LA POESIA RELIGIOSA

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LA POESIA RELIGIOSA

La fine del dodicesimo e l'intero tredicesimo secolo rappresentano i periodi di massimo decadentismo storico del medioevo se si parla di politica e di organizzazioni nazionali europee. Dal punto di vista economico rappresentano in questi anni si mostra il dominio italiano nei commerci italiani. La nostra penisola infatti si trova inoltrata al centro del Mediterraneo e può quindi commerciare con tutti i porti dell'Africa settentrionale, della penisola balcanica e della penisola iberica, potendo senza discussioni, scegliere i prezzi convenienti. È la fine dell'Impero Romano d'Occidente che ha causato tutto e la prossima caduta di quello d'Oriente. Ma in mezzo al marasma della distruzione creatasi nasce nell'ambiente europeo il fenomeno dell'allontanamento linguistico. Il latino scompare e si sviluppano i volgari. È questo l'ambiente che vede fiorire il genio di due magnifici uomini che rappresentano la più alta elevazione della poesia mistica: Francesco d'Assisi e Iacopone da Todi. Due monaci, due poeti, due lottatori imperterriti e vani per il trionfo della rettitudine. Figure così complesse e simili ma comunque diversissime. Le diversità stanno nel periodo di vita (infatti Iacopone nasce dieci anni dopo la morte di San Francesco ma comunque udirà le sue gesta e ne sarà influenzato massivamente. Francesco nasce ad Assisi nel 1181 (forse 1182), figlio di un benestante mercante, battezzato con il nome di Giovanni. Studiò durante l'adolescenza il latino e il francese e partecipò ai commerci del padre. Partecipò, quando aveva una ventina di anni alla guerra fra assisiati e perugini e tentò di aggregarsi alle truppe di Gualtieri di Brienne che si battevano in Puglia dalla parte di Federico II. Ammalato di febbre dovette ritirarsi e tornare a casa e fu in questo periodo che, impressionato da un brano evangelico, si compì la conversione. Dopo aver suscitato le ire del padre poiché tornava da un pellegrinaggio a Roma vestito di stracci, rinunciò all'eredità paterna tramite la rinuncia ai beni, divinamente narrata figuratamente nel celeberrimo dipinto di Giotto "La rinuncia agli averi". Le sue predicazioni del Vangelo, dopo l'approvazione verbale da parte di papa Innocenzo III, lo portarono fino in Egitto e in Palestina ma mai in Marocco dove egli avrebbe desiderato giungere. A quarant'anni rientrò in Italia e stese la Regula Prima in 23 capitoli e la rielaborò trasformandola nella Regula Secunda che fu bollata da papa Onorio III nel 1223. Ammalato e quasi cieco visse gli ultimi anni della sua vita nei conventi dell'Italia centrale. Due anni dopo la sua morte fu nominato santo da papa Gregorio IX e dal 1939 è santo patrono d'Italia. Iacopone nasce a Todi nel 1936 con il nome di Iacopo di Iacobello de' Benedetti. Esercitò la professione di procuratore legale fino a 32 anni quando il ritrovamento del cilicio sul corpo della moglie morta tragicamente e tristemente risvegliò in lui il pentimento e la conoscenza dell'aver vissuto una vita vuota e priva di vera importanza. Dopo dieci anni di penitenza entrò nell'Ordine dei Frati Minori del convento dei Pantanelli. Iacopone si schierò con la tendenza rigoristica degli Spirituali e dedicò tutta la sua vita all'aspra polemica contro la corruzione del clero. Grande sostenitore di Celestino V, fu avverso al suo successore Bonifacio VIII. Sottoscrisse la dichiarazione di Lunghezza contro la legittimità del papa. Ciò lo portò alla cattura, alla scomunica e alla condanna al carcere perpetuo in isolamento forse nelle segrete del convento di San Fortunato a Todi. La sua scomunica fu cancellata solo da papa Benedetto XI il 23 dicembre 1303 dopo 5 anni di reclusione. Si ritirò nel convento di San Lorenzo a Collazzone dove morì a settant'anni.

