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POESIE DI GIACOMO LEOPARDI


IMITAZIONE DI LEOPARDI

Lungi dal propio ramo,
Povera foglia frale,
Dove vai tu? Dal faggio
Là dov'io nacqui, mi divise il vento.
Esso, tornando, a volo
Dal bosco alla campagna,
Dalla valle mi porta alla montagna.
Seco perpetuamente
Vo pellegrina, e tutto l'altro ignoro.
Vo dove ogni altra cosa,
Dove naturalmente
Va la foglia di rosa,
E la foglia d'alloro.





Alla sua donna 

Cara beltà che amore
Lunge m'inspiri o nascondendo il viso,
Fuor se nel sonno il core
Ombra diva mi scuoti,
O ne' campi ove splenda
Più vago il giorno e di natura il riso;
Forse tu l'innocente
Secol beasti che dall'oro ha nome,
Or leve intra la gente
Anima voli? o te la sorte avara
Ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara?
Viva mirarti omai
Nulla spene m'avanza;
S'allor non fosse, allor che ignudo e solo
Per novo calle a peregrina stanza
Verrà lo spirto mio. Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.
Fra cotanto dolore
Quanto all'umana età propose il fato,
Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
Alcun t'amasse in terra, a lui pur fora
Questo viver beato:
E ben chiaro vegg'io siccome ancora
Seguir loda e virtù qual ne` prim'anni
L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
E teco la mortal vita saria
Simile a quella che nel cielo india.
Per le valli, ove suona
Del faticoso agricoltore il canto,
Ed io seggo e mi lagno
Del giovanile error che m'abbandona;
E per li poggi, ov'io rimembro e piagno
I perduti desiri, e la perduta
Speme de' giorni miei; di te pensando,
A palpitar mi sveglio. E potess'io,
Nel secol tetro e in questo aer nefando,
L'alta specie serbar; che dell'imago,
Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago.
Se dell'eterne idee
L'una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l'eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s'altra terra ne' superni giri
Fra' mondi innumerabili t'accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T'irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d'ignoto amante inno ricevi.

 



AMORE E MORTE

Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
ingenerò la sorte.
Cose quaggiù sì belle
altre il mondo non ha, non han le stelle.
Nasce dall’uno il bene,
nasce il piacer maggiore
che per lo mar dell’essere si trova;
l’altra ogni gran dolore,
ogni gran male annulla.
Bellissima fanciulla,
dolce a veder, non quale
la si dipinge la codarda gente,
gode il fanciullo Amore
accompagnar sovente;
e sorvolano insiem la via mortale,
primi conforti d’ogni saggio core.
Nè cor fu mai più saggio
che percosso d’amor, nè mai più forte
sprezzò l’infausta vita,
nè per altro signore
come per questo a perigliar fu pronto:
ch’ove tu porgi aita,
Amor, nasce il coraggio,
o si ridesta; e sapiente in opre,
non in pensiero invan, siccome suole,
divien l’umana prole.

Quando novellamente
nasce nel cor profondo
un amoroso affetto,
languido e stanco insiem con esso in petto
un desiderio di morir si sente:
come, non so: ma tale
d’amor vero e possente è il primo effetto.
Forse gli occhi spaura
allor questo deserto: a se la terra
forse il mortale inabitabil fatta
vede omai senza quella
nova, sola, infinita
felicità che il suo pensier figura:
ma per cagion di lei grave procella
presentendo in suo cor, brama quiete,
brama raccorsi in porto
dinanzi al fier disio,
che già, rugghiando, intorno intorno oscura.

