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Una renault parcheggiò più avanti e ne discese un giovine sui trent’anni‚ col viso da idiota‚ che si avvicinò ai ragazzi i quali‚ mossi da ansia e paura‚ l’attorniarono.
Passò una "pantera"‚ rallentò‚ un uomo in divisa guardò‚ osservò‚ poi l’auto prese la sua corsa verso il Bar Canasta, dove alcune puttane pigliavano il caffè, in attesa del primo turno di lavoro. La sera era afosa ed il lungomare‚ dalla parte delle piscine, puzzava di meno. Sul muretto che delimitava la spiaggia tra le scuole e la carnale, coppiette isolate di giovani amoreggiavano, incrociando le lingue e frugandosi con le mani incerte tra le cerniere aperte dei jeans. Una prostituta attendeva clienti‚ fumando nervosamente una sigaretta‚ mentre‚ ad un centinaio di metri‚ una folla di bambini godeva l’infanzia al suono allegro delle giostre.
Dietro le baracche‚ verso il mare tra giovani si iniettava la droga. Mario buttò via la fiala vuota ed imprecò mentre calava la manica della camicia: non avvertiva ancora gli effetti del suo "paradiso artificiale"‚ gli occorreva una dose più forte. Intanto‚ una bambina scese dal cavalluccio e si avviò con la madre sul largo del marciapiede; ad un tratto‚ il rumore del mare attirò la sua attenzione e scappò sulla spiaggia. La mamma la chiamò‚ poi la rincorse‚ raggiungendola nell’istante in cui la piccola si chinava per prendere la sabbia. Mario vide la borsetta che pendeva dal gomito della donna e si avvicinò. La bimba faceva i capricci‚ sfuggendo alla mano della mamma, che cercava di afferrarla; fu in quell’istante che il giovane cercò di scippare la borsetta che resisté. Mario non ebbe scelta: diresse la mano verso il collo della poveretta e tirò con forza la catenina‚ finché l’oro non venne via‚ lacerando la pelle dal lato della gola. La donna portò una mano al collo e le dita divennero rosse come lo smalto delle unghie.
¬- Mamma‚ Mamma! ¬ - gridò la bimba piangendo.
Mario salì sulla motocicletta e si diresse velocemente verso Pontecagnano. I giornali non riportarono la notizia del Fatto‚ ma "TeleSalerno uno” parlò a lungo della bambina e del ricovero in ospedale della povera donna. Mario seguì fino in fondo il telegiornale‚ poi scappò via‚ sbattendo l’uscio di casa. La moto sfrecciò per il lungomare‚ in una gimcana verso la morte: il motore, schiantandosi contro un autocarro‚ tacque. Una renault era ferma lì‚ a poca distanza‚ come un carro funebre; l’uomo la volante imprecò contro la malasorte: la morte di Mario significava un consumatore in meno. La fila si mosse e la renault scomparve nel nel traffico.
Settembre era ormai finito e le spiagge andavano sgombrandosi di coppiette e di cabine‚ solo la lunga passeggiata del "Pennello” era gremita; i giovani‚ nella complice oscurità‚ vi facevano all’amore o si drogavano‚ martoriando con piccoli aghi le braccia segnate. Angela avanzò barcollando‚ attraversò faticosamente piazza della Concordia e si diresse verso il grande parcheggio‚ al lato del Bar Canasta. La renault era ferma nei pressi della cabina Telefonica‚ la ragazza la raggiunse e si chinò parlando all’uomo al volante:
¬- Ti prego, ho bisogno di una dose! -
¬- Li hai i soldi? - le chiese l’uomo con un sogghigno,
¬-Li avrò domani, dammela ti prego! -
¬-Entra in macchina e guadagnatela! –
Angela passò dall’altro lato ed entrò. L’uomo si sbottonò i pantaloni e tirò fuori il sesso, poi prese la testa della ragazza e la calò con forza, artigliandole i capelli biondi. Angela non sentì dolore ed aprendo le labbra, ebbe la speranza di ottenere quel che aveva chiesto.
