STORIA :I MOTI DEL 21 E DEL 31

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I MOTI DEL 21 E DEL 31

 

Le forze reazionarie, riunitesi nel Congresso di Vienna del 1814-15, avevano avuto la meglio contro la pretesa napoleonica di esportare con la forza delle armi le idee della borghesia industriale francese. Tuttavia quelle idee, da tempo, stavano maturando negli stessi paesi governati da forze conservatrici e tardo-feudali, molte delle quali insistevano nel non voler limitare i poteri dei sovrani da alcuna Costituzione. Ora però dovevano dimostrare che il Congresso di Vienna non era stato una vittoria di Pirro.

Poiché la repressione era molto forte, le idee borghesi (illuministiche, liberali, costituzionali) potevano esprimersi solo nella clandestinità: di qui il proliferare delle società segrete, aventi svariati nomi. P.es. in Italia la rete cospirativa era composta dalla Carboneria, dai Sublimi Maestri Perfetti (una società guidata da Filippo Buonarroti, che aveva partecipato, nella Francia del 1796, alla sfortunata Congiura degli Eguali, in cui morì l'ideatore Babeuf, il primo a voler radicalizzare in senso socialista le idee dei giacobini); poi vi era la Federazione Italiana, guidata da Federico Confalonieri, che, insieme ad altri intellettuali (Giovanni Berchet, Silvio Pellico e altri) animava "Il Conciliatore", il più importante periodico del Romanticismo italiano, che, per quanto non trattasse temi direttamente politici ma letterari, economici e scientifici, riuscì a resistere alla censura austriaca solo dal settembre 1818 all'ottobre 1819. Esso rappresentava il punto di vista di un'opinione pubblica moderata, insofferente alla mancanza di autonomia amministrativa del Lombardo-Veneto, alla presenza di un esercito d'occupazione austriaco, all'imposizione di un sistema doganale che gravava di dazi i traffici del Lombardo-Veneto, all'iniquo sistema fiscale che favoriva solo lo Stato asburgico.

La Carboneria, nata nel sud del paese sin dall'epoca della dominazione francese, era un'organizzazione segreta e rigorosamente cospirativa. Negli anni della restaurazione essa aveva costituito delle sezioni non soltanto nel Regno Napoletano, ma anche nello Stato pontificio, in Piemonte e in Toscana, a Parma, Modena e nel Lombardo-Veneto. Gli appartenenti a questa organizzazione provenivano per lo più dalla borghesia, dalla nobiltà liberale e dagli intellettuali progressisti. Il lato debole dei Carbonari era la chiusura delle loro organizzazioni, l'assenza di legami solidi con le grandi masse popolari, l'ignoranza del problema della terra.

In Piemonte gli oppositori liberali a Vittorio Emanuele I avevano in mente la Costituzione spagnola di Cadice del 1812, che, a sua volta, s'ispirava a quella francese del 1791 e che rappresenterà un punto di riferimento fondamentale per il movimento costituzionale europeo dell'Ottocento. Essa infatti chiedeva che la sovranità fosse posta nella nazione e non nella persona del re, che fossero rispettati i diritti fondamentali alla libertà personale e alla proprietà privata, che fosse il Parlamento a decidere in materia fiscale, che ai sudditi venisse riconosciuto il diritto di ribellarsi al sovrano che viola la Costituzione.

Alla stessa Costituzione di Cadice si rifacevano gli oppositori dei Borboni nel Mezzogiorno. In Sicilia addirittura si voleva la separazione dal Napoletano, in quanto era stata abrogata la Costituzione del 1812, Palermo aveva perso il ruolo di capitale ed era stata imposta ai contadini la leva obbligatoria.

Proprio il clima censorio e oppressivo della restaurazione, dominato al nord d'Italia dalla presenza austriaca e al sud dai Borboni, nonché al centro dal papato, aveva favorito la ripresa dei due temi della liberazione dallo straniero e dell'unificazione nazionale, i quali, nel passato, si trovavano in letterati o politici come Dante, Petrarca, Machiavelli..., e che ora venivano ripresi, in ambito letterario, da Foscolo, Leopardi, Manzoni, Silvio Pellico, Massimo d'Azeglio, Giovanni Berchet...

