LUDOVICO ARIOSTO


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L'ORLANDO FURIOSO : TESTO INTEGRALE -RIASSUNTI -PERSONAGGI     PARAFRASI E SINTESI

ORLANDO FURIOSO riassuntini  parafrasi  chi è Orlando

LUDOVICO ARIOSTO

Il poeta proviene da una nobile famiglia: il padre era funzionario al servizio dei duchi d'Este ed era comandante della guarnigione militare di Reggio Emilia. Qui nasce Ludovico l'8 settembre 1474, primo di dieci fratelli e sorelle. Dall'84 Ludovico si trasferisce con la sua famiglia a Ferrara dove intraprende i primi studi di diritto all'Università secondo il desiderio paterno. Tuttavia Ludovico non ama la scienza giuridica e preferisce frequentare allegre compagnie, darsi ad amene letture o assistere alla rappresentazione di commedie classiche. Lasciati gli studi poco graditi, si dedica ad approfondire la sua formazione letteraria e umanistica, di cui è frutto la sua produzione di liriche latine.

Ariosto viene indirizzato successivamente alla poesia volgare sotto l'influenza dell'amicizia con Bembo, l'intellettuale più prestigioso dell'epoca, cultore di Petrarca. La morte del padre, nel 1500, lo mette di fronte alle necessità della vita: deve occuparsi del patrimonio familiare: deve assumere la tutela dei fratelli minori e cercare di accasare le sorelle. Per far fronte alle necessità familiari, deve anche accettare cariche ufficiali da parte degli Estensi. Nell'autunno del 1503 entra al servizio del cardinale Ippolito. Come il poeta spesso afferma nelle Satire, gli incarichi che rivestiva al servizio del cardinale sembravano disdicievoli alla sua dignità di letterato ed in contrasto con la sua vocazione agli studi e alla poesia, che esigeva quiete e raccoglimento.

Come molti altri letterati cortigiani, per aumentare le entrate assunse anche la veste di chierico, con gli ordini minori, per poter godere dei benefici ecclesiastici. Mentre assolve le veci di ambasciatore nei difficili rapporti tra il nuovo duca Alfonso I e l'irascibile papa Giulio II, Ariosto a Firenze stringe legami con una donna sposata, Alessandra Benucci.

Per la verità Ariosto frequentava da cinque anni una tal Orsolina Sassomorino dalla quale aveva avuto un figlio e, innamoratosi poi di Alessandra Benucci, per non dare adito a sgradevoli dicerie, fa sposare Orsolina con Malacise, suo uomo di fiducia. Il suo amore per Alessandra si rivela tale che Ludovico si senta assalito dal timore, reale o fittizio, di non portare a compimento l'Orlando Furioso, a causa dell'ardente passione che lo ha travolto e reso folle per amore, come l'eroe da lui cantato. Questa interpretazione almeno traspare dai noti versi del proemio:
"se da colei che tal quasi m'ha fatto,
che 'l poco ingegno ad ora ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso".
O. F. (I.2) Alessandra si mostra sensibile alla audace corte di Ludovico. Tuttavia ragioni di convenienza li inducono a non rendere di pubblico dominio la loro relazione ne' a suggellarla ufficialmente con le nozze, che avrebbero tolto all'uno i benefici ecclesiastici e all'altra il godimento dei beni del marito defunto nel 1515. Nel 1516 Ariosto pubblica la prima edizione dell"Orlando Furioso". L'anno successivo Ariosto passa al servizio del duca Alfonso che, nel 1522, gli affida il difficile compito di governatore di una regione turbolenta, infestata da banditi, come la Garfagnana.

La lontananza dalla sua città, però, gli pesava, ma soprattutto gli causavano fastidio le incombenze pratiche che lo allontanavano dalle occupazioni amate, la poesia e gli studi. Tornato a Ferrara nel 1525 trascorre gli ultimi anni tranquillamente e circondato dagli affetti familiari. Muore di malattia nel 1503. Ariosto stesso, nelle Satire, si è compiaciuto di lasciare di sè l'immagine di un uomo amante della vita sedentaria, placida e contemplativa, anche se nella realtà Ariosto fu un uomo accorto e saggio, che manifestò eccellenti doti pratiche nel destreggiarsi tra gli intrighi della vita cortigiana del tempo.

