STORIA L'AMERICA DI REAGAN(RIASSUNTO)

STORIA CONTEMPORANEA


HOME PAGE NARRATIVA STORIA FIABE

L'AMERICA DI REAGAN

 

L'America di Reagan

 

L'elezione a presidente di Reagan 

Quando, nel novembre 1980, il repubblicano Ronald Reagan, fino al 1966 attore cinematografico, diviene il 40° presidente, l'immagine internazionale degli Stati Uniti è ai suoi minimi storici.

Sia l'impotenza americana di fronte all'invasione russa dell'Afghanistan, sia, soprattutto, la vicenda degli ostaggi statunitensi da un anno nelle mani degli iraniani hanno infatti compromesso profondamente l'immagine pubblica di un paese che non è ancora riuscito a superare la cocente sconfitta subita nella guerra del Viet Nam.

E, quel che è peggio, tale perdita di credibilità viene sottolineata non soltanto da avversari e alleati esteri, ma anche dalla stessa opinione pubblica statunitense, che accusa di eccessiva debolezza l'amministrazione uscente del presidente Jimmy Carter (1976-1980).

Il "reaganismo" 

Su questo sentimento di orgoglio ferito fa leva l'agguerrita campagna elettorale condotta da Reagan, candidato del partito repubblicano, che promette al paese una "riscossa" in grado di riportarlo al rango di prima superpotenza, garante dell'ordine mondiale. Il popolo degli Stati Uniti risponde a questi forti richiami al patriottismo e ai valori tradizionali concedendo a Reagan un vero trionfo elettorale, che quattro anni dopo, in occasione delle successive elezioni presidenziali, si amplificherà fino a divenire una sorta di plebiscito.

Reagan rimarrà dunque alla Casa Bianca per otto anni, determinando un profondo mutamento di rotta nella storia americana e mondiale.

Il nuovo presidente avvia subito un programma per molti versi antitetico rispetto a quello del suo predecessore. In politica interna egli intende procedere al ridimensionamento dell'apparato burocratico e a una drastica riduzione della spesa pubblica, soprattutto di quella destinata alle istituzioni pubbliche e assistenziali (scuola, sanità, sussidi alla disoccupazione ecc.).

Il rilancio dell'economia è affidato a una politica totalmente liberista, che si basa sull'intraprendenza individuale e sull'ossequio alle leggi del mercato, nello sforzo di limitare il più possibile ogni forma di intervento statale e di assistenzialismo.

Il modello neoliberista reaganiano si basa infatti sul presupposto che la spesa pubblica impiegata per finanziare interventi sociali e assistenziali da un lato crea inflazione (uno dei grandi flagelli economici degli anni Settanta), dall'altro sottrae consistenti fondi agli investimenti produttivi.

Questa linea economica, che verrà comunemente definita "reaganismo", diverrà una sorta di simbolo degli anni Ottanta e segnerà un vero e proprio punto di rottura rispetto al modello dello stato sociale che era nato negli anni della ricostruzione postbellica, per sostenere le economie piegate dalla partecipazione alla lunga guerra mondiale.

Lo scudo spaziale 

Contemporaneamente Reagan mira a potenziare l'apparato difensivo americano, attraverso la cosiddetta Iniziativa di Difesa Strategica (SDI), più nota come Progetto dello Scudo Spaziale.

Si tratta di un complesso sistema difensivo basato sull'impiego di satelliti di osservazione e di sofisticate armi spaziali in grado di intercettare e abbattere i missili intercontinentali prima che essi giungano all'obiettivo prefissato.

Tale sistema avrebbe dovuto portare, secondo Reagan, alla progressiva eliminazione delle armi nucleari, perché ciascuna delle superpotenze sarebbe protetta dal proprio scudo stellare.

La politica estera di Reagan 

In politica estera, Reagan si assume l'arduo compito di far superare agli americani  ogni complesso d'inferiorità e imposta subito i rapporti con l'Unione Sovietica su un piano di "rigido confronto".