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Il primo ciclo di insurrezioni contro la restaurazione, quello del biennio 1820-21, avvenne a partire dal gennaio 1820 a Cadice, in Spagna, fra le truppe che si rifiutarono di andare in Sudamerica per sedare la ribellione delle colonie spagnole nei confronti della madrepatria. Il re Ferdinando VII fu costretto a ripristinare la Costituzione del 1812 e a concedere l'elezione di un Parlamento. Pochi mesi dopo un'analoga sollevazione, con gli stessi obiettivi, si verificò in Portogallo.

Non è stato un caso che le prime rivolte si siano verificate in Spagna. Qui la reazione feudale e assolutistica, iniziata dopo la restaurazione dei Borboni, aveva liquidato tutte le riforme politiche progressive realizzate nel periodo della lotta di liberazione nazionale anti-napoleonica del 1808-1814. Il re Ferdinando VII arrivò persino a restaurare l'Inquisizione e a ridare ai gesuiti un'enorme influenza.

La forza principale della rivoluzione che andava maturando in Spagna era costituita dall’esercito, proprio perché il corpo degli ufficiali aveva fatto l’esperienza più significativa degli anni della lotta di liberazione contro il dominio straniero.

Tuttavia, quando si trattò di gestire il potere, il Parlamento, pur ripristinando alcune libertà democratico-borghesi, liquidate le corporazioni, aboliti i pedaggi interni, confiscate le terre ai monasteri, soppressa l’Inquisizione, non riuscì mai ad affrontare la questione agraria. I rivoluzionari borghesi non ebbero il coraggio di attentare alla proprietà terriera feudale; le terre dei monasteri messe in vendita all’asta non furono mai acquistate dalla maggioranza dei contadini. Sicché questi non presero parte attiva alla rivoluzione, anzi, in alcune zone del paese, dov'era particolarmente forte l’influenza del clero, non la sostennero affatto. La borghesia contava soltanto sul fatto che le forze della rivoluzione superavano così tanto quelle della controrivoluzione che queste non avrebbero mai potuto contare sulla vittoria senza appoggi esterni.

Nel Congresso della Santa Alleanza di Verona, nell’ottobre-dicembre 1822, fu deciso l’intervento armato negli affari spagnoli. Nell’aprile del 1823, l’esercito francese di Luigi XVIII entrò in Spagna, occupò Madrid e nel 1824 soffocò la rivoluzione in tutto il paese. In Portogallo bastò un colpo di stato controrivoluzionario.

Nel luglio 1820 scoppiò una rivolta nel Regno delle Due Sicilie, sempre in ambito militare. Il generale Guglielmo Pepe, che aveva combattuto nelle armate di Napoleone e di Murat, costrinse il re Ferdinando I a concedere la Costituzione del 1812.

Contemporaneamente insorgeva Palermo, rivendicando la separazione da Napoli o almeno un regime federale. La rivolta fu egemonizzata in un primo momento dalle masse popolari che, dopo aver distrutto gli uffici del bollo e del registro e liberati i detenuti dalle carceri, si erano impadronite della città, costringendo il generale Naselli, luogotenente del re, a imbarcarsi per Napoli.

Quando ci si accorse che non tutte le città dell'isola erano favorevoli all'indipendenza, il governo napoletano costituzionale decise d'intervenire, inviando nell'isola il principe Florestano Pepe, fratello di Guglielmo, alla guida di circa quattromila uomini. Pepe cercò un accordo, ma il Parlamento napoletano l'annullò; dopodiché fece sostituire Pepe con un altro generale più intransigente.

Intanto Austria, Russia e Prussia invitarono Ferdinando I a Lubiana per tentare di risolvere collegialmente la questione napoletana. Ricevuta l'autorizzazione del Parlamento a lasciare Napoli, a condizione di sostenere la Costituzione di Spagna, Ferdinando I operò un immediato voltafaccia e invocò l'aiuto austriaco, dichiarando d'essere stato costretto con la forza a concedere la Costituzione. Gli austriaci del Metternich furono così liberi di marciare su Napoli e di avere la meglio sugli insorti napoletani, guidati da Guglielmo Pepe (marzo 1821), e subito dopo su quelli siciliani. L'occupazione austriaca del Mezzogiorno ebbe termine nell'aprile 1826.

