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FILOSOFI :A CAMUS

FILOSOFI : ALBERT CAMUS

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ALBERT CAMUS

 

L’esistenzialismo di Albert Camus (1913-1960) è forse il più coerente fra i tanti apparsi fra le due guerre mondiali. Anche per Sartre esso era un motivo di malessere: si vive male senza un riferimento rassicurante. Ma poi Sartre risolveva il problema affrontando di petto la questione e imponendo una svolta al pessimismo tramite delle decisioni virili. Quasi fisiche. L’uomo di Sartre soffre, si lamenta, ma infine prende in mano il proprio destino, inventando una vita ordinata.

 

Il filosofo francese è assai risoluto e questa risolutezza fa la sua fortuna al di là delle idee che professa. Sartre vede in un muscolarismo di nuovo conio (il pseudo-comunismo di Stalin) la strada da percorrere per formare una nuova dignità esistenziale. Per Camus questa strada è invece una scorciatoia ingannevole.

 

Il nostro scrittore è animato da preoccupazioni ben più profonde di quelle sartriane. Il suo esistenzialismo è radicale, va subito alle domande essenziali e qui si ferma, annichilito dalla mancanza di risposte. Il suo anarchismo è in realtà un vero e proprio smarrimento, di cui egli è perfettamente consapevole. Dunque è costretto a viverlo tutto quanto. In pratica, lo subisce, reagendo con sorpresa e sgomento, ovvero affidandosi ad un processo involutivo nel quale la sua mente, la sua sensibilità, sono messe a dura prova, avvertendo, l’interessato, un pericolo di resa inevitabile al vivere senza prospettive qualificanti.

 

L’uomo può nulla. Può solo stare a guardare. Può al massimo sentirsi cadere la vita addosso. L’unica sua speranza sta nella solidarietà, sta cioè nel stringersi all’altro in una sorta di eroica resistenza al peggio. La condivisione del destino è una forma di consolazione eccellente. Gli uomini si comunicano fra loro le varie esperienze di vita a cuore aperto, trovando una confluenza nella medesima pena esistenziale. Questa confluenza scatena una difesa poderosa che consiste in una ribellione coraggiosa alla continua negazione, da parte del mondo esterno, del proprio essere. L’essere umano, a questo punto, diventa uno strumento di pressione nei confronti della realtà, reperendo la giustificazione del proprio esserci nella lotta per dimostrare la validità della propria presenza. E’ una valore che si basa sulla capacità di abbracciare il mondo e di consolarsi dell’abbraccio. C’è qualcosa di stoico, in tutto questo, ma è una stoicismo che non deriva dalla volontà di resistere alla banalità dell’insieme, bensì  deriva dall’accettazione irrazionale, spontanea, ma è una spontaneità sofferta, alla resistenza.

 

Camus non recita una parte, non vuole fare il martire. Il suo esistenzialismo è un dolore interno insanabile ed è angoscioso in maniera intollerabile. Però la vita va vissuta e qualcosa vuol dire questo vivere. La presunzione dello scrittore si trasforma in lamento dovuto ad impotenza e quindi a non conoscenza delle cose, di cui l’uomo finisce di essere in balia.

 

La tesi della resistenza ad ogni costo e ad oltranza è bene espressa nel saggio “Il mito di Sisifo”. Certo, si vorrebbe dallo scrittore un’alternativa al male di vivere. Si vorrebbe un’illuminazione. Ma Camus è gigantesco perché offre solo problemi, invitando, soprattutto indirettamente, a riflettere e a meravigliarsi, intanto agendo perché una qualcosa, anche se frutto di artifizi, di speranze svenate, rimanga a dimostrare che la pena abbia un senso. Se l’uomo riesce a stare sul punto, il senso, almeno quello dell’insistenza, avrà partita vinta.

 

Camus, va detto, non è affatto ottimista. Il suo libro più famoso, “La peste”, è una sequela di disgrazie che non possono essere fermate. Avvengono ad Orano, nell’Algeria in cui era nato da un modesto “pieds noir” (un francese della stessa Algeria, allora occupata).

 

Quando Parigi manda il vaccino per debellare la peste, sulle prime non funziona, poi funziona e la morbilità viene debellata. Camus fa passare questa guarigione come una specie di miracolo, e comunque come qualcosa di provvisorio: una vittoria di Pirro.

 

Presto verrà un’altra epidemia, l’uomo non può avere ragione della realtà. Lo scrittore adombra, in tutto questo, la lotta elementare per la vita e sottintende la sconfitta inevitabile rappresentata dalla morte. La vera ossessione camusiana consiste nell’incapacità di superare questo ostacolo enorme, la morte appunto, che di fatto appiattisce qualsiasi impresa umana. Che di fatto vanifica aspirazioni, speranze, convinzioni, iniziative. Tutto finisce in nulla. Camus ne è spaventato, non sa come trattare la questione, si arrende all’evidenza dei fatti. Ma prima vive con intensità sbalorditiva la propria angoscia. Nulla lo aiuta. La sua intelligenza e la sua sensibilità sono sovrastate dalla delusione dell’impotenza. Non resta che guardare in faccia tutto questo guaio. L’esistenza diventa una via crucis che Camus sopporta con abnegazione, alzando spesso le mani. La sua non è mai una posa. Camus abbandona anche questa tentazione. E’ solo come tutti noi, ma lo dice a chiare lettere. Esagera? Può l’uomo andare oltre se stesso in questo modo? Speriamo di no. E in fondo lo sperava anche lui.

 


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