Per punire il Cremlino dell'invasione dell'Afghanistan approva una serie di misure che vanno dalla mancata ratifica del trattato Salt II sugli armamenti nucleari, concluso a Vienna due anni prima, alla sospensione delle forniture all'Urss di beni di prima necessità, in particolare grano.

Il primo quadriennio dell'amministrazione Reagan vede dunque un deciso irrigidimento della politica dei blocchi contrapposti: tale linea verrà notevolmente ammorbidita durante il secondo mandato presidenziale di Reagan (1984-1988), anche grazie alla politica riformistica intrapresa dal leader sovietico Gorbaciov, che nel frattempo si era insediato al Cremlino.

La politica estera di Reagan vede  inoltre un'accentuazione delle spinte interventistiche nelle aree più "calde" del globo: nella tormentata regione del Centro-America, egli sostiene massicciamente i movimenti anticomunisti del Nicaragua, che dal 1979 si fronteggiano in una sanguinosa guerra civile con il governo  sandinista appoggiato dall'Urss. Tale situazione perdurerà fino al 1990, quando il governo sandinista verrà sconfitto alle elezioni da una coalizione di partiti moderati.

Raegan svolge inoltre un'efficace azione di dissuasione nei confronti della Libia, nazione considerata tra le nazioni ispiratrici del terrorismo arabo internazionale.

In due occasioni, nel 1986 e nel 1988, è addirittura la VI Flotta degli Stati Uniti a dirigersi minacciosamente verso il Mediterraneo e a mettere in atto raid punitivi per ritorsione contro gli attentati terroristici e per cercare di ottenere la chiusura di impianti libici sospettati di produrre armi chimiche.

In particolare nel suo secondo mandato, grazie soprattutto, lo ripetiamo, ai migliorati rapporti con l'Unione Sovietica di Gorbaciov, Reagan va gradualmente stemperando la precedente linea politica volta a una sostanziale affermazione di forza, e si adopera per il mantenimento della pace mondiale e per il superamento di alcune crisi regionali.

I vertici con Gorbaciov tenutisi a Ginevra (1985), Reykjavik (1986), Washington (1987) e Mosca (1988) approdano a importanti accordi per la riduzione degli armamenti in Europa.

Un contributo decisivo Reagan dà anche alla transizione verso la democrazia nelle Filippine, dove nel febbraio 1986 termina la ventennale dittatura di Ferdinand Marcos, iniziata nel 1965.

Le Filippine e il ritorno alla democrazia

 

All'inizio degli anni Ottanta il presidente delle Filippine Ferdinand Marcos, che da un periodo di vent'anni tiene l'arcipelago sotto il giogo di un regime dittatoriale inefficiente e corrotto, perde gradualmente l'appoggio degli Usa, tradizionali alleati, e della Chiesa cattolica, che rappresenta uno dei principali punti di riferimento interni.

L'opposizione si raccoglie attorno a Corazón (Cory) Aquino, vedova del leader liberale Benigno Aquino, fatto uccidere presumibilmente da Marcos.

Nel febbraio 1986, dopo una contestata vittoria elettorale ottenuta attraverso una serie di brogli, il dittatore cede di fronte ai crescenti disordini popolari e, di conseguenza, alla defezione di alcuni suoi collaboratori e abbandona il paese.

La guida del governo viene assunto da Cory Aquino, tuttavia la transizione verso la democrazia risulta essere tutt'altro che facile: per due anni si susseguono numerosi tentativi di colpo di stato operati sia dai nostalgici del dittatore Marcos sia dalla guerriglia comunista e islamica. Soltanto nel 1988 il nuovo corso riesce finalmente a consolidarsi, anche grazie al decisivo appoggio degli Stati Uniti e alla morte in esilio di Marcos.

 



Classifica di siti - Iscrivete il vostro!