Il fallimento di questa insurrezione fu principalmente dovuto al fatto che i suoi dirigenti non capivano le necessità e le aspirazioni della classe contadina, che costituiva l'assoluta maggioranza dei lavoratori. In particolare gli insorti non ebbero il coraggio di distruggere il latifondo, compiendo una vera riforma agraria e sottraendo i contadini all'influenza del clero. Sicché quando arrivarono le truppe austriache non seppero sollevare le masse popolari: lo stesso generale Pepe, invece di attaccare il nemico, costrinse l’esercito a una difesa passiva.

Nel marzo 1821 vari ufficiali piemontesi, aristocratici progressisti (Santorre di Santarosa e Cesare Balbo) e borghesi carbonari, alleatisi con alcuni patrioti lombardi, chiedono a Vittorio Emanuele I di firmare la Costituzione di Cadice, ma il re, piuttosto che farlo, abdica a favore del fratello Carlo Felice, che in quel momento si trovava a Modena. La reggenza fu così assunta da suo nipote, Carlo Alberto, erede al trono, di orientamento liberale, che promise la Costituzione a condizione che venisse confermata da Carlo Felice, che però si guardò bene dal farlo, anzi chiese l'intervento degli austriaci, i quali presero Torino nell'aprile 1821: Pellico, Confalonieri e Maroncelli furono rinchiusi nella fortezza dello Spielberg, in Moravia. Carlo Alberto non mosse un dito.

Nello Stato della chiesa i papi Pio VII e Leone XII scomunicavano i settari di ogni tipo e infierivano soprattutto nella Romagna.

A Pietroburgo scoppiò nel 1825, in occasione dell'intronizzazione dello zar Nicola I, una rivoluzione detta "decabrista" (perché scoppiata a dicembre), da parte di 3000 militari e nobili liberali, che chiedevano la fine dell'autocrazia, un governo parlamentare, la libertà di stampa, la libertà di culto per tutte le confessioni, l'abolizione della servitù della gleba, l'uguaglianza di tutte le classi davanti alla legge, la soppressione dei tribunali militari, la libertà per chiunque di svolgere qualunque attività lavorativa, la pubblicità dei processi giudiziari e molte altre cose. La repressione fu durissima.

Solo in Grecia l'insurrezione nazionale contro i turchi, scoppiata nel marzo 1821 e sostenuta dalla Russia, conseguì un significativo risultato, proprio perché fu nazionale e popolare. Prima della Grecia era riuscita la Serbia, sempre appoggiata dalla Russia, a costituirsi in principato indipendente nel 1817, pur continuando a pagare un tributo annuale ai turchi.

La dominazione turca, durata quattro secoli, aveva portato al popolo greco molte sofferenze e privazioni; i feudatari turchi opprimevano ferocemente i contadini greci, imponendo loro ogni sorta di obblighi feudali. Durante la lotta di liberazione nazionale i soldati turchi compirono mostruosi eccidi contro la popolazione greca: nella sola isola di Chio rimasero soltanto duemila abitanti dei centomila che erano, gli altri furono uccisi o venduti come schiavi.

Tuttavia l'Austria era contraria per principio a qualunque forma d'insurrezione (che infatti dalla Grecia s'andava diffondendo in Moldavia e Valacchia): Metternich propose persino d'intervenire a favore del sultano. Dal canto loro gli inglesi non volevano assolutamente che i russi entrassero nel Mediterraneo. Fu proprio questo atteggiamento a permettere ai turchi di avere la meglio nella fase iniziale dell'indipendenza greca. Solo dopo la morte di uomini illustri, come il poeta inglese George Byron (1824) e del patriota Santorre di Santarosa (1825), la lotta dei greci cominciò ad essere avvertita in Europa come simbolo della lotta della libertà contro il dispotismo turco. In aiuto della Grecia accorsero volontari dalla Germania, dalla Francia, dall'Inghilterra e da altri paesi.

Temendola di non farcela, il governo del sultano chiese aiuto al suo potente vassallo egiziano Mohammed Alì, promettendogli l’isola di Candia (Cipro) e la Siria. Egli in un primo momento ebbe la meglio perché la borghesia greca e l'aristocrazia, che avevano preso il potere, temevano le rivendicazioni dei contadini greci, per cui fecero scoppiare una sorta di guerra civile.

