vivere, i nostri impulsi più buoni, hanno ucciso le illusioni. Perciò a questo punto per salvarci, secondo il poeta, abbiamo bisogno della ragione, perchè non possiamo ritornare più come eravamo prima, allo stato di "natura", il quale esiste solamente nelle foreste più nascoste; quindi solo la ragione ci può salvare facendoci capire chiaramente la nostra vera situazione, aiutandoci a risolverla. Appunto per la sua grande fede nella ragione, Leopardi, amò molto l'illuminismo e ammirò pure la rivoluzione francese che aveva fatto nascere tante speranze e illusioni negli uomini ma la rivoluzione era fallita e l'uomo invidiava gli animali, perchè non pensano o si ribellano contro il presente e sognano il passato. Questi sono gli argomenti principali dello Zibaldone.

 

Operette Morali

Sono prose satiriche, fantastiche, filosofiche in cui Leopardi parla con ironia dell'infelicità e della tragedia degli uomini. Per esempio nel "Dialogo della natura e di un Islandese", parla di un uomo, islandese, che nel cuore dell'Africa incontra la Natura (sfinge) e le chiede il motivo del dolore dell'uomo ma la Natura non si preoccupa nè della felicità nè dell'infelicità dell'uomo, perchè lei non ha creato il mondo per l'uomo e dice ancora che la vita dell'universo è un ciclo di nascita e di morte; alla fine l'islandese muore, non si capisce se sbranato da un leone o coperto da una tempesta di sabbia.

Questo pessimismo nasce nel Leopardi proprio dall'ottimismo dell'illuminismo nel credere in una società futura migliore; però per il fallimento della rivoluzione francese e quindi dell'illuminismo e della sua fede nella ragione o ci si abbandonava alla fede come il Manzoni o si accusava la natura matrigna come il Leopardi; questo ci fa capire la grande differenza fra Rousseau e Leopardi, cioè fra tutti i preromantici ed i veri romantici: infatti, mentre Rousseau ebbe sempre fede nella natura benigna ed era sicuro che l'uomo avrebbe raggiunto la felicità, Leopardi e tutti gli altri romantici per il momento storico (fallimento della rivoluzione francese) considerarono la natura sempre matrigna come nel dialogo dell'Islandese; allora l'uomo deve guardare in faccia, deciso, la realtà e non vivere di illusioni, deve ancora ammettere la propria condizione infelice e vivere in modo chiaro, lucido e forte (titanismo).

Appunto per questo, dal momento che tutti soffrono, Leopardi si sente fratello con tutti (La Ginestra) ma, il poeta, con l'ironia cerca di strappare il velo dell'ignoranza dagli occhi degli uomini, i quali non avendo il coraggio di guardare in faccia la realtà vivono di illusioni e di menzogne. Tutti questi motivi sono presenti nelle Operette morali. Un'altra operetta è "Il venditore di almanacchi e di un passeggero", in cui si parla degli uomini che credono sempre alla felicità futura, sperando che il domani sia migliore di oggi, ma non riescono mai a raggiungere questa felicità. Leopardi per queste opere pensò a uno scrittore greco, Luciano, che nei suoi dialoghi servendosi di gioiose invenzioni, faceva dell'ironia, ma Leopardi pensò pure ad alcune opere del '700 francese, di Diderot e di Voltaire, i quali volevano insegnare e anche divertire. Il modo di scrivere in queste opere è diverso da quello del Manzoni, perchè la prosa di Leopardi è più letteraria, più lavorata, meno vicina al parlato, basti pensare al -Dialogo di un Islandese- in cui gli aggettivi sono scarsi, per cui la prosa è asciutta e coincisa e se ci sono servono all'ironia. Invece sono presenti i nomi e i verbi, cioè le parti principali del periodo, le sue espressioni sono curate ma scorrevoli e chiare. Anche nella prosa si vede la sua educazione illuminista, cioè razionale e sentimentale, che deve spiegare ma anche commuovere.

Soltanto i critici di oggi come il Russo, il Binni, giudicano queste operette "opere di poesia", mentre i critici precedenti, fra cui il De Sanctis, dicevano che in queste opere c'era troppo freddo ragionamento.

 

I Canti e Idilli

Le opere principali di Leopardi sono i Canti che sono stati pure chiamati "Grandi Idilli" che sono: "A Silvia, Il Sabato del villaggio, La quiete dopo la tempesta, Il passero solitario, Canto di un pastore errante dell'Asia, Le ricordanze". Mentre i primi Idilli (l'Infinito, alla Luna, La sera del dì di festa), sono poesie più impulsive; nei grandi Idilli vi è maggiore riflessione;

infatti i cosiddetti piccoli Idilli sono soprattutto tristi confessioni dell'animo di Leopardi. Tutti gli Idilli nascono dalla riflessione e dalla contemplazione di paesaggi naturali o della vita di Leopardi. Negli Idilli sono importanti soprattutto i concetti dell'infinito e del ricordo. Per spiegare la parola "idillio" bisogna pensare a quello che ha detto il critico Russo: Idillio, in Leopardi, vuole dire contemplazione dolorosa dell'infinito, dell'infelicità del mondo, idillio è quindi uno stato d'animo, e rappresentano un momento di pausa, di riflessione prima del "Grandi Idilli".

Mentre gli idilli degli scrittori greci Teocrito e Mosco sono poesie rusticali, nelle canzoni (canzoni; all'Italia, Ultimo canto di Saffo) di Leopardi la lingua è classica e si hanno argomenti presi dal mondo classico; negli idilli la lingua è più familiare anche se c'è sempre una certa eleganza e usa pure arcaismi per rendere più elegante la lingua.

Molti aspetti degli Idilli prendono lo spunto da Recanati, il luogo d'origine, come il Passero solitario, l'Infinito, La sera del dì di festa, Il sabato del villaggio.

A proposito di ciò, bisogna dire che nel Leopardi è molto importante il concetto della memoria o della ricordanza. Difatti il ricordo del passato (cioè dei sogni e dei luoghi dell'adolescenza è molto importante), Leopardi stesso nello Zibaldone ci parla di questo e ci dice che un oggetto qualunque, un luogo anche se bello, se non fa nascere in noi nessun ricordo non è poetico, mentre se un luogo ci ricorda qualcosa diventa dolce e poetico. Altri aspetti cari al Leopardi e anche a tutta la poesia romantica sono la luna ed il paesaggio lunare: la luna è per il Leopardi o come una confidente o come quella che guarda impassibile la vita degli uomini. (Alla luna, La sera del dì di festa).

I vari personaggi delle opere di Leopardi, come Silvia, non sono vere e proprie persone ma servono ad esprimere soprattutto sentimenti del poeta. Il Leopardi non è solo poeta del sentimento ma anche della ragione, perchè in lui c'è pure l'educazione illuministica che gli fa amare la chiarezza. La poesia del Leopardi ha una grande forza morale perchè lui non si abbandona al lamento e cerca sempre di reagire.

 

Il Passero Solitario

In questo Idillio vi è il motivo della solitudine, perchè Leopardi anche se vede gli altri giovani felici, non riesce a partecipare e si isola, anche se questo uccellino è reale e simbolo, quindi nel solitario uccellino si nasconde la solitudine del Leopardi. In questo Idillio anche se ci sono immagini familiari c'è sempre qualcosa di impreciso che va al di là del paesaggio stesso, difatti in Leopardi vi sono due aspetti: quello della chiarezza e semplicità dei paesaggi e quello di mondi lontani, misteriosi.

