LORENZO DE MEDICI: VITA E OPERE


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LORENZO DE MEDICI: VITA E OPERE

La vita

Lorenzo De' Medici, detto il Magnifico, fu signore di Firenze; nacque nel 1449 e morì nel 1492. Figlio di Pietro il Gottoso e di Lucrezia Tornabuoni, trascorse la prima giovinezza tra Careggi, Cafaggiolo ed il Trebbio, le tre splendide ville fatte edificare dal padre. Ebbe come maestri i più illustri umanisti del tempo. Poco più che sedicenne, partecipò in modo attivo alla vita politica come membro del Consiglio dei Cento, e affinò le sue doti di diplomatico come ambasciatore a Napoli, Roma e Venezia.

Nel 1469 Lorenzo sposò Clarice di Jacopo Orsini; era un matrimonio che serviva a rafforzare il prestigio della famiglia. Egli mantenne apparentemente in vita le istituzioni repubblicane, affidando in realtà a persone fidate una rete sempre più ampia di pubblici uffici. Riuscì sempre a conservare il favore del popolo, al quale concesse un livello di benessere mai raggiunto prima e che distrasse, durante un lento ma progressivo annullamento delle libertà democratiche, con feste e manifestazioni pubbliche di inaudito splendore. Specialmente dopo la congiura dei Pazzi (26 aprile 1478) il trapasso dei poteri alla signoria divenne più rapido. I congiurati ferirono Lorenzo che però riuscì a scamparla; in seguito le rappresaglie furono condotte spietatamente tanto che i due Pazzi ed il cardinale Salviati vennero giustiziati sommariamente; infine il Papa scomunicò il Magnifico, rimasto armai solo a capo del suo partito e della sua città. Stretta alleanza con Ferdinando I d'Aragona, re di Napoli, e con la Repubblica di Siena, Sisto IV mosse guerra a Firenze che in quel momento era alleata con Venezia e Milano.

Nel 1479 le truppe fiorentine furono sconfitte a Poggio Imperiale; Lorenzo, ricorrendo alla consueta abilità diplomatica, riuscì a staccare il re di Napoli dall'alleanza col Papa recandosi personalmente alla corte aragonese. Salutato come "salvatore della patria" , non si lasciò sfuggire l'occasione di indebolire ulteriormente l'apparato repubblicano, istituendo anche il Consiglio dei Settanta, composto per la gran parte da membri del partito mediceo. Da questo momento, grazie alla politica laurenziana, ci sarà equilibrio tra i vari stati italiani. Anche nel prosieguo della storia italiana, Lorenzo sarà definito dal Macchiavelli "l'ago della bilancia intra i principi italiani", proprio per questa sua capacità di mediare e di soffocare i continui conflitti tra i vari regni e ducati d'Italia. Tant'è vero che questo equilibrio si spezzò definitivamente dopo la sua morte (1492).

Le opere

Oltre che come abile uomo politico, Lorenzo va ricordato per la sua opera letteraria, assai vasta e ricca di aspetti diversi. La familiarità con i più famosi umanisti, tra i quali Ficino, Landino, Della Mirandola, Bembo, Pulci, e Poliziano, aveva arricchito la sua personalità e probabilmente influì su di lui l'eclettismo, cioè la volontà di apprendere le cose migliori da ciascun autore precedente o contemporaneo. Le opere del Lorenzo possono essere divise in tre grandi gruppi: quelle che riguardano l'amore e gli insegnamenti inerenti a questo argomento;
quelle di intonazione popolare, scanzonate e briose, ma temperate dalla raffinata ironia dell'autore ("Canti Carnascialeschi", "I trionfi", "Canzoni a Ballo", "L'Uccellagione", "La Nencia da Barberino");
le opere di devozione ("Laudi Spirituali" e la Rappresentazione dei santi Giovanni e Paolo).
Dal primo gruppo emerge la visione platonica dell'amore in Lorenzo, derivante da Marsilio Ficino, sostenitore dell'Accademia platonica e maestro del Magnifico. Le opere di intonazione popolare si rifanno invece alla tradizione borghese, comica e burlesca, prendendo spesso come protagonisti delle buffonate personaggi tra le classi sociali minori. In questo settore Lorenzo fu influenzato dal Pulci, ammiratore prima e promotore poi della letteratura burlesca e giocosa, coltivata, per tradizione, soprattutto in Toscana. Il terzo filone riguarda opere di devozione religiosa molto diverse, per forma e contenuti, dagli scritti popolari. Proprio per questa estrema varietà di stili ed ideologie è difficile delineare una precisa fisionomia del Magnifico, ma sicuramente si può affermare, in generale, che ebbe una grande passione per la poesia e per la letteratura in tutti i suoi aspetti, sembrando quasi trarre godimento dal puro esercizio tecnico atto a dimostrare anche abilità unicamente formale. Le rime rientrano nel primo grande gruppo di opere e trattano principalmente l'argomento amoroso.

