PSICOLOGIA : IL SOLILOQUIO DELLA SOLITUDINE

PSICOLOGIA :   IL SOLILOQUIO DELLA SOLITUDINE

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                                                       di PSICHIATRA  GIORGIO BRUNO

 

IL SOLILOQUIO DELLA SOLITUDINE


 

L'ARTE DI...AMARE: IL SOLILOQUIO DELLA SOLITUDINE

"Ci sono amori amicizia, amori tenerezza, amori puramente sessuali, amori che durano una notte o che durano una vacanza, amori che sono capricci,cotte, infatuazioni, ci sono amori che hanno un'anima oltre il corpo e amori che si fermano al corpo e non vanno oltre, amori strozzati e quelli aperti al respiro pulito e ciascuno ha il diritto di vivere il tipo di amore che vuole" e soprattutto allontanarsi dallo spettro della solitudine che afferra il cuore e lentamente lo conduce alla morte.

Già, non siamo nati per essere soli, la solitudine non appartiene a questo mondo, il cuore pulsa e cerca il suo compagno, la solitudine del cuore si rivolge alla medicina del cervello, "di una testa che funziona fluttuando da un'emozione all'altra influenzata dai segnali esterni che si mischiano con i ricordi e le esperienze che abbiamo appena vissuti".

Allora se così accade, se proprio vogliamo cancellare la solitudine in quanto fonte di tristezza, espressione di vuoto, di mancanza di una parte e della sua ricerca per completarsi, perché "i Single", quelli che possiamo definire "i lettori dell'interno", sono al giorno d'oggi in forte ma proprio forte aumento?

Noi abbiamo davanti agli occhi il ritratto nero della solitudine, quelli, i Single, hanno forse un'immagine diversa?

Affermiamo da tempo che in natura come nella natura dell'uomo, tutto ciò che non serve, nel senso che è "negativo", tende a perdere col tempo la sua funzione, in altri termini tende a scomparire. Ora, se la solitudine racchiudesse un qualcosa di negativo, perché notiamo l'aumento dei Single? E badate bene non mi riferisco soltanto ai Single per scelta, ma a tutti quelli, e sono anch'essi molti, che pur all'interno di un'apparente stabilità emotiva vivono da single tutta o gran parte della loro vita. In nostro soccorso, in soccorso della solitudine, arriva il soliloquio che oserei definire il "pronto soccorso della solitudine".

"Il nostro cervello ama il soliloquio anche quando non ce ne accorgiamo, anche quando stiamo in compagnia di altri non smettiamo mai di parlare a noi stessi". Già, nella difficoltà sempre più evidente di parlare con l'altro/a, ci troviamo meglio forse a parlare con noi stessi, come se vi fossero in noi due attori uniti da quella fratellanza gemellare pronta però a prendere le armi e aspramente combattere l'un contro l'altro fino alla morte dell'uno e la vittoria dell'altro. Ecco allora sentire nelle nostre orecchie il "brusio di mille voci", nel nostro petto "il suono di mille parole", i nostri occhi vedono come su uno schermo "mille immagini" una dietro l'altra, proprio soli non ci sentiamo, anzi parlando con noi stessi o meglio colloquiando una parte di noi con l'altra parte di noi ci sentiamo lontano dalla solitudine. Queste nostre conversazioni, questo nostro soliloquio resta nascosto "come scritto con l'inchiostro invisibile", "passiamo da uno stato d'animo all'altro e non mandiamo segnali esterni, siamo felici o tristi anche senza risate o lacrime", forse il nostro cocktail genera confusione ma non importa, pur confusi questa volta ce la possiamo prendere solo e soltanto con noi stessi. Accade a volte di "forzare la mano" al soliloquio ed ecco evidenziarsi la solitudine nel senso che iniziamo a dare peso all'esterno e ridurre invece notevolmente il valore dell'interno.

Il senso allora diventa quello di correggere l'esterno sperando in questo modo d'accontentare l'interno con la modifica compiaciuta dell'altro.

Se amo follemente, anche l'altro deve amarmi allo stesso modo, se ho determinati schemi mentali, anche l'altro deve adeguarsi agli stessi schemi e non consideriamo che "l'esterno non dà soluzioni ma soltanto illusioni".

Dunque si rende di nuovo necessario nell'illusione volgere lo sguardo alla propria interiorità, a quell'ego abituato dalla nascita ad avere tutto ma proprio tutto a sua disposizione, insomma a comportarsi come un piccolo re.

Siamo abituati a volgere lo sguardo all'esterno pensando che le problematicità là sorgono e da là derivano tenendo ben conservata la nostra interiorità in questo modo tenendola al riparo da ogni altrui inserzione. Il soliloquio elimina l'altro/a o meglio dovrebbe trasportare l'altro/a nel suo interno ma chiediamoci "una volta portato l'altro/a nel nostro interno costui/ei a chi assomiglia?"

A veder bene somiglia tanto a noi stessi. Il soliloquio forse allontana la solitudine ma condanna alla monotonia d'un attore monocorde che pensa di aver incontrato l'altro/a ma non sa di non essere entrato nell'altro/a. La solitudine esiste perché ci spinge nell'altro, ci invoglia all'incontro e forse anche allo scontro perché non è necessario che tutto vada bene, la solitudine sa che conta soltanto...amarsi e non è poco, anzi.

GIORGIO BRUNO


 

 


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