Dunque. Entrambi vite forti e potenti. Vite passate interamente nella ricerca della giustizia. La giustizia vera però. Non quella dettata dalle leggi imperiali o dai salmi papali che facevano comodo solo ad una ristretta cerchia di eletti. La differenza sta, tuttavia, nella lotta. Francesco infatti, sebbene conoscesse i vizi della chiesa, non si è mai ribellato ad essa ma ha cercato di diffondere la via pacifica preannunciando le figure di importanti uomini del nostro secolo che predicavano la non violenza quale il Mahatma Gandhi. Iacopone invece vuole affrontare i nemici a viso aperto e usa tutte le armi a sua disposizione. Iacopone condivide precisamente il giudizio di San Francesco e lo considera un simbolo di verità irraggiungibile e vero ma lo ritiene incostante e troppo buonista. È perciò che si esaspera e continua a dar ragione all'ordine dei flagellanti. Il desiderio è lo stesso. Quando però Iacopone sarà imprigionato chiederà perdono a Bonifacio VIII tramite due sue laude ( "O papa Bonifazio eo porto il tuo prefazio" e "Lo pastor per meo peccato" ) mentre Francesco non si piegherà. Forse anche perché quest'ultimo non era stato abbastanza coraggioso da sfidare il sistema medioevale. Perciò poniamoci la domanda: "Che cosa avrebbe fatto Francesco se si fosse trovato nella situazione di Iacopone?". Possono essere considerati il Martin Luther King e il Malcolm X dei nostri giorni. Pace e lotta armata. Esaminiamo ora il loro operato cioè ciò che sono riusciti a raggiungere di concreto e cosa ha significato questo cambiamento nei loro caratteri.

Francesco è un uomo piccolo, brutto, all'apparenza tutt'altro che autorevole. Un uomo che, dopo un romitaggio di due anni, rinunciò a tutto per manifestare al mondo la parola di Cristo, per portare la pace e la fratellanza fra tutte le creature di Dio. La grandezza del Creatore è presente in ogni sua più piccola creatura e l'unione mistica con il creato è presupposto essenziale per mostrarsi agli altri nudi e poveri di averi ma ricchi di bontà. Un saio marrone come "nostra matre Terra", una corda per legarlo alla vita, un paio di sandali: in assoluta semplicità e povertà i francescani vivono un'esistenza vicina alla natura. Agli inizi del '200, con la nascita di due ordini mendicanti (quello dei francescani e dei domenicani) i monaci lasciano i convinti e vanno "per mundum" con l'esortazione di non staccarsi mai dai fedeli ma di stare in mezzo a loro, soccorrendoli anche nei bisogni materiali, compiendo opre di misericordia, ma anche e soprattutto predicando ed esercitando il culto. Francesco e i suoi fratelli percorrono a piedi montagne impervie e difficili vallate, sempre itineranti ed esposti alle intemperie ed ai pericoli. Nella natura umbra, dal monte Subasio alla Verna, dal Sacro Spello di Subiaco all'Eremo delle Carceri, è ancora oggi vivo il ricordo del fraticello di Assisi. Francesco conosce benissimo le colpe del clero, ma non per questo riconosce la necessità di una ribellione né alla Chiesa né alla gerarchia, né all'ordine sociale costituito. Nello stesso tempo, però, non vuole neppure ritirarsi nell'eremo e preoccuparsi soltanto della propria salvezza personale; egli vuole vivere nel secolo, dando un esempio di vita cristiana a tutti. Dobbiamo inoltre a San Francesco la costruzione di alcune chiese nel territorio umbro e la nascita nel 1212 dell'ordine delle clarisse così investite del titolo della santissima povertà da condiscendere appena a soddisfare le estreme necessità di vitto e di vesti. Iacopone è scaltro, forte e già premedita il suo mondo migliore della pace e della serenità in terra. Ma per arrivare a questa pace non può esserci che ribellione, rivoluzione armata di verità e senza compromessi. Nessun prigioniero deve essere risparmiato perché tutto deve stazionare sotto la lampeggiante e dolorosa folgore dell'Onnipotente. Sembra essere pronto a fare le veci di Dio durante il giudizio Universale, a rappresentare la luce divina, ad illustrare ai buoni che una giustizia divina esiste ed è possibile trasmetterla anche in terra. Egli, riprendendo il pensiero dei classici Greci che sostenevano che il corpo fosse la prigione dell'anima, sa che la causa del peccato è la carne cioè il corpo che dev'essere spietatamente punito per riuscire a raggiungere l'entità maestosa dell'anima e per giungere alla salvezza. Con questo incarico sulle spalle, venerando la figura suprema di San Francesco, è pronto ad affrontare anche la scomunica. Grandi differenze bisognano essere notate anche nella poetica di questi due personaggi. A questo proposito esamineremo le loro opere.

