Giacomo Leopardi


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Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno 1798 a Recanati delle Marche, legazione dello stato Pontificio, dal Conte Monaldo e dalla marchesa Adelaide Antici.

Nel "natìo borgo" il futuro poeta trascorse l'infanzia in compagnia dei fratelli Carlo, Luigi e della sorella Paolina. La sua educazione fu affidata ai precettori del luogo; l'infanzia tuttavia non fu serena in quanto l'ambiente di casa era bigotto, cerimonioso e senza cordialità; i rapporti fra i due coniugi, fra i genitori e i figli erano irti di sotterfugi (si volevano bene, a modo loro, ma escludendo ogni possibilità di confidenza, di espansione).

Il patrimonio della famiglia era stato condotto sull'orlo della rovina dalla prodigalità e dalle cattive speculazioni del padre, ed era subentrata perciò ad amministrarlo la madre con un regime di disciplina e di severa economia, che lasciava intatte solo certe apparenze di fasto esteriore.

In questo ambiente uggioso e retrivo, isolato dalle correnti più vive ed aperte del progresso intellettuale, crebbe Giacomo fanciullo con la sua precoce intelligenza e la sua indole estremamente sensibile e fantastica. A dieci anni, il Leopardi si sente solo e trova nello studio, nei libri della biblioteca paterna, ricca non soltanto di classici ma anche di opere del Settecento, il suo unico rifugio.

In questi "sette anni di studio matto e disperatissimo" il ragazzo solitario si tuffa giorno e notte in attività di letture e scritture innumerevoli ed enciclopediche, dalle quali esce con la costituzione fisica rovinata senza rimedio e con i primi segni della malattia che lo tormenterà per tutto il resto della vita, già visibili nella deformità stessa della persona.

Acquista una conoscenza raffinata del latino e del greco, affronta l'ebraico, il francese, l'inglese e lo spagnolo, conduce in porto lavori filologici di grande impegno: traduzioni, commentari, revisioni critiche di testi rari e scarsamente esplorati. A quattordici anni, aveva già compiuto gli studi sotto la guida di un precettore, il gesuita Sebastiano Sanchini, il quale fu allora licenziato "perché - scrisse il padre - non aveva più altro da insegnargli". Già a quindici anni scrisse "Storia dell'astronomia" (1813), ricca di notizie racimolate d'ogni parte; a diciassette anni un'altra opera dello stesso tipo, ma molto meglio organizzata e con impronta più personale, il "Saggio sopra gli errori popolari degli antichi" (1815).

Tutta la vasta e disordinata produzione dell'adolescenza oscilla tra un'erudizione tipicamente settecentesca e la cultura classicista. Nel campo letterario, domina incontrastata la linea della tradizione arcadica più esterna e retorica di provincia. Nel campo filologico, sono evidenti i segni di un'erudizione un po' oziosa, accademica, aneddotica, senza ampiezza di orizzonti, scarsa di sintesi; più vicina insomma ai modi dell'erudizione sei-settecentesca, che non a quelli della filologia romantica con il suo vasto respiro storico.

In politica, infine, l'opera "Agli italiani" del 1815 mostra l'adesione di Giacomo alle tesi reazionarie di Monaldo, nello sforzo di esaltare il dispotismo illuminato e di distogliere i compatrioti dalle nascenti aspirazioni verso l'unità e l'indipendenza con argomenti di sapore schiettamente materiale: meglio un'Italia divisa, ma pacifica e ricca, che un'Italia grande e unita, ma privata del suo quieto vivere; meglio appigliarsi ai "reali vantaggi" che non correr dietro alle utopie di una "gloria fantastica".

Nel 1816 si attua intanto quella che egli chiamerà la sua "conversione poetica", il passaggio "dal tutto al bello", che porterà al "pessimismo storico".
Sempre in questi anni, invia alla "Biblioteca italiana" una lettera di risposta a quella della Madame de Stael, in cui difende le posizioni dei classicisti: questa partecipazione alla polemica tra classicisti e romantici avviene tramite la composizione della "Lettera ai compilatori della Biblioteca italiana" e poi, nel 1818, con il "Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica" in cui si schiera a favore dei classicisti, ma propone una poesia vicina alla "natura" con la quale si accosta ai romantici.

L'amicizia iniziata nel 1817 con Pietro Giordani e soprattutto la cresciuta consapevolezza della propria infelicità si matura in un travaglio e in una tetra macerazione di pensieri solitari. I1 documento più prezioso di questo trapasso ci è fornito dalle lettere scritte fra il '17 e il '19 appunto al Giordani, il primo uomo in cui Leopardi incontrasse un cuore e un orecchio disposti ad ascoltarlo con comprensione fraterna, una mente capace di intuire il genio ancora in boccio, un letterato piacentino che ebbe il merito di comprendere la grandezza dell'ingegno del giovane amico che definì "smisurata e spaventevole".

Nel 1819 troviamo la cosiddetta "conversione filosofica": il passaggio dal "bello al vero", dalle lettere alla filosofia, dalla poesia d'immaginazione alla poesia sentimentale.
Il 1819 segnò una nuova crisi nella vita e nella poetica di Leopardi: sul piano biografico c'è da registrare un infruttuoso tentativo di fuga dalla casa e dal paese e l'acuirsi della malattia agli occhi. Ma tra il '19 e il '22, svanita per il momento la possibilità di evasione, egli è dominato proprio dalla noia, un sentimento che il Leopardi poi definì "il più sublime dei sentimenti umani", "il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga nella natura umana", in quanto consiste nel "considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla grandezza dell'animo proprio". E' la prima grande stagione della poesia leopardiana.

In questi anni nel Leopardi comincia a nascere e svilupparsi il nocciolo della sua concezione pessimistica, la sua filosofia. Intanto matura anche la novità del suo mondo sentimentale, l'orientamento originale della sua poetica. La produzione di questi anni si orienta in due direzioni: da un lato troviamo la poesia più colloquiale ed intimistica dei "Piccoli Idilli" e dall'altro le "Canzoni" che sviluppano alcune temi civili e patriottici ("All'Italia", "Sopra il monumento di Dante", "Ad Angelo Mai"), altre tematiche esistenziali ("Ultimo canto di Saffo", "Bruto Minore").

L'opera "Ultimo canto di Saffo", che narra la vicenda di una poetessa greca di non bella presenza che si suicida gettandosi da un burrone, segna il passaggio dal pessimismo storico al "pessimismo psicologico".
Nel novembre del 1822 Monaldo gli consente di uscir da Recanati e di soggiornare alcuni mesi a Roma in casa dello zio. La vacanza non ha però l'effetto sperato: se si tralasciano alcune utili conoscenze, per il resto fu un completo fallimento ed il Leopardi tornava al paese più deluso e amareggiato che mai. Il Leopardi sentì progressivamente inaridirsi la vena poetica; anche le conclusioni cui giunse la sua meditazione parvero imporgli l'abbandono della forma poetica per la prosa: scrive quindi le "Operette morali"; in questi brevi componimenti in prosa, il poeta affronta i temi della natura e della morte, della felicità e del dolore, esponendo in dialoghi, spesso ironici, la sua concezione pessimistica della vita.

La tesi di fondo che emerge dalle Operette è che l'infelicità degli uomini non dipende dalla loro storia, ma è intimamente connaturata con la loro vita; che la Natura non si cura del dolore umano il quale cessa solo con la morte. Questo è comunemente chiamato "pessimismo cosmico".