Fu a quel punto che decisero d'intervenire congiuntamente le forze militari inglesi, francesi e russe. La flotta turco-egiziana a Navarino fu completamente distrutta. Tuttavia, siccome gli inglesi erano abbastanza preoccupati della sconfitta turca, in quanto temevano i russi nel Mediterraneo e si sarebbero accontentati di un compromesso col sultano, nel 1828 Nicola I prese autonomamente la decisione di dichiarare guerra alla Turchia, obbligando il governo turco a concedere piena indipendenza alla Grecia (1830), la cui corona però fu assegnata nel 1832 dalla convenzione di Londra, secondo la quale la Grecia diveniva una nuova monarchia indipendente sotto la protezione delle grandi potenze (Regno Unito, Francia e Russia), al principe bavarese Ottone I di Wittelsbach, un sovrano che si rivelò molto autoritario, tradendo le aspettative dei greci: non solo infatti impose più tasse del governo turco, ma, essendo cattolico, mostrò d'essere alquanto ostile all'ortodossia. Il primo colpo di stato contro di lui avvenne nel 1843, ma, poiché era particolarmente sostenuto dagli inglesi, i greci riuscirono a liberarsene solo nel 1862. Il suo successore, Giorgio I (1863-1913), fu sempre voluto dagli inglesi.

In seguito a questa vittoria la Russia ottenne il controllo di tutta la costa caucasica del Mar Nero. Serbia, Moldavia e Valacchia ottennero una piena autonomia dalla Turchia. Gli stretti dei Dardanelli e del Bosforo vennero aperti alle navi mercantili di tutte le potenze.

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La seconda ondata insurrezionale avvenne nel biennio 1830-31. L'epicentro della protesta fu questa volta la Francia. La monarchia assolutistica di Luigi XVIII e del fratello Carlo X aveva raggiunto un livello insopportabile, anche perché Carlo X voleva abolire la Costituzione. Sconfitto infatti alle elezioni del 1828, due anni dopo aveva sciolto la Camera a maggioranza liberale, votata dalla ricca borghesia, e aveva indetto nuove elezioni in cui potevano essere votati soltanto i nobili proprietari terrieri. Era in sostanza un colpo di stato.

Studenti, operai e borghesi fecero una rivolta con cui cacciarono la monarchia borbonica, offrendo la corona a Luigi Filippo duca d'Orléans (1830-48), di idee liberali. Egli assunse il nome di Luigi Filippo I "re dei francesi per volontà della nazione" (e non per diritto divino), adottando anche il tricolore in luogo della bandiera borbonica.

La sua Costituzione non era una concessione regia, ma un'espressione della sovranità nazionale: essa non riconosceva più il sovrano come unica istituzione autorizzata a proporre nuove leggi (il re non aveva più il diritto di veto sulle leggi), né riconosceva il cattolicesimo come religione di stato, e prevedeva un certo allargamento del corpo elettorale. La sua cosiddetta "monarchia di luglio" sarebbe durata sino al 1848, intenzionata ad opporsi non solo alle forze conservatrici, ma anche a quelle democratico-repubblicane, che pur erano state decisive nell'abbattere il regime borbonico.

La prima cosa che fece Luigi Filippo fu quella di prendere le distanze dalla Santa Alleanza, proclamando il principio di non-intervento in altri Stati. Conseguenza immediata di ciò fu l'insurrezione dei patrioti belgi (cattolici di lingua francofona) che, non accettando di stare sottomessi alla sovranità (protestante, di lingua fiamminga) del regno d'Olanda, sancita dal Congresso di Vienna, proclamarono la loro indipendenza. Francia e Regno Unito la riconobbero nel 1831 e sul trono di Bruxelles salì Leopoldo di Sassonia-Coburgo, imparentato con la famiglia reale inglese.

Nel novembre 1830 insorsero anche i polacchi contro le truppe russe stanziate a Varsavia, proclamando l'indipendenza del loro paese. Questa volta però Francia e Gran Bretagna non intervennero, per cui la Russia poté ristabilire la propria egemonia (da notare che lo zar mal sopportava la Polonia, soprattutto quella occidentale, che offrì ben 100.000 polacchi al seguito delle truppe napoleoniche penetrate in Russia).

