LA LETTERATURA DEL SEICENTO


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LA LETTERATURA DEL SEICENTO

TRAIANO BOCCALINI.

- Nacque a Loreto nel 1556. Visse molto a Roma" ove sposò una Ghislieri (parente di Pio V) e occupò varie cariche "Governatore di Benevento, Giudice del governatore in Campidoglio, ecc.). Caduto in sospetto dei Papi e della Spagna per i suoi sentimenti ribelli e novatori, si rifugiò a Venezia, dove strinse amicizia con Paolo Sarpi, e dove morì di rapida morte (forse di veleno spagnolo) nel 1613. Il Boccalini nutrì sentimenti antispagnoli, ed è anzi l'antesignano di quella letteratura antispagnola, che dopo la sua morte, ai tempi delle guerre di Carlo Emanuele I, si diffuse per le terre d'Italia sotto forma di opuscolo: taluno gli attribuì anche la paternità delle due famose Filippiche contro gli Spagnoli, ormai dai più assegnate al Tassoni.

Opere. - Ragguagli di Parnaso (1612-13), in numero di 200, nuovo genere di satira allegorica, ideato dal Boccalini per poter manifestare liberamente i suoi giudizi intorno alla vita del suo tempo. Il Boccalini si finse gazzettiere o "menante" di un ipotetico regno di Parnaso, governato da Apollo: vi si agitano questioni risolte da Apollo e dai suoi ministri; vi si riflette, per via di mille briose fantasie, tutto il mondo d'allora, comprese le Indie e l'America (cfr. Divina Commedia per l'epoca di Dante, Decamerone per quella del Boccaccio, ecc.). Nella critica letteraria il Boccalini combatte Aristotele, difende il Tasso dalle accuse del Castelvetro, condanna la prolissità del Guicciardini, ecc., tendendo a una certa libertà dalle regole; in religione combatte i Gesuiti, pur protestando di essere un fedele cattolico; in politica, soprattutto, combatte gli Spagnoli stranieri e i principi tiranni (Tacito è incarcerato per aver fabbricato degli occhiali che, "posti al naso delle persone semplici ", facevano vedere gli intimi e più' reconditi pensieri altrui, cosa dannosissima ai principi, ma Apollo lo libera; Machiavelli è condannato al rogo perché cercava accomodare in bocca alle pecore denti posticci di cane, ecc.), mentre proclama Carlo Emanuele I " primo guerriero italiano s. La critica del Boccalini è tuttavia soltanto negativa e dissolvente, mancando dell'idea di una diversa vita civile, fortemente sperata e pensata .

Pietra del paragone politico, altri 31 ragguagli, di carattere quasi esclusivamente politico, che continuano in tono più vigoroso la satira antispagnola dei precedenti.

Commentari a Tacito, l'opera maggiore nelle intenzioni del Boccalini, pubblicati postumi a Venezia. Il Boccalini, lasciata l'allegoria dei ragguagli, prende pretesto da alcuni passi dello storico latino, allora inteso come legislatore della " ragion di Stato ", per sostenere apertamente le sue idee antispagnole ed esortare gli Italiani a liberarsi dalla soggezione straniera.

GABRIELLO CHIABRERA.

- Nacque a Savona nel 1552. Passò la giovinezza a Roma, ove frequentò le scuole dei Gesuiti; ma, in seguito ad una briga con un gentiluomo romano, dovette abbandonare questa città e ritirarsi a Savona, ove si diede tutto agli ozi tranquilli dell'arte. Fu protetto da vari Principi (tra i quali Carlo Emanuele I" e da Papi per le lusinghe del suo canto. Morì vecchissimo nel 1638. Notevole in lui l'amore di novità: soleva dire di voler - come il conterraneo Cristoforo Colombo - " trovar nuovo mondo o affogare", per cui nonostante viva a cavaliere del nuovo secolo, viene annoverato tra i seicentisti.

