STORIA IL CASO JUGOSLAVIA(RIASSUNTO)

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IL CASO JUGOSLAVIA

 

Gli Jugoslavi, provenienti dall’Asia centrale, penetrarono nell’isola balcanica verso il VII secolo dopo Cristo. Erano molte le tribù che componevano il popolo jugoslavo, ma erano tutte unite dalla stessa lingua e dagli stessi costumi. Ben presto però si divisero e cambiarono anche le loro caratteristiche comuni. Ognuno di questi gruppi occupò una zona e spesso ebbe a combattere col gruppo vicino. I gruppi principali, rappresentati dai Serbi, dagli Sloveni e dai Croati, dovettero combattere lungamente e per secoli contro i loro nemici.

I Serbi, che avevano costituito il loro primo stato nella Bosnia-Erzegovina, ebbero il loro daffare contro i turchi ed i bulgari. Fra i loro capi più valorosi si distinse particolarmente Stefano Nemanja.

Gli Sloveni, invece, dovettero guerreggiare contro gli Asburgo e poi finirono assoggettati alla corona austro-ungarica fino al 1918.

I Croati ebbero difficoltà con i bizantini ma riuscirono a mantenersi indipendenti per circa tre secoli. Poi, però, nel 1102 furono sconfitti dagli ungheresi ed anche loro fino al 1918 dovettero sottostare ai vincitori.

Dopo l’anno 1000 solo la Serbia risultò indipendente e la storia della Jugoslavia si identificò con la sua storia. Il più famoso re serbo fu Stefano Ouroch IV che, sconfiggendo i bizantini, tolse loro la Tessaglia, l’Albania e l’Epiro; poi sconfisse i bulgari ed occupò anche la loro terra.

Il re, che era chiamato Dusan, continuò le sue conquiste arrivando fino in Macedonia e poi si portò contro i turchi. Vinse le prime battaglie, arrivò fin quasi a Costantinopoli, ma improvvisamente morì, a soli 46 anni, il 20 dicembre del 1355 ed il suo esercito si sfaldò completamente, così il suo regno, che dai vari capi greci ed albanesi, fu diviso in 24 piccoli staterelli. Fu la loro rovina perché gli ottomani, in numero assai superiore, iniziarono una violenta controffensiva e nel 1389 a Cossovo ci fu una vera e propria carneficina: ben 35.000 serbi trovarono la morte. La marea turca dilagò e la dominazione turca sui serbi durò dal XV al XIX secolo.

Dopo Cossovo molte furono le rivolte dei  serbi ma tutte inutili. Col tempo i popoli jugoslavi capirono che solo l’unità di tutti avrebbe potuto restituire loro la libertà e, finalmente, nel 1804, con il declino della potenza ottomana, si presentò la buona occasione per la riscossa. Ed a Belgrado scoppiò la rivolta, capeggiata da Giorgio Petrovic, detto “Karageorge”, cioè “Giorgio il Nero”. Aiutati dalla Russia, anch’essa in guerra contro i turchi, essi furono vittoriosi nelle prime battaglie ed arrivarono anche ad impossessarsi di Belgrado.

Ma quando nel 1812 fu firmata la pace fra Russia e Turchia a Bucarest, gli jugoslavi rimasero isolati. Karageorge fu tradito da Miloch Obrenovic e da lui assassinato. Per questo atto Obrenovich fu nominato dai turchi “Principe di Belgrado”. Ed il Principato di Belgrado nel 1830 fu trasformato in Regno di Serbi.

 

Uno dei suoi più famosi sovrani, Michele Obrenovic, tentò anche di fondare una vera e propria federazione di stati slavi, ma assassinato nel 1868, il suo progetto non fu realizzato.

Nella seconda metà del XIX secolo iniziò nei Balcani un periodo di confusione e di agitazioni. L’Austria voleva a tutti i costi una guerra fra i due stati e l’occasione si presentò quando, nel 1914, il 28 giugno, a Serajevo in Bosnia il principe austriaco Francesco Giuseppe fu ucciso. L’Austria attaccò la Serbia. Era la prima guerra mondiale. Questa finì con la vittoria degli alleati così la Serbia riunì in un unico “Regno di Jugoslavia” tutti i popoli serbi, sloveni, croati e montenegrini e bosniaci. Il primo re del nuovo regno fu Pietro I Karageorgevich.