La prestazione non fu pagata e l’infelice si allontanò col disgusto più profondo: odiava il mondo intero, disprezzava se stessa ed aveva voglia di farla finita. Verso le ventidue, rientrò a casa e non rispose alla mamma, che le chiedeva dove fosse andata. Si rinchiuse nella sua stanza, lasciandosi cadere sul letto. Dalla camera accanto‚ intanto‚ giungevano le voci concitate dei genitori: era la solita musica, interrotta più tardi dal silenzio della notte. Si svegliò di soprassalto, con un cerchio alla testa e la bocca disgustosamente impastata. Guardò l’orologio: erano le due del mattino. Andò in bagno e vomitò. Ritornò nella sua camera con un senso di angoscia e di solitudine: si sentiva sporca, inutile. Aprì il balcone, e tenda si mosse, mentre la lampada sul comodino disegnava lunghe ombre sulla parete della porta. Si girò lentamente, dirigendosi verso il basso comò, lo raggiunse, fissò a lungo una piccola bambola di stoffa,la prese e la strinse al seno cullandola e bagnandola di lacrime: dov’erano i sogni della sua infanzia? Aveva conosciuto solo sesso e violenza, nella famiglia, nella sua città e nella scuola, dove pensava di conquistarsi un avvenire. Si diresse nuovamente verso il balcone: era come se la vita si fosse fermata alle soglie del tempo e desiderò conquistare il nulla. All’alba, trovarono il suo corpo senza vita sulla strada; nella mano destra stringeva la sua bambola, la sua ultima bambola di pezza. Lentamente la città riprese il ritmo di tutti i giorni e la vita continuava con la voce di sempre, una voce caotica, disumana e senza pietà per i deboli. Una Renault passò sotto il balcone di Angela‚ rallentò, riprese la sua corsa, mescolandosi alle macchine dei pendolari, alla periferia della città.
di FRANCO PASTORE
- L'anno prossimo, sarà dura senza di voi… -
- Su, non esagerate, l'anno prossimo direte al nuovo insegnante che è il migliore!-
- Dite sempre così, quando cambiate docente, lo so per esperienza!-
- Noi non siamo come gli altri… noi, siamo persone serie!- aggiunse Calabrese, con un sorriso malizioso, come a dire:- Poi vedrai se ho ragione!-
In quel momento, suonò la campanella, i ragazzi scomparvero velocemente e mi ritrovai con Michele, Calabrese e Luigi, che mi porgeva la giacca. Presi i miei registri, inforcai gli occhiali da sole e mi diressi, con i miei paladini, verso le scale. La signora Rosa. Cordiale come sempre, mi salutò:
- Arrivederci, professore!-
Nell'atrio, il Preside si intratteneva con il collega Pentangelo e Gerardo il bidello, mentre il professor Ruotolo distribuiva l'ultimo numero del giornale d'Istituto. Guadagnai, in fretta, l'uscita e mi diressi al cancello del giardino. La macchina era parcheggiata lì vicino, sotto il sole di quel fine maggio ed era un forno.
- Alla faccia…! - esclamò Luigi, aprendo la portiera dalla parte destra.
- Non preoccupatevi, ora metto l'aria condizionata! - li rassicurai-
La collega di matematica, che scendeva a piedi, si fermò per chiederci dove andassimo e mi resi subito conto che i miei ragazzi non avevano divulgato la notizia del pranzo, nessuno sapeva nulla.
- Festeggiamo il nostro prof che va in pensione!- rispose Pasquale, col suo vocione. Vi era in quel tono qualcosa di fiero e struggente, come a dire:
- È una cosa nostra e non c'entra nessun altro!-
La collega mi guardò in modo significativo ed esclamò:
- Questi nostri alunni sono meravigliosi !-
Ci avviammo solo quando l'aria divenne respirabile e, superando il vociare allegro dei ragazzi, chiesi:
- Dove siamo diretti?-
- Al cimitero di Pagani- rispose Michele.
- Veramente, vorrei vivere ancora un po'- dissi, con ironia. Luigi rise rumorosamente e
Calabrese cercò di spiegarmi che il ristorante, dove avevano prenotato, era presso sulla strada che portava al cimitero e mi fornì le indicazioni necessarie per arrivarci.
Qualche minuto dopo, stavamo già parcheg-giando. Fui l'ultimo a scendere e, mentre mi chiedevo dove fossero tutti, un coro di voci mi investì dal locale adiacente:
- Eccoli!-
- Sono arrivati!-
- Siamo qua!-
Erano già tutti a tavola, impazienti di cimentarsi con le pietanze che avevano ordinato.