Opere. - Canzoniere, in cui possiamo distinguere due maniere:
a) lirica grave, pindareggiante. Il Chiabrera, sull'esempio. del cinquecentista francese Pietro Ronsard, e dei cinquecentisti italiani Trissino, Alamanni, Minturno, si diede ad imitare il grande lirico tebano (peraltro non conosciuto nell'originale greco), sia sotto la forma della canzone (che sostituisce alla stanza petrarchesca una stanza breve ed indivisa), sia sotto la forma dell'ode (che mantiene talora la divisione pindarica in strofe, antìstrofe ed epòdo). Tentò pure di importare le norme oraziane della alcaica e della asclepiadea, precorrendo gli esperimenti del Carducci. Tale lirica, scritta 'in genere per soddisfare l'ambizione dei suoi nobili protettori, è povera di valore artistico, perché manca del sentimento dell'eroico e del grandioso. Es. Canzoni (14) per le vittorie delle galee toscane sui Turchi; Canzoni panegiriche per Carlo Emanuele, per Urbano VJII, per Cintio Venanzio da Cagli vincitore nei giuochi del pallone, ecc.

b) lirica leggera, anacreontica (canzonette). Il Chiabrera predilige agili congegni metrici (soprattutto i metri brevi, dal quinario al novenario), mutuandoli in parte dal Ronsard, e in parte ideandoli egli stesso, per cui merita a ragione il titolo di creatore della melica italiana. E' in questo genere ai lirica frivolo e leggero che egli assurge a grande valore artistico, per freschezza, brio e spontaneità dei soggetti cantati (amori e lodi della bellezza, scenette campestri, doni giocondi di Bacco, caducità delle cose terrene, ecc.). Es. " Belle rose porporine ", " Damigella tutta bella".

Sermoni, o satire alla maniera oraziana, in endecasillabi sciolti, che in tono bonario e garbato perseguono certi costumi della vita del tempo (cfr. poi Gozzi e Parini)

ALESSANDRO TASSONI.

- Nacque a Modena nel 1565 da nobile famiglia, ma, rimasto orfano fin da fanciullo, fu in lotta continua con i parenti. Costretto dall'avversa fortuna" visse suo malgrado al servizio di principi, specialmente:
a) Roma, dapprima come segretario del cardinale Ascanio Colonna, che Io condusse con sè in Ispagna, ove il Tassoni potè vedere cos'era la Spagna di Filippo III, traendone spirito di aborrimento verso quel governo; poi come segretario del cardinale Maurizio di Savoia.

b) Torino, presso la corte di Carlo Emanuele I, sempre come segretario del cardinale Maurizio di Savoia. Fu da questi licenziato per avere il poeta formato un oroscopo, da cui si desumeva che il cardinale era un grande ipocrita.

c) Roma, ove il Tassoni si ritirò in una sua villetta, in Trastevere: vi si fece dipingere con una buccia di fico in mano e con la scritta " Aula dedit ", per mostrare quanto vantaggio aveva ricavato dal suo servizio nelle corti.

d) Modena, a servizio del suo duca, ove morì nel 1635. Mostrò la sua bizzarria anche nel testamento: perché lasciò, fra l'altro, la somma di dieci scudi alla chiesa ove sarebbe stato seppellito, " senza obbligo alcuno ", ma solo 4" per non la poter portare con esso meco ". Il Tassoni nutrì, come il Boccalini, sentimenti antispagnoli: salutò con gioia l'appello di Carlo Emanuele I si principi italiani, perché si sollevassero contro il giogo spagnolo; e a lui, come s'è detto, sono dai più attribuite le famose due Filippiche contro gli Spagnoli (1614), benché egli abbia prudentemente giurato di non esserne autore.

Opere. - Considerazioni sopra le rime del Petrarca, in cui il Tassoni combatte i servili imitatori del Petrarca (tanto diffusi nella letteratura del tempo), non sen7a qualche acre appunto contro il Petrarca medesimo. L'opera fece scatenare una lunga e violenta polemica tra il Tassoni e alcuni fanatici petrarchisti, tra i quali Giuseppe Aromatari (cui il Tassoni rispose con una Tenda rossa, a ricordo della tenda di Tamerlano, eretta a sterminio dei suoi nemici) e Maiolino Bisaccioni (che il Tassoni riuscì a far mettere in prigione), segretario del conte Brusantini, ferrarese.