Dimensione fantastica e conoscenza del reale

Ariosto e le contraddizioni del rinascimento. Ludovico Ariosto e il suo Orlando furioso sono stati tradizionalmente riconosciuti come l'autore e l'opera più rappresentativi della cultura umanistico-rinascimentale, cultura che a lungo la critica ha interpretato alla luce delle categorie di armonia e razionalità, individuandone il nucleo essenziale in una perfetta consonanza fra uomo e mondo. Francesco De Sanctis, ad esempio, ha visto nella "bonomia" il tratto più caratteristico dell'animo ariostesco e Benedetto Croce ha individuato nell'"armonia" la qualità principale del poema. In questa impostazione critica l'immagine di un Ariosto soddisfatto e pacificato si concilia con quella di portavoce di un mondo in ultima analisi felice e concorde. In realtà, l'intera civiltà rinascimentale andrebbe riconsiderata come un'epoca di conflitti e di ambivalenze ed è un dato di fatto che il suo tentativo di accordare il divino con l'umano si è svolto tra dubbi e incertezze anche irrisolvibili. In ogni caso, poi, è difficile pensare che un periodo così tormentato per la storia politica e civile della Penisola non abbia lasciato tracce nel poeta più sensibile e moderno della sua epoca. La critica più recente ha in effetti ridimensionato l'immagine di Ariosto come uomo pacificato e soddisfatto di sé, capace di guardare il mondo con atteggiamento sorridente e indulgente, e quella di Orlando furioso come un'opera costruita sul concetto di armonia: come l'animo del poeta è spesso tormentato e inquieto, così anche il poema è segnato di frequente dall'irruzione della disarmonia, della trasgressione, del lato oscuro di situazioni e personaggi. Bisogna dunque riconoscere ad Ariosto e alla sua opera, come del resto accade per tutti i classici, una complessità e una ricchezza che difficilmente si lasciano definire ed etichettare in modo certo; quello che conta è però notare come i valori più profondi dell'umanesimo, il laicismo, la tolleranza, la disponibilità ad accogliere la diversità come ricchezza, in sintesi una visione terrena e umana dell'esistenza, siano alla base di tutte le opere ariostesche.

L'interpretazione originale dei modelli.

Come si è detto nel profilo biografico, Ariosto ha concentrato tutte le proprie forze sul suo capolavoro, ma questo non significa che le opere cosiddette "minori" vadano davvero considerate come tali; soprattutto, è opportuno rilevare come, anche quando si cimenta nella scrittura teatrale o in quella lirica, l'autore del Furioso sia sempre presente tra le righe e sempre di più la critica, in tempi recenti, ha sottolineato la novità delle commedie o delle Rime ariostesche come opere che rinnovano profondamente e in modo assolutamente originale i modelli cui si rifanno. Le Satire, poi, sono un'opera di grandissimo valore, quasi un completamento del poema, con cui presentano forti analogie tematiche e stilistiche; in un certo senso, si può dire che l'autobiografismo delle Satire, e quindi il loro realismo, sia l'altra faccia della dimensione fantastica dominante nel Furioso e non è certo un caso che le prime contengano degli inserti narrativi, il secondo delle frequenti riflessioni che prendono le mosse da riferimenti autobiografici.

Il realismo di Ariosto.