- Cosa mangiamo?- chiesi umilmente al più vicino.
- È un segreto, tra poco vedrete!- risposero in coro. Intanto giunsero i camerieri con l'antipasto e, per qualche tempo, nessuno parlò più.
Li osservavo mangiare quei ventidue ragazzoni indiavolati, che divoravano e ridevano, disinibiti, aperti, liberi, non ancora condizionati dal mondo degli adulti. Carmela lanciava, di nascosto, rapide occhiate a Loris, Silvana contemplava il cellulare, con l'ultimo messaggio di Tarquinio e Lorenzo, nipote di don Flaviano, si consolava col quarto bicchiere di cocacola.
Vidi una bottiglia di birra al centro dei tavoli e la sequestrai, ordinando al cameriere di non portare alcolici. Non protestarono. Ero proprio felice, quando decisi di dare fondo alla peroni, con le due fette di prosciutto e due sparuti bocconcini. Furono le pennette col sugo il primo assaggio che mi misero davanti, seguite dagli sciarratielli alla sorrentina, una vera ghiottoneria, che fece da antipasto ad un gustoso assaggio di ravioli. Ovviamente, fui costretto, mio malgrado, a rifiutare una profumata porzione di gnocchi alla sorrentina, che furono subito recuperati da Pasquale, seduto alla mia destra. Per dare un po' di tregua alle mascelle, ed allo stomaco messo a dura prova, mi alzai per fare delle fotografie.
Mi portai all'altra parte del tavolo, dove era seduta Silvana, intenta ad inzuppare il pane nella salsa abbondante della pasta. Incominciai a scattare. Stavamo bene insieme, sembrava quasi fossero tutti figli miei: intuivo i loro pensieri e le loro ansie, le speranze di ognuno ed i loro sogni. Un signore del tavolo vicino, a voce alta, mi fece i complimenti per la compostezza ed il garbo dei miei alunni, mi sentii orgoglioso come un padre e fiero di essere il loro insegnante di lettere.
Ritornai al mio posto e mi ridevano pure le orecchie per la gioia, quando, improvvisamente, mi accorsi che m'avevano fregato l'ultimo sorso di birra.
- Chi è stato! - tuonai, fingendomi adirato. Divennero tutti seri e cercarono di guardare altrove, facendo i disinvolti.
- Chi è stato!- insistei, cercando a fatica di mantenermi serio. A questo punto, scoppiarono tutti a ridere, mettendomi davanti la bottiglia vuota.
- Voi ci avete sequestrato la bottiglia, disse Pasquale, e noi vi abbiamo fregato l'ultimo sorso…-
- Siete dei mascalzoni, dissi scherzando, per punizione offrirò il dolce a tutti!- Applaudirono.
Chiamai il cameriere e chiesi a che punto fossimo del pranzo, mi rispose che stavano preparando la grigliata ed avrebbero chiuso con una macedonia al gelato. Diedi l'ordine per il dolce e pregai Dio di non farmi morire di indigestione. Passai a Rinaldo una parte del mio arrosto e, finalmente, chiudemmo con la macedonia.
Alle diciassette circa, arrivò il carrello con il dolce, ma non vedevo più Silvana, la Giulietta del gruppo, l'innamorata pazza di Tarquinio, un giovanot-tone abbondante e cicciotello di prima E. La scorsi nell'atrio, col suo Romeo e la chiamai con energia. Si avvicinò, come una pecorella che va al macello e mi chiese, con le lacrime agli occhi, se potevo accettare il suo Tarquinio tra noi. Acconsentii, bloccando sul nascere le proteste di qualche compagno.
Del resto, la madre della ragazza ne era al corrente e poi eravamo in tanti a vigilare su di loro. Si misero in un angolino abbracciati, fregandosene dei motteggi e delle risatine ironiche dei compagni. Mi rattristai. Presto, mi sarei allontanato per sempre da quei micro-universi, fatti di rossori e prime esperienze, di ingenuità e di giovinezza. Sarei stato un professore di ricordi, di libri letti per diletto, di valori che non avrei insegnato più a nessuno e fu in quel preciso istante, che compresi che la mia storia era finita. Per non piangere, gridai:
- Silvana, cerca di darti un contegno!-