Ma l’unione fra questi popoli, tanto diversi fra loro per usi, costumi, lingua, cultura e persino scrittura, non durò a lungo. Ben presto i serbi, che ritenevano essere la parte forte del regno, si ritrovarono in conflitto aperto con i croati. E nel 1941, allo scoppio della seconda guerra mondiale, con la sua aggressione Hitler decretò la fine del regno jugoslavo. Il re Pietro II che era stato eletto nel 1934, fuggì col suo governo prima ad Atene poi a Londra. La Serbia fu occupata e la Croazia divenne uno stato indipendente sotto la guida dittatoriale di  Ante Pavelic.

Ma molti patrioti jugoslavi decisero di continuare a lottare per la libertà del loro paese e si ritirarono sulle montagne ed in qualsiasi altro luogo dove potersi organizzare in gruppi di “partigiani”. Questi, al comando di Josip Broz, comunista, detto “Tito”, aiutato soprattutto dai russi, riuscirono ad organizzare un vero e proprio esercito che, dapprima, servì a controllare le offensive tedesche e poi ad attaccare. Questo fu chiamato “esercito fantasma” e diede molto filo da torcere ai tedeschi. Quando la Germania nazista crollò, quell’esercito entrò a Belgrado insieme all’Armata Rossa.

L’11 novembre del 1945 l’Assemblea Costituente Jugoslava decretò la fine della monarchia e proclamò la Repubblica, di tipo comunista, della quale fu presidente il Maresciallo Tito.

Ed in questo paese dove era tutto da rifare, trovò ampio  sfogo il Partito Comunista, unico, col quale si ebbe un regime totalitario. Belgrado, nell’ottobre del 1947, fu scelta come sede del Cominform, l’organismo che accomunava tutti gli stati satelliti dell’Unione Sovietica.

I rapporti con l’occidente divennero sempre più difficili e vibranti proteste furono elevate dalla Jugoslavia allorchè, nel marzo 1948, gli Alleati decisero di restituire all’Italia il “territorio libero” di Trieste.

Ma anche quelli con l’Unione Sovietica furono interrotti in quanto la Jugoslavia fu accusata da Mosca di nazionalismo, deviazione ideologica e tolleranza verso i “kulaki”, ossia i contadini proprietari benestanti. Tito fu aspramente criticato per la sua politica sia interna che estera. Il Cominform portò la sua sede a Bucarest e l’Albania, distaccatasi dalla Jugoslavia, passò ad unirsi al coro anti-Tito.

La Jugoslavia protestò contro le accuse mosse e si strinse ancora di più intorno a Tito che, tuttavia, continuò la sua adesione ai cugini orientali. Il Cominform non revocò mai il suo stato di accusa.

Poi i vari funzionari sovietici, presenti nel  paese come tecnici collaboratori della ripresa jugoslava,  abbandonarono il paese insieme a circa altre 10.000 persone. E poiché la ripresa della nazione si avvaleva delle forniture di acciaio e carbone  polacchi, petrolio romeno, macchinari ed automobili cecoslovacche e russe, tutti i paesi del Cominform interruppero i rapporti commerciali  e, quindi, le forniture. Mosca dichiarò la Jugoslavia “nemico e traditore dell’Unione Sovietica”.

Contemporaneamente a ciò, all’ovest si intessevano accordi con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti; nel 1948 la Federal Reserve sbloccava la riserva in oro, pari a 47 milioni di dollari, depositata dal governo jugoslavo in esilio; un altro credito importante di 70 milioni di dollari fu fornito dagli Stati Uniti nel 1950 ed in quello stesso anno inviarono un grosso quantitativo di grano in Jugoslavia, afflitta da una gravissima carestia. Poi, dal 1951 al 1955, oltre mezzo miliardo di dollari in aiuto militare pervenne, sempre dagli Stati Uniti, insieme ad altre prestazioni della Gran Bretagna e della Francia. Accordi industriali furono stipulati anche con l’Italia. E tutto senza che venisse chiesto alla Jugoslavia un cambio della sua politica.