Ariosto è un grande osservatore della realtà e questo è evidente in tutte le sue opere, sia che parli della propria esperienza d'amore, come avviene nelle Rime, sia che inserisca nelle sue commedie personaggi e vicende della Ferrara contemporanea, sia che ritragga con un'ironia impietosa i vuoti rituali cortigiani in cui si ritrova suo malgrado coinvolto, come accade nelle Satire. Tale costante esercizio realistico, del realismo più autentico e più fecondo perché mira a cogliere gli aspetti immutabili dell'animo umano, si ritrova nel poema maggiore ed è tanto più mirabile perché applicato alla pura invenzione fantastica, a personaggi volutamente poco "credibili" in quanto poco elaborati sul piano psicologico. I tanti personaggi di Orlando furioso sono dei "tipi", nessuno di loro è realmente il protagonista del poema, perché è l'intera umanità a esserlo; eppure le loro vicende così fantastiche ci sembrano vicinissime, le loro imprese straordinarie ci appaiono ordinarie, la geografia fantastica e simbolica del poema appare più vera di quella reale. Davvero, come dice il poeta nella Satira III, per conoscere il mondo basta viaggiare con la fantasia, se essa è costantemente nutrita dall'analisi (e dall'autoanalisi) di tutto ciò che la quotidianità ci svela del carattere umano. Accanto a questa dimensione realistica va sottolineato il classicismo ariostesco, anch'esso profondamente originale, anche se strettamente legato alla cultura del suo tempo. La lettura dei classici, da Catullo e Properzio per le Rime, a Plauto e Terenzio per le commedie fino al prediletto Orazio, modello per le Satire e a Omero, Virgilio e Ovidio, che hanno tra le fonti del Furioso un posto fondamentale, si ritrova come una costante in tutta l'opera ariostesca. Si tratta, anche in questo caso, del classicismo più autenticamente umanistico, dell'atteggiamento per cui il classico viene concepito come un fratello maggiore con cui gareggiare, cioè da reinventare secondo la propria sensibilità, dopo averlo profondamente assorbito. Un discorso analogo vale per i grandi classici del Trecento italiano: Dante riceve da Ariosto dei tributi continui, dalla scelta della terzina come metro delle Satire, all'omaggio contenuto nel primo verso del Furioso, che riprende un verso del Purgatorio; Petrarca offre a sua volta immagini e stilemi non solo alla lirica amorosa, ma anche al poema maggiore e anche la lezione del realismo boccacciano si ritrova nel teatro o in certe parti del poema, per esempio nelle lunghe novelle che vengono narrate da alcuni personaggi. Il classicismo di Ariosto In questo quadro, l'adesione di Ariosto alle teorie di Bembo , che spinge il poeta a compiere una revisione linguistica del poema in senso petrarchista, non va certo letta come una tardiva scoperta di una dimensione più classica della scrittura, quanto come una consapevole volontà di fare uscire il poema da un ambito locale per fargli assumere un respiro e una notorietà a livello nazionale.

INTRODUZIONE:

Nella Francia della lingua d'OIL (Nord) vennero a formarsi dei poemi cavallereschi atti ad esaltare i paladini di Carlo Magno e le loro battaglie contro i Mori, sono poemi epico-cavallereschi: CHANSON. Si possono distinguere due grandi filoni: CICLO ARTURIANO caratterizzato dalla materia di Bretagna ossia la saga di Re Artù ed i Cavalieri della tavola rotonda, saga che presenta due elementi fondamentali: amore inteso come passione e magia, e CICLO CAROLINGIO caratterizzato dalle lotte in nome della fede cristiana. L'opera di Ariosto è anticipata da quella di Matteo Boiardo che nel '400 compose l' "Orlando innamorato" che presenta per primo elementi comuni tra ciclo bretone e carolingio. Boiardo ci presenta Orlando innamorato della bella Angelica. Il poema è incompleto a causa dell'invasione dei francesi e della successiva morte dell'autore. Ariosto dunque riprende e completa l' "Orlando Innamorato" dal punto in cui sta per iniziare la battaglia finale tra Cristiani e Musulmani. Per Ariosto la fuga di Angelica è il motivo che sta alla base dell' "Orlando Furioso". Ariosto fa per così dire un patto con il lettore ossia che deve essere consapevole dell'irrealtà del racconto. Anche Ariosto unisce i due grandi filoni: componente storico (ciclo carolingio) e amore/magia (ciclo bretone).

"PROEMIO AL FURIOSO":

FURIOSUS in latino significa pazzo scatenato ed infatti la scena principale del poema è basata sulla pazzia di Orlando. Troviamo anche un parallelo storico ossia l' "Eracle furente" di Seneca, secondo il quale furiosus è colui che perde la ragione e che si contrappone dunque al filosofo; Orlando è molto colto, ma per l'effetto dell'amore diventa pazzo e passa dalla condizione di filosofo a quella di "bestia". C'e un chiaro significato morale di tutta l'opera: la ragione è perdibile molto facilmente a prescindere da quanto essa sia. (Precarietà della ragione). Gli uomini, anche i pazzi, sono convinti di avere il senno ed infatti non chiedono mai a Dio nelle loro preghiere di avere la ragione, bensì implorano ricchezza e fortuna. Si credeva che tutto ciò che si perde nella terra andasse a finire nella luna, compresa la ragione. Il poema, come tutti quelli cavallereschi, è composto in ottave con versi endecasillabi a schema "a-b-a-b-a-b-c-c".