Questi fatti indussero altri paesi a darsi delle Costituzioni liberali: p. es. buona parte dei Cantoni svizzeri; Spagna e Portogallo, con l'aiuto di Francia e Regno Unito...

Un'insurrezione scoppiò anche in Emilia-Romagna nel febbraio 1831, sotto la guida del commerciante modenese Ciro Menotti. L'obiettivo era quello di unire il ducato di Modena al regno dei Savoia, in quanto il duca di Modena, Francesco IV d'Este, essendosi imparentato coi Savoia, ambiva a succedere a Carlo Alberto. Tuttavia la Francia non diede alcun aiuto e il duca di Modena, all'ultimo momento, tradì Menotti, facendolo arrestare. L'insurrezione avvenne lo stesso a Modena, e si allargò a Bologna, Parma, nella Romagna e nelle Marche, perché in realtà l'aspirazione politica di Menotti era molto più ampia: voleva infatti un vero Stato italiano, con Roma capitale, eliminando lo Stato della chiesa e superando le divisioni territoriali. Ma gli austriaci e i pontifici ebbero la meglio e anche questa volta la repressione fu molto dura.

Il fallimento di queste ultime rivolte fece chiaramente capire tre cose: 1) ch'era inutile contare sull'appoggio di potenze straniere; 2) ch'era meglio non fidarsi delle intenzioni dei sovrani che si dichiaravano, in via di principio, favorevoli alla Costituzione; 3) che si doveva allargare la base sociale delle rivolte, coinvolgendo maggiormente gli strati popolari più interessati allo sviluppo della democrazia.

L'ultima nazione da ricordare è la Gran Bretagna, dove non si lottava né per l'indipendenza, né per la Costituzione, essendo entrambe già acquisite, ma per estendere i diritti politici e migliorare le condizioni del lavoro. Qui un ruolo decisivo venne giocato dal movimento cartista.

I MOTI DEL 1831. MAZZINI E GIOBERTI

Il pensiero di Giuseppe Mazzini (1805-72). Col fallimento dei moti del 1831 falliva anche la lotta rivoluzionaria di tipo settario, cospirativo, ch'era rimasta estranea ai movimenti di opinione pubblica non solo per l'inevitabile clandestinità dell'organizzazione, ma anche per la voluta segretezza dei programmi politici. Rifiutato questo metodo, Mazzini sottopose il proprio programma di rinnovamento nazionale, democratico e repubblicano, al pubblico dibattito e ne fece uno strumento di educazione popolare.

Mazzini era stato espulso dall'Italia nel 1830, dopo aver fatto parte della Carboneria. Insieme ad altri emigrati politici fondò a Marsiglia l'associazione della "Giovine Italia", che si poneva come compito l'unificazione nazionale in una repubblica indipendente e democratico-borghese, da realizzarsi con un'insurrezione rivoluzionaria contro il dominio austriaco e il potere dispotico dei principi dei vari Stati della penisola, in forza del quale nessuna esperienza di libertà era possibile. Il programma, appoggiato dalle forze progressiste della piccola e media borghesia e dagli intellettuali democratici, rappresentava un passo avanti rispetto a quello dei carbonari, la maggior parte dei quali non andava oltre la richiesta della monarchia costituzionale.

Tuttavia Mazzini non avanzò un programma di profonde riforme sociali, la cui attuazione avrebbe potuto migliorare le condizioni dei contadini, attirandoli nel movimento di liberazione nazionale. Mazzini, in particolare, era contrario alla confisca dei latifondi e alla loro assegnazione ai contadini. Non vedeva il popolo diviso in classi sociali contrapposte e subordinava l'emancipazione socioeconomica al riscatto politico e all'indipendenza nazionale. Il metodo dell'insurrezione (che constava peraltro in una serie di complotti, ovvero in una guerra ristretta per bande, diretta dall'estero e senza un vero coinvolgimento popolare) doveva servire a liberare il popolo dalla servitù politica, mentre per il riscatto dalla servitù sociale, Mazzini proponeva soluzioni conciliatorie (fra le classi), moralistiche (prima di lottare per la giustizia l'operaio dev'essere giusto), pedagogiche (con l'educazione, la persuasione ragionata ognuno si convince dei propri torti).