 

L'Infinito

Questo Idillio nasce dalla vista di una siepe che non facendo vedere ciò che c'è al di là spinge il Leopardi ad immaginare un mondo lontano, infinito e le piante che si muovono col vento gli fanno pensare al mondo passato e a come passa il tempo. Il Leopardi si può considerare romantico per l'amore dell'infinito, dei grandi spazi ma tutto ciò espresso senza sentimentalismi, in modo chiaro ed equilibrato, perciò qui non abbiamo nè filosofia nè sentimentalismo. E' presente il Titanismo quando il poeta pur riconoscendo la sua limitatezza di uomo si stupisce di poter sentire dentro di se sentimenti così estesi e superiori all'uomo stesso (sentimenti di grandezza).

 

La sera al dì di festa

I motivi principali di questo Idillio sono: il paesaggio lunare iniziale, reale e anche lontano, il canto solitario dell'artigiano che ricorda al poeta che tutto nella vita finisce, come pure il ricordo della fanciullezza.

 

A Silvia

Questo Idillio nasce da un ricordo personale, vero; infatti Silvia è la figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta giovane. Ma il canto poi si allontana da questa realtà e Silvia oltre ad essere la figura di una giovinetta che muore giovane, è pure simbolo delle speranze e delle delusioni di Leopardi. Questo canto non è una poesia d'amore, perchè in Silvia Leopardi vede la sua vita di speranze e delusioni. Il paesaggio, più che descrizione, serve ad esprimere gli stati d'animo, i sentimenti.

 

La quiete dopo la tempesta

Qui abbiamo il motivo del piacere, figlio d'affanno di cui già Leopardi aveva parlato nello Zibaldone, cioè il piacere negli uomini non è veramente piacere, è soprattutto una privazione, una diminuzione del dolore. In questo Idillio abbiamo due parte: la prima è gioiosa, descrittiva; la seconda è triste e riflessiva. Nella prima abbiamo la festa e nella seconda il piacere figlio d'affanno. Le due parti non sono separate, perchè già nella prima, dove il poeta sente le gioie e pensa subito che durano poco, la tempesta e la quiete rappresentano il dolore e la gioia umana. Anche se vi è scritta la realtà quotidiana come gli uccelli che cantano, l'artigiano che lavora, non si può solo parlare di realismo perchè c'è sempre qualcosa che va al di là della realtà.

 

Il Sabato del villaggio

Canto delle illusioni, questo Idillio parla di come si trascorre un sabato di un paese, Recanati, ma è anche simbolo dell'attesa della festa e della felicità nella vita. Infatti il motivo principale è la gioiosa attesa (della festa), anche se vi è sempre un velo di malinconia, perchè Leopardi sa che tutto nella vita dura poco. Concludendo, Leopardi vuole dire che la vera gioia è nell'attesa, nel sabato, perchè la festa ci lascia delusi in quanto pensiamo già al giorno dopo in cui dobbiamo lavorare: tutto ciò è simbolo della felicità che non esiste, ma esiste solo l'attesa della felicità, però Leopardi dice questo in modo sereno.

 

Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

In questo canto, a differenza di tutti gli altri, Leopardi, non parla lui ma si serve della figura di un pastore; di diverso c'è pure che il paesaggio non è quello di Recanati. Questo canto gli fu suggerito dalla lettura di un libro di un barone, che parlava di un viaggio nell'Asia Centrale. Nel pastore si nasconde Leopardi, ma il pastore rappresenta pure un personaggio semplice, primitivo, che chiede il perchè della vita in modo semplice. Si parla della vita umana che è infelice e forse anche quella di tutte le creature viventi, non solo, ma tutta la vita appare inutile e misteriosa, però nel canto si nasconde una lontana speranza di avere una risposta certa a tutte le domande del pastore. Per questo canto Leopardi pensò al De Rerum Natura di Lucrezio e all'antico testamento in cui si parla dell'inutilità delle cose terrene. Molti versi sono uguali a quelli del Petrarca, ma mentre Petrarca parla del suo amore, il Leopardi parla del mistero della vita. In conclusione, questo canto parla del dolore universale.

 

La ginestra o fiore del deserto

E' stata giudicata un'opera povera di poesia ma anche un canto nuovo, come dice il Binni, l'ultima grande opera in cui si rivela l'eroismo ed il titanismo leopardiano. Gli aspetti principali sono: il paesaggio deserto del Vesuvio, la Ginestra, fiore gentile che col suo profumo consola il deserto, pronta a morire rassegnata senza viltà; si parla pure della stupida superbia degli uomini che hanno paura di conoscere la loro vera situazione mentre vi sono gli uomini forti che come il Leopardi accettano la triste realtà e condannano il secolo ottocento che crede nelle illusioni; la natura matrigna e l'eruzione del Vesuvio, la fratellanza degli uomini che, essendo tutti infelici, dovrebbero unirsi contro la natura. La critica moderna ha parlato soprattutto del motivo più importante, quello della fratellanza degli uomini che è un motivo sociale: questo canto è romantico perchè parla di una poesia impegnata che discute i problemi concreti. In questo canto il linguaggio è forte. L'espressione "contenta dei deserti" vuole dire che la Ginestra accetta, rassegnata, di vivere nei luoghi deserti dove nasce ed è il simbolo; come dice il Binni dell'uomo illuminato e che ha le idee chiare sulla propria triste realtà nel deserto della vita (cioè una vita priva di felicità).

 

Poetica leopardiana

Per Leopardi, la poesia è lirica (= ogni forma in [verso|versi]] nella quale si esprimono i sentimenti e gli affetti, per Leopardi, anche la Divina commedia è lirica perché Dante vi compare sempre con i propri sentimenti). La poesia di Leopardi nasce dal sentimento, ed anche i canti che hanno implicazioni filosofiche sono espressione dei sentimenti e voce del dolore esistenziale del poeta. I canti coprono tutto l'arco della vita del poeta, che morì a soli trentanove anni, mentre il suo pensiero era ancora in pieno svolgimento e la sua poesia era ancora feconda e pronta ad aprirsi a nuove soluzioni. Leopardi guarda al passato in una atemporalità che esclude il futuro, in uno spazio - tempo legato all'esperienza (hic et nunc). Leopardi scrive nel presente, precisando sempre dove si trova, dando al tempo non una dimensione psicologica bensì autobiografica al confine tra poesia e prosa e, con ciò anticipa la poesia moderna per genere e temi. La formazione classica ed illuministica consentono al poeta di considerare criticamente il passato e di costruire su una tradizione ormai usurata una poesia innovativa, precocemente analogica e che, grazie alla memoria, il cui strumento è l'immaginazione (la vita anteriore è perduta per sempre, l'immaginazione la ricostruisce e reinterpreta), indaga sul vago, l'indefinito alla ricerca dell'anteriorità e dell'altrove che appartengono all'immaginario moderno. Leopardi ha con il passato un rapporto di lontananza psicologica, che trascende dalla fisicità (può essere fisicamente a Recanati, ma ne è psicologicamente lontanissimo ed emergono sprazzi di ricordo reinterpretati alla luce della successiva esperienza esistenziale. Il suo occasionale ritorno non è un traguardo, bensì incredulità di essere tornato). L'arte di Leopardi, massima nei canti, è un po' appannata nelle Operette morali dalla speculazione filosofica. Caratteristico del poeta è lo scarno linguaggio che, con rapidissime immagini e sapienza ritmica e sintattica, crea brani di straordinaria suggestione. L'infinito è paradigmatico per potenza espressiva. L'idea dell'immensità e dell'eternità sono rese con un limitatissimo impiego di mezzi lessicali, che consente alle idee di giganteggiare nel deserto delle parole. Anche per questo Leopardi è classico, però la sua ansia, il tedio della vita, e la personalità esasperata ne fanno un romantico. In Leopardi, accanto alla poetica dell'idillio che si esprime, romanticamente, nel dualismo paesaggio - stato d'animo, v'è, parallelamente, una poetica non idilliaca, dalle immagini incisive e dalla sintassi perentoria. In Leopardi l'originario slancio sentimentale si evolve in una complessa vicenda spirituale. Leopardi parte dal razionalismo illuministico, ma giunge a negarlo ed a condannare la stessa ragione.

