GUIDO CAVALCANTI di BOCCACCIO

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NOVELLA GUIDO CAVALCANTI

 

TESTO           

Sentendo la reina che Emilia della sua novella s’era diliberata e che ad altri non restava a dir che a lei, se non a colui che per privilegio aveva il dir da sezzo [1], così a dir cominciò:

Quantunque, leggiadre donne, oggi mi sieno da voi state tolte da due in su delle novelle delle quali io m’avea pensato di doverne una dire, nondimeno me n’è pure una rimasa da raccontare, nella conclusione della quale si contiene un sì fatto motto, che forse non ci se n’è alcuno di tanto sentimento contato.

Dovete adunque sapere che ne’ tempi passati furono nella nostra città assai belle e laudevoli usanze, delle quali oggi niuna ve n’è rimasa, mercé [2] dell’avarizia che in quella con le ricchezze è cresciuta, la quale tutte l’ha discacciate. Tra le quali n’era una cotale, che in diversi luoghi per Firenze si ragunavano insieme i gentili uomini delle contrade e facevano lor brigate di certo numero, guardando di mettervi tali che comportar [3] potessono acconciamente le spese, e oggi l’uno, doman l’altro, e così per ordine tutti mettevan tavola [4], ciascuno il suo dì, a tutta la brigata; e in quella spesse volte onoravano e gentili uomini forestieri, quando ve ne capitavano, e ancora de’ cittadini; e similmente si vestivano insieme almeno una volta l’anno, e insieme i dì più notabili [5] cavalcavano per la città, e talora armeggiavano, e massimamente per le feste principali o quando alcuna lieta novella di vittoria o d’altro fosse venuta nella città.

Tra le quali brigate n’era una di messer Betto Brunelleschi, nella quale messer Betto e’ compagni s’eran molto ingegnati di tirare Guido di messer Cavalcante de’ Cavalcanti, e non senza cagione; per ciò che, oltre a quello che egli fu un de’migliori loici [6] che avesse il mondo e ottimo filosofo naturale (delle quali cose poco la brigata curava), sì fu egli leggiadrissimo e costumato e parlante uomo molto, e ogni cosa che far volle e a gentile uom pertenente, seppe meglio che altro uom fare; e con questo era ricchissimo, e a chiedere a lingua [7] sapeva onorare cui nell’animo gli capeva che il valesse. Ma a messer Betto non era mai potuto venir fatto d’averlo, e credeva egli co’ suoi compagni che ciò avvenisse per ciò che Guido alcuna volta speculando molto astratto dagli uomini diveniva. E per ciò che egli alquanto tenea della oppinione degli epicuri [8], si diceva tra la gente volgare che queste sue speculazioni eran solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse.

Ora avvenne un giorno che, essendo Guido partito d’Orto San Michele e venutosene per lo corso degli Adimari infino a San Giovanni, il quale spesse volte era suo cammino, essendo quelle arche [9] grandi di marmo, che oggi sono in Santa Reparata, e molte altre dintorno a San Giovanni, ed egli essendo tra le colonne del porfido che vi sono e quelle arche e la porta di San Giovanni, che serrata era, messer Betto con sua brigata a caval venendo su per la piazza di Santa Reparata, veggendo Guido là tra quelle sepolture, dissero: - Andiamo a dargli briga -; e spronati i cavalli a guisa d’uno assalto sollazzevole gli furono, quasi prima che egli se ne avvedesse, sopra, e cominciarongli a dire: - Guido tu rifiuti d’esser di nostra brigata; ma ecco, quando tu arai trovato che Iddio non sia, che avrai fatto?

A’ quali Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse: - Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace - ; e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fussi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò.

Costoro rimaser tutti guatando l’un l’altro, e cominciarono a dire che egli era uno smemorato [10] e che quello che egli aveva risposto non veniva a dir nulla, con ciò fosse cosa che quivi dove erano non avevano essi a far più che tutti gli altri cittadini, né Guido meno che alcun di loro.

Alli quali messer Betto rivolto disse: - Gli smemorati siete voi, se voi non l’avete inteso. Egli ci ha detta onestamente in poche parole la maggior villania del mondo; per ciò che, se voi riguardate bene, queste arche sono le case de’ morti, per ciò che in esse si pongono e dimorano i morti; le quali egli dice che sono nostra casa, a dimostrarci che noi e gli altri uomini idioti e non litterati siamo, a comparazion di lui e degli altri uomini scienziati, peggio che uomini morti, e per ciò, qui essendo, noi siamo a casa nostra.

Allora ciascuno intese quello che Guido aveva voluto dire e vergognossi né mai più gli diedero briga, e tennero per innanzi messer Betto sottile e intendente cavaliere.

 

 

1)il dir da sezzo: il raccontare per ultimo.

2)mercé: a causa.

3)comportar: sostenere.

4)mettevan tavola: offrivano un banchetto.

5)i dì più notabili: i giorni delle solenni ricorrenze.

6)loici: filosofi, pensatori.

7)a chiedere a lingua: quanto si potesse desiderare.

8)E per ciò che egli alquanto tenea della oppinione degli epicuri:

e poiché Guido era seguace delle teorie degli Epicurei.

9)arche: sepolcri.

10)uno smemorato: un folle, uno che vaneggia.

