PSICOLOGIA : L'EDUCAZIONE DEI "PENSIERI SELVATICI" di Giorgio Bruno

PSICOLOGIA :  L'EDUCAZIONE DEI "PENSIERI SELVATICI"

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                                                       di PSICHIATRA  GIORGIO BRUNO

 

L’EDUCAZIONE DEI “PENSIERI SELVATICI”

“La cosa che più conta è avere te nella mia vita”, un vincolo d’amore che però corre su un filo sottilissimo ma s’immagina che niente e nessuno potrà mai spezzare. Eppure quanti vincoli d’amore oggi si rompono nel silenzio della coscienza o nel clamore dell’incoscienza? Tutti sanno o fanno finta di sapere che soltanto l’amore unisce, soltanto l’amore colorisce la vita, soltanto l’amore rispetta l’altro, soltanto l’amore avvicina a Dio già in questa terra prima dell’altra, quella eterna, eppure assistiamo a continue separazioni e rotture di vincoli d’amore che forse in questi casi sono da considerarsi “presunti”. Già, l’amore eterno è una rarità, forse non esiste sotto il cielo ma sopra le nuvole e perciò di continuo siamo immersi nel dilemma “dell’amare o dell’illusione di amare e di essere amati”. “Perché dovrei mettermi in casa una persona estranea?” diceva Alberto Sordi a chi gli chiedeva del perché non si fosse sposato e continuava “Noi siamo estranei a noi stessi, figuriamoci conoscere un’altra persona, anche se ci vive accanto, in tutte le sue dinamiche psicologiche e comportamentali”. Forse è proprio così, forse, fino ad un certo punto. Certamente presupposto dell’amare è la “consapevolezza” di ciò che è in noi e la “conoscenza” necessaria per comprendere il significato del vivere nel bene e nel male. Volgiamo, però, sistematicamente lo sguardo altrove, al di fuori di noi, all’altra persona. Allora finiamo il più delle volte per illuderci di conoscere la persona che ci sta accanto e non sappiamo se amiamo la persona che ci sta accanto o quella dentro di noi riflessa nell’altra.

In realtà in ogni amore ci sono almeno due esseri, ciascuno dei quali è la grande incognita nelle equazioni (vedi “L’Equazione amorosa” del precedente numero) dell’altro ed è proprio la diversa cognizione (ammesso che ce ne sia una) dell’equazione amorosa che s’intende svolgere a determinare la sofferenza dell’amore prima e la rottura del vincolo d’amore poi. Accade che difficilmente  ci chiediamo, quando intraprendiamo una relazione, “che cosa voglio da questa relazione?” e soprattutto “quale bisogno personale sono disposto a rinunciare per questa relazione?” in quanto si tende sempre più a “fare” relazioni piuttosto che a “vivere” le relazioni. Un po’ come si è soliti fare su “facebook”, ci teniamo tanto ad incrementare il numero degli amici e poi finiamo con il renderci conto che d’amici veri non ne teniamo nemmeno uno. Una virtualità che sfocia nella noia, tante maschere che camminano nel vuoto della solitudine, nell’affannosa ricerca di un volto reale che sappia stringere la mano e parlare d’amore. Eppure non ci accorgiamo che l’amore è dietro l’angolo, basta solo sporgere il capo e guardarlo. Il punto è che prima di guardarlo nell’altro è oltremodo necessario guardarlo in se stessi, in altre parole prima di avere una relazione con l’altro è ancora più importante averla con se stessi e non importa se nell’osservarci vediamo “il doppio”.

Il “doppio” è rappresentato dalla visione (in questo caso sarebbe forse meglio dire “dall’ascolto”) di quei “pensieri selvatici” che si pongono accanto ai “pensieri educati” e che “non si riescono ad acchiappare perché non si riesce ad essere completamente aperti e non si permette loro di alloggiare nella mente per quanto ridicoli, per quanto fantastici siano e perciò non ci può essere la possibilità di dare loro un’occhiata”. Insomma “i pensieri selvatici” potrebbero aiutarci (e molto) nella costruzione delle relazioni solo se “si avesse la pazienza di osservarli con calma e aspettare che si sviluppino trattenendosi dall’agire”. In questo modo “libereremmo la mente dalla tirannia del fare” e saremmo catapultati in quello stato d’attesa che in fondo “ci riconsegna inventiva ed apertura”. A questo punto qualcuno potrebbe provare ad immaginarsi “i propri pensieri selvatici” e forse la loro rappresentazione potrebbe fallire e allora proviamo noi a dare un’identità a questi pensieri. I pensieri selvatici vivono nel regno degli Istinti e hanno una caratteristica peculiare che non possiedono affatto i pensieri educati: “Sanno perfettamente che cosa è bene o male per noi”. Il fatto è che non siamo abituati ad ascoltarli o, meglio, tramutiamo in azione questi pensieri prima di ascoltarli e perciò come onda del mare che s’infrange su uno scoglio così noi c’infrangiamo sull’altro/a senza entrare nell’altro/a. Una corrosione continua della relazione.

 

 


 

 

 


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