TEMA DELLA MORTE IN PASCOLI

PASCOLI : TEMA DELLA MORTE

 


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TEMA DELLA MORTE IN PASCOLI

 

       

Il problema della morte si trova praticamente in tutta la produzione letteraria di Pascoli.

Nei Canti di Castelvecchio agiscono due motivi, quello naturalistico, modellato sul trascorrere delle stagioni e quello famigliare centrato sulla tragedia dell'uccisione impunita del padre. Il ritmo delle stagioni allude a un ordine naturale e alla segreta armonia dell'alternanza di vita e di morte, di fine e di rinascita; l'uccisione del padre configura invece una perdita irreparabile segnata dalla cattiveria umana e dunque estranea al ritmo naturale dell'esistenza. La dimensione della morte smette in tal modo di far parte del meccanismo naturale e non può essere più tutelata dai possibili risarcimenti. Il tema della morte si affaccia con il peso del perturbante, espressione di minaccia per lo stesso soggetto individuale. È come se i morti mettessero di continuo in pericolo il diritto alla vita del soggetto, così che dietro le forme della vita si nasconde sempre un mistero preoccupante e angoscioso. Il soggetto può reagire o abbracciando il punto di vista dei morti, e abbandonandosi ai temi vittimistici del non-vissuto, dell'esclusione e della propria morte, oppure rivendicando a se stessa, in quanto poeta, il diritto a esprimere il turbamento del lutto e a risarcire in questo modo la morte ingiusta, ridandole un ordine e un significato.

Per fare un esempio nella poesia "il gelsomino notturno" abbiamo tre riferimenti a questo tema. La poesia è ambientata nelle ore serali e notturne fino all'alba. Questo momento della giornata viene definito dal poeta come "l'ora che penso ai miei cari". Infatti, il tramonto rappresenta l'ora del giorno più adatta al raccoglimento e così il poeta si trova nello stato d'animo migliore per soffermarsi a ricordare le persone morte a lui care. Questo stesso tema viene poi ripreso nelle strofe successive dalle parole "fosse" del dodicesimo verso e "urna" del penultimo verso. C'è però da dire che l'erba che nasce è quasi testimonianza del continuare della vita, del suo trionfo sulla morte e proprio sul mistero di una nuova vita che prende inizio poggia tutta la lirica.

Pure nei poemetti, come già in Myricae, il fascino naturale sembra spesso alludere a una minaccia di morte e di rovina che non alla realizzazione dell'identità naturale; e forse ancora più rilevanti divengono qui il dolore e l'inquietudine misteriosa che accompagnano la vita umana. È questo il caso di "digitale purpurea". Questa lirica è collegata ad un ricordo di collegio della sorella Maria, la quale aveva raccontato al poeta che un giorno la madre maestra aveva vietato alle allieve di avvicinarsi a un fiore in un angolo del giardino perché il suo profumo era velenoso. Due amiche rievocano la loro vita in collegio e i loro turbamenti adolescenziali e quel fiore, la digitale purpurea, assume il significato di tentazione, attrazione-timore del proibito, colpa. La bionda Maria ha sempre evitato di avvicinarsi al fiore proibito mentre al bruna ardente Rachele confida infine all'amica, a distanza di tanto tempo, di averlo una volta voluto odorare. Innanzi tutto si può notare come a pronunciare la parola "morte" nel sedicesimo verso sia Rachele e non Maria che stava parlando.

Già si può notare la sostanziale differenza tra queste due figure femminili di cui Rachele, come ho già detto, rappresenta un'invenzione del poeta ispirata però, secondo alcuni critici, all'altra sorella di Pascoli Ida. Infatti, questa si era sposata nel 1895 rompendo l'unità del nido familiare, provando cioè l'esperienza proibita che la morbosa sensibilità del fratello e della sorella, rimasti fedeli al nido, considerano come esperienza vietata e di morte. Il tema ricompare esplicitamente con l'esclamazione "si muore" alla fine del componimento per bocca di Maria che dapprima, non comprendendo il senso del racconto, sorrise all'amica, ma che alla fine coglie il valore inquietante.