Poi, quando tutto avvolge
la formidabil possa,
e fulmina nel cor l’invitta cura,
quante volte implorata
con desiderio intenso,
Morte, sei tu dall’affannoso amante!
quante la sera, e quante
abbandonando all’alba il corpo stanco,
se beato chiamò s’indi giammai
non rilevasse il fianco,
nè tornasse a veder l’amara luce!
E spesso al suon della funebre squilla,
al canto che conduce
la gente morta al sempiterno obblio,
con più sospiri ardenti
dall’imo petto invidiò colui
che tra gli spenti ad abitar sen giva.
Fin la negletta plebe,
l’uom della villa, ignaro
d’ogni virtù che da saper deriva,
fin la donzella timidetta e schiva,
che già di morte al nome
sentì rizzar le chiome,
osa alla tomba, alle funeree bende
fermar lo sguardo di costanza pieno,
osa ferro e veleno
meditar lungamente,
e nell’indotta mente
la gentilezza del morir comprende.
Tanto alla morte inclina
d’amor la disciplina. Anco sovente,
a tal venuto il gran travaglio interno
che sostener nol può forza mortale,
o cede il corpo frale
ai terribili moti, e in questa forma
pel fraterno poter Morte prevale;
o così sprona Amor là nel profondo,
che da se stessi il villanello ignaro,
la tenera donzella
con la man violenta
pongon le membra giovanili in terra.
Ride ai lor casi il mondo,
a cui pace e vecchiezza il ciel consenta.

Ai fervidi, ai felici,
agli animosi ingegni
l’uno o l’altro di voi conceda il fato,
dolci signori, amici
all’umana famiglia,
al cui poter nessun poter somiglia
nell’immenso universo, e non l’avanza,
se non quella del fato, altra possanza.
E tu, cui già dal cominciar degli anni
sempre onorata invoco,
bella Morte, pietosa
tu sola al mondo dei terreni affanni,
se celebrata mai
fosti da me, s’al tuo divino stato
l’onte del volgo ingrato
ricompensar tentai,
non tardar più, t’inchina
a disusati preghi,
chiudi alla luce omai
questi occhi tristi, o dell’età reina.
Me certo troverai, qual si sia l’ora
che tu le penne al mio pregar dispieghi,
erta la fronte, armato,
e renitente al fato,
la man che flagellando si colora
nel mio sangue innocente
non ricolmar di lode,
non benedir, com’usa
per antica viltà l’umana gente;
ogni vana speranza onde consola
se coi fanciulli il mondo,
ogni conforto stolto
gittar da me; null’altro in alcun tempo
sperar, se non te sola;
solo aspettar sereno
quel dì ch’io pieghi addormentato il volto
nel tuo virgineo seno. 

 



LA SERA DEL DI’ DI FESTA 
  
Dolce e chiara è la notte e senza vento, 

e questa sovra i tetti e in mezzo agli orti 

posa la luna, e di lontan rivela 

serena ogni montagna. O donna mia, 

già tace ogni sentiero, e pei balconi 

rara traluce la notturna lampa: 

tu dormi, ché t’accolse agevol sonno 

nelle tue chete stanze; e non ti morde 

cura nessuna; e già non sai né pensi 

quanta piaga m’apristi in mezzo al petto. 

Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno 

appare in vista, a salutar m’affaccio, 

e l’antica natura onnipossente, 

che mi fece all’affanno. – A te la speme 

nego, mi disse, anche la speme,; e d’altro 

non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. – 

Questo dì fu solenne; or da’ trastulli 

prendi riposo; e forse ti rimembra 

in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti 

piacquero a te: non io, non già ch’io speri, 

al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo 

quanto a viver mi resti, e qui per terra 

mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi 

in così verde etate! Ahi, per la via 

odo non lunghe il solitario canto 

dell’artigian, che riede a tarda notte, 

dopo i sollazzi, al suo povero ostello; 

e fieramente mi stringe il core, 

a pensar come tutto al mondo passa, 

e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito 

il dì festivo, ed al festivo il giorno 

volgar succede, e se ne porta il tempo 

ogni umano accidente. Or dov’è il suono 

di que’ popoli antichi? Or dov’è il grido 

de’ nostri avi famosi, e il grande impero 

di quella Roma, e l’armi e il fragorìo 

che n’andò per la terra e l’oceàno? 