Nel 1825 riparte da Recanati per trasferirsi a Milano dall'ottobre del '25 all'ottobre del '26 e dall'aprile al giugno del '27 soggiorna a Bologna; e poi fino all'autunno dell'anno successivo si sposta tra Firenze e Pisa. Pisa, con il suo clima, il suo piccolo mondo raccolto, il suo "misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico che non ho mai veduto altrettanto", gli offre il soggiorno più gradito, il più dolce e riposante: in quest'ambiente e con questo stato d'animo il Leopardi riprende a scrivere versi "all'antica". Compone "Il risorgimento" (inaugurazione in ritmi arcadici della sua stagione poetica più felice) e un capolavoro "A Silvia": l'annuncio della poesia che rinasce dopo un lungo silenzio.

Verso la fine del 1828 le condizioni fisiche si aggravano; ogni nuovo impegno di lavoro risulta impossibile: Leopardi è costretto a ritornare a Recanati.

Vi rimane poco meno di un anno e mezzo "sedici mesi di notte orribile", il periodo più cupo e desolato della sua vita: eppure da quel fondo di disperazione sbocciano, come un fiore miracoloso, i "Grandi Idilli", le prove più alte e luminose della sua lirica. Nell'aprile del 1830 accettò l'offerta degli amici fiorentini di recarsi a vivere nella città toscana: qui conobbe Fanny Targioni Tozzetti. Il suo amore questa volta non è solitario vagheggiamento, semplice infatuazione o evento ideale, ma piena realtà sentimentale con una sua tesa parabola di speranze e di delusioni: la passione, dominandolo, gli dà dapprima "gran diletto" e "gran delirio", poi, con i primi disinganni, un languore amoroso che è "desiderio di morir", infine, consumando "l'inganno estremo" che aveva creduto eterno, una sorta di quiete disperata che, spegnendo i palpiti di quest'estrema illusione, scopre per l'ultima volta "l'infinita vanità del tutto". Di fronte all'ennesima delusione, si ritirò a vivere con Antonio Ranieri .

E questo incontro, questa solidarietà di due giovani infelici e diseredati, era anch'essa, almeno in principio, un atto di coraggio, un bel gesto romantico, che il Ranieri doveva pur troppo profanare in seguito con un libro di memorie, altrettanto utile per apporto di notizie biografiche preziose, quanto inopportuno per il rilievo dato ai pettegolezzi più meschini .

Nel settembre del 1833 con l'amico Ranieri partì per Napoli: in questi ultimi anni napoletani il Leopardi non smise di scrivere; compose "Aspasia" e i "Paralipomeni della Batracomiomachia" .

Poco dopo, il 5 ottobre, Giacomo può scrivere al padre: "La mia salute non è gran cosa. Pure la dolcezza del clima, la bellezza della città e l'indole degli abitanti mi riescono assai piacevoli".

Intanto a Napoli scoppia un'epidemia di colera e il Leopardi si trasferisce, con Ranieri, in una villa alle falde del Vesuvio, dove compone "La Ginestra", che è il suo testamento letterario. In quest'opera, troviamo un Leopardi nuovo che ha un suo messaggio da consegnare all'umanità, una sua verità sconsolata e virile da esporre e da difendere, proprio nel tempo in cui gli vengono meno le energie fisiche e la voglia stessa di vivere.

Intanto le sue sofferenze sono al limite. Scrive al padre il 27 maggio 1837: "I miei patimenti fisici giornalieri e incurabili sono arrivati con l'età ad un grado tale che non possono più crescere: spero che finalmente la piccola resistenza che oppone loro il mio moribondo corpo, mi condurranno all'eterno riposo che invoco caldamente ogni giorno, non per eroismo, ma per il rigore delle pene che provo".
Il 14 giugno 1837 è colto da malore e muore rapidamente. Dal 1939 le ossa riposano presso il Parco Virgiliano di Piedigrotta.

Opere

Le prime opere (erudite/ compilative) (1813 - 1817)

Sono anni duri per Giacomo, che sviluppa in sé la concezione di un meccanicismo distruttivo della natura (sentimento consegnato alla storia col nome di pessimismo, in senso "storico" e in senso "cosmico" , che caratterizzerà l'intera sua opera). · 1812 - Pompeo in Egitto (scritto a soli 14 anni) d'ispirazione anticesariana. Pompeo è difensore della libertà repubblicana.
· 1813 - Storia dell'Astronomia (compilativa)
· 1813 - Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, nelle cui pagine rivivono gli antichi miti: gli errori sono le fantasticherie (vago immaginar) degli antichi. L'antichità è l'infanzia del genere umano che vede negli astri personificati i protagonisti dei suoi sogni - miti.
· 1815 - Orazione agli italiani in occasione della liberazione del Piceno [NB. Per liberazione si intende l'intervento austriaco contro Murat]
· 1815 - traduzione della Batracomiomachia (lotta tra rane e topi: Zeus manda i granchi a sterminarli. È opera di un rapsodo che ironizza sull'Iliade di Omero e, un tempo, era attribuita ad Omero stesso)

Fino al 1815 Leopardi è erudito e filologo, in seguito si dedica alla letteratura ed alla ricerca del bello. (lo afferma nella lettera a Giordani del 1817). Nel 1816 Leopardi cadde in un periodo di crisi, durante il quale mise in discussione tutta la sua formazione. Del 1816 è L'appressamento della morte, una cantica in terzine in cui il poeta sente la morte, che crede imminente, come un conforto. In questi anni cominciarono sofferenze fisiche e una grave malattia agli occhi. Nel suo carattere, intanto, si andava sviluppando la presa di coscienza del lacerante contrasto tra l'intensità della vita interiore e la sua incapacità di manifestarla nei rapporti con gli altri.

Leopardi abbandonò gli studi filologici e si accostò alla poesia, attraverso la lettura degli autori italiani del Trecento, del Cinquecento e del Seicento, e dei suoi contemporanei italiani e francesi. Anche la sua visione del mondo subì una svolta radicale, il poeta smise di cercare conforto nella religione, di cui era stata permeata tutta la sua fanciullezza, e si avvicinò a un'interpretazione della vita sensista e meccanicista. Grazie all'amicizia con Giordani, con il quale nel 1817 iniziò una feconda corrispondenza, il distacco dal conservatorismo paterno si fece più netto: all'anno seguente risalgono All'Italia e Sopra il monumento di Dante, canzoni patriottiche molto retoriche e classicheggianti nelle quali Leopardi espresse la sua adesione alle idee liberali di stampo laico. Nello stesso periodo, partecipò al dibattito, di respiro europeo, che contrapponeva classicisti e romantici, affermando la sua posizione a favore dei primi nel "Discorso di un italiano attorno alla poesia romantica" (1818)

· 1816 - idillio le rimembranze - inno a Nettuno (finge di averlo tradotto dal greco) - traduzione del II libro dell'Eneide e del I dell'Odissea
· 1816 - lettera ai compilatori della "Biblioteca Italiana" (Monti, Acerbi, Giordani), Leopardi polemizza contro l'articolo della Staël che invitava gli italiani a studiare le opere degli stranieri per apportare nuovo vigore alla propria letteratura. Leopardi sostiene che conoscere non significa imitare e che la letteratura italiana non deve lasciarsi contaminare dalle letterature moderne, bensì riferirsi a quella latina e greca. Il poeta deve essere originale, non soffocato da studio ed imitazione.
· 1817 - innamoramento per Gertrude Cassi Lazzari. Leopardi scrive memorie del primo amore
· 1818 - "il primo amore" ed inizia a scrivere le pagine di un diario che continua per quindici anni (1817 - 1832), lo Zibaldone.