 

Quando nel 1953 ci fu la morte di Stalin, Kruscev e Bulganin decretarono il disgelo fra i due paesi e sconfessarono la politica staliniana. Ciononostante la Jugoslavia mantenne una sua posizione di “equidistanza” fra i due blocchi.

Nel giugno 1956 ripresero i normali rapporti con l’Unione Sovietica che riconobbe i principi ideologici di Tito.

 

La Jugoslavia continuò a svolgere la sua politica e Tito, nel gennaio 1959, si recò in visita in diversi paesi, come l’Indonesia, Ceylon, Birmania, Etiopia, Sudan e Repubblica Araba Unita. Visite che furono restituite a suggello dei rapporti amichevoli instaurati. Anche con l’Italia  ci fu uno scambio di visite: a Belgrado nel novembre 1959 del nostro sottosegretario agli esteri A. Folchi e quella a Roma del ministro degli esteri jugoslavo V. Popovic. Furono firmati accordi economici e culturali di grande importanza.

La crisi che c’era stata fra Unione Sovietica e Jugoslavia aveva rafforzato notevolmente il potere di Tito che, pur comunista, esercitava un governo abbastanza tollerante verso gli oppositori. Ciò che maggiormente si era sviluppato nel paese era il desiderio di livellare tutti i nazionalismi presenti nelle varie repubbliche e lo sviluppo economico di esse che, per un certo tempo, fu maggiore nella Slovenia, nella Serbia e nella Croazia. Poi dal 1957 al 1959 gli investimenti aumentarono molto ed il più sensibile miglioramento economico si registrò nella Bosnia-Erzegovina, fino ad allora la più arretrata.

Si ebbe così un miglioramento in tutti i settori dell’industria, dell’agricoltura, della cultura con la costruzione di molte scuole e con la lotta all’analfabetismo, allora assai ampio nel Kosovo ed in Albania. Sempre tutto sotto la sorveglianza dello stato socialista che, pur ripristinando la proprietà privata, non permise la rinascita della cosidetta “classe borghese”.

Il 27 ottobre 1960 fu indetta una Assemblea Federale che decretò, fra l’altro, il collegamento stretto fra le retribuzioni dei singoli lavoratori all’aumento della produttività delle aziende.

 

Il 28 novembre 1960 Tito si fece propulsore di una nuova Costituzione che fosse più vicina alle nuove esigenze della sociatà che, via via, stava maturando in Jugoslavia a contatto con i regimi dell’occidente.

Nel 1961 si riunì a Belgrado la prima conferenza dei paesi “non allineati”; la Jugoslavia in quella circostanza riscosse un notevole successo proponendo come terza forza in equilibrio fra i due blocchi, se stessa. La seconda conferenza si riunì al Cairo nel 1964; in essa fu tentato di costituire un mercato comune ai “non allineati”, ma senza esito.

Frattanto però i rapporti con la Francia e la Repubblica Federale di Germania si erano deteriorati. Con la Francia perché la Jugoslavia aveva appoggiato il Fronte di Liberazione Algerino; con la Germania perché questa, non solo si rifiutò di risarcire i danni di guerra, ma anche perché sospettata  di proteggere il terrorismo anti-jugoslavo.

Piano piano si erano rinsaldati i rapporti con l’Unione Sovietica che infatti nel 1965 risultò la prima importatrice delle merci jugoslave. Nel 1968 questi rapporti però conobbero una  profonda crisi dopo l’invasione russa in Cecoslovacchia. Nel 1971 Breznev contribuì a risolvere i problemi visitando la Jugoslavia ed intensificando con essa la ripresa economica.

Ma già prima la Jugoslavia aveva ripreso le relazioni con la Germania, la quale si dimostrò più attenta a combattere il terrorismo “ustasa”, in via di sviluppo sul proprio territorio.

Con l’Italia si sviluppò una vera partnership industriale. Migliorarono anche le situazioni ideologiche verso la Cina e l’Albania, da tempo polemiche con la politica di Tito.