Tutto è pace e silenzio, e tutto posa 

il mondo, e più di lor non si ragiona. 

Nella mia prima età, quando s’aspetta 

bramosamente il dì festivo, or poscia 

ch’egli era spento, io doloroso, in veglia, 

premea le piume; ed alla tarda notte 

un canto che s’udia per li sentieri 

lontanando morire a poco a poco 

già similmente mi stringeva il core. 






IL PASSERO SOLITARIO

D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finchè non more il giorno;
Ed erra l'armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de' provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch'omai cede la sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra
. Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell'aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno, 
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.

Tu solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni nostra vaghezza
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all'altrui core,
E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? Che di me stesso?
Ahi pentiromi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.

 



LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L'artigiano a mirar l'umido cielo,
Con l'opra in man, cantando,
Fassi in su l'uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
Della novella piova;
E l'erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.

Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand'è, com'or, la vita?
Quando con tanto amore
L'uomo a' suoi studi intende?
O torna all'opre? o cosa nova imprende?
Quando de' mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d'affanno;
Gioia vana, ch'è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.

O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
E' diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D'alcun dolor: beata
Se te d'ogni dolor morte risana.



IL SABATO DEL VILLAGGIO

La donzelletta vien dalla campagna
in sul calar del sole,
col suo fascio dell'erba; e reca in mano
un mazzolin di rose e viole,
onde, siccome suole, ornare ella si appresta
dimani, al dí di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
su la scala a filar la vecchierella,
incontro là dove si perde il giorno;
e novellando vien del suo buon tempo,
quando ai dí della festa ella si ornava,
ed ancor sana e snella
solea danzar la sera intra di quei
ch'ebbe compagni nell'età piú bella.
Già tutta l'aria imbruna,
torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
giú da' colli e da' tetti,
al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
su la piazzuola in frotta,
e qua e là saltando,
fanno un lieto romore;
e intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando, il zappatore,
e seco pensa al dí del suo riposo. 

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
e tutto l'altro tace,
odi il martel picchiare, odi la sega
del legnaiuol, che veglia
nella chiusa bottega alla lucerna,
e s'affretta, e s'adopra
di fornir l'opra anzi al chiarir dell'alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l'ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno. 

Garzoncello scherzoso,
cotesta età fiorita
è come un giorno d'allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
ch'anco tardi a venir non ti sia grave. 





L'INFINITO 

Sempre caro mi fu quest'ermo colle, 
e questa siepe, che da tanta parte 
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. 
Ma sedendo e mirando, interminati 
spazi di là da quella, e sovrumani 
silenzi, e profondissima quïete 
io nel pensier mi fingo, ove per poco 
il cor non si spaura. E come il vento 
odo stormir tra queste piante, io quello 
infinito silenzio a questa voce 
vo comparando: e mi sovvien l'eterno, 
e le morte stagioni, e la presente 
e viva, e il suon di lei. Così tra questa 
immensità s'annega il pensier mio: 
e il naufragar m'è dolce in questo mare. 



Alla luna 

O graziosa luna, io mi rammento 
che, or volge l'anno, sovra questo colle 
io venia pien d'angoscia a rimirarti: 
e tu pendevi allor su quella selva 
siccome or fai, che tutta la rischiari. 
Ma nebuloso e tremulo dal pianto 
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci 
il tuo volto apparia, che travagliosa 
era mia vita: ed è, nè cangia stile 
o mia diletta luna. E pur mi giova 
la ricordanza, e il noverar l'etate 
del mio dolore. Oh come grato occorre 
nel tempo giovanil, quando ancor lungo 
la speme e breve ha la memoria il corso 
il rimembrar delle passate cose, 
ancor che triste, e che l'affanno duri!  