Pensieri diversi, in 10 libri, farraginosa e bizzarra raccolta di disquisizioni disparate, in cui fra l'altro il Tassoni combatte Aristotele ed Omero, ma si compiace di porsi problemi di una minuzia sciocca (Perché non nascono peli verdi, Perché le donne nascono senza barba, ecc.). Particolarmente importante il decimo libro, in cui è posto per la prima volta il problema, poi dibattutissimo in Francia sulla fine del secolo, della superiorità o inferiorità dei moderni rispetto agli antichi: il Tassoni si dichiara pei moderni.

Le Secchia rapita (1622), poema in 12 canti e in ottave. La trama deriva dalla fusione di due guerre:
a) la guerra tra Modenesi (coi quali sta Federico imperatore) e Bolognesi, che si conclude con la battaglia della Fossalta, in cui rimase prigioniero re Enzo (1249).

b) la guerra tra Modenesi. e Bolognesi, durante la quale i Modenesi batterono i Bolognesi a Zappolino, togliendo loro, come trofeo di guerra, la secchia di un pozzo (1321). Non sono storici molti degli eventi narrati, a cui partecipano personaggi immaginari e gli dèi dell'Olimpo omerico.

I fini del poema sono molteplici.

a) fine polemico, contro il conte Alessandro Brusantinl, che secondo il Tassoni - aveva spinto il Bisaccioni a intervenire nella polemica petrarchesca.
b) fine politico, contro lo spirito prettamente municipale delle città italiane del tempo, e un poco contro l'Italia e il Papato stesso spagnoleggianti.
c) fine letterario e parodistico, contro la voga dei poemi epici, che, dietro l'esempio della Gerusalemme, infestavano la letteratura del tempo.

Il poema fu detto eroicomico, e il Tassoni considerato il creatore del genere "cfr. però già lo Scherno degli Dei del Bracciolini, pubblicato nel 1618). Infatti il poema si attiene fedelmente alle regole aristoteliche sul poema eroico (azione unica, soggetto storico, ecc.), ma il contenuto ne è comico, scherzoso, talora sarcastico; come a proposito del Conte di Culagna (che non è che il conte Alessandro Brusantini), carattere misto di sciocchezza, di viltà e di spavalderia, che, per quanto si vanti nipote di Don Chisciotte, non ha nulla a che vedere col pazzo, ma nobile rappresentante della cavalleria medievale. Il comico tassoniano è tuttavia un comico vuoto e negativo, puro scherzo, che giovò a dare il colpo di grazia al poema epico, d'allora non più tollerato, ma non a fondare una letteratura più umana e più vera.

L'Oceano, poema epico sulla scoperta dell'America che non va oltre il primo canto. Esso denota nel Tassoni, pur in mezzo allo spassoso e sarcastico umorismo della Secchia, un sincero rimpianto per l'energica e operosa grandezza dell'antica stirpe nostra.

GALILEO GALILEI

Il padre della scienza moderna e il maggior prosatore del Seicento. Nacque a Pisa da Vincenzo Galilei, geniale musicista fiorentino della Camerata de' Bardi, e da Giulia Ammannati, nel febbraio 1564 (cioè nell'anno stesso e nell9 stesso mese in cui mori Michelangelo). I principali luoghi della sua vita furono:

a) Pisa, ove il padre l'avviò agli studi di medicina presso quello Studio; ma la medicina era allora ciarlataneria ed empirismo, ed il giovane Galileo preferì darsi agli studi della matematica, che appariva a lui come la 'scienza assoluta, l'alfabeto in cui si rivelano le leggi della natura. A Pisa Galileo scoprì la legge dell'isocronismo del pendolo (lampada del Duomo di Pisa), la bilancia idrostatica per determinare il peso specifico dei corpi (scrisse allora il trattato della " Bilancetta "), ecc. A 25 anni insegnò matematica nello Studio" propugnando il metodo sperimentale, con cui riuscì a determinare la legge della caduta dei gravi (scrisse allora l'opuscolo latino " Del moto accelerato "); ma ciò gli procurò tali ostilità da parte dei colleghi aristotelici da indurlo ad accettare l'offerta, che gli venne fatta dalla Repubblica veneta, di una cattedra nello Studio di Padova.