Leopardi romantico

La partecipazione di Leopardi allo spirito romantico deriva, come per Foscolo, dal bisogno di focalizzare il problema del significato e del fine della vita. La differenza fondamentale, tra Foscolo e Leopardi, è che, mentre nel primo l'angosciosa presa di coscienza della realtà innesca uno sforzo titanico di ricostruzione dei valori della vita, nel Leopardi, di indole introversa e scarsamente combattiva, dagli stessi presupposti si sviluppa una desolata e chiusa meditazione che lo rende incapace di aderire alla vita, che gli appare remota ed aliena. Il primo risultato psicologico di tale condizione di spirito è la noia della vita, l'assenza di speranze, di illusioni, di desideri ed il dolore puro che lo rende poeta assolutamente romantico. La sua è poesia di memoria, lirica concepita come attività a-razionale (non irrazionale), come originalità assoluta, entusiasmo, immaginazione, totale illusione. Leopardi occupa un posto particolare nel quadro letterario dell'800, infatti, il Cristianesimo romantico fu un riflesso imprescindibile del Congresso di Vienna, ma Leopardi respinse sempre, tenacemente, tale cattolicesimo di stampo progressista che contrabbandava i miti del secolo precedente, rifiutandone però le intuizioni e le conquiste più vere, pertanto Leopardi fu non solo fuori, ma anche contro il proprio secolo.

Il pensiero

Il pessimismo leopardiano

Il pessimismo di Leopardi ha radici, oltre che nella sua difficile vicenda esistenziale, in quel razionalismo illuministico che volle porre nella ragione ogni verità della vita. L'ipersensibilità del poeta unita all'idealismo è causa d'amarissime disillusioni, convincendolo troppo presto che la realtà è la morte di tutto ciò che l'intelletto sogna ed il sentimento idealizza. Inizialmente il pessimismo di Leopardi è personale, in seguito, agli esordi della sua attività, il poeta crede che gli ideali ormai perduti abbiano illuminato la vita degli antichi e che soltanto la corruzione del tempo abbia svuotato gli uomini d'ogni ideale. Da tale concezione viene il rimpianto per le età antiche. Ben presto però il contrasto tra ideali e realtà, tra aspirazioni e limiti imposti dalla vita, porta il poeta a concludere che l'infelicità non è conseguenza del progresso, bensì stato naturale di ogni essere vivente e che la natura è nemica dell'uomo. Leopardi afferma che si insegna all'uomo che la morte prematura è un bene, ma egli la teme, la vita è fragile cosa e più che dono è disgrazia, ma l'uomo teme la morte. La virtù morale è più preziosa della bellezza, ma un'anima sublime in un corpo sgraziato è derisa e misconosciuta (Ultimo canto di Saffo). L'uomo aspira a cose infinite ed eterna, ma vivere è un continuo morire (infinito). L'uomo è destinato a non godere d'alcun bene, si dispera, è afflitto da un tedio mortale che lo spinge al suicidio, dal quale lo trattengono la paura della morte e la superstizione religiosa. l'aspirazione all'irraggiungibile verità è il massimo tormento della vita ed è senza speranza, infatti, l'uomo è destinato a non sapere perché sia nato, viva, soffra, dove vada (Canto notturno di un pastore errante nell'Asia) e tale forzata cecità uccide l'anima umana (L'infinito: "...e il naufragar m'è dolce in questo mare"), poiché questa è la legge inesorabile dell'universo. La posizione filosofica del Leopardi consiste nel drammatico sviluppo della constatazione dell'infelicità umana che non trova sbocco nella Fede. La poesia di Leopardi è mirabilmente intessuta di sogni ed illusioni, nonostante la disperazione totale che avrebbe potuto soffocarne il lirismo o renderla mortalmente gelida. Il pensiero di Leopardi sul pessimismo si basa su due presupposti:
· L'uomo non può conoscere la verità (scetticismo).
· La realtà coincide con la Natura (senza idealità o provvidenzialità), ed è moto eterno e meccanico (materialismo, illuminismo)

· Fasi del pessimismo leopardiano:
1. Dolore personale - La vita è stata spietata con Leopardi (esperienza personale/dolore personale), ma altri possono essere felici.

2. Dolore storico - Questi due punti generano l'ironia ed il sarcasmo di Leopardi contro i filosofi idealisti e neocattolici, che esaltano "le magnifiche sorti e progressive dell'umanità" (Ginestra) e contro l'ottimismo illuministico (Ginestra).

o La vita è dolore, il male è nella razionalità. La Natura benigna ha creato l'uomo come creatura semplice che, nella sua ignoranza, trova piacere nelle illusioni. Gli uomini, con la ragione, fugarono le illusioni e scoprirono la verità, quindi il male ed il dolore, uscendo così dalla loro infanzia felice. La storia della civiltà è la scoperta dell'infelice condizione umana (gli uomini primitivi furono felici: il tragico destino umano nasce dal contrasto tra la provvida Natura, che vuol celare la dolorosa verità agli uomini, e la ragione, che tale verità scopre nel momento dell'esperienza personale del dolore).
o L'origine dell'infelicità umana è nella contraddizione tra il desiderio di felicità e l'impossibilità di conseguirla (Leopardi: teoria del piacere). Dolore storico: non la natura, bensì la società è nemica dell'uomo. L'uomo comune si consola del male quando lo riconosce necessario, l'uomo superiore non si rassegna, piuttosto si uccide, non maledicendo la vita, bensì lasciandola con rimpianto (Saffo).

3. Dolore cosmico - Pessimismo universale. Se l'uomo è creatura della Natura, è evidente la contraddizione fra tale affermazione e la reale condizione umana. Tale contraddizione è spiegata da Leopardi affermando che in ciò sta la perfidia della natura (Natura matrigna). Non è infelice la società "adulta", ma ogni società, in ogni tempo. L'infelicità non è retaggio solo dell'uomo, bensì di tutte le creature (esiste solo la legge della continuità della specie). Il dolore è fatale all'uomo che è dotato di intelligenza e quindi avverte il tedio ed il "senso della morte". Tutto quello che è, è male (Zibaldone). Pur su tali posizioni, Leopardi vagheggia l'azione e le illusioni eroiche, creando il "mito della giovinezza" e quasi confutando le accuse di fatalismo e di misantropia, sogna un'azione concorde di tutti gli uomini, uniti dalla solidarietà, per tentare di vincere la Natura ostile (Ginestra). Leopardi rifiuta il suicidio (che in precedenza aveva considerato lecito), poiché lo considera una diserzione da tale disperata battaglia (dialogo di Plotino e Porfirio).
La condizione fondamentale dello spirito di Leopardi è la totale incapacità di aderire alla vita, che gli appare come uno spettacolo remoto ed alieno. Tale atteggiamento porta il poeta al "taedium vitae (la noia lo fa sentire estraneo al mondo). L'intima dialettica di Leopardi oscilla tra la necessità di appartarsi orgogliosamente da un mondo che sente estraneo, per immergersi nel proprio universo interiore, ed il bisogno di consolare ed essere consolato.