A SILVIA 

Silvia, rimembri ancora 
Quel tempo della tua vita mortale, 
Quando beltà splendea 
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, 
E tu, lieta e pensosa, il limitare 
Di gioventù salivi? 
Sonavan le quiete 
Stanze, e le vie dintorno, 
Al tuo perpetuo canto, 
Allor che all'opre femminili intenta 
Sedevi, assai contenta 
Di quel vago avvenir che in mente avevi. 
Era il maggio odoroso: e tu solevi 
Così menare il giorno. 
Io gli studi leggiadri 
Talor lasciando e le sudate carte, 
Ove il tempo mio primo 
E di me si spendea la miglior parte, 
D'in su i veroni del paterno ostello 
Porgea gli orecchi al suon della tua voce, 
Ed alla man veloce 
Che percorrea la faticosa tela. 
Mirava il ciel sereno, 
Le vie dorate e gli orti, 
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte. 
Lingua mortal non dice 
Quel ch'io sentiva in seno. 
Che pensieri soavi, 
Che speranze, che cori, o Silvia mia! 
Quale allor ci apparia 
La vita umana e il fato! 
Quando sovviemmi di cotanta speme, 
Un affetto mi preme 
Acerbo e sconsolato, 
E tornami a doler di mia sventura. 
O natura, o natura, 
Perché non rendi poi 
Quel che prometti allor? perché di tanto 
Inganni i figli tuoi? 
Tu pria che l'erbe inaridisse il verno, 
Da chiuso morbo combattuta e vinta, 
Perivi, o tenerella. E non vedevi 
Il fior degli anni tuoi; 
Non ti molceva il core 
La dolce lode or delle negre chiome, 
Or degli sguardi innamorati e schivi; 
Né teco le compagne ai dì festivi 
Ragionavan d'amore. 
Anche peria fra poco 
La speranza mia dolce: agli anni miei 
Anche negaro i fati 
La giovanezza. Ahi come, 
Come passata sei, 
Cara compagna dell'età mia nova, 
Mia lacrimata speme! 
Questo è quel mondo? questi 
I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi 
Onde cotanto ragionammo insieme? 
Questa la sorte dell'umane genti? 
All'apparir del vero 
Tu, misera, cadesti: e con la mano 
La fredda morte ed una tomba ignuda 
Mostravi di lontano. 




"Canto Notturno di un Pastore Errante dell'Asia" 
 
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, 
silenziosa luna? 
Sorgi la sera, e vai, 
contemplando i deserti; indi ti posi. 
Ancor non sei tu paga 
di riandare i sempiterni calli? 
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga 
di mirar queste valli? 
Somiglia alla tua vita 
la vita del pastore. 
Sorge in sul primo albore 
move la greggia oltre pel campo, e vede 
greggi, fontane ed erbe; 
poi stanco si riposa in su la sera: 
altro mai non ispera. 
Dimmi, o luna: a che vale 
al pastor la sua vita, 
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende 
questo vagar mio breve, 
il tuo corso immortale? 

Vecchierel bianco, infermo, 
mezzo vestito e scalzo, 
con gravissimo fascio in su le spalle, 
per montagna e per valle, 
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, 
al vento, alla tempesta, e quando avvampa 
l'ora, e quando poi gela, 
corre via, corre, anela, 
varca torrenti e stagni, 
cade, risorge, e piú e piú s'affretta, 
senza posa o ristoro, 
lacero, sanguinoso; infin ch'arriva 
colà dove la via 
e dove il tanto affaticar fu vòlto: 
abisso orrido, immenso, 
ov'ei precipitando, il tutto obblia. 
Vergine luna, tale 
è la vita mortale. 

Nasce l'uomo a fatica, 
ed è rischio di morte il nascimento. 
Prova pena e tormento 
per prima cosa; e in sul principio stesso 
la madre e il genitore 
il prende a consolar dell'esser nato. 
Poi che crescendo viene, 
l'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre 
con atti e con parole 
studiasi fargli core, 
e consolarlo dell'umano stato: 
altro ufficio piú grato 
non si fa da parenti alla lor prole. 
Ma perché dare al sole, 
perché reggere in vita 
chi poi di quella consolar convenga? 
Se la vita è sventura, 
perché da noi si dura? 
Intatta luna, tale 
è lo stato mortale. 
Ma tu mortal non sei, 
e forse del mio dir poco ti cale. 