b) Padova (1592", ove rimase per 18 anni, tra i più' sereni e operosi della sua vita" perché tradizionale era nella Repubblica veneta il rispetto della libertà di pensiero. A Padova Galileo scoprì il termoscopio (specie di termometro), il compasso geometrico, e perfezionò il telescopio" sfruttando l'esperimento di un artefice olandese. Con esso diede - per così dire - la scalata al cielo: scoprì quattro satelliti di Giove "i pianeti medicei "), l'anello di Saturno, le fasi di Venere, le macchie solari, ecc.; e, per comunicare al mondo le sue scoperte, pubblicò il Nuncius sidereus.

c) Firenze (1610), ove si recò dietro invito del granduca Cosimo II, il quale lo nominò primario matematico, senza insegnamento, nello Studio di Pisa, e proprio " filosofo ". L'anno seguente fu accolto onorevolmente in Roma anche da Paolo V, ed iscritto alla gloriosa Accademia dei Lincei (i lungiveggenti, come linci), fondata da poco dal principe Federico Cesi. Senonché intorno a questo periodo prende inizio l'ostilità del S. Ufficio, specie dopo che Galileo ebbe a sostenere la teoria di Copernico in una lettera indirizzata al Padre Benedetto Castelli (1613) e in un'altra alla granduchessa madre Cristina di Lorena (1615", ove veniva posta la distinzione tra mondo della teologia e mondo della scienza. Galileo è chiamato una prima volta a Roma (1616), ove il S. Ufficio, per bocca del cardinale Bellarmino, lo ammonì a non parlare più della dottrina copernicana, che, in un'epoca di riforme religiose, toccava delicate questioni bibliche e teologiche. Ma in seguito ad una disputa sull'origine delle comete sostenuta col gesuita Orazio Grassi, autore di una " Libra astronomica", Galileo pubblicò il Saggiatore (1623) e il Dialogo sopra i due massimi sistemi (1632), nel cui protagonista Simplicio, sciocco sostenitore del principio tolemaico" si volle vedere Urbano VIII. Galileo, ormai vecchio" è allora chiamato una seconda volta a Roma, perché trasgressore del monito precedente (1632): si istruisce contro di lui un regolare processo, di cui 51 conservano i verbali "leggenda è la tortura e il famoso s Eppur si muove "), lo si induce a solenne abiura e lo sì condanna a prigionia, commutata in confino dapprima a Villa Medici presso l'ambasciatore di Firenze a Roma, poi presso l'arcivescovo di Siena, e infine in una villa di sua proprietà ad Arcetri, presso Firenze. Qui visse tra grandi amarezze (cecità, morte dell'angelica figlia Suor Maria Celeste, ecc.), ma circondato dalla venerazione dei discepoli Evangelista Torricelli "inventore del barometro), Vincenzo Viviani (fondatore nel 1657 dell'Accademia del Cimento" la prima accademia scientifica in Europa), ecc. Morì in Arcetri nel 1642 (cioè nell'anno stesso in cui nasceva il Newton); e fu sepolto dapprima in un oscuro angolo di S. Croce (perché morto durante la pena inflittagli dall'Inquisizione), ma nel secolo seguente fu trasportato degnamente nel luogo in cui ora si trova.

Opere. - Nuncius sidereus (1610)" opuscolo in cui l'autore rende note le sue scoperte astronomiche (satelliti di Giove, ecc.).

Saggiatore (1623), cosiddetto dalla bilancetta con cui l'orefice saggia l'oro. Confuta le opinioni del padre gesuita Orazio Grassi', sulla base del metodo sperimentale e del principio copernicano.