Zibaldone (1817-1832)

Lo Zibaldone di pensieri è una raccolta di impressioni personali ed appunti di vario tipo che verranno pubblicati postumi in sette volumi nel 1898 con il titolo originale di Pensieri di varia filosofia e bella letteratura. La pubblicazione avviene grazie ad una speciale commissione governativa presieduta da Giosuè Carducci in occasione del centenario della nascita del poeta. L'opera assumerà poi definitivamente il titolo con il quale è tuttora meglio conosciuta solo nel 1937, dopo la ripubblicazione del testo autografo arricchita da note e da indici dal critico letterario Francesco Flora.

Nello Zibaldone, Leopardi mise a confronto l'innocente e felice stato di natura con la condizione dell'uomo, corrotta dalla ragione che, rifiutando l'illusione e svelando il vero, genera l'infelicità. Nello Zibaldone è racchiuso l'itinerario poetico ed esistenziale di Leopardi, l'opera è una miscellanea di annotazioni filosofiche, schemi, composizioni, riflessioni morali, giudizi, piccoli idilli, discussioni erudite, impressioni. Si tratta di pagine che l'autore ha scritto per sé e che svelano l'uomo, il poeta, l'erudito, l'esteta ed il critico, spesso estremamente moderno.

Prime Canzoni (1818)

All'Italia e Sul monumenti di Dante che si preparava in Firenze inizia la serie delle grandi opere. Nelle due canzoni prevale il concetto dell'incivilimento deleterio per la vita e per la bellezza. Nella canzone All'Italia nel compianto ai caduti alle Termopili (480 a.C. tra i Greci di Leonida e i Persiani di Serse) v'è una rievocazione della passata grandezza. Nella seconda canzone Leopardi si rivolge all'Alighieri chiedendogli pietà per la patria. Nei grandi canti successivi (41 compresi i frammenti) si coglie il graduale abbandono delle reminiscenze, dei richiami letterari, dei convenzionalismi. Nel 1819 tenta di fuggire a Roma dall'oppressiva situazione familiare, ma il padre lo scopre.

· 1819 - il pessimismo personale si evolve e si afferma il pessimismo peculiare del pensiero Leopardiano.

Al primo periodo dell'arte di Leopardi appartengono le Rimembranze e L'appressamento della morte, di fattura convenzionale, con reminiscenze dantesche e petrarchesche, piangono l'infelicità della vita.

Primi Idilli (1819-1821)

I primi idilli Il sogno, L'infinito, La sera del dì di festa, Alla luna, La vita solitaria, Spavento notturno (frammento) seguono le prime canzoni. Il sogno è ancora petrarchesco, mentre i seguenti sono frutto di un'arte più matura ed indipendente. Leopardi ha stabilito con la natura un'intesa che attenua il dolore e lo sconforto. La più alta espressione di poesia è raggiunta da Leopardi nell'infinito, che è, ad un tempo, filosofia e arte, poiché, nella breve armonia dei versi, sono accolte le conclusioni di lunghe meditazioni filosofiche. In tutti gli idilli, gli spunti iniziali, offerti dal ricordo o dalla dolcezza della natura, trascolorano nell'intuizione del dolore universale, della caducità delle cose, dell'incombere dell'eternità, dell'inesorabile trascorrere del tempo, della cieca potenza della natura.

Grandi canzoni (1820-1823)

Leopardi torna ad evocare le antiche epoche ed esorta i contemporanei a cercare negli scritti dei classici le nobili virtù antiche. In occasione della scoperta del de Repubblica di Cicerone da parte di Mai Leopardi scrisse la canzone ad Angelo Mai nella quale rievoca la figura del Tasso ch'egli sentiva affine nella lirica Per le nozze della sorella Paolina (le nozze non furono mai celebrate), augurando felicità alla sorella, il poeta coglie l'occasione di esaltare la forza e la virtù delle antiche donne e per denigrare il proprio tempo, che non permettere di essere insieme virtuosi e felici, poiché solo dopo la morte lodato chi ben visse. Nella canzone ad un vincitore del pallone, Leopardi mostra disprezzo per il tedio di una vita che è monotona ripetizione delle vicende umane e sostiene che solo il pericolo può ridare valore alla vita, infatti solo chi giunge sulla soglia della morte può trovare dolcezza nel vivere. Nel Bruto minore (cesaricida, il primo Bruto fu colui che cacciò Tarquinio il Superbo), Bruto è tratteggiato come un uomo che ha creduto nell'onore, nella virtù, nella libertà ed a tali ideali ha sacrificato tutto e troppo tardi si avvede dalla vanità del mondo. Le sue meditazioni lo portano a concludere che tutto è vano e che gli uomini sono più infelici degli animali perché questi non sanno di essere infelici e quindi non meditano il suicidio e se anche lo concepissero nulla li distoglierebbe dal proposito. Anche Saffo (Ultimo canto di Saffo) è infelice, infatti uno spirito grande e generoso, una mente eccelsa, un ingegno sublime sono racchiusi in un misero corpo. Saffo ha amato la luce (Faone) ma la sua vita era ombra, ha amato il bello e la natura, che, invece, le è stata matrigna ed ella che è sensibile, colta, raffinata è racchiusa nel carcere di un corpo sgraziato, né la grandezza d'ingegno vale a riscattarla. In Saffo Leopardi vede sé stesso, ma in realtà la poetessa di Lesbo non fu né brutta, né infelice come la dipinse Leopardi, rifacendosi ad una tarda tradizione. Saffo conobbe gustò e cantò bellezza ed amore più di quanto potesse il Leopardi , inoltre Saffo non avrebbe mai pensato, né parlato così, anche se la rassegnazione all'infelicità, al dolore, alla solitudine e la rinuncia alle gioie della vita suona nei versi Leopardiani come il gemito sincero di un animo femminile. Il canto è una dolce apostrofe alle placide notti, un tempo care alla poetessa ancora serena, ma le parole volgono tosto ad una violenta evocazione della natura in tempesta che riecheggia l'intimo turbamento. Gli interrogativi angosciosi ed accusatori, volti al destino che ha precluso la bellezza alla misera Saffo, sono troncati dal proposito di morte. Dopo aver augurato all'uomo amato invano quel po' di felicità che può esistere sulla terra, Saffo conclude affermando che di tante glorie sperate, di tante illusioni resta ad attenderla solo il tartaro (conclusione di a Silvia) Le canzoni alla primavera e al conte Carlo Pepoli nascono dalla stessa situazione spirituale, la prima lamenta la caduta delle illusioni e dell'immaginario mondo mitologico che alimentava di bellezza la fantasia degli uomini, la seconda piange la felicità perduta. Nella canzone alla primavera", Leopardi loda i tempi antichissimi, quando le ninfe popolavano i campi, i boschi, le fonti, i fiori e gli alberi vivevano ed eco non era un mero fenomeno fisico, bensì il dolente spirito di una ninfa infelice. Anche se la lirica è apparentemente classica, in realtà essa è pervasa da quell'insoddisfazione del presente che animò anche i romantici. Pertanto, Leopardi rende romantico il puro intendere greco, poiché egli fu romantico nel sentimento e classico nella fantasia e nell'intelletto. Nell'epistola a Carlo Pépoli Leopardi vuol provare all'amico la tesi secondo la quale, non avendo la vita altro fine se non la felicità e non potendo tale fine essere raggiunto, tutta la vita non è che un'inutile lotta, ma chi non lavora è oppresso dal tedio della vita e cerca distrazione in inutili occupazioni. Chi si dedica alla poesia, se non ha Patria, è travagliato più degli altri dalla mancanza di libertà perché conosce appieno il valore dell'idea di nazione. Il Leopardi, ormai disilluso medita di abbandonare la poesia e di volgersi alla filosofia, senza alcuna speranza di gloria. Il Leopardi ha ormai raggiunto una rassegnata certezza del dolore e della noia cui sono condannati gli uomini, quindi ritiene conveniente abbandonare le illusioni e la poesia per speculare sulle leggi e sul destino dell'universo.