 

Ma intanto all’interno delle repubbliche jugoslave si andavano accumulando tensioni di origine nazionalista che da sole dimostrarono quanto la rimozione dell’arretratezza economica e culturale, principio sempre professato, di ogni singola repubblica, avrebbe eliminato per sempre i particolarismi e le divergenze etniche. La prima forte avvisaglia di questo particolare stato di cose si ebbe nel 1971/72 quando in Jugoslavia fu eliminata gran parte della dirigenza croata e si ebbero plurime purghe negli apparati di stato e di partito, specialmente in Serbia.

La nuova Costituzione, varata nel 1974, confermando l’alto grado di autogoverno delle repubbliche nell’ambito della Federazione, aveva come compito primario quello di garantire la massima integrazione sociale ed economica, politica e territoriale.

Sin dal 1975 le repubbliche ottennero la sovranità valutaria e furono in grado di contrarre prestiti all’estero, ebbero diritto all’uso della lingua nazionale, ma le tre religioni predominanti ebbero spesso qualche difficoltà di rapporto.

 

Nel 1977 E. Kardelj, esponente di spicco  della Federazione, si occupò soprattutto del problema della democrazia nel paese, riconoscendo l’importanza del “pluralismo di interessi” che via via si manifestava insieme alla crescita della società. Bisognava collocare questo pluralismo nell’ambito della politica federalista ma, essendo già malato, nel febbraio 1979 Kardelj morì, mentre si intravedeva all’orizzonte il nascere di una grave crisi interna.

Intanto Tito, forte del suo prestigio internazionale, negli ultimi anni di vita si occupò sempre più, e quasi esclusivamente, di politica estera. Si impegnò soprattutto sul problema del disarmo e la pace nel mondo. Nel 1979, in disaccordo con Castro, che propugnava l’indiscusso dominio del “campo socialista”, Tito difese il Movimento dei “non allineati” ed ottenne una vittoria politica di grande apprezzamento sull’ideologia castrista.

Nel gennaio 1980 Tito, sofferente di gravi problemi di circolazione,dovette subire l’amputazione di  una gamba; ma molto avanti negli anni, 88, non riuscì a reagire e morì il 4 maggio. Al suo funerale parteciparono quasi tutti i capi di stato del mondo, meno J. Carter, presidente statunitense e Giscard d’Estaing, presidente francese.

Il  dopo-Tito si rivelò tragico per la Jugoslavia. L’indebitamento pubblico delle singole repubbliche, unitamente alla inefficienza dei vari dirigenti, portarono subito ad una farraginosa situazione economica. E come se ciò non bastasse, riemersero i nazionalismi, specialmente degli albanesi del Kosovo, acerrimi nemici dei serbi. Questi ultimi rappresentavano una minoranza nella regione e ben presto si ritrovarono divisi amministrativamente dalla Serbia, che contava circa tre milioni di cittadini emigrati nelle varie repubbliche, e rispetto ad esse in una situazione non paritaria.

L’intero sistema economico jugoslavo era in crisi a causa delle inefficienti otto burocrazie esistenti ed il potere politico quasi nullo.A predicare, alla metà degli anni ottanta, un nazionalismo separatista, cominciò la Slovenia. In Serbia, invece, gli intellettuali dell’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti, compilarono nel 1986 un “Memorandum” che indicava la Serbia come faro guida della Federazione e come tale doveva spezzare la coalizione croato-slovena e rilanciare la realizzazione dell’economia di mercato per riportare la Jugoslavia ai suoi migliori momenti. Leader incontrastato dei serbi divenne S. Milosevic. E con la rinata “questione nazionale serba”, si ebbe con Milosevic una nuova convergenza verso l’ortodossia comunista. La sua politica aggressiva portò, nell’autunno del 1988, al rovesciamento dei governi del Kosovo e della Vojvodina, ma ciò fu fatto anche per quello del Montenegro, che non era per nulla una regione della Serbia. A seguito di ciò si scatenò una fortissima reazione da parte degli sloveni che,però, non volendo complicare ulteriormente la situazione, accettarono, insieme alla Croazia, di sottoporsi al controllo diretto della Serbia.

