UGO FOSCOLO: DEI SEPOLCRI

UGO FOSCOLO : DEI SEPOLCRI 2°PARTE


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UGO FOSCOLO : DEI SEPOLCRI 2°PARTE

PROCEDIMENTO PER TRANSIZIONI

Nei Sepolcri il discorso è sviluppato non per concetti ma attraverso quadri, collegati con passaggi audaci, inattesi e difficili.Queste "transizioni "sono formate spesso da tenuissime modificazioni di lingua e da particelle che acquistano senso e vita diversa secondo gli accidenti, il tempo e il luogo in cui sono collocate.(per esempio, il Ma ai versi 23-114-137; il Pur al verso 51; l'E ai versi 199-226-235).Questo non nuoce , comunque all'inità del componimento. Tale unità è affidata ad un disegno visibile di espansione progressiva del tema, secondo linee che procedono dal presente al passato, dalla storia al mito, dalla dimensione "privata" del sepolcro a orizzonti più larghi,nazionali e universalmente umani. Ma l'unità dipende anche da una fitta trama di corrispondenze, di analogie, di rimandi interni :le apostrofi a Pindemonte e i riferimenti autobiografici collocati in punti cardinali del discorso ;le immagini di fiori, di piante "amiche" cresciute dalla pietà verso i defunti.

LE FONTI E L'INVENZIONE DEL GENERE CARME

Varie le fonti, moderne e classiche ,di cui si osservi la presenza sul piano espressivo.Più incisiva appare l'incidenza dei classici antichi, sia quando si tratta di espressioni inventate dal poeta(forza operosa che affatica le cose di moto in moto), sia quando si tratta di moduli latini("odorata arbore amica " con sostantivo usato al femminile ).In generale, alla lezione di Omero, Foscolo unisce quella dei lirici greci e di Pindaro , che gli offrono l'esempio più alto di una poesia capace di esprimere temi attuali con forme "mirabili"; di rischiarare il presente alla luce del mito; di suscitare entusiasmo producendo la sensazione del sublime mediante passaggi rapidi ed improvvisi(transizioni). Perciò l'autore considera i Sepolcri non come un'epistola in versi, bensì come una forma nuova di poesia lirica, che chiama con un vocabolo classico "Carme".

PARAFRASI

Il sonno della morte non è meno duro in un'urna confortata dal pianto dei vivi. Quando il sole non risplenderà più davanti al poeta e quando non potrà più udire i versi del suo amico Pindemonte e nè lo spirito vitale della poesia potrà parlare al suo cuore ,quale sollievo sarà una pietra che distingua le sue dalle infinite altre ossa disseminate per terra e per mare dalla morte? Persino l'ultima dea, la Speranza, abbandona i sepolcri; e il tempo tutto travolge nella sua notte, non soltanto gli uomini e le loro tombe ma i resti stessi della terra e del cielo. Ma perchè poi l'uomo dovrebbe privarsi dell'illusione del sepolcro, che sembra trattenerlo sulla soglia dell'oltretomba? Chi muore e non potrà più assistere all'armonioso spettacolo della vita, non vive forse ancora grazie ai pietosi riti nella mente dei suoi presso la tomba ? Una celeste dote esiste negli uomini per mezzo della quale si genera tra i vivi ed i morti una corrispondenza di amorosi sensi; per mezzo di questa dote noi viviamo con il morto ed il morto con noi, se le sue ossa siano state accolte pietosamente dalla terra nativa, e un sasso coservi il suo nome. Solo per chi non lascia sulla terra un ricordo affettuoso di sè il sepolcro è privo di senso, né alcun messaggio ideale proviene dalla tomba ai viventi.