Leopardi ed il suicidio

Leopardi pur giudicando irrazionale il rassegnarsi alla vita e ragionevole il suicidio, inteso come liberazione dalla sofferenza, tuttavia ritiene che l'uccidersi sia atto inumano, poiché non tiene conto del dolore altrui e sebbene sia proprio del sapiente non piegarsi al sentimento e non lasciarsi vincere dalla pietà, tale forza d'animo deve essere usata per sopportare la triste condizione umana, usarla per rinunciare alla vita ed alla compagnia delle persone care è un abuso, non soffrire al pensiero di lasciare nel dolore le persone care è indegno del saggio. Il suicidio è un atto d'egoismo, poiché il suicida cerca solo la propria utilità, disprezzando l'intero genere umano (dialogo di Plotino e Porfirio) ed agisce come un disertore, che abbandona i compagni impegnati in una lotta impari contro la natura nemica (La ginestra). Il problema della legittimità del suicidio, tormenta Leopardi fin dalla crisi esistenziale del 1819, ed ancora nel 1824 (Ultimo canto di Saffo), egli sostiene la tesi della legittimità del suicidio, ma già in quello stesso anno si notano nel poeta le prime affermazioni sul dovere di subire il destino con animo forte, trovando conforto nella bellezza delle creazioni dello spirito umano. Infine nel 1827, Leopardi scrive il dialogo di Plotino e Porfirio. Nel dialogo, Leopardi ripercorre il cammino spirituale lungo il quale la propria concezione pessimistica della vita è giunta all'affermazione delle ragioni più alte dell'esistenza Porfirio è il Leopardi del 1821 - 1824, mentre Plotino è il poeta più maturo. Porfirio difende il suicidio sostenendo che, se la Natura destina gli uomini al dolore, se tutto ciò che esiste è male, l'uomo ha diritto di sottrarvisi, scegliendo la morte volontaria (1822), anche se la vita, in quel momento, non è particolarmente sventurata, poiché la vita è tedio, i mali sono vani, il dolore stesso è vano, quindi l'uomo ha il diritto di sottrarsi al male dell'esistenza. Solo la noia, poiché nasce dalla coscienza della realtà, non è vana né ingannevole. L'evoluzione spirituale di Leopardi lo conduce a posizioni più equilibrate (Plotino) e svincolate dalle situazioni contingenti, infatti, l'uomo è condannato alla sofferenza, ma una legge di natura vuole che egli viva nonostante tutto. Solamente pochi si rendono conto della realtà, tutti gli altri combattono vanamente contro la natura. Tale lotta deve affratellare gli uomini, quindi il suicidio è una diserzione inammissibile. Inoltre la vita è degna di essere vissuta non perché sia felice, ma perché sia spiritualmente elevata. L'uomo deve prendere coscienza della propria vita interiore. Nel dialogo Leopardi ripercorre il proprio cammino spirituale.

 

IL PESSIMISMO LEOPARDIANO

Gli studiosi hanno distinto tre fasi del pessimismo leopardiano: una fase di "pessimismo storico" , una di "pessimismo psicologico" e una di "pessimismo cosmico" .

1. Il "Pessimismo Storico" si basa sulla "Teoria delle Illusioni".

Indagando sulla causa dell'infelicità umana, il Leopardi segue la spiegazione di Rousseau, e afferma, con la sua "Teoria delle Illusioni", che gli uomini furono felici soltanto nell'età primitiva, quando vivevano a stretto contatto con la natura, ma poi essi vollero uscire da questa beata ignoranza e innocenza istintiva e, servendosi della ragione, si misero alla ricerca del vero. Le scoperte della ragione furono catastrofiche: essa infatti scoprì la vanità delle illusioni, che la natura, come una madre benigna e pia, aveva ispirato agli uomini; scoprì le leggi meccaniche che regolano la vita dell'universo; scoprì il male, il dolore, l'infelicità, l'angoscia esistenziale.
La storia degli uomini quindi, dice il Leopardi, non è progresso, ma decadenza da uno stato di inconscia felicità naturale, ad uno stato di consapevole dolore, scoperto dalla ragione. Ciò che è avvenuto nella storia dell'umanità, si ripete immancabilmente, per una specie di miracolo, nella storia di ciascun individuo. Dall'età dell'inconscia felicità, quale è quella dell'infanzia, dell'adolescenza e della giovinezza, allorché tutto sorride intorno e il mondo è pieno di incanto e di promesse, si passa all'età della ragione, all'età dell'arido vero, del dolore consapevole e irrimediabile .
La ragione è colpevole della nostra infelicità, in contrasto con la natura madre provvida, benigna e pia, che cerca di coprire col velo dei sogni, delle fantasie e delle illusioni le tristi verità del nostro essere.

2. Il "Pessimismo Psicologico". si basa sulla "Teoria del Piacere"

Partendo dalla riflessione sull'infelicità, elabora la "Teoria del Piacere" che diventa il cardine del suo pensiero: secondo questa teoria, "l'amor proprio" porta l'individuo ad una richiesta di piacere infinito per intensità e per estensione; poiché questa richiesta non potrà mai essere soddisfatta interamente, l'individuo, anche nel momento di maggior piacere, continuerà a sentire l'assillo del desiderio non colmato. Questo assillo è di per sè patimento, sicché l'individuo, anche quando non soffre di mali materiali, è in stato di sofferenza per la sua stessa richiesta inappagata. Questo tipo di pessimismo è ben più radicale del primo, perché l'infelicità non è un dato occasionale, ma ormai è una costante della condizione umana.

3. Il "Pessimismo Cosmico" si basa sulla "Teoria del Patimento".

Un ulteriore aggiustamento della concezione di natura si ebbe quando il poeta spostò la sua attenzione dal tema del Piacere, che non si può avere, a quello della Sofferenza che non si può evitare. Anche se l'individuo potesse raggiungere il piacere, il bilancio della sua esistenza sarebbe comunque negativo, per la quantità dei mali reali (infortuni, malattie, invecchiamento, morte) con cui la natura, dopo averlo prodotto, tende a eliminarlo per dar luogo ad altri individui in una lunga vicenda di produzione e distruzione, destinata a perpetuare l'esistenza e non a rendere felice il singolo.
In altri momenti il Leopardi approfondisce la sua meditazione sul problema del dolore e conclude scoprendo che la causa di esso è proprio la natura, perché è proprio essa che ha creato l'uomo con un profondo desiderio di felicità, pur sapendo che egli non l'avrebbe mai raggiunta: "0 natura, natura, perché non rendi poi quel che prometti allor ? Perché di tanto inganni i figli tuoi ?", dice il poeta nel canto "A Silvia".
Così, di fronte alla natura, il Leopardi assume un duplice atteggiamento: ne sente allo stesso tempo il fascino e la repulsione, in una specie di "odi et amo" catulliano. L'ama per i suoi spettacoli di bellezza, di potenza e di armonia; la odia per il concetto filosofico che si forma di essa, fino a considerarla non più la madre benigna e pia (del primo pessimismo), ma una matrigna crudele ed indifferente ai dolori degli uomini, una forza oscura e misteriosa, governata da leggi meccaniche ed inesorabili .
E' questo il terzo aspetto del pessimismo leopardiano che investe tutte le creature (sia gli uomini che gli animali).
Ma in questo momento della sua meditazione il Leopardi rivaluta la ragione, prima considerata causa di infelicità. Essa gli appare colpevole di aver distrutto le illusioni con la scoperta del vero, ma è anche l'unico bene rimasto agli uomini, i quali, forti della loro ragione, possono non solo porsi eroicamente di fronte al vero, ma anche conservare nelle sventure la propria dignità, anzi, unendosi tra loro con fraterna solidarietà, come egli dice nella "Ginestra", possono vincere o almeno lenire il dolore.