Come risulta chiaro il tema della morte è in Pascoli strettamente legato al tema della famiglia vista come nido. La morte del padre e successivamente anche quella della madre e di tre fratelli segna profondamente la sua persona e la sua poetica. Nel "la piccozza" possiamo vedere come il poeta senta dolorosa la sua condizione dovuta alla morte di molte delle persone care e in particolare della madre. Questo senso di mancanza caratterizza tutte le prime due strofe dove il poeta pone l'attenzione sul fatto che, privato dell'affetto e delle cure materne, abbia dovuto affrontare la vita con solo le sue forze non potendo sentire, come dice nella sesta strofa, nessun'altra voce fuorché quella dei morti.

La morte è poi la grande protagonista di Myricae. Ne dà annuncio il "giorno dei morti", collocato in posizione introduttiva, in cui il poeta immagina che tutti i morti della famiglia, a partire dal padre, abbiano formato nel cimitero una nuova unità famigliare, più autentica e profonda di quella serbata dai pochi superstiti. Questi ultimi sono rappresentati in una condizione indifesa e minacciata che non esclude però un senso di colpa rispetto ai defunti e un bisogno di riconciliarsi con loro, di invocarne protezione e, implicitamente, perdono. Se il mito della tragedia famigliare come destino subito produce testi quale X Agosto, il mito, collegato, della persecuzione funebre quale punizione, quale erompere del perturbante e infine quale espiazione della colpa d'esser vivo rovescia il suo carico angoscioso in testi come "L'assiuolo" e "Novembre".

L'assiuolo è un rapace notturno che Pascoli, come del resto la tradizione popolare, sente quale simbolo di tristezza e di morte. Il suo verso inquietante scandisce la lirica e via via si carica di valenze simboliche: dall'iniziale "voce dei campi"  diventa "singulto"  e infine "pianto di morte" . Inoltre, nei versi 19 e 20 il rumore provocato dallo sfregarsi delle gambe delle cavallette viene paragonato a quello dei sistri, strumenti musicali egiziani usati nel culto misterico di Iside, che prometteva ai suoi adepti la resurrezione dopo la morte. Tale fiducia nella resurrezione, però, è ora più problematica: le invisibili porte della morte forse sono chiuse per sempre.

 

Ancora più interessate è la poesia "novembre" in cui il paesaggio è una realtà a doppio fondo: sotto un'apparenza di armonia e di positività possono nascondersi, e spesso in effetti si nascondono, la presenza e la minaccia della morte. Qui una giornata mite e serena trasmette per un attimo l'illusione di essere in primavera, ma si è in realtà in novembre. In questo mese infatti cade la cosiddetta "estate di san Martino" in cui si possono avere alcune giornate quasi estive e cade però anche la ricorrenza dei morti; così il poeta può fondere i due aspetti, quello dell'apparenza estiva e quello dell'autunno reale, nella conclusione definendo il clima quale "estate dei morti". Quindi alla contrapposizione presentata nel paesaggio, tra primavera apparente e autunno reale, si sovrappone la contrapposizione vita-morte: all'apparente rinascita della vita corrisponde in realtà la morte incombente. L'idea della morte si impone attraverso una serie di allusioni simboliche: il terreno risuona sotto i piedi così da apparire "cavo", suggerendo dunque la sensazione del vuoto e del mondo sotterraneo, dove stanno i morti; il cadere delle foglie è definito "fragile"  aggettivo che rinvia alla fragilità della vita umana (dalla caducità delle cose si passa a quella degli uomini). In tal modo il riferimento esplicito alla morte nella conclusione del testo risulta una logica conseguenza di ciò che precede. Anche la poesia "I gattici" è sul tema della morte.

Guardando il paesaggio naturale il poeta si ricorda della primavera e sente con dolore che la stagione sta precipitando verso l'inverno, cioè verso il periodo dei "crisantemi" e dei morti; le illusioni della giovinezza sono passate esattamente come le "gemme" primaverili sono diventate foglie ingiallite trasportate dal vento. Infine di particolare importanza è la poesia "ultimo sogno".