Operette morali

Nuove canzoni (1823-1832)

Dopo il 1823, Leopardi abbandona i miti e le illustri figure del passato, ormai trasfigurati e dileguanti nel simbolo e si volge a cantare il dolore cosmico. Nel 1823, compone la canzone alla sua donna (figura - simbolo come la "sua donna" della sera del dì di festa - 1820, Silvia - 1828, Nerina delle ricordanze, 1829), nella quale esprime la propria ardente aspirazione ad un ideale femminile che, con l'amore, può rendere bella e desiderabile la vita. Il poeta, durante la giovinezza ha sperato invano di incontrare una donna che racchiudesse in sé l'ideale femminile, ma tale creatura è un'idea platonica, perfetta, irraggiungibile, pura, incorporea, evanescente, illusoria. Tra il 1823 ed il 1828, il poeta accantona la lirica e scrive le "operette morali". Nel 1828, Leopardi torna alla lirica con Risorgimento che è la storia della sua anima di poeta dal giorno in cui credette spento ogni palpito nel proprio animo, al momento in cui la lirica ed il sentimento si risvegliarono in lui. Uno strano torpore lo aveva reso apatico, indifferente al dolore, all'amore, al desiderio, alla speranza. La vita gli era parsa desolata, finché il gelo si sciolse e l'anima, risvegliandosi, sentì finalmente rivivere le antiche illusioni. Il poeta, riconquistato il dono del pianto, accetta la vita qual è, poiché è ravvivata dai moti di sofferenza che tormentano il suo cuore e, finché avrà vita non chiamerà spietato chi lo condanna a vivere, poiché la serenità ritrovata consiste nella contemplazione della propria coscienza e del proprio sentimento, anche quando la desolazione attanaglia l'animo. Leopardi si rallegra riscoprendo in sé l'antica capacità di commuoversi e di provare dolore dopo un lungo periodo di impassibilità e di noia. Con il Risorgimento la lirica si risveglia nel poeta, che compone dei canti, generalmente brevi, nei quali uno spunto reale, una scena, si espandono, estendendosi ad una visione eterna del creato. Il poeta evoca immagini, ricordi, momenti di trascorsa felicità. Nel 1828, compone A Silvia. La fanciulla è l'immagine della speranza e delle illusioni del giovane poeta, destinate troppo presto a soccombere al confronto con la realtà, proprio come la giovinezza di Silvia è stata vinta dalla tisi (chiuso morbo). La canzone Il passero solitario (1829) è di una classica perfezione per la compostezza dei versi e per il nitore delle immagini. Leopardi contempla la festa della natura e il mondo che gli sorride invitante, ma il poeta è ormai misantropo e sconsolato nella giovinezza ormai sfiorente e priva di gioia. Il poeta avverte la festa, ma è incapace di prendervi parte e prospetta a se stesso il rimorso che lo assalirà negli anni a venire, quando rimpiangerà la giovinezza non vissuta. In ciò egli è solo come e peggio del passero, poiché questo vive solitario per istinto, mentre il poeta è dotato di raziocinio e facoltà di scelta. Nel 1829, a Recanti, dove aveva sperato di non tornare e dove, nel 1828, era stato costretto a rientrare a causa della salute malferma e delle finanze dissestate, il poeta scrisse Le ricordanze, di cui era stato preludio Il risorgimento, in cui v'è il grido di gioia dolorosa dell'uomo che sente rinascere i sentimenti e le illusioni giovanili. Le ricordanze narrano la storia di quei sentimenti e di quelle illusioni e la dura, orribile realtà del presente e del rimpianto per la fanciullezza e la giovinezza. Tale effimera felicità è personificata da Nerina (forse ancora Silvia, ossia Teresa Fattorini). Nerina e silvia sono sogni, fantasmi evanescenti, ma la vita per Leopardi è un'illusione e la realtà è la morte, mentre la donna, Silvia, Nerina o la "sua donna" è sempre il riflesso del poeta stesso, poiché la vita è per lui un fantasma elusivo ed ingannevole. Nel 1829, Leopardi compose anche La quiete dopo la tempesta, nella quale il canto lieto e rasserenante dei primo versi evolve nella cupa disperazione della strofa conclusiva, dove il piacere e la gioia sono concepiti solo come momentanea cessazione del dolore ed il sommo piacere può essere concesso solo dalla morte (nulla eterno di Foscolo). Il sabato del villaggio (1829), come La quiete dopo la tempesta, si apre con un breve quadro sereno, poi, come l'altra si diffonde in considerazioni poetico - filosofiche sulla vacuità della vita, poiché la gioia e l'illusione dell'attesa si spengono nella festa. Infatti il segreto della gioia è nell'aspettativa e la realtà è sempre inferiore alla speranza. Tra la fine del 1829 ed i primi mesi del 1830, Leopardi compose la canzone Canto notturno di un pastore errante dell'Asia nel quale è drammatizzato l'infinito, inutile vagare dell'uomo sulla terra, dove l'infelicità è totale ed il ripetersi monotono degli eventi soffoca l'animo nel tedio, mentre la vita è un'affannosa ricerca che approda al nulla, è inganno totale e nessuna creatura può essere felice. Il pensiero del pastore spazia nell'immensità del creato, egli s'interroga sul senso dell'esistenza ed in tale ricerca si smarrisce, non vedendo nella vita null'altro che dolore ne deduce che il fine ultimo dell'universo è il male. In questo periodo i rapporti con la famiglia si ridurranno al minimo e Giacomo sarà costretto a mantenersi da solo. L'anno successivo è incaricato dall'editore Stella di scrivere una Crestomazia, ovvero una Antologia. In quel periodo, scrive anche un commento sull'attività di Francesco Petrarca; poi, nel 1826, è a Firenze, dove frequenta il Gabinetto Viesseux, un'associazione culturale frequentata da molti intellettuali, e stringe amicizia con Antonio Ranieri. Dopo un quasi totale abbandono della poesia, (del 1823 è Alla sua donna e del 1826 è l'Epistola Al Marchese Gino Capponi) nel 1828 ci sarà il "risorgimento poetico" salutato con una lettera alla sorella Paolina a cui dirà di aver scritto "versi col cuore di una volta".