 

Un compromesso fu raggiunto ed alla carica di premier della federazione giunse il croato A. Markovic, nei primi mesi del 1989. Capo dello stato divenne lo sloveno J. Drnovsek che migliorò la politica della Jugoslavia e rafforzò i rapporti con la Comunità Europea. Nel 1990 si giunse anche ad una  “iniziativa quadrangolare” i cui componenti furono l’Italia, l’Austria e l’Ungheria.

Ben presto però le repubbliche jugoslave si prepararono ad approvare, ognuna per proprio conto unilateralmente, delle modifiche alle loro Costituzioni, in modo da raggiungere ognuna la possibilità di avere dei loro partiti e preparare il terreno, ciascuna, per le proprie elezioni. La prima a programmarsi fu la Slovenia, che previde ciò per l’aprile del 1990.

Intanto nel gennaio 1990 fu riunito il XIV Congresso della Lega delle Repubbliche Jugoslave. La delegazione slovena abbandonò il Congresso. Il sistema del semi-federalismo fu scardinato e la Jugoslavia assistette impotente alla caduta del comunismo. Sempre nel corso del  1990 ci furono in sei repubbliche (eccettuata la parte albanese del Kosovo) elezioni  pluripartitiche che accentuarono ancora di più  la distruzione della Federazione.

In Slovenia vinse una coalizione formata da liberali, contadini, democristiani, socialdemocratici e verdi, ma presidente della repubblica fu confermato il comunista M. Kucan.

In Croazia prevalse un movimento nazionale capeggiato da F. Tudjman. In Bosnia-Erzegovina prevalsero le tre maggiori etnìe: Musulmani, Serbi e Croati. In Macedonia nessun partito raggiunse una maggioranza che potesse dare un governo stabile. In Serbia Milosevic ottenne il 77% dei voti ed in Montenegro la Lega dei comunisti ottenne il 64%.

Nel frattempo Markovic era riuscito ad ottenere buoni risultati in campo economico e finanziario dando stabilità al dinaro, ancorato al marco; l’inflazione era contenuta nell’1%, il debito estero molto ridotto ed i prezzi delle merci liberalizzati all’80%. Eppure nel 1990 ci fu un notevole calo nella produzione, la disoccupazione aumentò e quando fu tolto il blocco dei salari ritornò a crescere l’inflazione.

 

Ma chi fece della Jugoslavia uno stato ingovernabile, furono i contrasti fra le repubbliche federali. E per dirimerli e dare una soluzione alla crisi, si avviarono delle trattative soprattutto fra Slovenia, Croazia e Serbia. Non si raggiunsero risultati positivi e gli incontri fra i leader continuarono anche nella prima metà del 1991. Nel frattempo, il 23 dicembre 1990, in Slovenia c’era stato un referendum sull’argomento. Il 19 maggio 1991 anche la Croazia fece la stessa cosa. La Slovenia il 25 giugno proclamò ufficialmente la sua indipendenza. La Croazia seguì l’esempio subito dopo. Il posto di presidente federale rimase vacante e Markovic incaricò i vari reparti dell’esercito di prendere posizione ai posti di frontiera. L’esercito, invece, mosse dalla Croazia ed andò ad attraversare la Slovenia che si dichiarò aggredita e da questo scoppiò la guerra civile.

Subito si formarono due gruppi: uno con europei occidentali e Stati Uniti che cercarono di sostenere l’unità jugoslava; l’altro con Germania e Austria schierate apertamente a favore delle due repubbliche ribelli.

Fra questi due gruppi la Comunità Europea con molta fatica riuscì ad ottenere un cessate il fuoco, a Brioni il 10 luglio 1991. Furono stabiliti tre mesi di fermo per cercare di comporre la grave crisi e trovare uno sbocco politico alla situazione. Ma intanto in realtà i contendenti non nutrivano alcuna intenzione di ritornare sui loro passi ed allora si verificò un episodio assai commovente; le madri serbe si recarono in Parlamento ed a Lubiana per contestare la guerra e chiedere il ritorno a casa dei loro figli. Nello stesso tempo il governo jugoslavo si rese conto che la federazione poteva dirsi inesorabilmente finita ed accettò la secessione della Slovenia. Il 20 dicembre 1991 Markovic rassegnava le dimissioni.