Pur tu, solinga, eterna peregrina, 
che sí pensosa sei, tu forse intendi, 
questo viver terreno, 
il patir nostro, il sospirar, che sia; 
che sia questo morir, questo supremo 
scolorar del sembiante, 
e perir dalla terra, e venir meno 
ad ogni usata, amante compagnia. 
E tu certo comprendi 
il perché delle cose, e vedi il frutto 
del mattin, della sera, 
del tacito, infinito andar del tempo. 
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore 
rida la primavera, 
a chi giovi l'ardore, e che procacci 
il verno co' suoi ghiacci. 
Mille cose sai tu, mille discopri, 
che son celate al semplice pastore. 
spesso quand'io ti miro 
star cosí muta in sul deserto piano, 
che, in suo giro lontano, al ciel confina; 
ovver con la mia greggia 
seguirmi viaggiando a mano a mano; 
e quando miro in cielo arder le stelle; 
dico fra me pensando: 
a che tante facelle? 
che fa l'aria infinita, e quel profondo 
infinito seren? che vuol dir questa 
solitudine immensa? ed io che sono? 
Cosí meco ragiono: e della stanza 
smisurata e superba, 
e dell'innumerabile famiglia; 
poi di tanto adoprar, di tanti moti 
d'ogni celeste, ogni terrena cosa, 
girando senza posa, 
per tornar sempre là donde son mosse; 
uso alcuno, alcun frutto 
indovinar non so. Ma tu per certo, 
giovinetta immortal, conosci il tutto. 
Questo io conosco e sento, 
che degli eterni giri, 
che dell'esser mio frale, 
qualche bene o contento 
avrà fors'altri; a me la vita è male. 

O greggia mia che posi, oh te beata, 
che la miseria tua, credo, non sai! 
Quanta invidia ti porto! 
Non sol perché d'affanno 
quasi libera vai; 
ch'ogni stento, ogni danno, 
ogni estremo timor subito scordi; 
ma piú perché giammai tedio non provi. 
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe, 
tu se' queta e contenta; 
e gran parte dell'anno 
senza noia consumi in quello stato. 
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra, 
e un fastidio m'ingombra 
la mente, ed uno spron quasi mi punge 
sí che, sedendo, piú che mai son lunge 
da trovar pace o loco. 
E pur nulla non bramo, 
e non ho fino a qui cagion di pianto. 
Quel che tu goda o quanto, 
non so già dir; ma fortunata sei. 
Ed io godo ancor poco, 
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno. 
se tu parlar sapessi, io chiederei: 
- Dimmi: perché giacendo 
a bell'agio, ozioso, 
s'appaga ogni animale; 
me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale? - 

Forse s'avess'io l'ale 
da volar su le nubi, 
e noverar le stelle ad una ad una, 
o come il tuono errar di giogo in giogo, 
piú felice sarei, dolce mia greggia, 
piú felice sarei, candida luna. 
O forse erra dal vero, 
mirando all'altrui sorte, il mio pensiero: 
forse in qual forma, in quale 
stato che sia, dentro covile o cuna, 
è funesto a chi nasce il dí natale. 