L’INFINITO

 

COMMENTO

L'infinito di Leopardi è un infinito "negativo", nel senso che è un infinito creato dall'immaginazione e dal desiderio, un puro prodotto della mente umana. È chiaro che il suo modo di porsi di fronte al "problema infinito" è di tipo metafisico, è la ricerca del rapporto tra infinito come spazio assoluto e tempo assoluto e la nostra cognizione del tempo e dello spazio empirici. Ma nella sua riflessione inserisce il suo particolare modo di interpretare l'infinito, o meglio l'indefinito, come fluttuare di sensazioni.

Nello "Zibaldone" Leopardi afferma che "L'infinito è un parto della nostra immaginazione, della nostra piccolezza ad un tempo e della nostra superbia […] l'infinito è un'idea, un sogno, non una realtà: almeno niuna prova abbiamo noi dell'esistenza di esso, neppur per analogia". Per Leopardi l'infinito coincide con lo slancio vitale, con lo spasimo, la tensione che l'uomo ha connaturata in sé verso la felicità. L'infinito diventa il principio stesso del piacere, e il fine stesso a cui tende questo slancio dell'uomo.

È il desiderio assoluto di felicità che porta l'uomo a ricercare il piacere in un numero sempre crescente di sensazioni, nella speranza vana della sua completezza; è una tensione che non ha limiti, né per durata nel tempo, né per estensione, per questo si scontra irrevocabilmente con la vita umana, lo spazio, il tempo, la morte. Infatti "l'anima umana desidera sempre essenzialmente e mira unicamente, benché sotto molti aspetti, al piacere, ossia alla felicità […] Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perché è ingenita e congenita con l'esistenza, e perciò non può avere fine in questo o in quel piacere che non puyò essere infinito, ma solamente, termina con la vita".

Per Leopardi, questa tensione può spegnersi solo nel momento della morte perché è uno slancio connaturato alla vita stessa, "l'anima, amando sostanzialmente il piacere, abbraccia tutta l'estensione immaginabile di questo sentimento, senza poterla neppure concepire, perché non si può formare idea chiara di una cosa che ella desidera illimitatamente".

Per superare i limiti fisici della natura umana interviene l'immaginazione, che ha come "attività" principale la raffigurazione del piacere: "Il piacere infinito non si può trovare nella realtà, si trova così nell'immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni, ecc…" Ma l'immaginazione ha bisogno di stimoli e perciò "l'anima si immagina quello che non vede, che quell'albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe se la sua vita si estendesse dappertutto, perché il reale escluderebbe l'immaginario.".

E dunque "la molteplicità delle sensazioni confonde l'anima, gli impedisce di vedere i confini di ciascheduna, toglie l'esaurimento subitaneo del piacere, la fa errare da un piacere in un altro senza poterne approfondire nessuno, e quindi si rassomiglia in certo modo ad un piacere infinito.". Resta quindi nell'animo un senso di inappagamento, di insoddisfazione perché non si riesce effettivamente a concepire l'infinitudine, ma solo l'indefinito, che è un'idea inadeguata, approssimata, vaga: e questa insoddisfazione conduce al tedio, alla noia spirituale. Ci sono però immagini, sensazioni che suscitano nell'animo l'idea di infinito, ad esempio la visione di una torre antica, perché "il concepire uno spazio di molti secoli produce una sensazione indefinita, l'idea di un tempo indeterminato, dove l'anima si perde e sebbene sa che non ci sono confini, non li distingue e non sa quali sieno", oppure le immagini "di una campagna ad andamento declive in guisa che la vista in certa lontananza non arrivi alla valle, e quella di un filare di alberi, la cui fine si perde di vista" o, infine "una fabbrica, una torre veduta in modo che paia innalzarsi sola sopra l'orizzonte e questo non si vede, produce un contrasto efficacissimo e sublimissimo tra finito e indefinito" Ovviamente, a questo proposito, l'immagine che meglio ha esemplificato questa concezione leopardiana dell'indefinito è senz'altro costituita dagli "interminati spazi" della famosa poesia intitolata, appunto, "L'infinito".

"L'infinito" di Leopardi è forse uno degli idilli più organici per quanto riguarda significato-struttura-significante, la disposizione delle parole, il loro potere semantico, l'uso stesso che ne fa il poeta contribuiscono a rendere questa poesia un "viaggio interiore", una scoperta dello spirito, una illuminazione. L'infinito di cui parla è temporale e spaziale e viene evocato tramite il limite fisico(la siepe, il fruscio del vento) che porta il poeta da una dimensione fisica e sensoriale ad una "metafisica". I sensi, in questo caso la vista e l'udito, conducono alla intuizione di qualcosa che è al di là.

L'osservazione del paesaggio si svolge in meditazione: il paesaggio, la natura, la fisicità vengono interiorizzati ed entrano a far parte dello "spirito" del poeta, o meglio: il poeta riesce a calarsi nell'infinito. Parte da una visione familiare, la vista del colle, il Monte Tabor, ermo, ma caro, ovvero solitario ma già appartenente alla esperienza personale del poeta, spettatore ma anche compartecipe della sua vita, così come familiare è la siepe. Una siepe che diventa un limite, che evoca il desiderio, l'immaginazione di ciò che il guardo esclude, di ciò che non si può raggiungere con il solo ausilio dei sensi Da un connotato fisico di realtà, si risveglia l'immaginazione di uno spazio ben più u1timo. Ed ecco che sia il colle che la siepe prima indicati con gli aggettivi questo/questa ad indicarne la vicinanza sia fisica che spirituale, diventano la porta per l'infinito. La siepe diventa quella, è già posta in un'altra dimensione, decisamente diversa da quella fisica. Il poeta siede e guarda, in uno spazio senza tempo, e la sua immaginazione coglie e crea (io nel pensier mi fingo) irterminati spazi, sovrumani silenzi e profondissima quiete.

Leopardi ha colto, ha intuito l'infinito spaziale, che viene visto nella negazione della realtà fisica a cui è sempre abituato. Infatti gli spazi sono interminati, i silenzi sono sovrumani, la quiete è profondissima. Danno l'idea di una dimensione impossibile da paragonare con quella "solita", "abituale". Anche la disposizione nel verso, con l'enjambemant tra interminati e spazi e tra sovrumani e silenzi e la dieresi su quiete danno la sensazione di una vastità infinita; inoltre sono tutte parole polisillabe: tutto acquista una dilatazione inusitata in tutte le direzioni. Portando all'interno del suo animo questi pensieri, rivelano il confine tra la limitatezza della vita umana e l'immensità della Natura, di cui l'uomo fa parte, ma che non può cogliere appieno .

Questa intuizione gli dà un senso di paura (ove per poco il cor non si spaura), un senso di smarrimento in una dimensione mai conosciuta prima, mai immaginata con tale chiarezza.I1 cuore quasi non riesce a sostenere la potenza di questa visione, è uno sgomento dato dalla consapevolezza di aver superato i suoi limiti, di aver trasceso la sua quotidianità e di aver partecipato di un evento ai confini della religiosità. Ma il vento, espressione della sua limitatezza fisica, lo riporta all'esistenza terrena e non più cosmica; tuttavia gli dà l'impulso per spaziare di nuovo nell'infinito temporale perché la voce della realtà (odo stormir tra queste piante) viene paragonata al silenzio dell'infinito(da notare quello infinito, cioè appartenente all'altra dimensione).