Dialogo sopra i due massimi sistemi (tolemaico e copernicano), diviso in quattro giornate (1632). I protagonisti sono il veneziano Gian Francesco Sagredo, che già aveva sconsigliato l'autore ad abbandonare Padova; il fiorentino Filippo Salviati; che l'aveva ospitato nella sua villa delle Selve, entrambi sostenitori del sistema copernicano; e l'aristotelico Simplicio (Simplicio fu un antico espositore di Aristotele, ma qui il nome non è forse senza un significato ironico", sostenitore deI sistema tolemaico. Il dialogo avviene a Venezia, nel palazzo Sagredo sul CanaI Grande. Nella prima giornata sì parla della conformità fra la terra e la luna; nelle altre tre si discute più particolarmente intorno al sistema tolemaico e copernicano.

Dialoghi delle nuove scienze "1636), composti nel confino di Arcetri. Sono anch 'essi distribuiti in quattro giornate, con gli stessi interlocutori del Dialogo sopra i due massimi sistemi. Vi sono poste le fondamenta della fisica moderna.

Lettere, assai numerose.

Galileo è il maggior prosatore del Seicento, e con Leonardo il creatore della prosa scientifica moderna: piena corrispondenza tra pensiero e forma, senza vani lenocini retorici. " Uno stile tutto cose e tutto pensiero... di un perfetto buon gusto" (De Sanctis) .

PAOLO SARPI.

- Nacque a Venezia nel 1552 e fu detto " il più grande dei Veneziani". Fu Irate servita, e col suo acuto ingegno fece una rapida carriera ecclesiastica: teologo del duca di Mantova, collaboratore di S. Carlo Borromeo nella riforma della diocesi di Milano, provinciale del suo Ordine per il Veneto, ecc. Fu anche uno scienziato di geniali intuiti, seguace di Galileo: si vuole che egli sia stato Il primo a scoprire la legge della circolazione del 'sangue. Ma il Sarpi è soprattutto noto per la parte da lui avuta rei conflitto tra Paolo V e Venezia (1607), quando il Papa lanciò l'interdetto sulla Repubblica, perché questa voleva giudicare due ecclesiastici rei di delitti comuni. Il Sarpi, nominato s teologo e canonista " della Repubblica, fu l'ardente difensore dei diritti di quest'ultima contro le richieste della Chiesa; e, per quanto venisse scomunicato e i suoi scritti messi all'Indice, continuò nella lotta, finché per l'intervento di Enrico IV di Francia (che prese in consegna i due ecclesiastici) non fu raggiunto un accordo. Ma da allora 1.1 Papato non rinnovò più l'interdetto contro uno Stato. Nel 1607 fu assalito e pugnalato per la strada da alcuni sicari, e, quando gli estrassero il pugnale, si vuole esclamasse ironicamente: " Agnosco stylum romanze Curiae s. Morì nel 1623, e le ultime sue parole furono rivolte a Venezia: " Esto perpetua! ". Il Sarpi, per le sue idee politiche (Stato autonomo e laico) richiama perciò il Machiavelli.

Opere. - i. Storia del Concilio Tridentino, in 8 libri (da leone X al 1564). Fu pubblicato nel 1619 in Londra sotto l'anagramma di Pietro Soave Polano (-- Paolo Sarpi veneto), da un arcivescovo apostata (Marcantonio De Dominìs), senza permesso del Sarpi: ed ebbe molte ristampe, specie in paesi 'stranieri. Il Sarpi accusa la Chiesa di aver consacrato l'assolutismo papale e di essersi lasciata trascinare da fini. temporalisti (dr. Gesuiti e loro ingerenza nelle corti) nella sua opera di Controriforma. Egli vagheggia invece un ritorno della Chiesa alla primitiva purezza, senza intaccare i dogmi: riforma disciplinare, non dogmatica, per cui non si può considerare - come vorrebbero taluni - un protestante. Egli è tuttavia parzialissimo, perché si lascia trascinare dalla passione; e non è privo di errori di fatto, perché gli mancava la conoscenza di troppi documenti per poter narrare con sicurezza.

