VITA DI UMBERTO SABA


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VITA DI UMBERTO SABA

 

Saba Umberto (Gorizia 1883 - Trieste 1957). Di origine ebraica, rifiutò il cognome del padre -che lo aveva abbandonato - e assunse, in omaggio alla madre, il cognome di Saba ("pane" in ebraico). Fu soldato nella prima guerra mondiale, ma non fu inviato al fronte. Dopo la guerra aprì una libreria antiquaria. Amava D'Annunzio, ma fu molto deluso dopo una visita personale al "poeta vate". "Il canzoniere" (1921) raccoglie tutta la sua produzione poetica di vent'anni. Perseguitato dal fascismo (leggi razziali), ebbe anche forti crisi nervose che dovette curare con intense sedute psicoanalitiche. Rifugiato Parigi fu protetto da Montale e da altri intellettuali antifascisti. Una seconda edizione del "Canzoniere" è del 1948. Nel 1953 fu ricoverato in clinica per un periodo. La sua raccolta di poesie è molto vasta, molto spesso descrive aspetti aspetti di vita quotidiana, come in "Città vecchia". Nella sua poesia sono evidenti i riferimenti mitteleuropei e a conoscenze non usuali per gli intellettuali dell'epoca come Nietzsche o la psicoanalisi che venivano inserite nel contesto stilistico classico della letteratura italiana a cui Saba si ispirava.

Saba ha sempre dichiarato di aver cercato nella propria opera la verità , quella più profonda e nascosta, di cui noi stessi non abbiamo chiara consapevolezza e che solo l'esperienza del dolore è capace di rivelarci.Con "la verità che giace al fondo" Saba si riferisce alla profondità dell'inconscio.La poesie diventa quindi strumento per la ricerca della verità interiore e si serve di versi chiari e trasparenti (antiermetismo) che fa apparire un mondo e lo rischiara.

La poetica di Saba

Il colloquio confidenziale con la realtà (secondo la lezione pascoliana) si arricchisce in seguito di toni lirici e si volge ai temi della gioia, del dolore, della morte (Cose leggeri e vaganti, 1929 - 1931, L'amorosa spina, 1920, Preludio e canzonette, 1922 - 1923, Cuor morituro, 1925 - 1930, Preludio e fughe, 1928 - 1929, Il piccolo Berto, 1929 - 1931) e gradatamente la poesia diviene riflessione esistenziale ed accettazione rassegnata del tempo che fugge (Parole, 1933 - 1934, Ultime cose, 1935 - 1943, Varie, 1944, Mediterranee, 1946, raccolte poi nel 1948 nel Canzoniere). La produzione letteraria di Saba vede negli ultimi anni aggiungersi al lirismo proprio del poeta il motivo moralistico e sentenzioso delle prose di Scorciatoie e raccontini (1946) e della raccolta Uccelli, quasi un racconto (1951). Postumi furono pubblicati il romanzo Ernesto ed il volume Amicizia. Per contro, i primi versi di Saba erano prosastici, incerti, il motivo psicologico fondamentale era dato dalla malinconia, le figure rappresentate simboli quotidiani di una vita grigia e comune. Eppure, il linguaggio che dal prosaico diviene talvolta - secondo alcuni - sciatto, e la costante aderenza al reale non sfociano nel verismo provinciale ma esprimono un'intensa carica sentimentale che diviene canto. I luoghi domestici e le figure care e quotidiane accompagnano e consolano la vita malinconica del poeta ed il suo canto esprime un desiderio di affratellamento. È questa una costante di Saba. Anche le poesie come quelle della raccolta Preludio e fughe (1927 -1928) che poterebbero apparire come una pausa meramente musicale, racchiudono un attento ascolto delle voci interiori e sono spesso simbolo di sentimenti sofferti e di memorie.