Il senso della vita terrena si rianima nel vento, e con esso il limite temporale dell'uomo, la morte. Ma il pensiero riprende il suo corso e fluisce (l'affollarsi dei pensieri è sottolineato dall'anafora della "e") nell'eterno, nella distensione temporale della vita dal passato al presente, che è vivo, mentre il passato è morto. Tutto si riduce a un suono, è il respiro della vita universale, il suo battito eterno, smorzato, affievolito e quindi morto nel passato e invece vivo e prepotente nel presente. Il pensiero e l'uomo vengono sommersi da questa immensità, da questa incommensurabilità e il mare, simbolo della vastità (come riprenderà Montale), fa annegare il suo pensiero, la sua mente, la sua razionalità, lo fa perdere, obliare in una dimensione universale in comunione con l' infinito , tanto più dolce perché insperata, inaspettata. È la pace dell'uomo che ha abbandonato l'umanità per il non-limite, anche se è consapevole di aver creato egli stesso questa dimensione: non riesce a darne una consistenza reale, è un infinito del pensiero, ma ugualmente dolce e potente.

Che cosa resta di questo mare nell'animo dell'uomo? La consapevolezza di poter annegare in esso solo per il breve istante di una illuminazione, perché come basta una siepe ad evocarlo, è altresì bastante un soffio di vento per riportarlo alla sua essenza limitata.

 

GIOVANNI PASCOLI

Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna nel 1855. Il padre gli morì assassinato quando egli aveva solo 12 anni; a questo lutto si sommarono altre tragedie familiari (tra cui la morte della madre) che influenzarono profondamente la sua vita, la sua visione del mondo e la sua poetica. A Bologna, dopo la laurea, si avvicinò a gruppi anarchici e socialisti ma, in seguito ad una esperienza di carcere che lo segnò in maniera pesante, abbandonò la politica attiva. Decise di dedicarsi all'insegnamento universitario non tralasciando mai, però, la sua unica passione: la poesia. ). Nel 1905 succedette a Carducci alla cattedra di letteratura italiana all'università di Bologna.

L'opera di Pascoli s'incentra su tre diverse linee espressive: quella della poesia in italiano, quella della poesia in latino e quella dell'attività di critico e commentatore di Dante.
Nel 1891 fu pubblicata la raccolta Myricae, il cui titolo è una citazione dalla quarta egloga delle Bucoliche di Virgilio. Con ciò il poeta volle alludere ad una lirica delle cose semplici, fatta d'oggetti comuni presi soprattutto dalla campagna ("sono frulli d'uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane") e cantati con un lessico e un metro molto originali per la tradizione poetica italiana. Questo risultato fu ottenuto con gran perizia tecnica: pascoli si rifece alla lezione dei classici (oltre appunto a Virgilio, anche Catullo e Orazio), ma guardò anche all'esperienza simbolista non solo francese. La sua poesia non è, infatti, descrittiva ma allusiva, e parte dalla convinzione che si possa cogliere l'ineffabile solo con mezzi formali rigorosi e grazie ad una nuova lingua poetica, che attinge al latino, alla lingua parlata, ai vocabolari tecnici.

I Primi poemetti (1904) e i Nuovi poemetti (1909) segnarono una diversa tendenza, basata sulla volontà di "raccontare". Oltre ai temi già sperimentati (il mondo della campagna, la contemplazione della natura, l'aspirazione a una vita semplice), risalta lo spazio dato alla rappresentazione delle vicende degli emigranti verso l'America: il lessico si fa particolarmente sperimentale, una commistione di italiano e inglese assolutamente estranea alla tradizione lirica italiana. Di alto livello sono anche i Canti di Castelvecchio (sette edizioni, l'ultima nel 1914), nei quali la ricerca pascoliana proseguì su una linea ormai ben identificata. Invece, nei Poemi conviviali (1904), l'attenzione si spostò sul mondo classico e sui suoi miti, anche in forma di riflessione, e con una precisa ricaduta sulle tecniche della versificazione, che ricalcano modelli antichi. Con Odi e inni (1906) l'ultima produzione pascoliana si avvicinò alle tematiche nazionalistiche, chiaramente sostenute nel discorso favorevole all'impresa coloniale in Libia La grande proletaria si è mossa (1911). Le idee fondamentali di Pascoli sulla poesia si leggono in un testo molto importante intitolato Il Fanciullino (apparso nel 1897 come Pensieri sull'Arte poetica). La poesia è una disposizione infantile a stupirsi, ed è dunque una qualità irrazionale dell'uomo; grazie a questa sensibilità è possibile cogliere analogie sottili e nascoste fra gli oggetti e le forme di vita più semplici: il poeta deve perciò calarsi in una situazione "infantile" per poter cantare, stupito, il mistero delle piccole cose. Grazie a questa poetica Pascoli allargò i confini della r realtà degna di diventare soggetto di poesia e conferì nuova libertà al verso, tricco di suggestioni sonore.
Giovanni Pascoli si spense nel 1912.

La poetica del Pascoli

La poesia è per Pascoli la voce del poeta-fanciullo che riscopre la realtà delle cose, anche delle più piccole; è uno sguardo vergine e primigenio che si posa sul mondo e ne evidenzia gli aspetti più nascosti. Secondo Pascoli, dunque, può dirsi poeta colui che è riuscito ad esprimere quello che tutti stavano pensando ma che nessuno riusciva a dire.
La poesia però deve avere anche un compito sociale e civile: deve migliorare l'uomo, renderlo buono, renderlo etico. Questa concezione riflette pienamente il suo socialismo umanitario, utopistico, interclassista, patriottico.
Il discorso La grande proletaria si è mossa (con cui Pascoli si dichiarava favorevole all'entrata in guerra dell'Italia)è stato il manifesto di questa sorta di "socialismo nazionale", vicino per alcuni aspetti ad un nazionalismo populista, che considera la guerra come un momento di superamento dei conflitti sociali e delle differenze di classe.
Si tratta, in realtà, di una prospettiva indubbiamente falsata, basata su posizioni che in seguito lo stesso Pascoli provvederà a rivedere:

- lo spostamento della lotta di classe all'esterno delle nazioni: non più tra parti sociali di una stessa nazione, ma tra nazioni ricche e nazioni proletarie.

- il continuo scivolare delle argomentazioni politiche e sociali dal piano della ragione a quello del sentimento (illusione di una possibile fratellanza e di un'istintiva bontà che porterebbe gli uomini di una stessa nazione ad abbattere le differenze e ad unirsi nella lotta contro il nemico comune).

Si intrecciano nella sua poetica due spinte fondamentali:

- una verso l'esterno, verso l'intervento attivo nella società per produrre nei cambiamenti nelle cose e negli uomini.

- una verso l'interno, intimista, abbinata al gusto contadino per le cose semplici e all'attenzione a volte ossessiva alle complicazioni tortuose del suo animo decadente.
Uno scambio continuo, insomma, tra grande e piccolo, in un rovesciamento di prospettiva e di valori.

Il fanciullino

Come nel mito platonico del Fedone esiste dentro di noi un fanciullino che nell'infanzia si confonde con noi, ma, anche con il sopraggiungere della maturità, non cresce e continua a far sentire la sua voce ingenua e primigenia, suggerendoci quelle emozioni e sensazioni che solo un fanciullo può avere.
Spesso, però, questa parte che non è cresciuta non viene più ascoltata dall'adulto. Il poeta invece è colui che è capace di ascoltare e dare voce al fanciullino che è in lui e di provare di fronte alla natura le stesse sensazioni di stupore e di meraviglia proprie del bambino o dello stato primigenio dell'umanità.