Ultime canzoni (1832-1837)

Nelle ultime canzoni predomina l'indagine filosofica salvo che nel Tramonto della luna che è un deciso ritorno alla lirica idilliaca. Del 1831, è Il pensiero dominante che esalta l'amore come una forza viva in se stessa, ovvero potenzialmente viva, anche quando l'amore non è corrisposto. Dell'amore, però v'è nella lirica il solo desiderio, non la gioia né lo spirito vivificatore e, quindi, resta pensiero, illusione. Leopardi distrugge ogni cosa, condanna tutto, però vorrebbe salvare l'amore dal marasma universale e salvaguardarlo almeno nella profondità della propria anima. Quanto più è desolante la solitudine che lo circonda, tanto più egli si aggrappa all'amore come fede nella "sua donna" idealizzata, illusoria, eterna, che sopisce dolori, disillusioni, amarezze. Il poeta del dolore universale canta un bene che supera i mali della vita e, per un istante, pare diventare il cantore di una possibile felicità, ma torna l'idea della morte come unica speranza dell'uomo, poiché il mondo offre due sole cose belle: l'amore e la morte. Tale concetto è ripreso nell'omonima canzone del 1832, Amore e morte. Il pensiero dominante rappresenta il primo momento esaltante dell'amore, che quasi annulla la consapevolezza dell'umana infelicità. Per cogliere la gioia di tanta bellezza vale la pena di sopportare una lunga vita che, pure non ha "in sé" (= potenza) e "per sé" (= atto) alcun valore né alcuna ragione d'essere. Il pensiero dominante ed Il risorgimento sono i soli canti di gioia scritti da Leopardi, anche se, sempre riaffiora, inestinguibile, il pessimismo che vede nell'oggetto della gioia una vana parvenza creata dalla fantasia. Amore e morte (1832) medita sul senso di struggimento e di annullamento che accompagna l'amore, infatti amore e morte sono gemelli, l'uno procura un po' di pene, l'altra mette fine a tutti i mali. L'amore rende forti e cancella la paura della morte e quando domina l'animo gli fa desiderare la morte. Alcuni, vinti dalla passione ne muoiono, altri si suicidano a causa delle ferite d'amore, ma è felicità morire nell'ebbrezza della passione. Dei due gemelli Leopardi osa invocare solo la morte, che in questa lirica non è più simboleggiata dall'orrida Ade di Saffo, bensì da una virginale fanciulla che dona la pace per l'eternità. La morte è sorella dell'amore ed è la consolatrice che, insieme al fratello, è quanto di meglio può offrire il mondo. Sempre nel 1832, ispirandosi ad un poema del '600 (Graziani: il conquisto di Granada), Leopardi scrisse Consalvo (Consalvo ottiene un bacio dalla donna a lungo vanamente amata, solo quando, gravemente ferito, è in punto di morte). Consalvo si stacca dagli altri canti perché ha la forma di una novella in versi o di una scena drammatica (Bayron: il corsaro \ Parisina) ed è frutto di quella letteratura sentimentale e languida che caratterizzò molto romanticismo d'oltralpe. Anche Aspasia (1834) nasce, come Consalvo dall'esperienza dolorosa dell'amore disperato per Fanny Targioni Tozzetti [Aspasia fu una celebre etera dell'età di Pericle (443 - 429 a.C)]. Aspasia - Fanny è la sola donna reale delle liriche Leopardiane. Aspasia è l'abile ammaliatrice, il cui corpo perfetto veste un'anima corrotta e prosaica. Aspasia è la dimostrazione che la bellezza è mentoniera. Il poeta, vanamente anelante all'amore, si vendica della sorte e delle donne che lo rifiutano, soprattutto la Targioni, il cui ricordo ancora turba il poeta dopo più di un anno di lontananza. Il ricordo della donna vanamente amata torna costantemente, ma il canto, ispirato dallo sdegno per il comportamento provocante e, contemporaneamente, scostante della dama esprime anche la rassegnazione alla propria sorte e la fierezza d'aver saputo recuperare la propria indipendenza, pensando che Aspasia, nella sua limitatezza di donna non può afferrare la profondità del pensiero maschile. In realtà la Targioni non comprese e non corrispose mai la passione che, per causa sua aveva sconvolto il poeta. Durante l'inverno tra il 1834 ed il 1835, Leopardi compose due canzoni. Nella prima, Sopra un bassorilievo antico sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire accomiatandosi dai suoi, il poeta valuta i pro e i contro della morte e resta nel dubbio se il destino della giovane donna sia stato lieto o triste. Leopardi, pur essendo ben conscio dell'indifferenza della natura, non cessò mai del tutto di amarla. Nella lirica, il poeta pone incalzanti domande alla natura, enumerando i mali ed i dolori che, a causa della morte, affliggono l'umanità. Sotto l'influsso dell'amore, il poeta aveva trovato la felicità anche nella morte (il pensiero dominante \ amore e morte), ora, invece, cade anche l'ultimo inganno ed egli vede ovunque l'infelicità. Nella seconda canzone, Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima, il poeta, ispirato da una scultura funeraria, evoca l'immagine di una bella donna e, mentre ne contemplala bellezza, un lampo di luce sinistra lo scuote da quella contemplazione e cambia quella bella forma in un'orrenda carcassa in decomposizione, infatti, basta un attimo per distruggere l'effimera bellezza, mutandola in una visione disgustosa. Tutta la lirica è imperniata sulla caducità della bellezza e delle cose umane. Al 1836, risale La ginestra o il fiore del deserto, che costituisce il testamento morale del poeta. La Ginestra è la più lunga delle canzoni (canzone - poema) ed ha un incipit insolito, infatti, tra tutti i canti leopardiani, solo questo inizia con una scena di desolazione, alla quale, in seguito si alternano l'incanto del panorama e del cielo stellato. Leopardi, dopo aver dimostrato la nullità del mondo e dell'uomo rispetto all'universo, e dopo aver pianto la precaria condizione umana minacciata da un qualsiasi capriccio della natura (crolli, incendi, eruzioni), non come male eccezionale, bensì continuo e costante, e dopo aver satireggiato sulla superbia e sulla credulità dell'uomo che propugna il progresso e spera, pur sapendosi mortale, di rendersi eterno, il poeta conclude dicendo che la solidarietà reciproca è la sola difesa contro quel comune nemico che è la natura (Platino e Porfirio). Il Vesuvio, monte apportatore di distruzione, domina l'intera canzone. La sola verità attingibile è la morte, verso la quale l'uomo deve inesorabilmente avanzare, abbandonando ogni illusione e prendendo coscienza della propria miserevole condizione. Tale consapevolezza placherà gli odi.

Pensieri (CI-CXI)

Nel marzo del 1837, poco prima della morte, il poeta annunciò la raccolta in un volume di alcuni "pensieri" sull'uomo e sulla società. Tale raccolta avrebbe dovuto far parte di un'edizione francese delle opere del Leopardi. Pochi mesi dopo (4 giugno) il poeta morì, lasciando incompiuta la raccolta ed i frammenti furono pubblicati dall'amico Ranieri, al quale si deve il titolo. In massima parte i pensieri derivano dallo zibaldone. Il tono dei pensieri è fortemente polemico nei confronti dell'umanità che Leopardi giudica malvagia e pare che il poeta voglia vendicarsi del mondo. I "pensieri" sono la parte più arida dell'opera di Leopardi e testimoniano un momento di gelida disperazione e di totale disprezzo per gli uomini e la loro vanità.