Vita solitaria 
 
La mattutina pioggia, allor che l'ale
Battendo esulta nella chiusa stanza
La gallinella, ed al balcon s'affaccia
L'abitator de' campi, e il Sol che nasce
I suoi tremuli rai fra le cadenti
Stille saetta, alla capanna mia
Dolcemente picchiando, mi risveglia;
E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo
Degli augelli susurro, e l'aura fresca.
E le ridenti piagge benedico:
Poichè voi, cittadine infauste mura,
Vidi e conobbi assai, là dove segue
Odio al dolor compagno; e doloroso
Io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna
Benchè scarsa pietà pur mi dimostra
Natura in questi lochi, un giorno oh quanto
Verso me più cortese! E tu pur volgi
Dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando
Le sciagure e gli affanni, alla reina
Felicità servi, o natura. In cielo,
In terra amico agl'infelici alcuno
E rifugio non resta altro che il ferro.
Talor m'assido in solitaria parte,
Sovra un rialto, al margine d'un lago
Di taciturne piante incoronato.
Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
La sua tranquilla imago il Sol dipinge,
Ed erba o foglia non si crolla al vento,
E non onda incresparsi, e non cicala
Strider, nè batter penna augello in ramo,
Nè farfalla ronzar, nè voce o moto
Da presso nè da lunge odi nè vedi.
Tien quelle rive altissima quiete;
Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio
Sedendo immoto; e già mi par che sciolte
Giaccian le membra mie, nè spirto o senso
Più le commova, e lor quiete antica
Co' silenzi del loco si confonda.
Amore, amore, assai lungi volasti
Dal petto mio, che fu sì caldo un giorno,
Anzi rovente. Con sua fredda mano
Lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è volto
Nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo
Che mi scendesti in seno. Era quel dolce
E irrevocabil tempo, allor che s'apre
Al guardo giovanil questa infelice
Scena del mondo, e gli sorride in vista
Di paradiso. Al garzoncello il core
Di vergine speranza e di desio
Balza nel petto; e già s'accinge all'opra
Di questa vita come a danza o gioco
Il misero mortal. Ma non sì tosto,
Amor, di te m'accorsi, e il viver mio
Fortuna avea già rotto, ed a questi occhi
Non altro convenia che il pianger sempre.
Pur se talvolta per le piagge apriche,
Su la tacita aurora o quando al sole
Brillano i tetti e i poggi e le campagne,
Scontro di vaga donzelletta il viso;
O qualor nella placida quiete
D'estiva notte, il vagabondo passo
Di rincontro alle ville soffermando,
L'erma terra contemplo, e di fanciulla
Che all'opre di sua man la notte aggiunge
Odo sonar nelle romite stanze
L'arguto canto; a palpitar si move
Questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna 
Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estrano
Ogni moto soave al petto mio.
O cara luna, al cui tranquillo raggio
Danzan le lepri nelle selve; e duolsi
Alla mattina il cacciator, che trova
L'orme intricate e false, e dai covili
Error vario lo svia; salve, o benigna
Delle notti reina. Infesto scende
Il raggio tuo fra macchie e balze o dentro
A deserti edifici, in su l'acciaro
Del pallido ladron ch'a teso orecchio
Il fragor delle rote e de' cavalli
Da lungi osserva o il calpestio de' piedi
Su la tacita via; poscia improvviso
Col suon dell'armi e con la rauca voce
E col funereo ceffo il core agghiaccia
Al passegger, cui semivivo e nudo
Lascia in breve tra' sassi. Infesto occorre
Per le contrade cittadine il bianco
Tuo lume al drudo vil, che degli alberghi
Va radendo le mura e la secreta
Ombra seguendo, e resta, e si spaura
Delle ardenti lucerne e degli aperti
Balconi. Infesto alle malvage menti,
A me sempre benigno il tuo cospetto
Sarà per queste piagge, ove non altro
Che lieti colli e spaziosi campi
M'apri alla vista. Ed ancor io soleva,
Bench'innocente io fossi, il tuo vezzoso
Raggio accusar negli abitati lochi,
Quand'ei m'offriva al guardo umano, e quando
Scopriva umani aspetti al guardo mio.
Or sempre loderollo, o ch'io ti miri
Veleggiar tra le nubi, o che serena
Dominatrice dell'etereo campo,
Questa flebil riguardi umana sede. 
Me spesso rivedrai solingo e muto
Errar pe' boschi e per le verdi rive,
O seder sovra l'erbe, assai contento
Se core e lena a sospirar m'avanza. 



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