Finito il conflitto in Slovenia, iniziò quello in Croazia. Anche qui morte, distruzioni e bombardamenti. Il mondo intero intervenne. La guerra finì e la Croazia si distaccò. La Serbia rimase isolata.

In Macedonia l’8 novembre 1991 un referendum stabiliva la propria sovranità ed il 17 fu approvata una nuova  Costituzione.

Ed intanto in Bosnia venivano praticati contatti con la  Turchia  per avere appoggio e protezione contro i tentativi di spartizione del paese operati da Tudjman e Milosevic.

Il 15 gennaio 1992 la Comunità Europea riconobbe i due stati di Slovenia e Croazia. Poi, dopo che in Bosnia fu effettuato analogo referendum il 29 febbraio 1992, i serbi di Bosnia dichiararono nata la loro repubblica indipendente, così la guerra che in Croazia sembrava finita, ma era solo sopita, proseguì anche in Bosnia. La ferocia inaudita con cui si combattè questa guerra in poco tempo procurò 1.200.000 profughi.

La Serbia dovette recedere anche in  virtù di contestazioni e gesti di sfiducia collezionati da Milosevic; questi si trovò costretto il 27 aprile 1992 a formare insieme ai montenegrini, capeggiati da M. Bulatovic, una federazione jugoslava che si chiamò “Piccola Jugoslavia” così il grande unitario stato federale di Jugoslavia, creato da Tito,  era ora suddiviso in 5 piccole repubbliche: Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Repubblica Federale di Jugoslavia. L’assestamento di questi stati richiedeva un tempo assai lungo. Ed intanto quella che era stata chiamata la Piccola Jugoslavia non otteneva il riconoscimento delle Nazioni Unite, né delle altre organizzazioni  internazionali. Cosicchè il 30 maggio 1992 le Nazioni Unite posero serie sanzioni economiche al nuovo stato, isolando ancora di più Milosevic e Bulatovic.

All’inizio dell’estate fu formato il primo governo federale guidato dal serbo-americano M. Panic. Egli, pur prodigandosi per rilanciare al meglio il paese, manifestando anche l’idea di formare una Comunità  Economica Balcanica, non ottenne sostegni internazionali.

Il 20 dicembre 1992 si tennero le elezioni presidenziali e Milosevic sconfisse Panic, che il 29 dello stesso mese abbandonò pure la carica di Presidente del Consiglio.

E nel frattempo la situazione economica della piccola Jugoslavia era divenuta veramente preoccupante. Inflazione galoppante, disoccupazione, criminalità varia, omicidi, furti, traffici illegali, scioperi. A tutto ciò si aggiunsero i fallimenti delle banche, che ebbero ripercussioni disastrose sui risparmi dei cittadini. In questo clima nel febbraio 1994 si formò in Serbia un governo di coalizione fra radicali, socialisti e Nuova Democrazia capeggiata da M. Markovic, moglie di Milosevic.

Nel luglio Belgrado accolse positivamente una proposta di mediazione in Bosnia-Erzegovina da parte del cosidetto “Gruppo di Contatto”. Ma si dichiararono contrari i radicali serbi, specialmente quelli di Bosnia, comandati dal presidente Karadzic.

Inoltre, nella primavera-estate del 1995 i croati riuscirono a riconquistare tutti i loro territori controllati dai serbi di Croazia, cioè la Slavonia e la Krajina. A questo punto si intromisero gli Stati Uniti che fecero firmare, a Dayton nell’Ohio, gli accordi di pace fra Bosnia-Erzegovina, Croazia e Serbia. Alcune sanzioni contro la Jugoslavia ed il Montenegro furono sospese  ma la loro repubblica non fu riconosciuta dagli organismi internazionali. All’interno  si formarono alcuni partiti nazionalisti: il Partito per il Rinnovamento Serbo, il Partito Democratico ed il Partito Democratico Serbo. Il 27 novembre 1996 si svolsero le elezioni amministrative serbe, ma furono commesse diverse irregolarità per cui non fu riconosciuta la vittoria all’opposizione.

