PETRARCA : quel rosignuol che sì soave piagne

PETRARCA : quel rosignuol che sì soave piagne

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quel rosignuol che sì soave piagne

 

" Quel rosignuol, che sì soave piagne"

 

Quel rosignuol che sì soave piagne

Forse suoi figli o sua cara consorte,

Di dolcezza empie il cielo e le campagne

Con tante note sì pietose e scorte;

 

E tutta notte par che m'accompagne

E mi rammente la mia dura sorte:

Ch'altri che me non ho di cui mi lagne:

Chè 'n Dee non credev'io regnasse Morte.

 

O che lieve è ingannar chi s'assecura!

Que' duo bei lumi, assai più che 'l Sol chiari

Chi pensò mai veder far terra oscura?

 

Or [cognosco io]1 che mia fera ventura

Vuol che vivendo e lagrimando impari

Come nulla qua giù diletta e dura.

 

 

 

 

 

Parafrasi:

 

Quell'usignolo, che piange con tanta dolcezza forse i suoi figli, o la cara compagna, riempie di dolcezza il cielo e le campagne con suoni così belli e ben modulati da suscitare pietà, e sembra che per tutta la notte mi tenga compagnia, e mi ricorda il mio duro destino: che , al di fuori di me stesso , non ho nessun altro di cui lagnarmi, poiché io non credevo che anche una dea potesse essere soggetta alla morte. O come è facile ingannare chi si fida! Chi mai pensò di vedere quei due begli occhi, più luminosi del sole, divenire terra scura? Ora capisco che la mia crudele sorte vuole che io, continuando a vivere e soffrire, impari come qua giù sulla terra nessuna cosa che dà piacere sia destinata a durare.

 

 

Analisi:

 

Questa poesia è un sonetto scritto da Petrarca ed è la 311ª opera del Canzoniere in morte di Laura. In questi 14 versi il poeta rielabora e personalizza una similitudine usata da Virgilio nelle Georgiche (vv. 511-515) che paragona il pianto di Orfeo, che cercando di salvare Euridice si volta per guardarla e la perde per sempre, a quello di un usignolo a cui sono stati sottratti i piccoli.

I temi principali del sonetto sono, come quelli di molti altri (per esempio "Erano  i capei d'oro a l'aura sparsi"), la labilità delle cose terrene e la fugacità del tempo: il decadimento della bellezza fisica di Laura precipiterà prima o poi nella morte, che ne sarà il disfacimento totale. In questo senso il poeta mette in antitesi le ultime due parole finali dei versi 10 e 11, "sol chiari" e "terra oscura", per accentuare il contrasto vita-morte. "Morte" regna su tutte le cose dice Petrarca e questa "dura sorte" gli viene ricordata dal canto dell'usignolo. A mio avviso questa poesia, che fa parte delle rime in morte di Laura, è radicalmente contrapposta a quelle poesie che rientrano nella prima parte del Canzoniere per quanto riguarda il rapporto tra Petrarca e Laura: mentre nelle prime infatti Petrarca riprendeva il tema tipicamente stilnovistico della "donna angelo", ora invece questa viene vista come una semplice persona, soggetta al tempo e alla morte, e Petrarca, lo dice esplicitamente (" chè 'n dee non credev'io regnasse Morte"), ammette di aver commesso un errore nel credere che le cose belle durino per sempre.

A livello fonico-timbrico nelle prime due quartine ci sono varie allitterazioni: della "s" più vocale, della "r", della "m" e del suono "ch".

La poesia è un sonetto, diviso in quattro strofe, le prime due hanno una rima alternata e sono quartine, le ultime due sono terzine e hanno una rima alternata. Per quanto riguarda le figure dell'ordine sintattico c'è un polisindeto ai versi 5 e 6 e un'anafora ai versi 7 e 8.