Lettere, acute e precise, tutte piene di cose e di eventi, dirette a dotti italiani e stranieri, a cattolici e a protestanti. Il Sarpi è uno dei migliori prosatori del Seicento: egli possiede una piena corrispondenza tra pensiero e forma, senza i vani lenocini formali della retorica contemporanea. 2. Confutatore del Sarpi, per mandato della Curia, fu il dotto gesuita Sforza Pallavicino, che scrisse un'Istoria del Concilio di Trento (1656". Egli potè giovarsi dei documenti ufficiali, che gli permisero di correggere in più' luoghi gli errori del Sarpi, e di dare una storia del Concilio abbastanza imparziale. Lo stile è tuttavia inferiore a quello del Sarpi: la forma domina sul contenuto, con tutti i lenocini della retorica contemporanea.

FULVIO TESTI

Il miglior poeta classicista del Seicento. Nacque a Ferrara nel 1593, e, uomo irrequieto ed ambizioso, entrò ben presto al servizio degli Estensi, da cui ebbe onori ed amarezze. Nel 1617, avendo pubblicato a Modena alcune liriche inneggianti alla politica italiana di Carlo Emanuele I, duca di Savoia, fieramente avverso alla Spagna, fu condannato all'esilio dal timido duca estense, che temeva le ire spagnole. Riammesso a corte dopo un'aperta ritrattazione, fece una rapida carriera politica, fino a diventare segretario di Stato (nella qual condizione si adoperò a vincere l'opposizione del Papa per la costruzione della fortezza di Modena) e ambasciatore straordinario alla corte di Madrid. Nel 1639 ottenne, dietro sua richiesta, il governo della Garfagnana, tenuto più di un secolo prima dall'Ariosto, ma dopo tre anni, annoiato dell'ufficio, si fece richiamare e si recò in missione a Roma. Nel 1646, avendo cercato segretamente di passare ai servizi della Francia, fu d'improvviso arrestato e rinchiuso della fortezza di Modena, ove in queI medesimo anno moti, sembra di morte naturale.

Opere. - Liriche, in cui il Testi, sulle orme del Chiabrera, si propose dapprima di imitare Pindaro; ma Poi, parendogli " che lo stare intieramente sulla maniera greca potesse partorire oscurità, e sapendo dall'altra parte che Orazio era stato grandissimo emulatore di Pindaro s, prese per guida il poeta venosino. Le sue canzoni infatti, composte di soli endecasillabi o di endecasillabi e settenari, sono più vicine all'ode oraziana che alla pindarica; l'uso della mitologia è più sobrio che nel pindareggiante Chiabrera; e gli argomenti presi a trattare sono prevalentemente gnomici e morali, alla maniera oraziana (sfiducia nelle umane sorti, desiderio di pace e di riposo, impressioni di campagna e di vita solitaria, ecc.). Es. Canzone al conte G. B. Ronchi, sulla corruzione dei costumi, che ad alcuni parve prevenire nelle immagini e nel tono, la canzone leopardiana all'Italia; Canzone a Raimondo Montecuccoli, in biasimo dei grandi superbi; Serenata all'uscio di Cinzia, lirica amorosa con belle immagini notturne, Notevoli pure le liriche patriottiche, ad incitamento ed onore di Carlo Emanuele I di Savoia, come ad es. il famoso Pianto d'Italia (ottave), in cui l'Italia, in aspetto di matrona squallida e piangente, appare in sogno al poeta, invocando l'aiuto di Carlo Emanuele contro la monarchia spagnola; e Carlo, quel generoso invitto core "quartine), che si può considerare la più calda lirica scritta per Carlo Emanuele contro gli Spagnoli. Il Testi riesce superiore al Chiabrera per la schiettezza del sentimento, l'efficacia dell'espressione, l'arguzia delle osservazioni, ecc. ; solo talora il ragionamento prevale sulle immagini, raffreddando il calore lirico.

FRANCESCO REDI.