Ricordo e nostalgia del passato

Nelle ultime raccolte, accanto alla contemplazione assorta della vita si insinuano il ricordo e la nostalgia del passato, spesso affidati alla musicalità dei versi. Persistono, tuttavia, gli aspetti domestici e le figure amate, i versi sono, però, più scanditi e la composizione è breve e incisiva. Restano immutabili i temi originari: i fanciulli di Trieste, le vie solitarie, i caffè fumosi del porto, le donne amate. Sono temi immobili, poiché Saba concepisce la vita come immutabile: l'uomo - ed in questo segue il pensiero di Leopardi - spera sempre un domani migliore, anche se sa che il nuovo giorno porterà le stesse sofferenze di quello trascorso. Saba è ritenuto una delle voci migliori e più riconoscibili del '900 italiano, per la fedeltà ai propri temi, la ricchezza sentimentale, l'impegno umano, l'itinerario spirituale e stilistico non condizionato dalle mode. La sua poesia è, soprattutto, storia della sua esistenza, contemplata con la fermezza di chi sa trovare nel dolore e nella pena il segno del destino umano, in nome del quale si sente unito agli altri uomini (Leopardi - La ginestra). Mentre i poeti del periodo fra le due guerre tendono ad una riflessione e ad una grande consapevolezza letteraria, che conduce all'ermetismo, in Saba è evidente la volontà di esprimersi in modi semplici, musicali, a volte con notazioni diaristiche, anche se l'autobiografismo gradualmente si dissolve nel canto. Il fondo costante di Saba è la consapevolezza malinconica di una esistenza immutabile e la malinconia è alleviata dalla contemplazione delle cose quotidiane, dal sentirsi vivere, dall'accettare le passioni come sempre diverse e sempre le stesse. I paesaggi non sono descritti, bensì evocati dal ricordo e dall'affetto che modulano un canto monotono, ma intimo e suggestivo. Di Saba esistono due documenti critici di altissimo valore: Quello che resta da fare ai poeti (1911), articolo rifiutato dalla Voce e la Storia e cronistoria del Canzoniere (1948) che appartiene all'ultima fase della sua opera.

La "poesia onesta"

L'apparente contraddizione tra la poesia onesta propugnata nell'articolo e la critica della propria opera, attenta a sottolineare i meriti e a trascurare le manchevolezze, si risolve nell'essere il Saba critico di se stesso e, quindi, in possesso di una verità diretta che fa della seconda opera la conclusione logica di una vita trascorsa al servizio della poesia. La prima ragione di Saba, la sua umanità, fa sì che la sua poesia sia un dono per gli altri (Pascoli), con la speranza di giungere ad un discorso fatto di umiltà, semplicità e pietà. L'esame critico si riallaccia all'affermazione del 1911: - ai poeti resta da fare la poesia onesta (N.B. - si è in pieno clima di avanguardia, il manifesto di Marinetti è del 1909). Saba contrappone il Manzoni degli Inni sacri (versi mediocri ma immortali perché onesti, frutto di autentici sentimenti), al D'Annunzio delle Laudi e dalla Nave (versi magnifici, ma effimeri perché disonesti in quanto artificiali, non rispondenti ai sentimenti, bensì costruiti ad effetto). Saba ha quindi già ben chiara la nozione di una poesia che non deve essere frutto di artificio, di finte passioni, di menzogna, esclusivamente volta ad ottenere un bel risultato. Compito dello scrittore è far collimare contenuto e forma, magari limitando la spinta emotiva, piuttosto che correre il rischio di esagerare e mentire. Il poeta, lo scrittore in genere, deve essere, tanto nella vita, quanto nella letteratura, un uomo onesto. Tale principio, che è il punto di partenza di Saba, è ancore determinante al momento della critica della propria opera e tale possibilità critica gli viene dalla consapevolezza di ciò che egli ha inteso realizzare (non è crepuscolare, come a volte è definito, per gli stessi motivi per i quali rinunzia al dannunzianesimo e tutto ciò che può essere o sembrare posa). Saba parla della necessità di sostenere con il ritmo l'espressione della passione, fissando così i limiti dello strumento, a vantaggio del sentimento da esprimere. Saba mira al giusto equilibrio tra sentimento ed arte, tra contenuto e forma, seguendo l'ispirazione, senza timore di ripetere se stesso o gli altri, (al contrario dei simbolisti, sostenitori della poesia pura). Saba si accosta ad una poesia discorsiva, capace di accogliere tutte le occasioni di ispirazione che la vita può offrire.