Il fanciullino prova sensazioni che sfuggono alla ragione, ci spinge alle lacrime o al riso in momenti tragici o felici, ci salva con la sua ingenuità, è sogno, visione, astrazione. È come Adamo che dà per la prima volta il nome alle cose e scopre tra esse relazioni e somiglianze ingegnose, che nulla hanno a che vedere con la logica della razionalità. Il nuovo si scopre, non si inventa, la poesia è nelle cose, anche nelle più piccole.
La poesia ha un compito civile e sociale: il poeta in quanto tale esprime il fanciullino ed ispira i buoni e civili costumi e l'amor patrio, senza fare comizi, senza dedicarsi alla politica nel senso classico, ma solo grazie al suo sguardo puro ed incantato.

GIOVANNI PASCOLI : NOVEMBRE

Vi è inizialmente un'immagine primaverile (gemmea l'aria - il sole è così chiaro): l'immagine di una giornata soleggiata nel mese di novembre, durante la cosiddetta "estate di S. Martino". Ma ciò che il poeta vuole realmente rappresentare è la breve illusione della felicità(I punti di sospensione che chiudono la prima strofa però interrompono questa illusione e segnano una forte pausa).Nella bella giornata autunnale , la luce del sole e l'aria limpida danno per un istante l'illusione che sia primavera.Ma subito ci si rende conto che le piante sono secche e spoglie(La seconda strofa ha infatti inizio con una forte avversativa "Ma", che segna un netto rovesciamento della situazione precedente. E' il ritorno alla realtà dopo quell'illusione di dolcezza primaverile. E' la realtà autunnale ,triste , evidenziata con queste parole "secco -stecchite- nere - vuoto - cavo"" ) , che tutto intorno è vuoto è silenzio e silenzio, non ci sono i rumori gioiosi della vita .Allo stesso modo , ci vuol dire il poeta ,la dolcezza dell'infanzia e della giovinezza dura poco e presto si rivela essere un'illusione. Sulla vita dell'uomo incombono tristezza , silenzio e morte.
La realtà di morte viene confermata nella terza strofa che si conclude con la parola "morti", preceduta da parole-chiave che contengono un significato di vuoto, solitudine: silenzio, solo , lontano, fragile, fredda .

Metrica. Tre strofe saffiche, formate da tre endecasillabi e un quinario a rime alternate. L'endecasillabo è ricco di spezzature ed enjambement (vv. 1-2, 7-8, 11-12).

Da un punto di vista sintattico sia la prima che la terza strofa iniziano con una frase senza verbo (ellissi) "gemmea l'aria" - "il sole così chiaro" che crea un senso di sospensione e di mistero a cui il poeta dà spiegazione solamente alla fine della poesia "E' l'estate , fredda, dei morti". Questo senso di ansia e di incertezza è dato da una sintassi sempre più frantumata e da un ritmo sempre più spezzato da pause.Questa tecnica mette in risalto la singola parola, che viene quindi caricata di un particolare significato.Pascoli anticipa qui le sperimentazioni che caratterizzeranno la poesia di Ungaretti. Il ritmo della prima strofa è disteso, rapido e allegro, è interrotto da una pausa solamente alla fine del secondo verso ; poi le pause diventano sempre più forti e lunghe.

Infine è da notare nella poesia una frequente ricerca di effetti fonici.Ricorre la figura dell'allitterazione, cioè la ripetizione di uno o più suoni(ripetizione dei suoni "v" -"l" -"f"-"fr"-"r" ).

L’illusione della primavera è praticamente l’illusione della nostra vita.Come l’estate di san Martino , l’infanzia e la giovinezza durano poco, sono un’illusione perché durano poco ;

tutti i nostri progetti non troveranno mai il tempo per la loro realizzazione per tanti motivi, anzi proprio sul più bello ci troviamo a fare i conti con la nostra età: dopo la giovinezza c’è infatti , tristezza, silenzio e morte.La stessa poesia “Novembre” ce lo fa capire con il susseguirsi delle strofe : la prima con un ritmo allegro e veloce , la seconda con un ritmo rallentato dalla congiunzione “e” e la terza con un ritmo ancor più lento a causa della continua punteggiatura e dalle parole che esprimono solitudine.

 

 

SALVATORE QUASIMODO

 

Nacque a Modica (Ragusa) nel 1901 e trascorse la sua infanzia in vari paesi della Sicilia dove via via s'era trasferito il padre che faceva il capostazione. Dal 1919 al 1926 visse a Roma per frequentare il Politecnico e laurearsi in ingegneria, ma le ristrettezze economiche e gli interessi per le lingue latina e greca lo dissuasero presto da quel tipo di studi. Nel 1926 si impiegò presso il Genio Civile di Reggio Calabria e nel 1929, trasferito a Firenze, fu introdotto da suo cognato Elio Vittorini, nell'ambiente letterario della rivista "Solaria" dove conobbe Montale, La Pira, Loria... e cominciò le sue pubblicazioni poetiche.

Nel 1930 pubblicò la sua prima raccolta di versi Acque e Terre e nel'32, trasferito a Genova, pubblicò Oboe Sommerso. Nel'34 il poeta era a Milano, accolto nell'ambiente culturale milanese, e lasciato l'impiego al Genio Civile si dedicò completamente alla poesia. Nel 1940 pubblicò la sua mirabile traduzione dei Lirici Greci ottenendo tali consensi che nel 1941 "per chiara fama" fu chiamato ad insegnare letteratura italiana al Conservatorio. Intanto, scoppiata la seconda guerra mondiale, il poeta ne fu profondamente sconvolto e maturò l'idea che la poesia dovesse uscire dalla sfera aristocratica del privato per interessarsi alle problematiche sociali e civili, intenta a "rifare l'uomo" abbruttito dagli orrori della guerra.
Questo impegno si riscontra in tutte le successive raccolte poetiche di Quasimodo: Giorno dopo giorno (1947), La vita non è sogno (1949), La terra impareggiabile (1958). Nel 1959 gli fu attribuito il premio Nobel per la letteratura. Morì a Napoli nel 1968.

LA POETICA

L'esperienza poetica di Quasimodo si puo suddividere in tre tappe essenziali. La prima è rappresentata dalle poesie improntate ai modelli più illustri del tempo, dal Pascoli ai simbolisti, dal d'Annunzio ai crepuscolari.

"Temi" salienti:

l'amore per la terra siciliana

la malinconia

il ricordo dell'infanzia.

Sono sentimenti che il poeta lascia sgorgare dall'animo con sincera effusione, ma con linguaggio sobrio. La seconda ha come esperienza "l'ermetismo"; nelle liriche di questo periodo prevale la scelta formale (lo studio della parola porta ad una poesia "pura" e intensa). Siamo negli anni dell'appassionato studio dei lirici greci e l'esercizio sulle lingue classiche permette a Quasimodo di conciliare le esigenze della nuova poetica con il costante impegno di chiarezza. La terza tappa si può considerare quella che scaturisce dalla dolorosa esperienza della guerra. In quello sconquasso la poesia non può rimanere nel suo idilliaco isolamento, ma deve farsi interprete dell'uomo, acquistare concretezza e coscienza.
Quasimodo si impegna in una poesia "nuova" che manifesta l'aberrazione per la guerra e l'ansia di "rifare" l'uomo, ridandogli le sue illusioni e la fiducia nel futuro.

Purtroppo, in questa ultima fase, la poesia di Quasimodo, nell'impegno di diventare incisiva, decade spesso in una certa magniloquenza declamatoria.