- Nacque ad Arezzo nel 1626. Fu scienziato seguace di Galileo, nel campo della medicina e della storia naturale, e come tale protomedico dei Granduchi di Toscana e membro dell'Accademia del Cimento. Fu anche letterato, e come tale insegnò letteratura italiana nello Studio di Firenze e fu membro di varie Accademie (Crusca, Arcadia, ecc.): raccolse codici di rime italiane e straniere antiche, studiò i dialetti, compilò un dizionario aretino, scrisse rime petrarchesche, ecc. Morì nel 1698.

Opere. - Bacco in Toscana, ditirambo di un migliaio di versi, composto durante uno stravizio o allegra riunione, che si teneva una volta all'anno tra gli Accademici della Crusca (1666). In esso il Redi tesse l'elogio del vino in generale e dei vini toscani in particolare, descrivendo con realistica evidenza la crescente ebbrezza del dio Bacco, fino al più sfrenato parossismo (profluvio di parole" di suoni onomatopeici, ecc.). Il ditirambo era già stato introdotto nella letteratura italiana dal Chiabrera; ma spetta al Redi averlo condotto alla perfezione. Si aggiunga la varietà dei metri, che ben rendono l'allegro entusiasmo bacchico di chi volge all'ubriacatura; il brio inesauribile; e specialmente la spontaneità dell'eloquio.

Arianna inferma, altro ditirambo, meno noto, in onore dell'acqua.

Lettere, molto interessanti per i geniali esperimenti e per la sicura esposizione, come ad es. la Lettera a Carlo Dati intorno alla generazione degli insetti, in cui si combatte la teoria della generazione spontanea e si sostiene quella della biogenesi.

Consulti medici, spesso arguti e smaliziati, ispirati generalmente al principio di lasciar operare la natura.

DANIELLO BARTOLI.

- Nacque a Ferrara nel 1608. Entrò giovane nella Compagnia di Gesù', desideroso di dedicarsi alle missioni dell 'India; ma i padri, scoprendo in lui un 'magnifico talento letterario, lo chiamarono a Roma perchè scrivesse la storia della Compagnia di Gesù" che contava ormai un secolo di vita e di successi. Morì nel 1685.

Opere. - 1. Storia della Compagnia di Ge8ù, costituita dalla Vita di S. Ignazio, dall'Asia (cioè la storia della conquista al cattolicesimo delle Indie, del Giappone, della Cina), dall 'Inghilterra e dall 'Italia. Scarsa in genere l'attendibilità storica, perchè il Bartoli considera il soggetto come un semplice pretesto per sfoggiare un grande virtuosismo di stile e di lingua. Es. Passo sulle vedove indiane che si gettano sul rogo, ecc. Fu perciò giudicato dal De Sanctis come " il Marino della prosa "; ma il Giordani, il Leopardi e persino al Carducci (che non avevano alcuna simpatia pei Gesuiti) lo giudicarono un prosatore impareggiabile.

2. Il Bartoli si occupò pure di molte altre cose, come di questioni linguistiche (Il torto e Il dIritto del Non si può ", contro i Cruscanti troppo rigidi"; artistiche (L'uomo di lettere difeso ed emendato, col famoso passo sulle " fontane "); scientifiche (Le ricreazioni del Savio, col famoso passo sulle " chiocciole "); ascetiche e morali (La povertà contenta, ecc.).

PAOLO SEGNERI

Il più grande oratore sacro del Seicento. Nacque a Nettuno (Roma) nel 1624. Entrò anch'egli nella Compagnia di Gesù, dandosi con entusiasmo di apostolo alla predicazione" tanto da essere soprannominato dal popolo " Padre santo ". Visse a lungo a Firenze come confessore del granduca Cosimo III, e a Roma come predicatore della Curia. Morì nel 1694.