Poeta, non letterato di professione

Il poeta deve rileggersi cercando di rilevare la corrispondenza fra stati d'animo e versi, tra pensato e scritto, mediante moduli tradizionali e semplici, in netto contrasto con le soluzioni allora di moda. Il poeta, inoltre, deve abbandonare il modello del letterato di professione (D'Annunzio) rifiutando sia le soluzioni dei futuristi, sia quegli esiti dannunziani che hanno prodotto una poesia artificiale e la collusione tra letteratura e politica. Parimenti Saba rifiuta la ricerca esasperata dell'originalità e la sperimentazione eccessiva e gratuita, mirando, invece, ad una equilibrata opera di revisione, di selezione e di rifacimento. Al contrario di quanto vede fare intorno a sé, Saba adotta il più semplice dei linguaggi e propone un discorso non drammatico, alieno da violente speculazioni, cercando di sviluppare la naturale capacità dell'uomo - Saba nello stabilire il contatto con gli altri, sulla base di uno scambio fondato su una diversa, ma sempre semplice ed umana interpretazione dell'esistenza. Saba vive pazientemente aspettando la serena disperazione, ossia la serenità che viene dalla volontaria partecipazione a ciò che deriva dall'esperienza del mondo, dalla ricerca dell'equilibrio e dal senso delle proporzioni, mentre la disperazione è la consapevolezza dell'inalterabilità della vita e dell'inevitabilità del destino. A tale consapevolezza, Saba contrappone la pazienza, il gusto dell'interpretazione, l'amore della vita, per arrivare non alla spiegazione (alla maniera di Montale) bensì a mitigare l'impatto con la realtà. La malinconia e la dolente consapevolezza dell'esistenza, la meditazione sul trascorrere del tempo, diviene accorata saggezza della maturità e un doloroso amore della vita. Che trova voce nel dialogo interiore fra passato e presente e la consapevolezza delle propria vicissitudini esistenziali diviene coscienza della tragedia storica di tutto un popolo, sempre restando aliena dalla retorica.

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IL CANZONIERE

di Umberto Saba

 

La più recente edizione de Il Canzoniere è quella del 1986, pubblicata a Torino da Enaudi. In questa edizione Il Canzoniere è suddiviso in tre parti: la prima comprende le poesie del periodo 1900-1920; la seconda quella del periodo 1921-1923; la terza quelle del periodo 1933-1947, con appendice di liriche del periodo 1948-1954.

Saba, con la sua poesia, si lega volentieri a luoghi e a date. L’esperienza militare ebbe per lui un’importanza essenziale, sia per la novità del fatto, sia per il contatto diretto con umili soldati italiani; uno stato d’animo rievocato dallo scrittore nella prosa Il sogno di un coscritto (1957). In queste pagine ricorda l’incontro d’anima con i commilitoni, nel momento in cui lo considerano uno di loro, uno come loro.

Questi sonetti furono improvvisati nel fervore di una vita attiva in cui egli era venuto a trovarsi, sottratto alle sue solite meditazioni. Saba prova ad immettersi nella vita di tutti, a vivere una vita collettiva, entro un’amalgama di caratteri, dialetti, condizioni, educazioni diverse. E’ un momento importante per lui.

Saba toglie al soldato che non fa la guerra il rivestimento eroico, ne scopre l’innocenza di bambino adulto; la vita di caserma, monotona e greve, indolente, a volta mortificante, accentuata dalla nostalgia della casa, della ragazza, è rappresentata con toni tutt’altro che sdolcinati. La vita militare rappresenta per Saba anche l’opportunità di un incontro che gli consente di sperimentare un test psicologico avendo a propria disposizione un ampio materiale sperimentale.

Questa lirica è nota soprattutto per un verso:" in una capra dal viso semita". Questo non ha nessuna implicazione razziale positiva o negativa, ma è solo un verso visivo. L’animale richiama la situazione degli Ebrei, le persecuzioni, il lamento di tutta una razza.

La capra è legata, sola su un prato, bela, ma è sazia d’erba, quindi non ha bisogno di cibo. Il poeta avverte nel lamento triste dell’animale, lo stesso suo dolore.

La capra è una creatura che nel suo dolore soffre simbolicamente il dolore di tutti; il significato della lirica è dunque il dolore che accomuna uomini e animali.

L’adesione al mondo animale è esclusivamente in una dimensione dolorosa: nel lamento di una capra sola sul prato il poeta rinviene la legge di dolore che regola ogni altra vita e sente fraterna quella voce che testimonia il male di vivere. Proprio in questa fraternità, in questo legame che si instaura tra tutte le creature, perché soggette alla comune eterna legge del dolore, si basa la poesia di Saba.

Per celebrare la moglie, Saba sceglie una strada insolita: la paragona a vari animali di cui mette in luce le qualità. La donna amata è quindi come una cagna fedele e gelosa, come una "bianca pollastra superba", ecc.

La lirica è tra le più famose di Saba, perché è tra le più felici e le più rappresentative della sua produzione. Saba si accosta alle cose e alla vita nei suoi aspetti più usuali e ne sa scoprire e cogliere l’intimo significato. Questa lirica è percorsa da un senso del vivere che ha i toni di una saggezza antica, biblica e una freschezza di impressioni propria di un animo infantile.

La poesia provocò, appena conosciuta, allegre risate; pareva strano che un uomo scrivesse una poesia per paragonare sua moglie a tutti gli animali. Suscitò un po’ di scandalo, ma l’intenzione non era questa: essa ricorda la poesia religiosa, fu scritta come si reciterebbe una preghiera. Sembra però una poesia infantile, se un bambino potesse sposarsi e scrivere una poesia per sua moglie, scriverebbe questa.