 

 

ANALISI

La novella dedicata a Guido Cavalcanti è narrata da Elissa nell'ambito della sesta giornata, durante la quale il tema da trattare concerne la capacità di risolvere vantaggiosamente una situazione incresciosa mediante un motto arguto, ossia una battuta intelligente. Elissa è dunque una narratrice interna finché interviene nell'ambito della cornice, ove agisce come personaggio, ma rimane, naturalmente, esterna rispetto alla novella raccontata.    

La prerogativa saliente del testo, che è esplicitata, consiste dunque nella capacità dialettica esperita dal protagonista, Guido Cavalcanti, per liberarsi definitivamente, senza possibilita di repliche, dei propri molestatori.   

Il motto, grazie alla sua concisa arguzia, ebbe larga fortuna in età medievale come, ancora una volta, ci documenta il Novellino, ma l'uso che ne fa il Boccaccio pone in risalto un espediente più sofisticato, che impegna l'intelligenza stessa del lettore: "Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace". Proprio l'ultima battuta pronunciata dal poeta, prima di sparire, mette in evidenza gli elementi di un'antitesi, che sottolinea la diversità ideologica e morale esistente tra il Cavalcanti e i componenti la brigata.

Lo spazio compreso fra le tombe viene attribuito a uomini "morti" sotto il profilo spirituale, che consumano il loro tempo in piaceri futili. Da un lato dunque i cittadini, che si prodigano a imbandire tavole, a ricevere i forestieri e a sfilare in costume per le strade; dall'altro l'artista solitario, meditabondo, tutto proteso alla scoperta di verità filosofiche: due visioni del mondo inconciliabili, perchè basate su opposti valori. La novella può essere pertanto esaminata secondo diverse chiavi d'analisi.       

Non v'è dubbio che offra uno spaccato di vita cittadina, fornendo indicazioni riguardanti le abitudini degli abitanti, e pertinenti a un'indagine sociologica che comprova, ad esempio, un certo grado di benessere e una diffusa volontà di aggregazione, peculiari della società comunale in ascesa.           

Il testo presenta altresì i tratti tipici della novella aneddotica, documentando un ritratto del Cavalcanti di indubbia immediatezza, che fornisce più elementi di spicco, relativi alla sua personalità umana, rispetto a qualsiasi biografia.

Ma che la volontà del Boccaccio non fosse certo quella di esaurire la potenzialità della novella nel motto, lo comprendiamo dall'esigenza di spiegarne la profondità di contenuto attraverso le parole di messer Betto "Gli smemorati siete voi, se voi non l'avete inteso...". Ed è certo difficile intendere un’allusione sottile per chi rimane troppo ancorato alla propria visione del mondo senza riuscire a immaginare un’altra interpretazione della realtà, in chiave spirituale e creativa.

Se volessimo infine tentare di trovare in questa novella un procedimento narrativo dominante, potremmo forse, come anticipato, rintracciare la tipologia del contrasto, che effettivamente consiste nel mettere a confronto due opposte mentalità, due diversi modi d'intendere i valori importanti dell'esistenza.

Il procedimento del contrasto non viene usato da Boccaccio come accessorio stilistico, e perciò non incide solo sull'apparato formale del testo - ad esempio mediante la messa a confronto di battute di dialogo dagli opposti intendimenti - ma coinvolge soprattutto il contenuto, impegnando proprio su questo l'attenzione del lettore.

 

 

RIASSUNTO

Un'usanza dell’aristocrazia di Firenze era quella di formare liete brigate di gentiluomini, cui partecipavano anche gentiluomini forestieri. Una di queste brigate di giovani cavalieri era capeggiata da Betto Brunelleschi, un giovane coraggioso, il quale desiderava che nel gruppo entrasse il celebre poeta e filosofo Guido Cavalcanti: per dare prestigio alla brigata. Un giorno, Cavalcanti si trovava dalle parti di San Giovanni, dove a quel tempo c'era il camposanto con grandi sarcofagi di pietra. Passava di lì la brigata di Betto Brunelleschi che pensò di andare a punzecchiare il poeta. Tutti gli si avvicinarono stringendolo con i cavalli contro i sarcofagi di pietra e si misero quindi a scherzare e a prenderlo in giro. Allora il poeta disse: «Egregi signori, a casa vostra voi potete dire tutto quello che vi piace» e se ne andò. I giovani non capirono, ma Betto Brunelleschi, che era il più sveglio di tutti, spiegò: «Guido ci ha offeso con eleganza infatti ci ha detto che siamo come dei morti perché siamo ignoranti e di conseguenza noi qui al camposanto siamo come a casa nostra». Da quel giorno nessuno della brigata osò più infastidire il poeta.

In questa novella Boccaccio esalta la figura di Guido Cavalcanti, emblema dell’intellettuale e filosofo, non compreso dalla massa, che lo accusa superficialmente di voler dimostrare l’inesistenza di Dio. Betto e la sua brigata credono all’opinione comune e superficialmente chiedono spiegazioni al protagonista. Il poeta risponde prontamente con una battuta, che non viene compresa, e con un agile salto, che lo porta nuovamente lontano e sopra le opinioni della gente comune, paragonata ai morti, cioè a corpi ormai privi di vita e quindi di senno. Ciò che, però, viene escluso dalla presentazione della città e del personaggio di Cavalcanti è la questione politica; non viene fatta menzione né alle lotte tra Guelfi e Ghibellini né a quelle intestine tra Guelfi bianchi (cui apparteneva il poeta) e neri. La città di Firenze viene anzi esaltata per i suoi valori civili e per la concordia che regna tra i suoi cittadini.

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