Il tramonto della luna (1837)

Il tramonto della luna, l'ultimo canto di Leopardi, fu composto a Napoli, poco tempo prima della morte. La luna tramonta lasciando la natura nell'oscurità, così come passa la giovinezza lasciando oscura e derelitta la vita, per la quale, però, la luce non tornerà mai più. Il poeta sembra presagire la morte imminente. Nel 1845 Ranieri pubblicherà l'edizione definitiva dei Canti secondo la volontà dell'autore. La tomba dell'autore si trova nella chiesetta di San Vitale a Fuorigrotta, ma probabilmente il corpo di Leopardi è stato sepolto in una fossa comune proprio a causa dell'epidemia che in quegli anni aveva colpito il capoluogo partenopeo.

L'Epistolario

L'epistolario di Leopardi è, con quelli del Tasso e del Foscolo, uno dei maggiori della letteratura italiana. Dalle lettere affiorano il peso della solitudine e il disperato anelito ad un po' di affetto.
· Palinodia (= ritrattazione) (1835) - Nella Palinodia al marchese Gino Capponi Leopardi simula una ritrattazione del proprio pessimismo. Il componimento, nelle intenzioni del poeta, avrebbe dovuto essere satirico (ritenne gli uomini infelici e miseri, ma ora il progresso lo fa ricredere), ma il pensiero dell'inevitabile distruzione cui la natura condanna ogni cosa lo spinge a conclusioni amare.
· Paralipomeni alla Batracomiomachia - I paralipomeni sono un poema satirico, nel quale è satireggiata la storia tra il 1815 ed il 1821 (dal congresso di Vienna ai moti del 1821).

Poetica leopardiana

Per Leopardi, la poesia è lirica (= ogni forma in [verso|versi]] nella quale si esprimono i sentimenti e gli affetti, per Leopardi, anche la Divina commedia è lirica perché Dante vi compare sempre con i propri sentimenti). La poesia di Leopardi nasce dal sentimento, ed anche i canti che hanno implicazioni filosofiche sono espressione dei sentimenti e voce del dolore esistenziale del poeta. I canti coprono tutto l'arco della vita del poeta, che morì a soli trentanove anni, mentre il suo pensiero era ancora in pieno svolgimento e la sua poesia era ancora feconda e pronta ad aprirsi a nuove soluzioni. Leopardi guarda al passato in una atemporalità che esclude il futuro, in uno spazio - tempo legato all'esperienza (hic et nunc). Leopardi scrive nel presente, precisando sempre dove si trova, dando al tempo non una dimensione psicologica bensì autobiografica al confine tra poesia e prosa e, con ciò anticipa la poesia moderna per genere e temi. La formazione classica ed illuministica consentono al poeta di considerare criticamente il passato e di costruire su una tradizione ormai usurata una poesia innovativa, precocemente analogica e che, grazie alla memoria, il cui strumento è l'immaginazione (la vita anteriore è perduta per sempre, l'immaginazione la ricostruisce e reinterpreta), indaga sul vago, l'indefinito alla ricerca dell'anteriorità e dell'altrove che appartengono all'immaginario moderno. Leopardi ha con il passato un rapporto di lontananza psicologica, che trascende dalla fisicità (può essere fisicamente a Recanati, ma ne è psicologicamente lontanissimo ed emergono sprazzi di ricordo reinterpretati alla luce della successiva esperienza esistenziale. Il suo occasionale ritorno non è un traguardo, bensì incredulità di essere tornato). L'arte di Leopardi, massima nei canti, è un po' appannata nelle Operette morali dalla speculazione filosofica. Caratteristico del poeta è lo scarno linguaggio che, con rapidissime immagini e sapienza ritmica e sintattica, crea brani di straordinaria suggestione. L'infinito è paradigmatico per potenza espressiva. L'idea dell'immensità e dell'eternità sono rese con un limitatissimo impiego di mezzi lessicali, che consente alle idee di giganteggiare nel deserto delle parole. Anche per questo Leopardi è classico, però la sua ansia, il tedio della vita, e la personalità esasperata ne fanno un romantico. In Leopardi, accanto alla poetica dell'idillio che si esprime, romanticamente, nel dualismo paesaggio - stato d'animo, v'è, parallelamente, una poetica non idilliaca, dalle immagini incisive e dalla sintassi perentoria. In Leopardi l'originario slancio sentimentale si evolve in una complessa vicenda spirituale. Leopardi parte dal razionalismo illuministico, ma giunge a negarlo ed a condannare la stessa ragione.

Leopardi romantico

La partecipazione di Leopardi allo spirito romantico deriva, come per Foscolo, dal bisogno di focalizzare il problema del significato e del fine della vita. La differenza fondamentale, tra Foscolo e Leopardi, è che, mentre nel primo l'angosciosa presa di coscienza della realtà innesca uno sforzo titanico di ricostruzione dei valori della vita, nel Leopardi, di indole introversa e scarsamente combattiva, dagli stessi presupposti si sviluppa una desolata e chiusa meditazione che lo rende incapace di aderire alla vita, che gli appare remota ed aliena. Il primo risultato psicologico di tale condizione di spirito è la noia della vita, l'assenza di speranze, di illusioni, di desideri ed il dolore puro che lo rende poeta assolutamente romantico. La sua è poesia di memoria, lirica concepita come attività a-razionale (non irrazionale), come originalità assoluta, entusiasmo, immaginazione, totale illusione. Leopardi occupa un posto particolare nel quadro letterario dell'800, infatti, il Cristianesimo romantico fu un riflesso imprescindibile del Congresso di Vienna, ma Leopardi respinse sempre, tenacemente, tale cattolicesimo di stampo progressista che contrabbandava i miti del secolo precedente, rifiutandone però le intuizioni e le conquiste più vere, pertanto Leopardi fu non solo fuori, ma anche contro il proprio secolo.

Il pensiero

Il pessimismo leopardiano

Il pessimismo di Leopardi ha radici, oltre che nella sua difficile vicenda esistenziale, in quel razionalismo illuministico che volle porre nella ragione ogni verità della vita. L'ipersensibilità del poeta unita all'idealismo è causa d'amarissime disillusioni, convincendolo troppo presto che la realtà è la morte di tutto ciò che l'intelletto sogna ed il sentimento idealizza. Inizialmente il pessimismo di Leopardi è personale, in seguito, agli esordi della sua attività, il poeta crede che gli ideali ormai perduti abbiano illuminato la vita degli antichi e che soltanto la corruzione del tempo abbia svuotato gli uomini d'ogni ideale. Da tale concezione viene il rimpianto per le età antiche. Ben presto però il contrasto tra ideali e realtà, tra aspirazioni e limiti imposti dalla vita, porta il poeta a concludere che l'infelicità non è conseguenza del progresso, bensì stato naturale di ogni essere vivente e che la natura è nemica dell'uomo. Leopardi afferma che si insegna all'uomo che la morte prematura è un bene, ma egli la teme, la vita è fragile cosa e più che dono è disgrazia, ma l'uomo teme la morte. La virtù morale è più preziosa della bellezza, ma un'anima sublime in un corpo sgraziato è derisa e misconosciuta (Ultimo canto di Saffo). L'uomo aspira a cose infinite ed eterna, ma vivere è un continuo morire (infinito). L'uomo è destinato a non godere d'alcun bene, si dispera, è afflitto da un tedio mortale che lo spinge al suicidio, dal quale lo trattengono la paura della morte e la superstizione religiosa. l'aspirazione all'irraggiungibile verità è il massimo tormento della vita ed è senza speranza, infatti, l'uomo è destinato a non sapere perché sia nato, viva, soffra, dove vada (Canto notturno di un pastore errante nell'Asia) e tale forzata cecità uccide l'anima umana (L'infinito: "...e il naufragar m'è dolce in questo mare"), poiché questa è la legge inesorabile dell'universo. La posizione filosofica del Leopardi consiste nel drammatico sviluppo della constatazione dell'infelicità umana che non trova sbocco nella Fede. La poesia di Leopardi è mirabilmente intessuta di sogni ed illusioni, nonostante la disperazione totale che avrebbe potuto soffocarne il lirismo o renderla mortalmente gelida. Il pensiero di Leopardi sul pessimismo si basa su due presupposti:
· L'uomo non può conoscere la verità (scetticismo).
· La realtà coincide con la Natura (senza idealità o provvidenzialità), ed è moto eterno e meccanico (materialismo, illuminismo)