L'opera più famosa e più importante di San Francesco è il Cantico delle Creature o Cantico di Frate Sole o Laudes Creaturarum. Correva l'anno 1225, un anno prima della sua morte. Straziato dai dolori fortissimi agli occhi Francesco si ritirò nella sua cella e tentò di placare nel sonno il male. Il mattino seguente Francesco si accorge che il dolore era passato e, per ringraziare il Signore, decise di dedicargli un'opera, un cantico. Francesco conosceva perfettamente il latino ma decise di scriverlo in volgare, nella nuova lingua di tutti i giorni, perché fosse una lode al Signore che tutti potevano cantare con gioia condividendone il messaggio: "l'uomo peccatore può valicare l'abisso che lo separa dal suo Creatore avviandosi sul ponte mistico che le creature dell'universo, suoi fratelli e sorelle perché figli dello stesso padre, gli additano e gli offrono. L'opera era una parafrasi di vari salmi biblici (come le Beatitudini o la Fine del Mondo con il Giudizio Universale) in prosa assonanzata (33 versetti ripartibili in 12 o 14 lasse) e rispettosa del cursus, destinata al canto gregoriano. Il Cantico è senz'altro un documento esemplare sia della cultura latina religiosa sia di quella volgare umbra. L'assonanza si nota nei primi versi con vocali aperte che indicano la semplicità dell'opera ma non mancano, soprattutto nella parte terminale, le vocali chiuse che mostrano la solennità del componimento. La lingua predominante è il plurilinguismo: si notano infatti il latino, il volgare umbro e anche il provenzale. Il Laudario , un insieme non strutturato di componimenti poetici a tematica essenzialmente religiosa, è invece la caratteristica opera di Iacopone. Essa è composta da circa 102 lodi dapprima scritte disordinatamente su pergamene e, successivamente rilegate in un'unica opera fra i secoli XIV e XV. Il termine "lode" compare in pochissimi casi ed è usato nell'accezione normale di dedica al Signore. È questo forse una sorte di paradosso in quanto le lodi di Iacoponi hanno pochissimo in comune con i componimenti delle confraternite che corrispondono a festività liturgiche e non hanno scopo edificante e devoto. La poesia di Iacopone non è poesia della lode: non v'è' in essa né la lode al creato, né, in senso tecnico, la lode al creatore. La stragrande maggioranza delle laude è strutturata sul tipo ballata, è formata cioè da una ripresa di due o più versi, e dalla stanza, composta di due o tre mutazioni o piedi. Il modulo più frequente è quello zagialesco. Tra le forme con più di due rime prevale il tipo alternato e con cauda.