Opere. - Prediche (Il Quaresimale, I Panegirici, Le Prediche dette nel Palazzo apostolico), che, non diversamente dall'arte del '600, tendono a suscitare più il timore che l'amore, come ad es. nel famoso esordio della Predica delle Ceneri. Il Segneri si può considerare il riformatore dell'eloquenza sacra del Seicento, volta più a meravigliare che a persuadere i fedeli (artifici retorici, traslati, similitudini, ampollosità, erudizione, ecc.) le sue prediche hanno una severa orditura logica, una certa rude forza di sentimento, e una grande semplicità di espressione.

Il Cristiano istruito e La manna dell'anima, due trattati religiosi, dei quali il primo prelude, per il contenuto, alla Morale cattolica del Manzoni.

FEDERICO DELLA VALLE

Il più grande poeta tragico del Seicento. Nacque, nel territorio astigiano, intorno al 1560. Visse a lungo a Torino, impegnato in modeste occupazioni presso la corte di Carlo Emanuele I di Savoia. Nel 1587 sappiamo che era "furier Mayor de la cavalleria " di S. A. l'infanta Caterina, figlia di Filippo Il e sposa a Carlo Emanuele I. Ma, nonostante gli obblighi di un servizio probabilmente fastidioso, il periodo torinese è quello della più intensa operosità letteraria: al 1591 risale la prima redazione della Reina di Scozia (col titolo di Maria la Reina), dedicata alla marchesa Vittoria Solara; nel 1595 il Della Valle procede alla seconda stesura (manoscritto di Napoli) della Reina di Scozia, e fa rappresentare l'Adelonda di Frigia; nello stesso periodo (1590-1600) vengono composte la Judit e l'Ester. Passò, nel 1608, a Milano, presso il governatore spagnolo, ed ivi morì nel 1628. Nel 1627 aveva pubblicato la Judit e l'Ester, e l'anno stesso della sua morte vide la luce, presso gli editori Malatesta, la stesura definitiva della Reina di Scozia.

Opere. - 1. Adelonda dl Frigla, tragicommedia. Adelonda, rapita dalle Amazzoni e divenuta sacerdotessa, dovrebbe sacrificare a un dio crudele il suo sposo, principe Mirmirano. Ma il sentimento prevale, ed ella fugge con lui.

Tragedie. - Nella redazione finale non conservano la divisione in atti e scene, ma sono come una continuata effusione lirica in endecasillabi e settenari. Le tragedie del Della Valle sono tre:
ESTER, di argomento biblico. Rievoca la figura della mite e pietosa eroina ebrea, spesa di Assuero, che salva il proprio popolo dalla persecuzione di Aman. Lo stesso tema sarà poi svolto da Racine in Francia.
JUDIT, di argomento biblico. E' la rappresentazione della virile impresa di Giuditta, sullo sfondo monumentale del campo assiro. Campeggiano le figure della bella e decisa Giuditta, con la sua serva Abra, e del barbarico e primitivo Oloferne, nel fasto orientale della sua corte. La tragedia è notevole per le sue " pagine di forte magistero musicale a e la sua " austera vigoria " (Momigliano).
REINA DI SCOZIA, il capolavoro del Della Valle. Rievoca il supplizio e la morte di Maria Stuarda, che aveva suscitato grande impressione nei paesi cattolici. Tutta la tragedia è dominata da una forte ispirazione religiosa, che si proietta sulla figura della dolente e rassegnata regina, distrutta da vent'anni di prigionia. Negli accenti commossi delle fide ancelle che la circondano penetra la poesia dei ricordi e della speranza, ma la tragedia si chiude con un tono di intima rassegnazione. Le parole de! maggiordomo che ci descrive il " cadavere tremante" di Maria e " la dolcissima bocca... graziosa - anco nei moti de la morte orrenda " sono, nel loro realismo, di un'altezza veramente tragica, La poesia del Della Valle è stata rivalutata ai nostri tempi per opera del Croce, che ne ha messo in luce il carattere di serietà morale e l'intimità dell'ispirazione religiosa. Alcuni schemi delle tragedie si possono richiamare alla tradizione senechiana e c'è una tristezza solenne che ci fa pensare all'esempio del Tasso, ma in complesso l'opera del Della Valle resta singolare e un po' solitaria nel suo tempo.