 

Il poeta da una visione di Trieste da un punto di vista panoramico, mentre pensa al travaglio della sua vita.

Trieste e una donna si intitola la raccolta nella quale Trieste e Lina assumono per la prima volta il loro inconfondibili aspetti; sono amate per quello che hanno di proprio di inconfondibile... Trieste è la prima poesia di Saba che testimonia la sua volontà di cantare Trieste proprio in quanto Trieste e non solo in quanto città natale.

La descrizione del fascino di questa città non è fatta con l’animo del visitatore, non è una pagina di un giornale di viaggio, ma vibra del commosso affetto di chi vive in questa città, la sente sua e trova in essa il cantuccio a lui adatto, alla sua vita pensosa e schiva. Trieste diventa addirittura espressione e proiezione dello stato d’animo del poeta, alla "grazia scontrosa" della città fa riscontro la "vita pensosa e schiva" del poeta. Il soggettivo e l’oggettivo si identificano con assoluta fusione lirica.

Città vecchia è una lirica che va considerata come un’esemplare realizzazione di una costante della poesia di Saba: l’immettere la sua vita nella vita di tutti, essere come tutti gli uomini di tutti i giorni.

E’ un viaggio attraverso la città, attraverso il male che c’é nella vita; scopre la presenza di Dio. Qui la cordiale rappresentazione di un angolo popolare di Trieste non cade mai nel populismo - è il pericolo connaturato a temi simili - perché il poeta non si china paternalisticamente su quel mondo, ma ci vive dentro, lo sente come un mondo popolato da creature simili a lui.

L’autore stesso ha dato un esatto giudizio di questa raccolta quando afferma che esse stanno ai Versi militari come "rose di carta a rose naturali" e, nello stesso capitolo della Cronistoria, conclude che, nella gran maggioranza, testimoniano una lacuna o un vuoto d’aria.

Questo spiega perché, mentre il primo Canzoniere ne conteneva ventiquattro, il secondo ne abbia solo otto. Di queste otto poesie rimaste, le migliori sono le più brevi; le altre rievocano momenti di vita militare e figure di soldati, creature di semplice cuore, presentate con autentico e commosso realismo.

 

Il titolo è significativo, rimanda alla tradizione classica. Ulisse vuole avere tutte le esperienze e conoscere la vita. Ulisse è come Saba; la poesia è simbolica, rappresenta una situazione reale ma simboleggia la ricerca dei perché dell’esistenza e delle risposte al dolore della vita di ogni uomo.

Saba ha ancora voglia di navigare, è un viaggio attraverso la conoscenza, viaggio al fondo dell’esistenza. Il dolore è comune a tutti, uomini e animali, anche se il poeta non lo accetta e cerca le risposte ai perché della vita.

Il poeta chiama conformisti chi non si accorge dei disagi della vita (rappresentano i "sani" di Svevo). E’ una poesia onesta, che corrisponde alla verità.

In questi pochi versi Saba ha saputo cogliere, con la sua consueta semplicità, le ragioni retrospettive della sua poetica, offrendone un bilancio complessivo.

La distanza temporale è sottolineata dall’uso del passato remoto, che viene tuttavia recuperato al presente dall’analoga posizione e funzione di "Amo"; quest’ultimo verbo, introducendo i due versi finali, stabilisce una precisa linea di continuità che unisce la ricerca poetica e le scelte di vita. Nel testo questi momenti vengono affrontati separatamente; la prima strofa riguarda in particolare la forma poetica, il linguaggio composto da parole semplici e comuni, la musicalità dei versi basata su rime elementari.

C’é anche un’orgogliosa affermazione di anticonformismo, per il coraggio di aver compiuto una scelta non tentata da altri e per essere riuscito originale nel suo difficile tentativo. La strofa centrale si riferisce ai contenuti essenziali della poesia, alla ricerca di una verità nascosta, che occorre scoprire al di sotto delle apparenze superficiali, con uno sforzo di sincerità e di chiarificazione che comporta spesso dolore e paura.

Il discorso riguarda il cuore ed esprime un impegno soprattutto morale, in quanto il dolore rende amica anche la verità più dura; per Saba non c’é amore senza dolore, tanto che il "doloroso amore" costituisce l’essenza della vita. Ma la vita è anche una fonte insostituibile di gioia e di consolazione, come risulta dai due versi conclusivi, che si riferiscono direttamente al lettore ("Amo te che mi ascolti"), per renderlo partecipe di un’esperienza che resta comunque preziosa.

 


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