· Fasi del pessimismo leopardiano:
1. Dolore personale - La vita è stata spietata con Leopardi (esperienza personale/dolore personale), ma altri possono essere felici.

2. Dolore storico - Questi due punti generano l'ironia ed il sarcasmo di Leopardi contro i filosofi idealisti e neocattolici, che esaltano "le magnifiche sorti e progressive dell'umanità" (Ginestra) e contro l'ottimismo illuministico (Ginestra).

o La vita è dolore, il male è nella razionalità. La Natura benigna ha creato l'uomo come creatura semplice che, nella sua ignoranza, trova piacere nelle illusioni. Gli uomini, con la ragione, fugarono le illusioni e scoprirono la verità, quindi il male ed il dolore, uscendo così dalla loro infanzia felice. La storia della civiltà è la scoperta dell'infelice condizione umana (gli uomini primitivi furono felici: il tragico destino umano nasce dal contrasto tra la provvida Natura, che vuol celare la dolorosa verità agli uomini, e la ragione, che tale verità scopre nel momento dell'esperienza personale del dolore).
o L'origine dell'infelicità umana è nella contraddizione tra il desiderio di felicità e l'impossibilità di conseguirla (Leopardi: teoria del piacere). Dolore storico: non la natura, bensì la società è nemica dell'uomo. L'uomo comune si consola del male quando lo riconosce necessario, l'uomo superiore non si rassegna, piuttosto si uccide, non maledicendo la vita, bensì lasciandola con rimpianto (Saffo).

3. Dolore cosmico - Pessimismo universale. Se l'uomo è creatura della Natura, è evidente la contraddizione fra tale affermazione e la reale condizione umana. Tale contraddizione è spiegata da Leopardi affermando che in ciò sta la perfidia della natura (Natura matrigna). Non è infelice la società "adulta", ma ogni società, in ogni tempo. L'infelicità non è retaggio solo dell'uomo, bensì di tutte le creature (esiste solo la legge della continuità della specie). Il dolore è fatale all'uomo che è dotato di intelligenza e quindi avverte il tedio ed il "senso della morte". Tutto quello che è, è male (Zibaldone). Pur su tali posizioni, Leopardi vagheggia l'azione e le illusioni eroiche, creando il "mito della giovinezza" e quasi confutando le accuse di fatalismo e di misantropia, sogna un'azione concorde di tutti gli uomini, uniti dalla solidarietà, per tentare di vincere la Natura ostile (Ginestra). Leopardi rifiuta il suicidio (che in precedenza aveva considerato lecito), poiché lo considera una diserzione da tale disperata battaglia (dialogo di Plotino e Porfirio).
La condizione fondamentale dello spirito di Leopardi è la totale incapacità di aderire alla vita, che gli appare come uno spettacolo remoto ed alieno. Tale atteggiamento porta il poeta al "taedium vitae (la noia lo fa sentire estraneo al mondo). L'intima dialettica di Leopardi oscilla tra la necessità di appartarsi orgogliosamente da un mondo che sente estraneo, per immergersi nel proprio universo interiore, ed il bisogno di consolare ed essere consolato.

Leopardi ed il suicidio

Leopardi pur giudicando irrazionale il rassegnarsi alla vita e ragionevole il suicidio, inteso come liberazione dalla sofferenza, tuttavia ritiene che l'uccidersi sia atto inumano, poiché non tiene conto del dolore altrui e sebbene sia proprio del sapiente non piegarsi al sentimento e non lasciarsi vincere dalla pietà, tale forza d'animo deve essere usata per sopportare la triste condizione umana, usarla per rinunciare alla vita ed alla compagnia delle persone care è un abuso, non soffrire al pensiero di lasciare nel dolore le persone care è indegno del saggio. Il suicidio è un atto d'egoismo, poiché il suicida cerca solo la propria utilità, disprezzando l'intero genere umano (dialogo di Plotino e Porfirio) ed agisce come un disertore, che abbandona i compagni impegnati in una lotta impari contro la natura nemica (La ginestra). Il problema della legittimità del suicidio, tormenta Leopardi fin dalla crisi esistenziale del 1819, ed ancora nel 1824 (Ultimo canto di Saffo), egli sostiene la tesi della legittimità del suicidio, ma già in quello stesso anno si notano nel poeta le prime affermazioni sul dovere di subire il destino con animo forte, trovando conforto nella bellezza delle creazioni dello spirito umano. Infine nel 1827, Leopardi scrive il dialogo di Plotino e Porfirio. Nel dialogo, Leopardi ripercorre il cammino spirituale lungo il quale la propria concezione pessimistica della vita è giunta all'affermazione delle ragioni più alte dell'esistenza Porfirio è il Leopardi del 1821 - 1824, mentre Plotino è il poeta più maturo. Porfirio difende il suicidio sostenendo che, se la Natura destina gli uomini al dolore, se tutto ciò che esiste è male, l'uomo ha diritto di sottrarvisi, scegliendo la morte volontaria (1822), anche se la vita, in quel momento, non è particolarmente sventurata, poiché la vita è tedio, i mali sono vani, il dolore stesso è vano, quindi l'uomo ha il diritto di sottrarsi al male dell'esistenza. Solo la noia, poiché nasce dalla coscienza della realtà, non è vana né ingannevole. L'evoluzione spirituale di Leopardi lo conduce a posizioni più equilibrate (Plotino) e svincolate dalle situazioni contingenti, infatti, l'uomo è condannato alla sofferenza, ma una legge di natura vuole che egli viva nonostante tutto. Solamente pochi si rendono conto della realtà, tutti gli altri combattono vanamente contro la natura. Tale lotta deve affratellare gli uomini, quindi il suicidio è una diserzione inammissibile. Inoltre la vita è degna di essere vissuta non perché sia felice, ma perché sia spiritualmente elevata. L'uomo deve prendere coscienza della propria vita interiore. Nel dialogo Leopardi ripercorre il proprio cammino spirituale.

