Giambattista Marino


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Giambattista Marino

Giambattista Marino nacque a Napoli il 14 ottobre 1569. Costretto dal padre giurista agli studi di legge, nonostante la sua forte inclinazione per le lettere, fu spinto ad andarsene di casa per il suo comportamento provocatorio e insubordinato. Nel 1596, entrato in contatto con gli ambienti letterari della città, diventò segretario di Matteo di Capua, principe di Conca. Nel 1598 fu incarcerato per avere sedotto la figlia di un facoltoso mercante, morta di aborto. Fu incarcerato una seconda volta l'anno dopo per avere tentato di salvare dalla pena capitale un amico facendolo passare per chierico con bolle vescovili falsificate. Fuggito a Roma, entrò al servizio di Melchiorre Crescenzio, chierico di camera di papa Clemente VIII, partecipando alla vita letteraria della città. Dopo un soggiorno veneziano (tra il 1602 e il 1603), fu accolto nel 1604 al servizio del cardinale Pietro Aldobrandini, nipote di Clemente VIII, che seguì nel 1606 nella sede vescovile di Ravenna e nel 1608 a Torino. Qui, alla corte di Carlo Emanuele I di Savoia, ottenne i primi grandi riconoscimenti. Nel 1611 entrò in conflitto con il poeta Gaspare Murtola, che, invidioso dei suoi successi, arrivò a sparargli nella pubblica via. Marino rimase illeso, ma un giovane fu ferito al suo posto. Murtola dovette pagare con l'arresto e l'allontanamento dal Piemonte, ma lo stesso Marino, per ragioni non ben chiarite, riprovò l'onta del carcere, da cui uscì solo nel giugno del 1612.

Nel 1615 Maria de' Medici, la vedova di Enrico IV, lo invitò alla corte di Francia, dove, cullandosi tra gli onori e gli agi ricercati per tutta una vita, Marino riordinò e concluse la sua produzione poetica. Nel 1623, nostalgico, ammalato e stanco della vita di corte, tornò a Roma, dove fu accolto trionfalmente ed eletto Principe dell'Accademia degli Umoristi. Nel 1624 si trasferì a Napoli, dove morì il 25 marzo 1625. Marino fu poeta versatile e prolifico. Egli deve la sua fama soprattutto all'Adone finito di stampare a Parigi nel 1623. Le opere minori sono ordinate nelle seguenti raccolte: La lira; gli Epitalami (1616), componimenti per le nozze di illustri personaggi di corte; La Murtoleide, 81 sonetti contro Murtola (1619); La galeria (1619), descrizioni in versi di opere d'arte reali o immaginarie; La sampogna (1620), serie di idilli e di favole pastorali; La strage de gl'Innocenti (1632, postumo), poemetto in ottave sulla storia evangelica. Notevoli per valore documentario sono le Lettere, che costituiscono anche sul piano artistico un eccellente esempio di prosa secentesca.

La poesia di Marino è tutta impostata sul principio della "meraviglia", pur attuando una medietà stilistica che rifugge dai concettismi più arditi e dalle provocazioni più astruse che saranno invece proprie di certi suoi emulatori. Marino non è poeta del facile effetto, ma ingegnoso inventore di immagini preziose, abile falsario della tradizione, irriducibile paladino della ricerca fantastica. Le sue metafore mirano all'intelligenza del lettore, non alla sua impressionabilità, tanto che si riconoscono un disegno ordinato e un principio di freddezza razionale nel pullulare delle metafore e nella mutazione continua di lingua e registri. Nella poesia di Marino si compone un mondo umano e naturale di straordinaria ricchezza e varietà, mobile e sensuale, lontanissimo dalle rarefatte ed eteree atmosfere petrarchiste, senza tuttavia che la scrittura risulti concretamente realistica. L'impegno incessante del poeta nella ricerca delle variazioni letterarie non ha infatti altro fine che il piacere della bravura e dell'eleganza.

L'ADONE

L'Adone di Giovanni Battista Marino, pubblicato a Parigi e a Venezia nel 1623, è un vastissimo poema mitologico in ottave (composto da oltre 40000 versi, divisi in venti canti), a cui l'autore lavorò per anni e con l'ambiziosa intenzione di oscurare la fama di Tasso e Ariosto. Coerentemente con il rifiuto barocco della precettistica del Cinquecento, Marino si allontana dal modello del poema eroico sia per il tema (amoroso e mitologico, non storico e verosimile) sia per le scelte di struttura e di stile, vi è infatti una totale ignoranza del principio aristotelico dell'unità di azione. La vicenda centrale riguarda l'amore di Venere per Adone, il bellissimo principe nato dall'unione incestuosa di Mirra con il padre. Cupido, picchiato da Venere, per vendicarsi la colpisce con la sua freccia, facendola innamorare di Adone. La dea allora conduce il giovane nel suo palazzo dove lo inizia alla conoscenza sensitiva attraverso la sperimentazione dei piaceri dei cinque sensi, e alla conoscenza intellettiva attraverso un'esplorazione dell'universo sino al pianeta Venere.

A questo punto Venere e Adone si sposano, ma per l'arrivo di Marte, geloso di Venere, il giovane principe è costretto a fuggire; dopo una serie di avventurose peripezie Venere e Adone si ricongiungono, ma Adone muore per l'aggressione sessuale di un cinghiale innamoratosi di lui perché colpito da una freccia di Cupido. Venere trasforma il cuore di Adone in un anemone e fa celebrare fastosi giochi in suo onore.

Questa vicenda, è tuttavia solo un esile canovaccio su cui si innesta una mole impressionante di digressioni, descrizioni, racconti secondari che crescono gli uni sugli altri in base ad associazioni ardite e inattese, indifferenti alla logica e alla coerenza del convegno narrativo. Ciò che interessa Giovanni Battista Marino non è conquistare il lettore attraverso il ritmo della narrazione, ma sottoporlo ad un continuo bombardamento di meraviglie, ricamandogli sotto gli occhi un mondo seducente e lussuoso che si snoda di vicenda in vicenda senza bisogno di un centro e di un ordine logico. Per queste caratteristiche l'Adone, tipica espressione del gusto barocco, fu al centro di un violento sconto, nel quale le regioni estetiche, letterarie e morali dei sostenitori e dei detrattori del marinismo si mescolarono con le feroci rivalità che dividevano i letterati del Seicento.