Lo schema sillabico non è fisso ed è spesso soggetto ad anisosillabismo . Il verso più usato è il settenario che spesso, raddoppiato, forma l'alessandrino. Ugualmente l'ottonario e raramente l'endecasillabo. Molti storici e letterati hanno cercato invano di organizzare le laude secondo interpretazioni suggestive quanto impossibili poiché Iacopone non aveva in mente uno schema prefissato nella mente mentre componeva e poiché, ormai è risaputo, i suoi testi non furono creati a scopo didattico e ped?gogico. Anche il raggruppamento e l'ordine cronologico sono soggetti a cambiamenti in quanto la mancanza di documenti precisi e dati rende la classificazione impossibile. Coesistono e interagiscono nelle Laude la pratica ascetica, l'aspirazione mistica al congiungimento con la divinità e l'intento didattico unito all'insubordinazione politica e religiosa. L'ascesi si manifesta come rifiuto del mondo e invocazione della morte, come esaltazione della pena che è tenuta a gaudio, fino ad arrivare a laude di terribile violenza autolesiva. Le laude ascetiche spesso riprendono motivi tradizionali, come il contrasto fra l'anima e il corpo, quello fra il vivo e il morto, fra Cristo e il peccatore, fra angeli e demoni per il possesso di un'anima; questi contrasti esprimo in forma drammatica e aggressiva le tensioni fra le ragioni dei sensi e della mondanità profana e quelle dell'amore di Dio. Iacopone ha una concezione pessimistica dell'Uomo, pronta a scorgere ovunque il Male e il Nemico. L'esistere è una continua battaglia fra opposti e inconciliabili principi. La metafora e la terminologia guerresca sono il correlativo di questa materia, come l'eccezionale repertorio di immagini orride e macabre costituisce il controcanto dell'estasi. Per Iacopone il peccato è morte; l'inferno e l'abisso sono due luoghi cui l'anima vizioso può essere assimilata. L'abisso, che è l'unico elemento comune con il polo del nichilismo estatico, è un luogo dove Cristo può scaraventare il peccatore: il peccato dunque conduce all'inferno, ma non si identifica con esso e non è nemmeno disfacitore della potenza dell'anima, poiché i disfacitori di essa sono i tre principali nemici: il demonio, il mondo e la carne. Iacopone, negando il cosmo, crea in effetti un suo universo dell'anima e del sé, una geografia ascensionale attraverso cui l'anima si congiunge all'Amore. Il mondo, invece, come il corpo, si rivela incancellabile e riafferma la sua presenza: quanto più repressa, tanto più vigorosa si impone la vita nell'odiata e mai sconfitta irriducibilità del corpo, nella stravolta fisicità negativa della malattia, della deformità, della putrefazione. Come il mondo, anche la cultura viene rappresentata in modo dettagliata a partire dal suo rifiuto. Parallelamente, i componenti teologici possono essere pervasi da pesante didattismo nelle disquisizioni sulla Redenzione e sull'Incarnazione. I testi più complessi in questo senso sono quelli riguardanti la Vergine e la questione mariana dove Iacopone fornisce un riassunto sul peccato originale. Alcune laude vogliono anche confutare le dottrine delle sette eretiche che insegnavano a pervenire al sentimento di Dio tramite la contemplazione passiva, la rinuncia dello spirito e il suo annientamento. L'itinerario ascensionale trattato da Iacopone parte dalla situazione più infima per raggiungere la Divinità che parte dall'inizio esistenziale e finale spirituale per raggiungere la fine esistenziale e l'inizio spirituale cioè l'unione con il Cristo. Quest'ultima unione però può avvenire solo quando l'uomo, vuotato delle sue azioni passate, si abbandona al giudizio di Dio. È allora che la Carità di Cristo riesce ad assorbire l'uomo. Alla sostanzialità della misticità fa riscontro anche una continua e arrovellata prassi predicatoria, che si materializza nella critica aspra, forte e dura contro i confratelli traditori, falsi virtuosi, faziosi, in una faziosa interpretazione delle sacre scritture, nella sdegnata denuncia alla decadenza della Chiesa. Ecco quindi l'esaltazione della povertà secondo la regola francescana, gli attacchi ai vizi del secolo e la condanna della curia romana, colorata di violenti e cupi toni apocalittici. Accusa la perdita dell'umiltà dei francescani, l'ipocrisia di coloro che sono monaci solo per la fama, la superbia del clero corrotto e professa il momento delle tribolazioni predette da Matteo. Predica la fine della Verità, della Bontà, della Rettitudine e preannuncia l'Anticristo che poi identificherà nella figura di Bonifacio VIII. Ma c'è qualcosa che sfugge nell'impostazione di Iacopone e cioè la solitudine. Lo stile della sua poetica e perfino la forza inaudita della parola prendono vita dall'isolamento tragico e orgoglioso e dal dialogo unico fra sé e sé.. In Iacopone un cupo arrovellarsi in uno spazio privo di luce, un chiedere senza ottenere giammai risposta, una smania dissolvente che fa propri i gesti e le parole della follia e taglia ogni forma di comunicazione con il mondo. E c'è un calarsi nell'infamia della corporeità, nel sordido e nell'abietto del vivere, per rinnovare e condividere l'esperienza del Cristo e trovare nell'estrema umiliazione la via della salvezza.

Oggi, a 700 anni dalla morte di Iacopone ed a più di 770 da quella di San Francesco, figure ammirabili come queste riscuotono ancora successo e fama, soprattutto la seconda. Si pensi allo spettacolo di Dario Fo "Lu Santo Jullàre Françesco" in cui il premio Nobel per la letteratura dice: "Produrre commozione attraverso il riso è una delle condizioni fondamentali che il Santo costantemente va ricercando ma, si sa, il riso non è gradito ad alcun potere, poiché chi si esercita nel produrre allegria e spasso, immancabilmente colpisce l'autorità, i generali, i maggiori e perfino gli eletti da Dio". Così fu anche per Roberto Rossellini che, nel 1950, diresse il film "Giullare di Dio" a presentare una figura difficile che parlava alla gente, ammansiva le belve, che nulla pretendeva per sé e che tutto dava. E così anche nel 1966 e nel 1989 Liliana Cavani dirigeva i suoi film con Lou Castel e Mickey Rourke in cui il santo è un antieroe, un ribelle anticonformista e solitario. Figure così lontane che ancora riescono ad imprimere le loro orme sul terreno impervio e fangoso del futuro tecnologico e ateo in cui non c'è più posto per una divinità in cui bisogna solo credere. Due uomini che hanno dato tutto se stessi. Uomini che hanno guadagnato, che guadagnano e che guadagneranno per sempre la gloria dei secoli e il rispetto dei tempi.


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