Ciò provocò dimostrazioni di massa sia in Serbia contro Milosevic che in Montenegro contro Bulatovic. Queste durarono tutto il dicembre 1996, fino al febbraio 1997 quando, anche dopo forti pressioni internazionali, si conobbe il vero risultato delle elezioni. Milosevic, inoltre, era chiamato a fronteggiare anche le ostilità del Partito Radicale Serbo, presieduto da Seselj, in continua crescita, ed il crescente inasprimento della questione del Kosovo, conseguente alla crisi dell’Albania. Per di più i rapporti col Montenegro si erano notevolmente deteriorati.

 

La questione del Kosovo si era andata man mano inasprendo da quando Milosevic, nel 1990, aveva cancellato completamente l’autonomia della regione.

Intanto Seselj, capo della seconda forza politica del paese, si era candidato alla Presidenza della Repubblica serba. Le elezioni furono vinte da Milutinovic, candidato di Milosevic. Questi, intanto, veniva attaccato da Dukanovic, premier montenegrino. Si interponeva il presidente del Montenegro Bulatovic per allentare la pressione ma i dissensi del popolo aumentarono, in quanto non veniva rispettata da parte dei serbi la parità dei poteri legislativi concordata in precedenza.

 

Lo scontro fra i due politici portò ad una spaccatura fra i loro sostenitori e quando nel novembre 1997 nel Montenegro si ebbero le elezioni presidenziali, queste furono vinte da Dukanovic e, quindi, Milosevic perse un alleato.

Il 1997 fu certamente l’anno del miglioramento delle situazioni interne alla ex repubblica jugoslava, ma non per la situazione territoriale del Kosovo, che creò una grave crisi.

 

Nei primi mesi del 1998 nella regione della Drenica avvennero grandi massacri di gente inerme ad opera della polizia e di reparti paramilitari serbi. La NATO iniziò ad elaborare piani militari ed intervenne anche il “Gruppo di Contatto” che impose a Milosevic il ritiro dei suoi militari nonché l’inizio di trattative con gli albanesi del Kosovo. Rugova, presidente del Kosovo, cercò di non ricorrere alla violenza ma ciò risultò unilaterale. I serbi, fra giugno ed agosto 1998, invasero zone strategiche alla frontiera con l’Albania. E poiché i serbi continuarono con le loro carneficine, la NATO minacciò di bombardare la Serbia. Nessuna delle due parti in causa sembrò disposta a recedere; ma ad ottobre 1998 Milosevic si incontrò a Belgrado con Holbrook, inviato speciale degli Stati Uniti, ed in tale circostanza fu raggiunto un compromesso. Questo stabiliva la piena autonomia del Kosovo ed il ritiro delle forze serbe dal territorio.

 

Ma l’accordo non resse e nel febbraio 1999 vi fu un altro incontro a Rambouillet, fra la rappresentanza statunitense ed il Gruppo di Contatto. L’incontro si rivelò un fallimento e la NATO a marzo predispose l’intervento aereo. Dopo 80 giorni di bombardamenti, Belgrado accettò il piano di pace, elaborato dai paesi del G8, e cominciò a ritirare le sue truppe dal Kosovo.

Alla  fine di luglio a Sarajevo si riunì un vertice fra capi di stato. Si discusse sulla linea da seguire per varare un patto di stabilità nei Balcani, sistemare il Kosovo, riorganizzare l’economia in completo sfacelo, dando notevoli aiuti, combattere la criminalità di tutti i tipi e la corruzione dilagante. Si volle isolare Milosevic.

 

Il 19 agosto a Belgrado 150.000 persone sfilarono per dimostrare il loro dissenso a Milosevic. Ed intanto anche il Montenegro stava  organizzandosi per indire un referendum popolare, argomento: indipendenza.

 

Alla fine del 1999 ancora azioni di rivalsa e vendetta si verificarono in Kosovo contro la minoranza serba  che, invano, aveva sperato di poter continuare a vivere nel paese dove risiedevano ormai da sempre. E l’inizio del 2000 non ha ancora visto completamente stabile la situazione nei Balcani.



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