Fra i sostenitori iniziali del Mazzini si distinse Giuseppe Garibaldi (1807-82), il quale però, dopo essere stato condannato a morte per aver partecipato a un complotto rivoluzionario (1834), fu costretto a emigrare in America, dove fino al '48 combatté per l'indipendenza delle repubbliche sudamericane. Invece gli intellettuali che si opposero al Mazzini, elaborando una prospettiva sociale della rivoluzione, furono Carlo Cattaneo (1801-69), Carlo Pisacane (1818-57), Giuseppe Ferrari e Giuseppe Montanelli. Pisacane indicava nel possesso contadino della terra lo sbocco sociale della rivoluzione nazionale. Cattaneo e Ferrari proponevano un ordinamento statale repubblicano di tipo federale, che conciliasse l'unità nazionale con l'autogoverno locale, unica alternativa veramente democratica allo Stato unitario e accentrato.

Il fallimento delle prime insurrezioni, indusse Mazzini a rivedere in parte la propria ideologia. Tra il '37 e il '49, soggiornando in Inghilterra, maturò la condanna del sistema economico capitalistico, che escludeva i lavoratori salariati dalla proprietà e dalla gestione degli strumenti di produzione, ma si limitò ad elaborare un progetto di "riordinamento del lavoro" fondato su basi cooperativistiche, con esclusione di qualunque forma di lotta di classe (per le libere associazioni dei ceti umili). L'idea dominante del Mazzini restava quella dell'unità (mistica) di Popolo e Nazione.

Sul versante cattolico l'esponente più significativo di questo periodo è Vincenzo Gioberti, il quale scopre nella forza progressiva che muove la storia una più esplicita volontà divina, di cui interprete è la chiesa. La storia d'Italia coincide, per lui, con la storia della chiesa. Solo la chiesa avrebbe potuto, nel Risorgimento, saldare gli italiani in un organismo nazionale unitario (federazione di stati, non ancora uno stato unico). Il primato morale-civile degli italiani dipende, in ultima istanza, dalla chiesa. Perché si realizzi tale progetto occorre, secondo Gioberti: 

Nel Primato morale e civile degli italiani, Gioberti esalta il Medioevo e l'Impero romano, il diritto e la religione, con le quali - a suo giudizio - abbiamo "civilizzato" tutti i popoli barbari. Agli italiani, Gioberti riconosce un grande genio inventore. Il destino politico dell'Italia sarebbe quello cosmopolitico di governare il mondo: quando questo non le è stato permesso, il genio inventore si è tutto dedicato alle arti, scienze e letteratura.

Altri aspetti da sottolineare: 

Perché i moti mazziniani fallirono tutti?

  1. i liberali non erano riusciti ad attirare nella lotta di liberazione nazionale le masse contadine (cioè la stragrande maggioranza dei lavoratori) e avevano eluso la questione agraria (il superamento del latifondo, ovvero la ridistribuzione ai contadini delle grandi proprietà terriere confiscate); Mazzini fu certamente appoggiato dalla piccola e media borghesia, ivi inclusi gli intellettuali progressisti che volevano l'unificazione nazionale e la repubblica (e che sicuramente erano avversi al potere temporale della chiesa), ma non ebbe l'appoggio né degli operai né, tanto meno, dei contadini;
  2. la "Giovine Italia" fu fondata da questi liberali emigrati a Marsiglia nel 1831, dopo il fallimento dei moti nei ducati di Parma, Modena e nelle Legazioni Pontificie della Romagna; appariva, ancora una volta, come una scelta elitaria, borghese, per di più extranazionale; Mazzini subordinava nettamente la questione sociale a quella nazionale;
  3. l'idea di Stato centralista che aveva Mazzini era condivisa solo dalle forze sabaude; inoltre l'idea di volere subito uno Stato democratico-repubblicano in una penisola divisa in tanti staterelli monarchici, appariva irrealizzabile, sicuramente più di quella di realizzare un'unica monarchia costituzionale;
  4. la tattica di realizzare complotti e moti insurrezionali ristretti, diretti dall'estero, senza un vero legame con le masse, nella vana speranza che queste insorgessero da sole, si rivelò del tutto sbagliata.

 



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