PETRARCA : I' vo piangendo i miei passati tempi

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I’ vo piangendo i miei passati tempi

i quai posi in amar cosa mortale,

senza levarmi a volo, abbiend’io l’ale,

per dar forse di me non bassi exempi.

 

5Tu che vedi i miei mali indegni et empi,

Re del cielo invisibile immortale,

soccorri a l’alma disvïata et frale,

e ’l suo defecto di tua gratia adempi:

 

sí che, s’io vissi in guerra et in tempesta,

10mora in pace et in porto; et se la stanza

fu vana, almen sia la partita honesta.

 

A quel poco di viver che m’avanza

et al morir, degni esser Tua man presta:

Tu sai ben che ’n altrui non ò speranza.

 

 

 

Parafrasi

Io vado piangendo i miei tempi passati

che ho perduto nell’amare una cosa mortale,

senza riuscire ad elevarmi dall’amore a una vita più degna,

pur avendo io strumenti per poter offrire prove non basse.

Tu, re del cielo, invisibile e immortale che vedi le mie colpe indegne e malvagie, soccorri la mia anima che ha smarrito il retto cammino ed è fragile, e supplisci con la tua Grazia alla sua incapacità di perfezione.

Sì che io vissi in guerra e in tempesta, fra l’ingovernabile affollarsi delle passioni, possa morire in pace e in porto (nella grazia di Dio); e se la mia permanenza nel mondo (stanza) fu inutile, almeno la partenza da esso sia virtuosa.

Al quel poco po’ di vita che mi resta da vivere, la tua mano si degni di prestare soccorso. Tu sai bene che non ho altra speranza.

 

Analisi del Testo

Questo sonetto è la penultima poesia del Canzoniere, ma l’ultima in cui Petrarca ritorna sulla passione per Laura, considerata come un ostacolo al raggiungimento della pace. Laura è l’amore profano che non conduce a Dio. Anche questa poesia presenta la forma di una preghiera, come Padre del ciel, in cui al pentimento segue la richesta dell’aiuto di Dio per liberarsi dal peso delle colpe. Ed anche qui il motivo amoroso diviene la semplice occasione di un esame di coscienza, di un impietoso bilancio generale della propria esistenza.

Si tratta di una complessa condizione psicologica, percorsa da contraddizioni: un’estrema stanchezza di vivere e di soffrire, il riconoscimento dei propri peccati, ma anche una struggente aspirazione alla liberazione e alla pace, il senso della propria fragilità, il rimpianto del tempo perduto in una passione vana e dello spreco delle proprie qualità.

Ma ora vi è anche qualcosa di esistenzialmente più cupo e rassegnato, il riconoscimento del fatto che le colpe sono una parte ineliminabile di sé, di cui in nessun modo potrà redimersi, e quindi del fatto che l’unica speranza si può riporre nel soccorso dell’alto.

L’analisi crudele e la difficile confessione non danno però in alcun modo origine ad un aggrovigliarsi tormentato del discorso: la dizione resta limpida, ferma e armoniosa. Si noti la cura con cui vengono costruite coppie armoniche di sostantivi o di aggettivi: <<indegni ed empi>>, <<invisibile immortale>>, << disviata e frale>, <<in guerra ed in tempesta>>, <<in pace e in porto>>.

Vi sono anche studiate antitesi: <<a volo>>/<<non bassi>>, <<mortale>>/<<immortale>>.

Lo schema della rima è: ABBA-ABBA-CDC-DCD.



 


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