Con questa produzione Lorenzo riprende e richiama la poesia amorosa del due-trecento, non solo gli stilemi formali del tempo, riprendendo formule stilistiche del "dolce stil novo" ma anche riproponendo le tematiche dell'amore vicine a quello platonico, idealizzato e totalizzante, distaccato dal fervore carnale, attento alla sola contemplazione della bellezza fine a se stessa. L'interesse per questo filone mosse anche dalla ammirazione di Lorenzo per i suoi "modelli" come Dante e Petrarca: anch'egli infatti desidera riproporre il volgare per trattare temi di tale importanza, a testimonianza della pari considerazione che aveva per le due lingue, appunto il latino ed il volgare.

Nel secondo capitolo delle rime Lorenzo invoca un istantaneo sonno che lo possa liberare dalle sofferenze e dai tormenti che l'amore gli fa patire: "pianti mia". Desidera anche che il sonno gli porti in dono la visione della sua donna e la vuole vedere con "occhi dolci e sereni". La donna è al centro di tutto: lui avrebbe il "sonno eterno" per una "parola accorta" o per un'immagine serena e benevola di questa donna nei suoi confronti. Il suo amore è distaccato dalla sensualità e si appaga unicamente al sorriso, alle dolci parole ed alla tranquillità che lui vuole vedere nella figura femminile.

La concezione dell'amore

In Lorenzo de' Medici risulta ben chiara la concezione amorosa, che emerge dalla famosa ballata dei "Canti carnascialeschi" "Trionfo di Bacco e Arianna". Il Magnifico tende ad esaltare l'amore fisico e non quello platonico, mettendo in evidenza l'importanza del corpo. Egli ritiene che un corpo giovane, nel fiore degli anni, sia l'unico a poter assicurare i piaceri, mentre d'altro canto il corpo anziano è visto come "soma", come peso inutile privo di ogni dignità. Per Lorenzo l'amore è passione, passione carnale, non sentimento che leva l'animo dell'amante e semplice carnalità. Una passione opposta alla sua è quella presa dal Bembo, autore rinascimentale petrarchista. Come il suo modello egli ritiene che la bellezza del corpo è certamente un fattore importante, ma soprattutto che "è belle quello animo, le cui virtù fanno tra sé armonia".

La concezione del tempo

Con l'esaltazione della carnalità e della necessaria giovinezza per Lorenzo de' Medici emerge, di conseguenza, il tema della fugacità del tempo. L'autore sottolinea in maniera marcata la sua posizione pessimistica e malinconica del passare del tempo onorando la giovinezza e degradando la vecchiaia. Egli sembra invitarci a non perdere tempo e a cogliere tutti i piaceri possibili senza lasciare che il tempo li faccia appassire. Lorenzo non utilizza l'immagine simbolica del "cogliere la rosa", bensì marca fortemente, riprendendolo nel ritornello, il fatto che non ci si può basare sul domani poiché di esso non si sa niente, l'unica cosa conveniente è godere dei piaceri finché si può.


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