Eppure nuove usanze vorrebbero contendere ai morti la memoria del nome, e togliere ai superstiti l'illusione del sepolcro. Ed un poeta come il Parini giace privo di tomba in una fossa comune. Invano Talia, la Musa della poesia satirica, tenta di custodire le sue ossa, invano invoca dalla squallida notte le sue rugiade sulla tomba del Parini. Infatti sugli estinti non sorge un fiore quando non sia espressione della stima e del rimpianto affettuoso degli uomini. Soltanto il compianto e le lodi di chi sopravvive possono far sorgere sulle tombe il conforto dei fiori. Dal giorno stesso in cui le istituzioni della famiglia (nozze) e della giustizia(tribunali) e della religione permisero agli uomini , che fino allora erano vissuti allo stato ferino, di aver compassione e rispetto di se stessi e degli altri, i vivi sottraevano all'aria dissolvitrice e alle fiere , seppellendoli, i miseri resti che la Natura destina con trasformazioni ad altre forme di vita.Le tombe erano testimonianze delle imprese gloriose degli avi e oggetto di culto, come gli altari , per i figli; e da esse si ottenevano le risposte degli spiriti degli antenati, divenuti Lari(geni tutelari della casa), quando li consultavano per decisioni importanti, e il giuramento fatto sulle ceneri degli antenati fu rispettato come una cosa sacra, per il timore di incorrere nell'ira degli dei: religione o culto dei morti, questo, che le virtù dei padri e l'affetto verso i congiunti tramandarono, attraverso i secoli, con molte forme. Del resto il culto dei morti non fu sempre così orrido come nei riti propri delle età più oscure, riti torbidi e che incutevano terrore.
Un tempo i sepolcri furono allietati dalla luce del sole, dal profumo dei fiori, dal verde perenne dei cedri, un tempo chi sedeva a raccontare le sue pene agli estinti sentiva d'intorno la fragranza medesima degli Elisi. Gli amici ponevano una fiaccola sul sasso tombale per illuminare la notte dell'aldilà, e facevan crescere fiori d'intorno. Pietosa follia, che porta le giovinette inglesi a piangere la madre defunta, e pregare per il ritorno del comandante Nelson. Inutili sono le tombe dove domina la viltá, dove dorme ogni furore di gesta eroiche; è il caso degli ambienti altolocati della Repubblica cisalpina. Ma dovunque sorgano degli animi generosi le tombe dei grandi incitano a nobili imprese. Quando il poeta visitò in S.Croce le tombe degli italiani più grandi (Machiavelli, Michelangelo, Galileo), disse "Beata Firenze per le felici aure pregne di vita, per la lingua che dette a Dante e al Petrarca; ma più beata perché serba raccolte in un unico tempio le uniche glorie italiche superstiti". Da quel tempio infatti gli italiani avrebbero tratto gli auspici per il loro riscatto. Quivi veniva a meditare l'Alfieri; e da quei marmi traeva l'unico conforto e la sola speranza di riscatto per la patria. Un Nume parla davvero tra quelle mura, quello stesso Nume che suscitò in Maratona l'ira e il valore dei Greci contro gli invasori persiani, e dimorò poi eterno in quei luoghi. Il navigante che veleggiò nella notte lungo le coste greche vedeva rinnovarsi nelle tenebre l'antica battaglia, e le immagini dei guerrieri greci risorgere fremendo dalle tombe.
Felice il Pindemonte che nella sua giovinezza veleggiò per quei mari e udì le spiagge risuonare di antiche gesta e la marea mugghiare portando fino alle spiagge del promontorio Reteo le armi di Achille sopra il sepolcro di Aiace: agli uomini di animo nobile la morte è giusta dispensatrice di gloria; infatti nè l'astuzia e nè il favore degli altri re greci conservarono ad Ulisse le ardue spoglie, poichè alla nave di Ulisse le strappò l'onda marina, suscitata e agitata dagli dei degli inferi.
Il poeta invece è costretto ad andar ramingo per altri luoghi; ma le Muse gli concederanno almeno di rendere eterni col canto gli eroi. Infatti le Muse siedono a custodia delle tombe, e quando su di esse il tempo col suo corso ineluttabile fa calare la sua ora distruttrice, sorge il canto dei poeti ad eternare le gesta degli eroi con la poesia. Ancor oggi nella Troade disabitata risplende eternamente agli occhi dei viaggiatori un luogo , eterno in virtù della ninfa Elettra, a cui fu sposo Giove, e che diede a Giove il figlio Dardano, fondatore di Troia, dal quale discesero Priamo coi suoi cinquanta figli e l'impero romano;questo luogo appunto è rimasto eterno per il canto di un poeta. Quando la ninfa Elettra, amata da Giove, udì la voce della Parca, chiese all'amato che rimanesse immortale almeno la sua fama. E Giove fece sacra la sua tomba. Intorno a quella tomba si raccolsero i sepolcri dei grandi troiani. Qui Cassandra, figlia di Priamo, insegnava ai giovinetti il lamento funebre e prediceva le sventure della patria. Troia sarebbe caduta ma quelle tombe sarebbero rimaste tra le macerie a testimoniare la virtù e l'eroismo dei vinti. Un giorno un cieco mendico sarebbe entrato brancolando tra quelle antichissime ombre, abbracciando i sepolcri ed interrogando le urne. Dalle cavità più riposte gli eroi avrebbero narrato ad Omero le vicende troiane; ed il poeta, consolando col canto quelle anime afflitte, avrebbe eternato i prìncipi greci per tutte le terre che il gran padre Oceano abbraccia .Pure Ettore, grazie al canto di Omero, avrà l'onore del compianto e ovunque sarà sacro e onorato di lacrime il sangue versato per la patria finchè il sole risplenderà sulle sciagure umane.


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