Il concetto di "Natura"

La lunga riflessione di Leopardi sulla "Natura" si apre nel 1818 in un modo assai strano e problematico - quasi come un segnale della profonda "stranezza" del pensiero leopardiano (nel senso di apparente contraddittorietà e oscillazione continua), che altro motivo forse non ha che l'essere esso un pensiero pensante, cioè vivo, in cammino, e non un sistema combinatorio di luoghi comuni, come lo sono tutte le poetiche "stabilite" e "saggistiche" degli scrittori che non hanno amato la filosofia. La stranezza consiste in questo: nel giro di pochi mesi - fine del '17 fine del '18 - Leopardi scrive sulla "Natura": "La Natura, purissima, tal qual'è, tal quale la vedevano gli antichi: ]…] quell'albero, quell'uccello, qual canto, quell'0edifizio, quella selva, quel monte, tutto da sé…" (Z pag. 15). "… e in fatti la natura non si palesa ma si nasconde, sì che bisogna con mille astuzie e quasi frodi, e con mille ingegni e macchine scalzarla e pressarla e tormentarla e cavarle di bocca a marcia forza i suoi segreti…" (Discorso sopra la poesia romantica). Di che natura sta parlando, Leopardi? Per rispondere a questa domanda, partiremo da due enunciati che appartengono alla cultura greca, che si collocano cioè alle origini della riflessione occidentale sulla Natura; Aristotele scrive nella Fisica: "Ridicolo, poi, sarebbe cercare di dimostrare che la natura è […] [poiché] ogni volta che siamo di fronte a un ente di natura, è la natura stessa che ci appare." Ma prima di lui, Eraclito aveva scritto: "Natura [Physis] ama nascondersi". Non può non colpire questa consonanza di Leopardi con le origini del pensiero filosofico, ma soprattutto con la lingua greca. All'età di dieci anni Leopardi comincia lo studio del greco, direttamente dai classici e soprattutto da Omero. La filosofia naturalmente la "scoprirà" più tardi. Domandiamoci quindi come appare la natura in Omero. Essa, appunto, appare. Il primo e più famoso contesto è quello delle similitudini. "Così loro, i Troiani, facevano la guardia. E intanto gli Achei erano in preda a una folle smania di fuggire, quale si accompagna al gelo della paura. Tutti i più valorosi stavano là abbattuti, in una costernazione intollerabile. E come due venti sconvolgono il mare ricco di pesci, Borea ad esempio e Zefiro: essi soffiano dalla Tracia arrivando all'improvviso, ed ecco l'onda si accavalla nera e rovescia fuori molta alga lungo la spiaggia: agitato così era il cuore in petto agli Achei." [Libro IX] "Come i cani fanno, inquieti, la guardia intorno alle pecore, dentro il muro di cinta, al sentire la belva dal cuore feroce che avanza per la boscaglia attraverso i monti; e un grande frastuono si leva allora, di uomini e di cani, e il sonno gli va via: così a loro là era sparito dalle palpebre il dolce sonno, nel vigilare in quella brutta notte." [Libro X] "Ma Idomeneo non lo prese la paura come un ragazzino, e stava là ad attenderli. Pareva un cinghiale sui monti, fiducioso nella sua forza, che aspetta l'assalto rumoroso di molti uomini in un luogo solitario, con le setole dritte sul dorso: gli occhi hanno lampi di fuoco, e intanto arrota le zanne, deciso a difendersi da cani e cacciatori. Così Idomeneo attendeva, senza tirarsi indietro, l'attacco di Enea che veniva alla riscossa." La similitudine fu la prima tecnica linguistica alla base del pensiero astratto o filosofico: essa consiste molto semplicemente nel mettere a contatto tra loro due piani del significato: uno evidente - quello della figura così come appare - l'altro non-evidente - quello dei sentimenti interiori. Ma così facendo, la poesia (lasciamo stare Omero) scoprì che "l'evidente", l'effettivo, viene assieme, è l'espressione di qualcosa che è nascosto, che non si vede, lethe. L'immagine naturale è a-lethe, ciò che è svelato, che non-è-più-nascosto, che è "uscito fuori". I vocabolari traducono "lethe" con "oblio" e "aletheia" con verità, condizionati da un greco filosofico posteriore, che già aveva dimenticato i significati originari delle parole. Per il greco omerico, per la poesia greca, il Lethe è sì oblio, ma in quanto non più presente, non più evidente. Per la mentalità greca, si dimentica (l'oblio per i defunti, per gli scomparsi) ciò che non è più visibile, ciò che è morto: lo scopo del poeta, della poesia, era infatti quello di mantenere viva l'immagine degli eroi, per non dimenticarli. La mancanza di una fede nell'al di là faceva della morte la fine di tutto; per non dissolversi nel nulla, l'unico sistema era la rappresentazione poetica, la parola che rendeva presente l'immagine viva, naturale , del defunto. Dunque è una contraddizione solo apparente l'immagine di una "Natura" che è "l'evidenza immediata di ciò che ci circonda", e nello stesso tempo "qualcosa di profondo, nascosto, celato ai sensi". A partire dalla similitudine, la Natura per il greco è duplice nel senso dell'ambiguità: da un lato è ciò che appare, dall'altro è una forza che agisce nel profondo di ciò che appare. Sarà proprio Aristotele a dare la sistemazione concettuale definitiva di questa concezione. Torniamo a Leopardi. Egli è un bambino di dieci-dodici anni quando legge Omero. Noi leggevamo Salgari e Verne, e non era molto diverso (per noi). Egli scopre la forza delle emozioni attraverso una viva rappresentazione fabulatoria della realtà. Ma in più c'è la forza di un grande poeta e di un grande classico. Assorbe emotivamente, attraverso una forte esperienza estetica, l'uso di una parola fondamentale. Poi scopre la letteratura del suo tempo, la letteratura romantica. Attenzione: Leopardi non legge ancora i grandi romanzi romantici (ciò avverrà qualche anno dopo). In quel periodo egli è immerso nella filologia, e quindi nelle riviste letterarie; egli legge i dibattiti letterari, dove si discute di poetica, di ciò che è poesia e che non è poesia: Di Breme, M.me De Stael ecc. E lì scopre un'altra "natura", che è solo più quella "nascosta". Ma nascosta in che senso? Nel duplice senso cartesiano-kantiano delle "leggi di natura" - il meccanicismo razionalista sei-settecentesco (la "natura" è "legge nascosta", è un codice super-razionale che va liberato dalle apparenze - la singolarità dell'individuo - per poter essere esplicato nella sua evidenza puramente logico-quantitativa: la formula che rende manipolabili i fenomeni. La "Natura" è un oggetto di laboratorio); l'altra è quella romantico-idealista di "Natura" come "Spirito alienato", come "Anima del mondo" non consapevole di sé. La "Natura" non è "nient'altro" che lo specchio della psiche umana, è sentimento espresso in modo indiretto. In tutti i casi la "Natura" non esiste più. L'effetto che tutto ciò ha nella psiche di Leopardi è molto chiaro: per lui la "Natura" è quella scoperta nella immediatezza estetica della conoscenza poetica, e ciò causa una ribellione nei confronti di un atteggiamento intellettualistico che egli identifica immediatamente come tradimento della poesia. La "Natura" per lui non è riducibile né a "Sentimento" né a "Ragione"; la "Natura" è "Physis", è vita (in greco, il significato originario di Physis è "nascimento", il venire alla luce). Ma naturalmente anche Leopardi è figlio del suo tempo; vedremo dunque quale sarà l'evoluzione del suo pensiero e quale prezzo dovrà pagare di fronte a questa frattura culturale di enorme portata psicologica.


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