Quasimodo figura tra i maggiori interpreti della condizione dell'uomo moderno. Egli svolse una funzione significativa nella letteratura del Novecento, come dimostrano i numerosi riconoscimenti a lui tributati dalla cultura internazionale, che culminarono nel 1959 con l'assegnazione del premio Nobel per la letteratura. Nella sua opera letteraria egli rivelò il suo carattere pensoso e profondamente umano e nello stesso tempo giunse, attraverso un itinerario ricco di svolte e di approfondimenti, a soluzioni originali e ricche sul piano intellettuale ed artistico. Nelle prime raccolte Acque e terre (1930) e Ed è subito sera (1942) Quasimodo sviluppò i temi connessi con la solitudine, con lo sradicamento dell'uomo, che egli individuava anche nella sua personale condizione di esule profondamente legato al mondo della sua infanzia, ossia ad una dimensione di bontà e di sanità non più raggiungibile.

Egli aderì all'Ermetismo spontaneamente, per la sua naturale esigenza di concretezza e perchè vide nella nuova poesia un sussidio contro il Romanticismo, il sentimentalismo, l'autobiografismo e qualcosa di utile per il raggiungimento di una più acuta visione delle cose; il suo ermetismo risultò in ogni caso originale, poiché egli aderì ad un linguaggio scarno ma non privo di sfumature musicali e caratterizzato da un velo di tristezza. Il paesaggio della Sicilia è quindi al centro della sua ispirazione nella prima parte della sua produzione letteraria ma non viene meno nei successivi momenti della sua storia spirituale. La sua stessa adesione alla sensibilità greca, che egli sentì come viva e importante, si collega in parte al legame affettivo che lo univa al mondo siciliano, che egli considerò particolarmente vicino a quello ellenico. Di tale adesione è frutto un libro di traduzioni di lirici greci (1940), importante come autentica opera di poesia, oltre che per l'aspetto culturale.

Alla traduzione dei poeti greci tenne dietro in particolare l'arricchimento del linguaggio poetico ed un approfondimento sul piano della concezione e della ispirazione. Di tali cambiamenti abbiamo validi esempi soprattutto nelle raccolte successive alla Seconda Guerra Mondiale. Le tragiche esperienze del conflitto indussero in particolare il poeta ad allontanarsi dagli aspetti più rigidi dell'Ermetismo, ad abbandonare le meditazioni solitarie e ad avvicinarsi a tutti gli uomini, nel tentativo di aiutarli nella ricostruzione degli antichi valori. Ciò notiamo soprattutto in Giorno dopo giorno (1949) e nella raccolta successiva La vita non è un sogno (1949) e in genere in quella parte della sua produzione che è la più apprezzata dai critici e la più ricca di valori e di significati. Tra gli elementi più importanti di questo periodo appaiono il rinnovamento del linguaggio ed un arricchimento dei temi, nell'ambito dei quali trovano posto importanti istanze sociali. È significativa inoltre la volontà dell'autore di agire per la trasformazione della realtà e per la realizzazione di un mondo migliore.

Per la presenza di questo ideale, che in realtà illumina in vario modo tutta la produzione dell'autore e per la costante partecipazione al rinnovamento della letteratura, il messaggio di Quasimodo si riassume pertanto in una nota di notevole impegno.

QUASIMODO : UOMO DEL MIO TEMPO

Versi endecasillabi sciolti

Secoli e millenni di civiltà e di progresso non sono riusciti a mutare l'uomo e i suoi istinti brutali; egli è ancora simile all'uomo delle caverne: la stessa violenza insana ed omicida guida le sue azioni; ha solo inventato più efficaci e più rapidi strumenti di rovina e di morte. Il poeta, con un linguaggio accalorato e vibrante di immagini crude e realistiche, condanna duramente chi persiste ancora nella follia che ha disseminato la storia del mondo di guerra e di stragi; ma l'accorato invito ai giovani a dimenticare gli orrori dei loro padri per costruire un mondo nuovo su basi d'amore, è indice della sua fede nel futuro e in uomini migliori.

L'uomo di oggi , dice l'autore, si è rivelato sempre il primitivo selvaggio e in tempi ipocritamente civili uccide uccide dalla carlinga in volo, dal carro armato, formando un corpo solo con le macchine da guerra, uccide con la stessa aggressiva ferocia con cui i progenitori uccidevano nelle età remote per liberarsi dagli animali , scagliatisi contro a divorarli.

Questo sangue di oggi è lo stesso sangue che spinse Caino omicida contro il fratello.

Oh, desistete da tanta crudeltà, non seminate pù il male, figli , - è l'appassionata invocazione che l'autore rivolge agli uomini chiamandoli col dolce nome di figli ; e amatevi , in nome di quella legge universale d'amore che Cristo ha dettato alle genti.

 

COMMENTO DELLA POESIA “ED E’ SUBITO SERA”

 di

SALVATORE QUASIMODO

 

 

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera

 

 

La lirica originariamente costituiva la strofa finale di un testo più ampio dal titolo “Solitudini”, poi ridotto a questi tre versi, risultato della ricerca ermetica del poeta.

La lirica è una riflessione fulminea sulla condizione esistenziale dell’uomo. La solitudine, la pena del vivere, la brevità dell’esistenza sono i temi espressi in tre versi incisivi, secondo un modello di essenzialità e di ambiguità semantica, tipici della corrente ermetica.

I nuclei tematici sono: solitudine, pena del vivere, morte.

Solitudine = nel primo verso acquista un particolare rilievo il sintagma “nel cuor della terra”, che contrappone alla grandezza della terra la limitatezza e lo smarrimento di uomo che, pur vivendo al centro delle cose, si sente tragicamente solo, incapace di comunicare con i suoi simili.

Pena del vivere = nel secondo verso l’immagine del cuore di ogni individuo “trafitto da un raggio di sole” evoca analogicamente la dimensione della vita umana oscillante tra l’attesa della felicità (il raggio di sole) e il sentimento del dolore (trafitto): il raggio di sole non illumina l’uomo ma lo trafigge, poiché la speranza di appagamento lascia presto il posto alla delusione.

Morte = la brevità del terzo verso, rispetto ai due precedenti, accentua la drammaticità della conclusione: le illusioni crollano in fretta al sopraggiungere  della sera, metafora della morte.

Il tempo e lo spazio = allo spazio cosmico, rappresentato dal sole e dalla terra, corrisponde la contrazione del tempo, ridotto a quel subito, a un attimo che spegne la vita dell’uomo.

Lo stile = la forma metrica è di versi liberi di varia misura, un dodecasillabo, un novenario, un settenario. Le due frasi coordinate presentano un lessico semplice e ridotto all’essenziale, ma ricchissimo di allusioni.

Il senso complessivo si ricava da alcune parole chiave, che alludono alle caratteristiche della vita: solo (solitudine), raggio di sole (speranza di felicità), subito sera (precarietà della vita).

I tre versi sono legati dalla consonanza solo-sole, l’assonanza terra-sera e dall’allitterazione, che accentua l’intensità ritmica (sta, solo, sul, sole, subito, sera).

Quasimodo dice che la nostra esistenza è dolorosa e breve.Egli evidenzia l’ineluttabilità di un destino al quale nessun uomo può sfuggire e con il quale ciascuno deve fare i propri conti personalmente.Ogni individuo trascorre la propria vita ripiegato su se stesso in attesa di un destino che sostanzialmente sfugge al suo controllo.Nemmeno il progresso tecnologico, che in sostanza dovrebbe favorire la comunicazione e dargli più tempo per il divertimento,riesce a smorzare la solitudine  e la frustrazione provocata da conflitti interiori.Dopo secoli di civiltà l’uomo è sempre lo stesso, non è mutato e conserva sempre la sua aggressività.

 

 

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