"LA FUGA DI ANGELICA":

Il poema è fruito per essere letto ad un gruppo ristretto di persone. La vicenda è molto intricata dato che è composta da varie vicende concatenate assieme. Spesso il poeta lascia una narrazione per passare ad un'altra; lo scopo di tali interruzioni è quello di non annoiare gli ascoltatori e di poter permettere delle interruzioni (tecnica del feuilleton). Tale tecnica è detta "INTRALACEMENT". Tutte le vicende, nel loro piccolo sono dei viaggi, non sono mai fissate in un luogo fisso. Solitamente chi viaggia viene a trovarsi in una foresta o in un luogo deserto in cui avviene un incontro (positivo o negativo) che permette di continuare la narrazione. Ci sono vari momenti pieni di significato tra cui la fuga di Angelica nella quarta stanza che è il motivo portante di tutta l'opera. Altri momenti importanti sono l'episodio dell'ippogrifo e del 2° castello di Atlante che è la metafora dell'uomo visto come essere desiderante. Nell'episodio della fuga di Angelica troviamo un elemento gnomico: "Ecco come il giudicio uman come spesso erra!".

"IL MAGO ATLANTE":

Atlante ha allevato Ruggiero e lo vuole preservare dalla morte a lui destinata. C'è un parallelo con l'Iliade ossia Teti che cerca di salvare Achille dal suo destino. Atlante crea in un primo momento un illusorio castello sui Pirenei che sembra impossibile da scalare; poi ne "costruirà" un altro, quello più metaforicamente significante: qui la gente vede il proprio oggetto del desiderio, ma non lo può raggiungere perchè è pura illusione (il giudizio umano è errato e gli individui non comprendono che non sempre si può raggiungere ciò che si vuole). Bradamante è in possesso di un anello magico che può rendere invisibili oppure può vanificare le arti magiche, lo userà per sconfiggere Atlante e per liberare poi Ruggiero dal castello in cui era "prigioniero" dell'illusione della presenza di belle ragazze e di cavalieri da sconfiggere a duello.

"LA PAZZIA DI ORLANDO":

E' il brano più emblematico del poema. E' il momento culminante del distacco tra Orlando ed il modello di eroe cavalleresco. Appoggiando all'opera di Seneca Ariosto esprime il concetto della labilità della ragione che è l'elemento caratterizzante dell'uomo: il possesso della ragione è precario ed è dimostrato in modo particolare nella vita collettiva. Il brano si riallaccia alle avventure di Mandricardo descritte nel capitolo precedente: Mandricardo è sconfitto da Orlando e scappa in un "locus amoenus" inseguito dal paladino che si perde. Perdendosi Orlando viene casualmente a trovarsi nel luogo dell'amore di Angelica e Medoro e dunque impazzisce. In tutto il poema non ci sono differenze psicologiche tra i vari personaggi, c'è una psicologia generale ossia per Ariosro anche Rinaldo si sarebbe comportato esattamente come Orlando se si fosse trovato nelle medesime sue condizioni.

"ASTOLFO SULLA LUNA":

Astolfo è incaricato dal cielo di andare sulla Luna per recuperare il senno di Orlando inalandolo dall'apposita ampolla che è il simbolo della labilità della ragione umana. Il brano si divide in 2 fasi:
· Astolfo arriva al Paradiso Terrestre con l'ippogrifo
· Astolfo arriva sulla Luna con il carro di Elia
Astolfo passa anche per l'inferno (Ariosto si confronta con Dante). La luna è un luogo "alter" della terra infatti ci sono città, fiumi, monti, boschi, ma tutto è diverso dalla terra. Questo brano è il più fantastico dell'intero poema. Astolfo è cugino di Orlando, non è forte e per questo si differenzia dagli altri personaggi; è un po' pazzo ed infatti recupera anche parte del suo senno perso. Astolfo si crede un eroe pur non essendoloe dunque si tuffa con coraggio in ogni impresa spericolata. Non è assoluamente valoroso. E' sempre presente dove c'è il magico ed il prodigioso, è il suo mondo. In queste pagine Ariosto esprime il concetoo per cui i modi per perdere la ragione sono eterni e come furono un tempo, saranno in futuro.


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